Da Bertagna a Moratti

ANDREA BAGNI

Che cosa è rimasto della riforma Berlinguer nel documento della commissione Bertagna, e della Bertagna nel disegno di legge Moratti?

Nell’architettura la commissione aveva restaurato i cinque anni di elementari più i tre di medie (sotto altro nome, non proprio nuovo: primaria e secondaria di primo grado); e poi le superiori, secondarie di secondo grado, di quattro anni per finire a diciotto, ma nettamente distinte tra canale professionale (regionale) e dell’istruzione (statale). In parte almeno, un ritorno alla scuola per i Pierini (destinati all’università) e i Gianni, da avviare a un lavoro (naturalmente nobile, com’è sempre il lavoro manuale per quelli che non hanno mai lavorato). Certo Bertagna può ricordare che nella legge 30 si sceglieva a tredici anni fra liceo classico e professionale, ma alla base del suo documento sembra esserci un astuto intreccio di enfatiche dichiarazioni egualitarie e banale antico classismo. Da un lato l’alta elaborazione di un concezione complessa del sapere, intreccio di teoria e pratica, astrazione ed esperienza (e sono belle le pagine sul rapporto fra sapere predisciplinare, formalizzazione "parziale" delle discipline e complessità della conoscenza post disciplinare); dall’altro lato, sulla base della riscoperta equivalenza di theoria e téchne, non l’offerta di questa interazione per la formazione comune di ogni ragazzo e ogni ragazza, ma la drastica separazione fra percorso professionale e teorico (svolgibili, chissà come, anche in modalità scuola-lavoro e apprendistato) – tanto dichiarati una volta per tutte di pari dignità e struttura (ma il ddl Moratti ha riportato i licei a cinque anni e lasciato gli altri "almeno a quattro"); e basta l’eguale durata e gli sbocchi superiori per valutare la dignità culturale dei percorsi di sapere?

Certo sembra una specie di nemesi. È come se la commissione Bertagna avesse detto ai berlingueriani: non sono equivalenti formazione e istruzione, e poi non avete dato voi competenza esclusiva alle Regioni sulla formazione-istruzione professionale… allora complicare tutto con moduli passerelle integrazioni: si può fare semplicemente un sistema duale e via.

A leggere interviste e scritti del prof. Bertagna sembra di seguire il pensiero di qualcuno che vive serenamente sulle nuvole, avendo sostituito alla realtà (dove chi sceglie un canale invece di un altro – prima dei 14 anni, anzi prima della terza media, già fortemente orientata – porta con sé non vocazioni o progetti di vita, ma destini sociali, requisiti, motivazioni e demotivazioni che già fanno la scuola che gli si prepara: la scarpa adatta al suo piede) lo schema ordinato di una favola, piuttosto ipocrita e presuntuosa.

E tuttavia è difficile non pensare che la sua doppia scuola "funzionerebbe" molto più razionalmente del grande pasticcio burocratico e pedagogico berlingueriano. Il ddl Moratti poi semplifica ulteriormente e punta tutto sul "buon senso" dei Padri e delle Madri – come spesso accade, terribile per i figli.

Va ulteriormente avanti, difatti, l’ormai consolidata ossessione valutativa sistematica e istituzionale: obiettivo resta tenere sotto controllo i risultati su cui misurare i processi, ridotti a procedure, e sottrarre spazio alle relazioni di scuola e alle soggettività.

Ogni due anni prove nazionali curate dal Servizio Nazionale per la Qualità del Sistema di Istruzione e di Formazione, verificheranno "scientificamente" conoscenze e abilità conseguite dagli allievi – possibile valutazione anche delle scuole che potranno (se vogliono, secondo Bertagna, sempre coerentemente nel suo mondo di nuvolette) rendere pubblici per i genitori-clienti i risultati. E il voto di condotta torna alla sua perduta centralità (addirittura si potrà ripetere l’anno se vi si somma un altro "debito") ancora in ossequio all’intreccio fra conoscenza ed etica, apprendimenti e comportamenti. Peraltro, nel disegno di legge governativo di riforma degli organi collegiali, spariscono anche i consigli di classe, ridotti (guarda un po’) a incontri fra i soli docenti per la distribuzione di voti – non per discutere o confrontarsi.

Insomma tutto si può misurare (una volta fatto l’ossequio alla complessità spirituale del "mistero della persona"). E certificare. Tutto può andare nel port-folio, a rappresentare il proprio profilo e "progetto di vita".

Anche l’orario si destruttura e privatizza, dividendosi in orario obbligatorio (25 ore settimanali) più 300 annuali aggiuntive che le scuole saranno tenute a offrire alle famiglie, ma che queste potranno anche non utilizzare o svolgere altrove privatamente, salvo farle poi riconoscere dalla scuola. E dunque alla fine potremo avere l’orario nazionale, la quota facoltativa opzionale, poi la quota regionale del curricolo e infine il vecchio 15% del curricolo d’istituto…

Questo guazzabuglio di roba rimane per la verità abbastanza imprecisato nel ddl Morati, che invece risolve molto all’italiana la questione del finire a diciotto anni, senza tagliare di un anno i licei (che sono l’unica scuola che interessa): si può anticipare di sei mesi l’ingresso alle materne e elementari, e dunque terminare gli studi a diciotto anni e mezzo (con buona pace del grande elogio della scuola dell’infanzia che era presente nel lavoro della commissione Bertagna, quando ricordava l’esigenza di non "scolasticizzare" precocemente la crescita dei bambini e delle bambine).

Alla fine se è vero che sbagliavano profondamente quelli che sottovalutavano la portata distruttiva della vittoria della destra (peggio di Berlinguer non potrà fare – una lezione la sinistra se la merita…), tutto sommato è anche vero che chi non ha criticato la filosofia di fondo, aziendalistica economicistica organizzativa, della riforma Berlinguer, potrebbe avere qualche difficoltà oggi a polemizzare con la Moratti e con l’autorappresentazione culturale del documento Bertagna.

A me pare che al fondo continui ad agire uno strano equivoco della società postfordista, che chiede proprio dal punto di vista economico una maggiore diffusione del sapere, e del sapere di base; ma poi viene chiamata a giustificare confusi meccanismi d’integrazione, la riduzione economicistica quantificativa e certificativa dei percorsi di scuola, una chiara quanta classista distinzione di destini scolastici.

E invece si tratterebbe di distinguere radicalmente, per tutti e tutte, fino almeno a sedici anni, formazione culturale comune e di base da professionalizzazione e addestramento – da spostare più avanti nell’età e nella scuola; non riferendo sapere e società al mercato del lavoro, ma anzi liberando le biografie da quella subordinazione, tutt’altro che giustificata, peraltro, in tempi di lavoro atipico e precario.

Forse ancor di più agisce al fondo di questo processo di riforma lo smarrimento (già iniziato nel berlinguerismo) della nozione di scuola pubblica. Né ambiente protetto ed omogeneo d’appartenenza ed esclusione (insieme aziendalistico nel modello d’efficienza e valoriale nel "coronamento" familistico - o nella deontologia professionale affidata agli esperti di etica: sempre cardinali e cattolici vari); né luogo di trasmissione di contenuti e prestazioni tecnicizzati. Piuttosto momento d’incontro di generazioni diverse, uomini e donne con una propria storia di identità e sapere, ma capaci di costruire un mondo comune a partire dalla pluralità dei punti di vista e delle culture. A partire dalla asimmetria dei ruoli nel misurarsi con una tradizione che non può vivere fuori di un dialogo e di una ricerca comune, riducendosi a funzione di una grande macchina ipervalutativa circonfusa di valori, sulla base dei quali sanzionare anche comportamenti o propensioni etiche.

All’interno di questa rifondazione pubblica della scuola si dovrebbero ripensare non solo le strutture (libere leggere cooperative pluralistiche) ma anche le questioni legate ai contenuti, senza divisioni banali fra severi nostalgici disciplinaristi e accoglienti destrutturatori del sapere.

In quello spazio pubblico di ricerca si può provare a costruire la dimensione aperta, intima e politica del sapere: intreccio di immaginazione e rigore, di "reti" e discipline formalizzate, di domande dubbi e conoscenze, di tradizione e conflitto. Rappresentazioni (incompiute ma non caotiche) del mondo e di sé. Capaci di dare senso e di accendere passioni.

andrea bagni