Tra dispositivo e apparato ideologico

RAFFAELE MANTEGAZZA *

Educare significa esercitare un potere, ma si tratta di un potere esercitato sulle dimensioni che rendono possibile un'esperienza piuttosto che sui soggetti che la vivono educativa. L’educatore o l’educatrice possono modificare quelle dimensioni più che (direttamente) questi soggetti

 

È il valore di un numero, di un nome, di un oggetto, di una voce a mutare radicalmente quando fa il suo ingresso in quel peculiare campo di esperienza che definiamo educazione.

 

Campi educativi, dispositivi di esperienza

Come l’attività onirica, come l’arte, come il teatro l’esperienza educativa modifica le cose, le rende altre da quello che sono ed attraverso queste nuove identità degli oggetti, attraverso la loro strutturazione in nuovi setting, costituisce determinati soggetti1. "Esisterà allora qualcosa di simile a un’ontologia regionale tipicamente educativa, un mondo della formazione"2, un campo esperienziale nel quale la dimensione del soggetto non costituisca un dato ma un risultato; campo di cambiamento e di trasformazione del soggetto, non tanto nel senso che il soggetto cambia ma che un determinato modo di essere soggetti viene posto in essere. Il mondo della formazione così delineato è allora un dispositivo3, intendendo con questo termine un insieme strutturato e solo parzialmente visibile di norme, oggetti, rituali, fantasmi, proiezioni, tecniche, metodologie, prescrizioni, soggetti; il dispositivo è dunque sia la rete che si stabilisce tra elementi eterogenei, sia la natura del legame tra gli elementi, sia la funzione strategica cui tale insieme risponde, sia infine la surdeterminazione funzionale di ciascun elemento sull’altro4. Strutturare gli elementi di un setting in un certo modo e non in un altro significa instaurare un dispositivo pedagogico5, il cui fine non è dare luogo a una rappresentazione artistica ma unicamente permettere la costituzione di soggettività. Possiamo allora definire l’educazione come dispositivo esperienziale che permette e la costituzione di nuove soggettività, ovvero come dispositivo antropogenetico in atto.

 

Strategie di controllo, condizioni redazionali

Intendendo la formazione come costituzione, assemblaggio e supervisione di quelle condizioni strutturali, esistenziali, storico-sociali e discorsive che rendono possibile l’emergere di una tra le possibili forme di soggettività umana, penseremo allora al dispositivo pedagogico come una unità strutturale6 di pratiche che architettano e gestiscono spazi, scandiscono e colonizzano tempi, producono e diffondono discorsi e relativi saperi, permettono e controllano esperienze, organizzano e celebrano rituali, addestrano e modificano corpi, manipolano e distribuiscono oggetti, costituiscono e strutturano soggettività. Non stiamo parlando qui dell’aspetto visibile delle istituzioni educative o di quello che viene definito il setting: quest’ultimo non è il dispositivo perché ne costituisce semmai la parte visibile e corporea; la materialità del dispositivo affonda nelle dimensioni latenti, invisibili, inconsce. Si tratta allora di un dispositivo7 materiale ed inconscio (queste due dimensioni vanno sempre considerate nella loro strettissima unione, altrimenti la materialità viene intesa come bruta fattualità empiricamente constatabile e viene del tutto ignorata la svolta epistemologica costituita dal pensiero freudiano) e per ciò stesso in gran parte latente (potremmo dire, abusando di una già consunta metafora, che il setting non è che la punta dell’iceberg, ma è altrettanto vero che le dimensioni materiali del setting sono anche abitate e sovradeterminate dal peso inerziale del dispositivo: dunque non è che il dispositivo si collochi "al di sotto" del setting ma lo abita come sua dimensione ineludibile e nascosta); il dispositivo pedagogico è inoltre effettuale e va studiato, per dirla con Foucault8, nelle sue positività, nei suoi effetti di potere che sono poi effetti di soggettività; esso è un dispositivo relazionale (in quanto declina e mette in scena una ed una sola tra le possibili modalità di relazione tra esseri umani, quella educativa appunto), strategico (in quanto connesso a un determinato assetto sociale che attraverso di esso mette in atto la costituzione di soggettività specifiche, funzionali all’assetto medesimo) e dunque disciplinare e di controllo (e occorrerà anche qui studiare gli effetti positivi delle strategie di controllo e disciplinari, che non si applicano tanto su soggetti già dati ma in un certo senso fanno nascere un particolare tipo di soggettività9).

 

Uno spazio di definizione - una dimensione iniziatica

L’aspetto forse più interessante del dispositivo pedagogico è il suo carattere finzionale: abbiamo già visto come nel cerchio magico dell’educazione si attui quella surdeterminazione degli oggetti che lo rende simile al dispositivo teatrale; ma definire l’educazione come spazio di finzione significa pensare a un dispositivo che riconosce il valore delle regole e delle norme ma solo all’interno dei propri spazi e dei propri tempi. Il delirio di onnipotenza dell’educazione è allora in un certo senso attenuato se si pensa all’educazione come a un dispositivo che si autoregola e che pone in essere norme e sanzioni che valgano solamente all’interno dei suoi territori10. Infine quella che costituisce forse la peculiarità più propria del dispositivo pedagogico, se intesa comunque in relazione con le precedenti, è il suo caratterizzarsi come dispositivo iniziatico, che in quanto tale incrocia le dimensioni della formazione come romanzo individuale e come strategia sociale, anzi che fa della narrazione una strategia pedagogica funzionale alla perpetuazione dell’ordine sociale attraverso la costituzione di nuove forme di soggettività; come il rito iniziatico allora il dispositivo provvede il soggetto di esperienze caratterizzate dall’unicità e dalla sacralità (lo spazio dell’educazione è allora laicamente sacro in quanto separato dal resto della materialità esistenziale), dalla mobilitazione dell’affettività e dalla mappatura cognitiva ed affettiva del mondo: la materialità dell’esperienza educativa incrocia nel carattere iniziatico del dispositivo la fantasmatica inconscia dell’educazione, rendendo così sopportabili le ferite presenti, le memorie dolorose, la paura del domani; la costitutiva protensione al futuro del carattere iniziatico rende il dispositivo pedagogico altro da un pedissequo adeguamento alla realtà sociale, lo proietta almeno in parte verso un non-ancora, un oltre, una colorazione utopica. La dimensione iniziatica del dispositivo costituisce una delle sue declinazioni resistenziali: essa è presente ovviamente anche nel dispositivo di annichilimento messo in atto nei lager nazisti, ma in quel caso si tratta di una iniziazione abortita, tutta schiacciata su di un presente di morte e chiusa rispetto ad ogni possibile futuro; occorre contrapporre a questo dispositivo di espropriazione un dispositivo iniziatico resistenziale che invece renda conto del fatto che "l’educazione è quella specifica esperienza umana che ‘apre’ interi mondi e li radica nella dimensione emozionale e del vissuto più intima e più propria di ogni essere umano"11. Il dispositivo pedagogico mobilita così le dimensioni intime e segrete dell’affettività umana in direzione dell’apertura di infiniti mondi, di quello che abbiamo definito carattere trascendente dell’esperienza educativa.

 

L'educazione tra Foucault e Althusser

Il dispositivo pedagogico non è l’unico dispositivo presente nella società attuale, che semmai si caratterizza per il proliferare di dispositivi differenti ed apparentemente irrelati: in questo senso ci sembra utile riprendere il concetto althusseriano di "Apparato ideologico di Stato" (AIS)12; si tratta nel caso del pensatore francese di individuare "un certo numero di realtà che si presentano all’osservatore immediato sotto forma di istituzioni distinte e specializzate"13, realtà che sono "molteplici, distint[e], relativamente autonom[e]"14 e che presentano nel loro funzionamento "un massiccio contenuto prevalentemente ideologico ma in via secondaria repressivo, al limite, ma solo al limite, molto attenuato, dissimulato, ovvero simbolico"15. Per Althusser l’AIS scolastico ha sostituito quello clericale dopo la Rivoluzione Francese e si è posto come AIS fondamentale, come una sorta di centro gravitazionale per tutti gli altri apparati: questo perché la formazione, che tale AIS permette, consente "l’acquisizione di alcuni "savoir faire"" attraverso la quale "vengono in gran parte riprodotti i rapporti di produzione di una formazione sociale capitalistica"16. Ora, se è vero che la società tardo capitalistica ha bisogno non solo di perpetuare le condizioni oggettive per la propria sussistenza e sopravvivenza, ma addirittura di penetrare all’interno dei soggetti, al di sotto della loro soglia di soggettivizzazione, per garantirsi le condizioni soggettive della perpetuazione del dominio di classe, allora non possono essere sottovalutati gli effetti degli apparati ideologici di Stato, che per lo più appartengono alla sfera privata e dunque a quella sfera del consumo e della distribuzione, nonché della riproduzione delle caratteristiche soggettive del dominio che il marxismo economicista aveva ignorato.

Il dispositivo è un AIS? Possiamo dire che la teoria degli AIS costituisce un contributo allo svelamento dell’aspetto ideologico del dispositivo, che però non si lega, come l’AIS, unicamente a un aspetto istituzionale (la scuola, nel caso di Althusser), ma in un certo senso transita attraverso le istituzioni, risultandone rafforzato ma non appiattendosi su alcuna di esse17. È possibile allora individuare il dispositivo specificatamente pedagogico che si rafforza transitando attraverso gli apparati ideologici di Stato, stando molto attenti però a non operare una confusività di campi tra i diversi dispositivi che sono presenti nella nostra realtà sociale ed esperienziale. Dispositivo pedagogico in senso forte è quel dispositivo all’interno del quale una intenzionalità educativa precisa e individuabile mette in atto procedure esplicitamente finalizzate alla costituzione di soggettività. Dispositivo pedagogico in senso debole è quel dispositivo all’interno del quale gli effetti di soggettività si producono comunque more pedagogico ma senza che sia visibile, almeno in prima battuta, una intenzionalità educativa specifica o un soggetto che sia definibile educatore o formatore. I dispositivi pedagogici in senso debole possono in realtà non essere altro che gli effetti formativi latenti e secondari di dispositivi altri, dal momento che è assai difficile che un dispositivo si presenti nella sua purezza; l’educazione è qui un cascame, un effetto secondario ma necessario, dell’applicazione di dispositivi che di educativo in senso intenzionale18 non hanno proprio nulla. Se sarà necessario smascherare gli effetti educativi latenti nei dispositivi non intenzionalmente educativi, occorrerà però resistere alle tentazione di trasformare nell’analisi tutti i dispositivi pedagogici in senso debole in dispositivi in senso forte, alla ricerca di un improbabile macrosoggetto formativo che regga le fila degli elementi del dispositivo.

 

Dispositivo pedagogico

Il dispositivo pedagogico in senso forte è quel dispositivo all’interno del quale una intenzionalità educativa precisa e individuabile mette in atto procedure esplicitamente finalizzate alla costituzione di soggettività. Il dispositivo pedagogico in senso debole è quel dispositivo all’interno del quale gli effetti di soggettività si producono comunque more pedagogico ma senza che sia visibile, almeno in prima battuta, una intenzionalità educativa specifica o un soggetto che sia definibile educatore o formatore. Tra i due dispositivi, i dispositivi pedagogici in senso debole sono quelli più efficaci, proprio in virtù del maggior grado di nascondimento delle loro parti costituenti e soprattutto delle loro finalità latenti. La consapevolezza della presenza di una intenzionalità educativa anonima e diffusa a livello sociale, non deve farci cadere nell’ingenuità di evitare la domanda "cui prodest?" sul piano economico e politico, né ricadere in facili meccanicismi adialettici. Una classe sociale19 non è un macroeducatore: essendo essa stessa un prodotto di dispositivi pedagogici, alberga al suo interno differenti modalità educative e differenti modi di abitare i dispositivi stessi, anche la modalità oppositivo-resistenziale.

Sarà l'incrocio tra i due tipi di dispositivi e saranno i dispositivi "bastardi" a costituire forse il vero nucleo della formazione diffusa nella società tardocapitalistica.

Ci sono dispositivi pedagogici in senso debole dentro l’ospedale, la fabbrica, il campo di sterminio, dispositivi che devono essere svelati smascherando gli effetti di soggettivizzazione e di antropogenesi in essi presenti e i meccanismi specificatamente deputati a produrre tali effetti. Lo smascheramento di tali dispositivi e la strutturazione di controdispositivi resistenziali è forse il primo passo per la costituzione di quella che da qualche anno chiamiamo pedagogia della resistenza, un dispositivo forte di salvaguardia del soggetto e di possibile strutturazione pedagogica di soggettività antagoniste e oppositive rispetto alle logiche del dominio.

 

* Docente di storia della Pedagogia - Università di Milano Bicocca.

Il testo integrale dell'articolo (che comprende anche un'analisi dell’educazione tra Foucault e Althusser) si può consultare sul nostro sito www.scuolacomo.com/ecole.

Note

1. Helvetius: "Io considero l'uomo come allievo di tutti gli oggetti che lo circondano, di tutte le situazioni nelle quali lo colloca il caso, e infine di tutti gli eventi nei quali si imbatte". L’educazione sarebbe paradossalmente troppo debole se si limitasse a cambiare i soggetti; essa invece li crea, limitando il proprio raggio d’azione al campo specifico di esperienza che si è scelta. L’educazione è allora origine di nuovi soggetti, creazione di nuovi esseri umani, antropogenesi. Per questo una educazione che volesse estendere il proprio raggio d’azione su tutta la società, esportando dal proprio specifico campo le pratiche e le finalità educative, si condannerebbe ad essere totalizzante e totalitaria. Questo è uno dei segreti dell’educazione nazista e fascista.

2. Raffaele Mantegazza, Filosofia dell’educazione, B. Mondadori, Milano 1998, p. 69

3. Il concetto foucaultiano di dispositivo, indubbiamente di difficile definizione, è stato introdotto nel dibattito pedagogico Riccardo Massa (soprattutto in Educare o istruire? La fine della pedagogia nella cultura contemporanea, Unicopli, Milano 1990, e in Cambiare la scuola, Laterza, Roma - Bari 1998).

4. Raffaele Mantegazza, Filosofia dell’educazione, cit., p. 182.

5. Il che significa che lo stesso teatro può essere un luogo nel quale fare educazione, ma allora non è più lo stesso teatro; il dispositivo nel quale Dario Fo recita non è lo stesso rispetto al dispositivo nel quale egli insegna a recitare ai ragazzi, anche se apparentemente non vi è mutato nulla; è cambiata la finalità intenzionale del dispositivo stesso, e dunque saranno anche cambiati elementi microscopici o addirittura invisibili. La forza inerziale degli elementi invisibili del dispositivo non può essere sottovalutata.

6. È sempre possibile rintracciare una unità latente al di sotto del carattere apparentemente irrelato e disperso degli elementi del dispositivo, e relazionare tale unità a principi unitari presenti nella situazione storico-sociale all’interno della quale il dispositivo si dà; il fatto che si tratti di una unità latente la rende più difficile da individuare ma ciò non significa che ci si debba acontentare di studiare separatamente i diversi elementi. Le categorie di unità e di totalità, con buona pace di certo relativismo che assolutizza l’approccio discontinuista alla storia, ci sembrano ancora di straordinaria validità euristica, purché si faccia tesoro della lezione freudiana e si vadano a rintracciare tali principi nel non-detto e nel latente o, seguendo Bloch, li si collochi utopicamente su orizzonti futuri e possibili.

7. Cfr. Riccardo Massa, Educare o istruire?, cit., pp. 17 - 23.

8. Cfr. Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976.

9. Si tratta poi di quella soggettività fabbricata dalle discipline a partire dai corpi, soggettività che Foucault definisce "individualità cellulare, organica, genetica, combinatoria", ibidem, p. 183

10. Il dibattito sulle norme, sui premi e sulle punizioni in educazione, così sentito da parte degli educatori e degli insegnanti, acquisisce un nuovo senso se si intende lo spazio-tempo dell’educazione e della scuola come un dispositivo; punire un ragazzo a scuola o in un ambito educativo dovrebbe infatti significare applicare una norma che ha valore solo all’interno del dispositivo e che in quell’ambito è legittimata ma è soprattutto fatta affettivamente propria dal ragazzo stesso. Il dispositivo scolastico dovrebbe allora permettere la propria identificazione con i mondi interiori dei ragazzi, come accade a volte per il dispositivo sportivo; in questo caso l’espulsione dal campo del giocatore che ha commesso un fallo è sentita dallo stesso atleta come una sorta di autoregolamentazione del dispositivo di gioco, che punisce o al limite espelle da sé coloro che vorrebbero snaturarlo attraverso l’infrazione della norma, senza però associare a questa punizione un giudizio morale che valga anche all’esterno del dispositivo. Se un dispositivo educativo dimostra di avere presa sul mondo affettivo degli educandi è più facile mostrare la norma e la punizione non come scatenamento dell’educatore ma come necessità di autoregolamentazione di un sistema complesso. Cfr. sul tema del dispositivo sportivo Raffaele Mantegazza, Con la maglia numero sette. Le potenzialità educative dello sport nell’adolescenza, Unicopli, Milano 1999.

11. Raffaele Mantegazza, Filosofia dell’educazione, cit., p. 69.

12. Facciamo riferimento al saggio "Ideologia e apparati ideologici di Stato", in Critica marxista, n. 5, 1970, pp. 23 - 65.

13. Ivi, p. 35.

14. Ivi, p. 39.

15. Ivi, p. 36.

16. Ivi, p. 44.

17. Il discorso sul dispositivo permette infatti una descolarizzazione intelligente del dibattito sull’educazione; se la scuola costituisce ancora oggi un polo importante nell’ancoraggio istituzionale dei dispositivi di formazione, non si può più affermare che essa ne sia il relais fondamentale o l’unico centro gravitazionale, anzi è essa stessa invasa da componenti a lei eterogenee che contribuiscono a modificarne i dispositivi; il rimando è a Riccardo Massa, Cambiare la scuola, cit.

18. Sia chiaro che con il termine "intenzionale" ci riferiamo a una intenzionalità educativa esplicitata, resa pubblica e controllabile; è evidente che in ogni dispositivo pedagogico in senso debole è presente una intenzionalità educativa latente, che è compito dell’analisi svelare e rendere esplicita.

19. Crediamo che soprattutto allargando il discorso sul piano mondiale sia ancora possibile parlare di classi sociali; andrebbe rivista l’attribuzione meccanica degli individui alle classi condotta di solito a partire dalla loro posizione nel meccanismo di produzione o di consumo, come andrebbe certamente studiata la nuova forma di composizione di classe e soprattutto di coscienza (o incoscienza) soggettiva dell’appartenenza o meno ad una classe; questo significa studiare i nuovi orizzonti della divisione del lavoro e le nuove modalità di produzione con un occhio ben aperto nei confronti dei tipi di soggettività individuale e collettiva che essi concorrono a produrre (o a distruggere).

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