Esami per insegnare

Andrea Bagni

Durante gli esami di stato, chissà quanti ragazzi si saranno resi conto che dietro quel discorso del Presidente del Consiglio nell’ambito delle "Celebrazioni Ufficiali Italiane per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2002", c’era Silvio Berlusconi. Non molti credo. Quello che entra nella scuola finisce per avere sempre una specie di sanzione di astratta atemporalità: diventa roba scolastica, per definizione lontana dal mondo. Più "drammatica" mi è sembrata la scheda storica proposta per il saggio breve sul totalitarismo, strampalata serie di numeri e regimi chissà da quale curioso schedario di contabilità del bene e del male uscita; unico senso stabilire la graduatoria finale. Qui è proprio la memoria che rischia di essere "manomessa": fascismo quasi non-violento, da italiani brava gente, nemmeno un morto fra i suoi avversari; nazismo invece cattivello (d’altra parte erano tedeschi) ma i milioni di ebrei diventano vittime della guerra. È il comunismo imbattibile, ovviamente, nella demonizzazione ed eliminazione degli avversari (e non aveva ancora il suo braccio armato nella magistratura).

Tuttavia mi piace ricordare l’introduzione di Piero Calamandrei ad un bel racconto di Marcella Olschki sulla scuola fascista (Terza liceo 1939 editore Sellerio). I giovani hanno mille risorse, scrive, prima fra tutte quella dell’ironia, per tenere a distanza i messaggi volgarmente propagandistici. Forse, in generale, semplicemente non si fidano di ciò che arriva come "verità" sfruttando l’altezza di una cattedra…

Certo penso anche che quella terza liceo di cui racconta Marcella Olscky rappresentava – a suo modo – decisamente un’élite; e penso anche che i messaggi conformistici di oggi sono molto meno goffamente autoritari (per quanto su una goffaggine del potere sembri sempre di poter contare in Italia – ma sarà il segno della sua debolezza o la radice del suo successo come "autobiografia" della nazione?).

Poi questa distanza (possibile) delle menti giovanili dai discorsi scolastici – questo far diventare tutto scuola, dunque esperienza "dovuta" ma che poco ha a che fare con la propria vita, e anzi con la vita in generale – è un’arma a doppio taglio: una forma di legittima difesa penso ogni tanto, ma anche la triste burocratizzazione di un’esperienza collettiva, così diffusa fra noi a scuola, e così "conservatrice". Tutto viene addomesticato. L’importante è non avere noie. In fondo è solo scuola. E infatti ecco proprio noi adulti tutti presi a riempire verbali d’esame che non c’entrano niente con quello che si fa veramente nella commissione: strambi criteri di un po’ di tutto che arrivano dalla scuola del presidente; griglie copiate dalla commissione accanto, che nessuno poi guarderà più - salvo riempirle di crocette per punteggi fatti tornare con la valutazione decisa altrove da un altro in altro modo. Perché che senso avrebbe ribellarsi, è tutta burocrazia.

In fondo anch’io, di fronte alle tracce, la prima cosa che mi sono domandato è stata: sono "fattibili" o no? Ce la faranno a cavarsela i miei studenti… e mi sono risposto tutto sommato di sì, che erano abbastanza facili – esattamente come avrebbero detto loro, i miei giovani eroi: come se avesse senso parlare di "temi facili" o difficili… Però c’era da scrivere, prof. Ed era abbastanza chiaro cosa si voleva: totalitarismo contabile, Pirandello solare ed ottimista delle domandine (i totalitarismi fanno sempre una certa fatica ad ammettere il pessimismo), l’amore poetico della famiglia. E poi per la poesia nella modernità e l’acqua oggi-nel-mondo, un sacco di testi (splendidamente insignificanti quelli sull’acqua), antichi inviti alla vecchia pratica dello svolgimento del tema come parafrasi della traccia. (Ma uno studente ha scritto bizzarramente, forse come educazione alla salute, che la poesia si trasmette per via orale, regalando un brivido di maledetto erotismo alla commissione - che in fondo non fa male alla poesia; e a proposito delle perle di saggezza del nostro Presidente - affinché vi sia cibo occorre che vi sia acqua – coerente lo svolgimento di un candidato: oltre che per mangiare è fondamentale per bere e per lavarsi e tutte le volte che tiriamo lo sciacquone. Possibile futuro collaboratore della Presidenza del Consiglio).

E invece ci sarebbero tante cose di cui discutere a proposito di esami.

Per me, ad esempio, è sempre sorprendente il momento del colloquio. Un insegnante – considerato quello che sono diventati i consigli di classe – non ha molte occasioni per conoscere che cosa succede nelle ore delle altre discipline: di cosa si parla, su quali contenuti si lavora, come. All’esame invece si sentono domandare (ed esporre nei "percorsi", nelle "tesine" ecc.) un sacco di cose. Mi sembra che un po’ si capisca il quadro complessivo del fare scuola.

L’impressione che ne traggo – certo un’impressione, molto approssimativa – è che sia piuttosto difficile definire quel quadro un quadro. Almeno in un istituto tecnico, assomiglia alla soffitta dei miei genitori, rigorosa organizzazione di non si sa cosa: dai giocattoli di quand’ero bambino, al forno a microonde che non sono mai riusciti a far funzionare.

Uno studente comincia parlando della crisi dell’anima occidentale fra avere ed essere, della diversità del poeta nella società consumistica, poi si gira da una parte e spiega la convenienza per i risparmiatori dei bot e cct, o la differenza fra avere un conto con firma congiunta o disgiunta; si gira ancora sulla sedia e descrive la gestione delle scorte di magazzino, poi parla della pericolosità delle anfetamine, della giusta dose di carboidrati nella dieta e della posizione del contraente di un’assicurazione nelle pratiche del sinistro. E così via. Come se dallo zoppicante Zeno Cosini si passasse alla muscolatura del ginocchio – fragile evanescenza della metafora.

Non che i ragazzi e le ragazze sembrino a disagio in questo mare di micro e macro conoscenze, così concrete così astratte. Anzi Chiara (nel mio tecnico commerciale ERICA) porta "Il Turismo" e così passa dal grand tour e dal vedutismo in arte, all’invito al viaggio di Baudelaire, fino alla crisi del turismo alle Bahamas dopo l’11 settembre e al funzionamento di un voucher in un’agenzia turistica…

Chiaro che porsi il problema di una qualche definizione e sintesi del sapere "necessario" oggi può suonare presuntuoso. Ma non c’è comunque un problema di metaconoscenze; non è che qualcosa, diciamo di unificante, dovrebbe avvenire nelle teste delle ragazze e dei ragazzi che la scuola l’abitano "unitariamente" per tanto tempo? Non avviene comunque? Il rischio è una specie di collezionismo autoreferenziale di variegate stravaganti nozioni, anzi di file stile "sfoglia nel cd", buone solo per le domandine di scuola e delle quali è assurdo chiedere il senso: devi rispondere per andare avanti nell’installazione del programma. (Tanto più che effettivamente le risposte giuste hanno spesso percorsi rigidamente predefiniti: alla domanda che cosa accade a Marcel quando prova con il tè la famosa madeleine, non si può rispondere rivive la sua infanzia: pas du tout, egli prova una forte emozione – l’infanzia arriva molto dopo…).

Da una parte arrivano agli studenti discorsi sui massimi sistemi e sulle intermittenze dell’anima – il più delle volte senza troppo rigore di dati, documenti e analisi dei testi; dall’altra microsaperi che penso si potrebbe imparare in venticinque minuti una volta di fronte al caso concreto. O sul posto di lavoro. Non dovremmo domandarci prima di tutto, semplicemente quali sono le conoscenze da insegnare in un luogo strano e separato come una scuola - micro e macro, possibilmente meta - e quali quelle diversamente utili da acquisire invece altrove?

Questione non risolvibile semplicemente sommando nello stesso contenitore codice poetico e codici fiscali, educazione stradale informatica e sessuale; né immaginando bienni integrati con qualcuno di una classe che fa qualche modulo di avviamento al lavoro e qualcun altro che studia latino e greco, pensando che così non saranno separati in scuole di serie A e B – la questione restando in realtà di qualità del sapere (cioè appunto di grammatiche, linguaggi, metaconoscenze, autonomia critica personale) e di orizzonti comuni di senso: formativi della persona e del cittadino (e del lavoratore post società del lavoro), oppure precoce adattamento alla flessibilità del mercato.

Insomma le questioni da discutere sarebbero molte. E il quadro della scuola di oggi è quello che è.

Ma poi ci sono anche belle sorprese.

Molte ragazze e ragazzi ancora – malgrado la noia che sembrano esprimere per gran parte dell’anno, per gran parte degli anni – poi alla fine si vede bene che ci tengono tantissimo a fare bella figura all’esame. Non era mica scontato. E portano a volte anche percorsi sorprendentemente originali, creativi e personali. Scelgono argomenti loro, che curano per conto loro (su internet, ma non solo); parlano di omosessualità e fascismo mostrando sequenze da Una giornata particolare; fanno ascoltare Bye bye baby per poi parlare di Marilyn, Andy Warol e Pasolini (trovato sul web il file-audio della poesia per la "sorellina minore" recitata da Laura Betti); introducono il sempre mitico Sessantotto cantando accompagnati da chitarra e armonica Blowind in the wind. Confrontano la Lupa di Verga con la "madre di Cecilia" manzoniana, con la maternità di Sironi…

Insomma, malgrado i nostri sforzi, forse non riusciamo ancora a spengerli del tutto i nostri utenti-clienti (anche se poi i "creativi" – quelli che studiano solo quello che gli interessa, non rispettano le scadenze, non hanno disciplina, non vorrete mica premiarli… – vengono regolarmente penalizzati dai voti, sempre frutto di una media fra le diverse interrogazioni. E tuttavia la misura dei voti non vale allo stesso modo per tutte e tutti, per fortuna).

Chissà allora che nelle loro teste il grande guazzabuglio, enciclopedia impazzita del nostro sapere, non produca qualche strana sintesi, frutto di una specie di apprendimento a (ironica) distanza – dove stanno qui, in questa scientifica soffitta del presente, i miei desideri? che ci posso fare io con tutta questa roba?.

Forse qualcuno/a entrerà in banca per sentirsi dire che non si concedono mutui a chi ha lavori precari, qualcun altro ci farà carriera (ma chissà che farà nel tempo libero). Forse conosceranno abbastanza confusamente (però il caos fa quasi parte del gioco oggi), un po’ di cose di questo mondo, e un po’ di un altro, loro personale. Materiale e immaginario. Possibile.