Tra categoria e riforme: la Cgil scuola a congresso

di Pino Patroncini

Ufficialmente il 18 settembre ha avuto inizio il congresso della Cgil e anche la Cgil Scuola è chiamata a discuterne i documenti che sono due: uno "Diritti e lavoro in Italia e in Europa", presentato dalla maggioranza che ha retto le sorti di questa organizzazione a partire dagli accordi del luglio 1993, e l’altro "Lavoro società: cambiare rotta", espressione delle minoranze di sinistra interne già presenti nei precedenti due congressi, col risultato costante e lusinghiero del 30% nel sindacato scuola, e oggi nuovamente riunificate.

E’ evidente l’importanza di questo congresso in questo momento caratterizzato dai nuovi indirizzi politici e economici che al paese intende imporre la nuova maggioranza governativa. E infatti i temi sono strettamente di carattere generale, il che comporta per la terza volta consecutiva la rinuncia a un congresso incentrato sui temi più propriamente riguardanti la categoria e la scuola. Sessione di cui invece ci sarebbe un grande bisogno, come testimoniano le polemiche, esterne e interne, che in questi anni hanno investito la politica della Cgil e della Cgil Scuola. Tuttavia, proprio per i suddetti motivi, la scuola non mancherà di essere oggetto di discussione, soprattutto, è scontato, nei congressi della Cgil Scuola.

Da militante sindacale schierato sulle posizioni del secondo documento non voglio entrare nel merito di tutte le questioni che distinguono i due testi e le due aree, né voglio rivangare le recenti polemiche. Voglio piuttosto offrire uno spunto di riflessione, soprattutto a quanti parteciperanno a questo congresso e a quanti hanno condiviso la storia della Cgil Scuola, in particolare per quello che riguarda il rapporto tra sindacato e categoria. E voglio farlo partendo dal bilancio dell’attività di questo sindacato dopo l’ultimo congresso tenutosi nel 1996, proprio all’indomani dell’affermazione dell’Ulivo, negli stessi giorni in cui per la prima volta un uomo di sinistra sedeva al posto di Ministro della Pubblica Istruzione.

Sicuramente su questo piano abbiamo assistito in questi cinque anni all’andamento più contraddittorio che si sia mai registrato nella storia sindacale della scuola italiana. Proveniente da una crisi di relazioni con la categoria, espressasi prima nella nascita del movimento dei Cobas nel 1988 poi nel pessimo risultato elettorale al Cnpi nel 1991 (circa il 15%) e infine nel "buco" del mancato contratto del 1992, nelle elezioni del novembre 1996 la Cgil recuperava al Cnpi il consenso perduto riattestandosi intorno al 22%. Il tutto in una fortunata congiuntura politica che la poneva al centro sia dell’interlocuzione col nuovo ministero, sia dello schieramento confederale (a cui, inoltre, si agganciava praticamente anche lo Snals). Un patrimonio che nel giro di tre anni è andato tuttavia esaurendosi in parte nel ruolo, sempre meno dialettico, di fiancheggiamento delle principali misure governative (autonomia, parità, cicli ecc.) e in parte con le scelte contrattuali, più o meno inserite nello stesso alveo. Fino a precipitare nella vicenda del concorsone e del movimento che lo bloccò il 17 febbraio 2000.

Ma la vicenda non era finita lì: con il contratto economico del 2001, a fatica e con un ruolo un po’ difficoltoso nel movimento che l’accompagnò, la Cgil Scuola ha dimostrato, un po’ tra la sorpresa di tutti, di aver recuperato in tutto o in buona parte il terreno perduto, collocandosi col 26% prima, per la prima volta, tra le sigle sindacali, nelle elezioni delle Rsu.

Naturalmente quest’ultimo risultato è dovuto a diversi fattori: la capacità organizzativa e il radicamento nel territorio che hanno consentito alla Cgil di presentare liste quasi ovunque; il presentarsi come un’organizzazione pluralista, capace di legarsi a settori e a culture diverse presenti in categoria, anzi direi abbastanza centrale rispetto a queste e quindi in grado di raccogliere consensi da più parti in assenza di altre liste; la credibilità dei candidati di base; la sua caratterizzazione confederale, carica di storia, di forza e di serietà. E il dato è confortato anche da un aumento degli iscritti di circa il 20% negli ultimi due anni.

Ma vi è un altro fattore che viene spesso sottovalutato, soprattutto all’interno della Cgil: il cambiamento dell’atteggiamento politico della categoria conseguente al cambiamento del contesto politico avvenuto tra il 1992 e il 1994. Era già stato registrato che nelle elezioni del 1994 la categoria degli insegnanti risultava in assoluto quella meno sedotta dal berlusconismo e dal leghismo, allora in ascesa. Nel 1996 addirittura i due terzi votarono per l’Ulivo. E persino nelle ultime elezioni, a detta degli osservatori, la crisi di rapporti tra ministero di sinistra e categoria si è risolta più in uno spostamento delle preferenze di partito che in uno spostamento di schieramento.

Questi elementi, sia politici che sindacali, non solo caricano di una responsabilità più complessiva la Cgil Scuola ma ne mettono addirittura in discussione alcuni presupposti fondanti, su cui molti compagni, altrimenti attenti e sensibili alle istanze della categoria ancora si attardano. La Cgil Scuola è nata su due scommesse: la prima era che fosse possibile produrre riforme scolastiche partendo anche dalle contraddizioni reali degli insegnanti e non solo dai bisogni degli studenti o del Paese; la seconda era che fosse possibile fare ciò individuando una parte della categoria più sensibile e disponibile, non rappresentata, allora, dalla DC e dai suoi ministri della PI e dai sindacati ad essi collaterali: Cisl e Snals. Una posizione volutamente minoritaria dentro alla categoria, per la quale aveva senso distinguere piuttosto che aggregare, accentuare gli elementi politici di riforma, piuttosto che quelli sindacali di tutela, letti come troppo conservativi e corporativi.

Ma nel 1994 le cose sono cambiate: la DC è scomparsa e le concezioni liberiste della Destra, distruttive dello stato sociale e con esso della scuola pubblica, non sono in grado di sostituirne il progetto di grande aggregazione sociale interclassista, di cui la scuola era uno dei pilastri. Quest’ultimo aspetto era uno dei grandi elementi dell’anomalia italiana: diversamente da altri paesi - pensiamo alla Francia radical-socialista di inizio secolo, o all’espansione scolastica di Spagna e Portogallo nel clima antifascista successivo alla caduta delle dittature, o all’espansione delle comprehesive school determinata dai governi laburisti inglesi - in Italia storicamente la scuola nella sua veste più sociale non è mai stata appannaggio delle sinistre, alle quali tutt’al più è toccato il ruolo di stimolare le riforme: ci ha pensato la Dc e, prima ancora, il Fascismo. Da questo punto di vista la scomparsa dell’interlocuzione democristiana riallaccia un filo spezzato pochi anni dopo il 1922, quando la scuola italiana, soprattutto quella elementare, unica scuola di massa allora, era ancora popolata di maestri positivisti e vagamente socialisti.

Naturalmente accanto ai fattori materiali dell’"essere" giocano anche i fattori culturali della "coscienza" maturata in anni di lavoro comune tra i docenti di sinistra e gli altri, perché se si trattasse solo di "carne ministeriale" la Destra al governo non ci metterebbe molto ad aver ragione dello "spirito di servizio sociale". E le ultime elezioni dimostrano che non è così.

Ma, quasi a compensare il fatto che le cose potrebbero andare meglio in categoria, il contesto socio culturale neoliberista è in grado di trasformare in vile metallo anche la miglior vena d’oro: senza voler entrare nel merito delle singole misure adottate, è evidente a tutti la differenza politica che c’è tra l’autonomia delle vecchie sperimentazioni art.3 e l’autonomia che conosciamo oggi, tra la flessibilità espansiva e spontanea degli anni settanta e quella burocratica e punitiva di oggi, tra la scoperta della cultura popolare intesa come coscienza sociale e quella intesa come provincialismo, tra il rapporto scuola e lavoro-attività e scuola e lavoro-merce, ecc. ecc. E non si tratta di disquisire su questo o su quell’aspetto, ma di sottrarlo al contesto pervasivo e globalizzante del pensiero unico.

Questi due elementi, tra loro complementari, impongono cambiamenti sia nelle scelte che negli atteggiamenti. Continuare a pensare e ad agire nei vecchi modi non serve più a nessuno. Non si tratta di rinunciare alla politica delle riforme, ma si tratta di adeguarla ai nuovi interlocutori, vale a dire alla maggioranza della categoria, non più a una sua "avanguardia", o comunque ad una parte presunta tale, e al nuovo contesto socio-culturale, dove il problema non è la riforma ma quale riforma.

Pagina principale