Arrivano i saraceni

Maurizio Disoteo

Negli ultimi mesi, sostenuta dalle dichiarazioni di eminenti personaggi del clero cattolico e di alcuni dirigenti politici della destra si è sviluppata nel nostro paese una singolare crociata contro "l'islamizzazione dell’Italia".

Le preoccupazioni di questi signori potrebbero in realtà far ridere, data la minoranza ancora esigua costituita dai musulmani in Italia e dai pochi spazi a loro disposizione. Tuttavia la questione merita di essere approfondita per almeno due ragioni, di natura sociale e politica.

Dal punto di vista sociale, è innegabile che la presenza islamica in Italia, ancorché oggi ancora limitata rispetto ad altri paesi europei, andrà aumentando nei prossimi anni. La presenza di immigrati di credo islamico è destinata a crescere nei prossimi anni e a questo dato farà riscontro anche la nascita di generazioni di italiani musulmani, nati dalle famiglie di tali immigrati. Inoltre gli scambi con i paesi islamici sono sempre più frequenti ed è probabile che un numero crescente di italiani si converta all’Islam, per disinteressate ragioni di tipo religioso, ma anche, per esempio, per poter sposare una donna musulmana (conversioni di convenienza, che poco producono sul piano delle pratiche reali, ma che sono pur sempre tali).

Sul piano politico, invece, è evidente che la destra e i settori dell’integralismo cattolico sfruttano la paura di una presunta e improbabile "islamizzazione" per sostenere le loro campagne contro l’immigrazione e per il rilancio di un controllo cattoclericale sulla vita civile, politica, culturale e scientifica italiana.

E’ infine evidente che la campagna contro l’"islamizzazione" dell’Italia si fonda su alcuni pregiudizi e luoghi comuni abbastanza diffusi e su una visione confusa dell’Islam, purtroppo largamente presenti anche nella sinistra.

La questione merita quindi una discussione attenta, serena e pacatamente laica.

 

Islam e mondo arabo.

Un primo luogo comune che viene proposto con ossessiva ricorrenza è l’identificazione di musulmano e di arabo. Esistono evidentemente delle ragioni storiche, relative alla nascita e alla prima diffusione dell’islam che sostengono questa identificazione, oggi comunque arbitraria.

L’islam é la religione prevalente del mondo arabo, ma è diffuso molto oltre tali confini: basti pensare che, dal punto di vista numerico, il paese in cui vive il maggior numero di musulmani è l’India, che l’Iran, il Pakistan e la Turchia non sono paesi arabi, che la presenza islamica é forte, se non prevalente, in molti paesi europei, come diverse repubbliche dell’ex URSS.

Non si deve poi dimenticare che l’Islam è religione maggioritaria in molti paesi dell’Africa nera. Per converso, non tutti gli arabi sono musulmani, esistendo arabi cristiani, ebrei, non praticanti alcuna religione.

L’assimilazione del concetto di "islamico" a quello di "arabo" appare quindi infondata.

Questa identificazione rende talvolta abbastanza patetiche le uscite della destra, come nel caso della contestazione dell’apertura della moschea di via Meda a Milano, dipinta dalla Lega e dal Polo come una possibile invasione del quartiere da parte di immigrati, magari clandestini e malintenzionati.

In realtà, l’iniziativa in questione, anche se rivolta a dare uno spazio di preghiera a tutti i musulmani, indipendentemente dalla loro nazionalità, è partita da un gruppo composto prevalentemente da italiani raccolti intorno alla Co.reis (Comunità religiosa islamica), che già da anni ha una propria sede in Via Meda e che certamente non ha mai costituito un problema di ordine pubblico.

Questo caso, tra molti altri, dimostra la strumentalità e la superficialità di molte polemiche e ridicole battaglie politiche.

La pretesa di far coincidere l’identità musulmana con quella araba risponde a due diverse intenzioni politiche.

La prima è quella di dare all’islam un’identità "etnica". Il termne di etnia viene spesso associato a identità ancestrali, a un’immaginario che ha qualcosa da condividere con il "sangue". Fatto salvo che, dal punto di vista antropologico, il concetto di etnia è ormai correntemente considerato una costruzione culturale, è ben difficile ritenere , anche in tale prospettiva, i musulmani come un’etnia. Tutto questo a dispetto, per esempio, di molti articoli apparsi sulla stampa italiana durante la guerra in Jugoslavia, in cui spesso i musulmani venivano definiti proprio come etnia.

La seconda intenzione, non meno truffaldina, vuole proporre l’idea che un’eventuale espansione dell’islam in Italia sarebbe dovuta solo a un’invasione di immigrati arabi (e quindi islamici), anziché a un naturale processo di "traffico delle culture".

In entrambe i casi, comunque, si vuole dipingere un’eventuale crescita dei fedeli musulmani come un’occupazione dell’Italia proveniente dall’esterno e non come una normale e pacifica trasformazione della società italiana ed europea in un momento di enormi cambiamenti planetari. A tutto questo si deve aggiungere che il carattere etnico-tribale attribuito all’Islam é funzionale a scatenare le paure più irrazionali e a predisporre i cittadini all’intolleranza.

 

L’Islam come regola della vita civile

Un argomento che viene spesso usato per giustificare le paure di un Islam incompatibile con la vita civile italiana è quello secondo il quale la religione Islamica proporrebbe una totale compenetrazione di religione e di politica.

E’ piuttosto singolare che questa contestazione venga posta proprio nel momento in cui le gerarchie cattoliche tentano, con tutti i mezzi, di estendere un controllo religioso su ogni aspetto della vita italiana.

Sono sotto gli occhi di tutti i recenti interventi vaticani sulla scuola, la ricerca scientifica (trapianti, cellule staminali, ecc.), gli stili di vita pubblici e privati dei cittadini (famiglia, omosessualità ecc.), che pongono pesanti ipoteche sulla laicità del nostro stato.

Indubbiamente, l’Islam si pone, in molti casi, come regolatore della vita politica e sociale dei cittadini, ma nessuna religione è esente da questo tipo di atteggiamento, almeno non certo quella cattolica in Italia o quella ebraica in Israele, paese a cui raramente vengono attribuite le caratteristiche teocratiche di cui in genere vengono accusati altri paesi musulmani.

Ancora più irritante è, comunque, in una prospettiva laica, l’idea che l’Italia dovrebbe difendere la sua identità "cattolica" dalla contaminazione islamica.

Mi chiedo se queste posizioni non siano eccessivamente sbilanciate nel ritenere che tutti gli italiani siano cattolici e che abbiano una particolare passione nel difendere l’identità cattolica del nostro paese. Nessuno nega che la cultura e le tradizioni cattoliche siano molto importanti, in Italia, ma almeno si dovrebbe rispettare chi è italiano ma non vuole essere arruolato per forza nel novero dei cattolici.

Ancora una volta, al di là della ragione, che vedrebbe una sana e positiva coesistenza di più religioni e magari di persone non credenti, prevale l’idea del muro contro muro, dell'"etnia" contro "etnia", italiani cattolici contro arabi musulmani.

La questione vera, evidentemente, è ancora quella di voler riaffermare in modo unilaterale il potere della chiesa cattolica in Italia, accompagnato da progetti politici che agitino in modo demagogico l’opposizione a un’immigrazione peraltro naturale ed inevitabile nell’attuale contesto mondiale.

 

Pregiudizi e pregiudizi

Sulle abitudini dei musulmani, ma ancor più grave, sulla loro religione, sono stati sparsi a piene mani, negli ultimi anni, molti pregiudizi volti a descrivere in modo negativo la loro fede e i loro comportamenti.

In particolare, molte critiche si sono levate contro il ruolo sociale subalterno che l’Islam attribuirebbe alle donne.

E’ importante ricordare che l’Islam, per la sua storia e la sua diffusione, non può essere affrontato e analizzato come un fenomeno unico, senza tenere conto dei legami e degli intrecci che esso ha costruito e costruisce nei diversi paesi e culture, con le strutture economiche, le società preindustriali e quelle industriali, le pratiche sociali e religiose dei diversi popoli con cui è venuto in contatto.

L’Islam è un mondo variegato e in continuo movimento, difficilmente schematizzabile in un solo modello; anche la condizione della donna nell’Islam é quindi diversa e mutevole nelle diverse situazioni socioeconomiche, nei vari e paesi e spesso nelle diverse regioni dello stesso paese. Una differenza importante è, per esempio, quella tra l’ambiente cittadino in cui l’inserimento della donna nel mondo dell’istruzione e del lavoro è più facile e quello della campagna, dove tali processi sono più complicati. Ma questa condizione femminile, nel rapporto città-campagna, non è probabilmente specifica del mondo islamico, riguardando anche molte altre situazioni.

Appare quindi nella sua strumentalità il tentativo che viene proposto da molti organi d’informazione di far coincidere la condizione della donna Islamica sempre con quella del paese in cui essa vive nelle condizioni che sono ritenute le peggiori. Così, all’Iran di Khomeini, dopo l’avvento al potere di Khatami, si è provveduto a sostituire nell’immaginario dei nostri media la donna islamica-iraniana con quella islamica-afgana.

La visione della donna nel mondo islamico viene così fatta coincidere con quella delle donne afgane, frutto di una lettura caricaturale e delirante dell’Islam, che, giova ricordarlo, è propria dei Taleban, che si sono insediati al potere con il determinante aiuto in chiave anticomunista e di potere regionale degli USA e di Benazir Bhutto, nota per le sue posizioni di valorizzazione del ruolo delle donne nel mondo islamico (ma gli interessi di potere vanno ben oltre la vita delle donne afgane). La condizione della donna nel mondo islamico è quindi da affrontarsi con una maggiore attenzione e tenendo conto delle grandi diversità che percorrono tale mondo, avendo anche un atteggiamento rispettoso delle stesso donne musulmane, che sono tutt'altro che incapaci di giocare un loro ruolo nella società, anche se in forme e con atteggiamenti diversi da quelli maggioritari in molti paesi europei.

Il mondo islamico è popolato da donne che studiano, lavorano, fanno ricerca, si dedicano alle arti, si impegnano politicamente. Ma la politica dei grandi mass media italiani ignora massicciamente tutto ciò: quando si parla di donne musulmane la discussione cade subito sul "velo", l’escissione e l’infibulazione.

Il "velo" non è affatto chiaramente prescritto dal Corano ed è entrato nell’Islam attraverso influenze cristiano-orientali; la Legge prescrive anzi come fatto raccomandabile che la fidanzata sia veduta dal futuro sposo prima del matrimonio e un momento particolarmente importante come la preghiera deve essere effettuato dalla donna a viso scoperto, regola estesa al pellegrinaggio alla Mecca. Come abbiamo detto, l’uso del velo pare comunque essersi diffuso tra le classi alte cittadine degli arabi islamizzati in seguito all’incontro con le classi alte bizantine (cristiane) che seguivano tale usanza e coincide con la sedentarizzazione dei gruppi nomadi e la distinzione tra spazi "pubblici" e "privati". Inoltre, l’usanza del "velo" è attestata in tutto il bacino del Mediterraneo da tempi antichissimi e per quanto riguarda le "religioni di Abramo" essa è segnalata già nell’Antico Testamento (Gen. 24, 63-65). La questione del "velo", poi è davvero troppo diversificata nei diversi paesi e regioni per poter essere affrontata come unica. Esistono infatti tanti "veli", quello ereditato dalle antiche società patriarcali, quello delle casalinghe, quello delle studentesse, che hanno ciascuno una motivazione, non sempre ideologica ma talvolta pratica. Il problema vero è che l’Islam, nella sua diffusione, ha incontrato sul suo cammino tradizioni e costumi di diversa origine culturale e sociale e alcuni di questi costumi sono stati, in modo variabile e cangianti, assorbiti nella vita sociale e ritenuti parte integrante dell’Islam.

Giova per esempio ricordare che la pratica della circoncisione maschile, presente ovunque nei paesi islamici, non è prescritta rigorosamente da alcun testo, ma fortemente raccomandata dalla tradizione successiva, che peraltro si ricollega agli usi degli arabi non musulmani seguenti ad Abramo.

Tutte le religioni che hanno una grande diffusione sono soggette a questi processi: il cattolicesimo si è spinto in questo senso molto oltre l’Islam, non limitandosi all’integrazione di alcuni usi e pratiche sociali, ma dando persino luogo a religioni sincretiche, come nel caso, per esempio del vodu haitiano.

Per quanto riguarda poi la questione dell’escissione e dell’infibulazione, si può solo dire che si tratta di pratiche, ancora diffuse anche se fortunatamente in decadenza, presenti in alcuni paesi africani ma che non hanno alcun riscontro nell’Islam e che sono attualmente vietate da molti paesi a maggioranza musulmana, come per esempio l’Egitto, il cui governo si è impegnato formalmente, negli ultimi anni, ad impedire (anche se in quel paese la pratica era piuttosto limitata).

Guardando più propriamente alla storia dell’Islam è bene ricordare che l’opera del profeta Muhammad fu rivolta con particolare attenzione al miglioramento della condizione della donna, relativamente al contesto in cui si svolse, vale a dire quello del settimo secolo d.C., con l’introduzione di importanti modifiche relative, in particolare, al diritto di famiglia (eredità, divorzio ecc.).

Certamente esistono passaggi, nel Corano, che alimentano esplicitamente l’idea che la donna sia un gradino al di sotto dell’uomo, ma è abbastanza semplicistico attribuire le situazioni di svantaggio della donna in alcuni paesi del medio ed estremo oriente solo all’Islam. La condizione della donna in tali paesi è determinata da una pluralità di condizioni, all’interno delle quali l’Islam e un fattore decisivo ma non certo unico, e spesso le donne si trovano in una situazione peggiore di quanto il Corano non detterebbe.

Usare quindi la condizione della donna in alcuni paesi mediorientali come un argomento a sostegno di una difficoltà d’integrazione dei musulmani nel nostro paese, adducendo il fatto che le abitudini sociali e familiari sono troppo lontane, è piuttosto strumentale.

Inoltre, non si deve dimenticare che se l’Islam atribuisce alla donna una posizione inferiore all’uomo, ciò avviene anche nella religione cattolica, a cui si vorrebbero assimilare la cultura e le tradizioni italiane.

 

Il "rifiuto dell’integrazione" e la questione della "reciprocità"

Un’altra singolare e infondata affermazione riguarda il presunto rifiuto che i musulmani opporrebbero all’integrazione e al rispetto delle leggi italiane e alle loro abitudini di vita che li renderebbero incompatibili con la vita civile italiana.

Questa singolare affermazione non tiene conto che la presenza islamica nel nostro paese, anche se numericamente ridotta, non è una novità e in Italia vivono da molti anni musulmani di origine straniera oppure italiani che non hanno alcun problema dal punto di vista dell’integrazione sociale.

E’ anche bene ricordare che la cultura islamica; tra l’altro, ha contribuito anche, in parte, a creare alcune delle nostre abitudini, parole, nomi e cognomi, in particolare ma non solo attraverso il periodo della dominazione araba su parte dell’Europa meridionale, tra cui alcune regioni italiane.

Uno dei costumi musulmani che vengono spesso citati come inconciliabili con la nostra cultura è la poligamia. In un recente servizio televisivo si è sentito un manifestante leghista di costumi non certo raffinati sostenere che i musulmani vorrebbero "mettere il velo a tutte le italiane e farsi l’harem con le nostre donne".

E’ noto che il Corano consente ai maschi musulmani di essere poligami, anche se con il limite di quattro mogli a condizione di trattarle in modo paritario. Tanto che nel testo è contenuta, in seguito, una considerazione sull’impossibilità di tale trattamento paritario che sembra contraddire la liceità della poligamia.

Al di là di dispute dottrinarie che non sono l'oggetto di questo contributo, va tuttavia sottolineato che la poligamia è un istituto in rapido regresso in molti paesi del Medioriente anche a causa del mutare della situazione sociale e politica; alcuni di tali paesi peraltro hanno anche abolito questo istituto dal proprio codice civile (la Tunisia, per esempio, già dal 1956). Ancora una volta, quindi la realtà islamica va vista come polisegmentaria, articolata e in movimento attraverso continui rapporti con le altre religioni e culture e con le trasformazioni dei rapporti sociali e di produzione.

Un’altra questione che viene spesso sollevata dalle destre, in particolare per opporsi alla costruzione di luoghi di culto musulmani, ma per poi giungere, di fatto, alla totale negazione di diritti per i musulmani, in particolare se immigrati, è quella della cosiddetta "reciprocità".

In sostanza, non si potrebbe dare piena cittadinanza all’Islam perché nei paesi musulmani i cristiani non sarebbero liberi di praticare la loro religione. Anche questa posizione non è corretta, in quanto nella quasi totalità dei paesi musulmani le pratiche religiose non islamiche e in particolare quelle cristiane sono libere. Non solo, ma molti paesi hanno promosso leggi e normative che riconoscono nel calendario le feste cristiane come quelle musulmane, oltre a promuovere accordi collettivi e individuali sul giorno settimanale festivo.

Tuttavia, tutto ciò non sembra essere considerato dagli allarmisti dell’"invasione islamica", presenti in Italia come in altri paesi europei. Per esempio, in Francia, dove i musulmani raggiungono ormai il 10% la questione viene agitata come un grave problema di "islamizzazione" del paese. Una percentuale analoga (cioè del 10%) di cristiani coopti è presente in Egitto, ma nessuno ha mai gridato al rischio della "cristianizzazione" dell’Egitto.

 

La questione della rappresentanza

Non c’è dubbio che, per condurre qualunque persona, immigrata o no, verso il rispetto delle leggi e delle norme sociali la via migliore sia quella di riconoscerne i diritti di cittadinanza (economici, sanitari, politici e, in questo caso, religiosi).

Questa è la vera reciprocità, vale a dire chiedere il rispetto delle leggi all’interno di un quadro di garanzia sostanziale e formale dei diritti civili e politici.

In realtà è evidente che la destra si professa contro l’immigrazione in modo strumentale, in quanto tutti ormai sanno che l’immigrazione, oltre a essere un fatto storico normale e inarrestabile è anche necessaria per la nostra economia. Tuttavia, è meglio che l’immigrato lavori in nero, senza contratto né contributi per favorire i profitti delle grandi o piccole imprese del nord-est tanto amate anche da personaggi insospettabili come Massimo Cacciari, oltetutto indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori italiani e degli immigrati regolari.

Tuttavia, chi è senza diritti e vive una condizione di marginalità non può sviluppare un senso di cittadinanza, che si può fondare solo su una parità di diritti e di doveri.

Limitandoci all’aspetto del problema che riguarda il riconoscimento dei diritti di culto e di pratica religiosa islamica, si sente spesso dire che una convenzione tra stato italiano e comunità islamica sarebbe impossibile perché i musulmani non hanno una rappresentanza unitaria sufficientemente autorevole. Questa situazione deriva dal fatto che l’Islam non ha una gerarchia ecclesiastica unitaria rappresentativa e una "Chiesa" come la religione cattolica; tuttavia è pur vero che in Italia esistono diverse associazioni, diversamente significative della realtà islamica; tra queste alcune hanno da tempo proposto anche degli articolati protocolli di convenzione con lo stato.

Il problema, come sempre, è di volontà politica. Non si vede perché lo stato italiano non possa arrivare a una discussione aperta con le diverse realtà rappresentative del mondo islamico, anche se facenti capo ad associazioni diverse. Qualora ciò non fosse possibile, si potrebbero trovare altre soluzioni, come quella adottata già da un paio d’anni dal Belgio, dove interlocutore dello stato è un consiglio islamico eletto da tutti i musulmani, stranieri e belgi, che tiene conto della necessità di rappresentare tutte le diverse componenti confessionali e nazionali. E’ solo la via dell’incontro e della stipula di accordi chiari che può garantire un vantaggio reciproco per lo stato e per i musulmani. Tuttavia, questa strada trova ostacoli molto forti dal punto di vista politico. Alleanza Nazionale ha tenuto in novembre un convegno sul tema dell’Islam in Italia in cui si è ancora una volta ribadito che una convenzione complessiva dello stato con i musulmani è prematura. Tacendo sugli svarioni culturali degli "esperti" del partito post (?) neofascista appare abbastanza divertente l’affermazione di Gianfranco Fini secondo il quale "nessuno si oppone al principio della libertà di culto, ma altro è pensare a un’assenza totale di paletti. Perché messa così, se a qualcuno venisse in mente di ispirarsi a un’antica religione, potrebbe finire per rivendicare la libertà di compiere sacrifici umani nel tinello di casa" (citato in La Repubblica del 23/11/2000, pag. 11). Evidente, in tale dichiarazione, il desiderio di confondere le acque, mescolando la questione della presenza islamica in Italia con il riferimento ad "antiche religioni" di indefinita origine e da pratiche sacrificali umane sconosciute all’Islam.

Il problema è quindi essenzialmente politico: si vuole agitare di fronte all’opinione pubblica la paura di un’invasione arabo-islamica che porterebbe allo sconvolgimento della vita sociale italiana facendo leva sulla disinformazione, sulla confusione e sull’irrazionalità.

In realtà, dietro a tutto ciò stanno solo la propaganda politico-elettorale della destra , gli interessi dei gruppi economici ad essa legati e la volontà della Chiesa cattolica (almeno nei suoi vertici e nelle sue componenti più integraliste) di riaffermare il suo potere sulla società italiana, assimilando la cultura e le tradizioni italiane al cattolicesimo.

Sarebbe comunque ingiusto chiudere questo contributo senza rilevare che forti pregiudizi sono presenti anche nella sinistra italiana che spesso avalla una visione superficiale dell’Islam e che, dal punto di vista politico, sembra spaventata dall’idea di affermare cose che si presuppone siano in contrasto con il senso comune corrente. Inoltre, sono sotto gli occhi di tutti le continue compromissioni e ossequienze che hanno caratterizzato gesti ed azioni di singoli esponenti e dell’intero governo di centro sinistra verso le iniziative e le pretese della Chiesa cattolica (finanziamento delle scuole confessionali, immissione in ruolo degli insegnanti di religione, partecipazione e sponsorizzazione economica delle iniziative del Giubileo ecc.).

Bibliografia

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