DI FILIPPO NIBBI

 

Filippo Nibbi

 

C A R A    A    C A R A

 

 

Cari fiol,

 

mi trovavo in aeroplano. Nella carlinga casalinga di un aeroplano coldiretto a Barcellona, dove la casa editrice "Aliorna" stava traducendo Esercizi di fantasia in castigliano, “El complemento ideal de LA GRAMATICA DE LA FANTASIA”. Ejercicios de fantasía, e in catalano, Exercicis de fantasia. In aeroplano c'era chi parlava lo spagnolo corrente castigliano occorrente in tutto lo spazio latinoamericano e chi parlava catalano. La carlinga casalinga dell'aeroplano era molto hospitale, da sembrare un ospedale, proprio!, dato che la derivata prima dal latino conduce a quel significato, nel calcolo differenziale, infinitesimale, che non è quello di un'automobile perché siamo in aeroplano. Eppure, anche l'aeroplano è "automobile". Si muove da sé. Non trainato dagli uccelli, dagli angeli o dalle nuvole. Vi pare o non vi pare? Tutti gli aeroporti, se li osservate attentamente, somigliano agli ospedali moderni, fateci caso! Hanno simile struttura. Si può dire che l'aeroporto è un hospitale con le sue sale d'attesa e operatorie dove si curano i sordomuti tentando il miracolo di farli volare. L'insegnamento della lingua è affidato alle hostess, generalmente donne, e avviene volando, mentre si spicca il volo...

 

Volar... Pero ¿quién vuela?

            Sólo quién ama vuela.  Pero,  ¿quién ama tanto

que sea como el pájaro más leve y fugitivo?

 

Mi distrassi dalle hostess, dalla loro lingua mimica-volatile-argentina, campata in aria, ma utile e comprensiva, subito compresa dai sordomuti, che non possono mai guardarsi in faccia, “cara a cara”, durante il volo, ma solo le spalle, e guardai fuori dal finestrino, nel blu dipinto di blu, all'infinito. E il naufragar m'è dolce in questo mare, sempre, non solo quando volo da Bologna a Barcellona, da Barcellona a Palma de Mallorca, da Palma de Mallorca a Madrid, da Madrid a Bologna, come la settimana scorsa.

Dall'undici al quindici maggio di quest'anno 2005 ero a Palma de Mallorca al "Centre Balears Europa" trattandosi di dover seguire con le mie sole forze allusionistiche ma non illusorie il "Tratado por el que se establece una Constitución para Europa". Interviene Francesc Fiol, Conseller de Educación y Cultura, di chi arando un nuovo campo dichiara: «Triplicaremos los colegios en los que se elige en qué lengua se aprende a leer». Lo interrompo: «A leggere... CHECCOSA?  Il numero dei dis-seminati in mare dagli aerei argentini durante la scorsa dittatura? o il fine che raggiunse Miguel Hernández? ... Come faremo ad affrancarci da quest’Europa?... con il Franco Bollo?». Fiol mi guarda interdetto. Proseguo: «Il 28 marzo 1943, a tre anni esatti dalla conclusione della guerra civile spagnola e in piena seconda guerra mondiale, moriva di tubercolosi polmonare, in una squallida e dimenticata prigione di Spagna, il poeta Miguel Hernández. La fame, gli stenti, le privazioni, il duro trattamento carcerario riservato ai "politici", cioè agli sconfitti di parte repubblicana, casualmente o miracolosamente scampati alla vendetta e alle fucilazioni dei falangisti, e infine l'assoluta mancanza di medicinali, di cura e di assistenza medica e ospedaliera avevano fiaccato e quindi indebolito – dopo lunghi mesi di malattia e quattro di vera agonia – la giovane e robusta fibra dell'ex pastore meridionale, dell'ex miliziano, del più sorprendente, umano e profondo poeta di quella che soprattutto in suo nome, potrebbe essere definita la generazione sacrificata della letteratura spagnola contemporanea. Se ciò che più ferisce e commuove, nella morte di Federico García Lorca, è il senso d'una innocenza e d'una purezza ingiustamente stroncante, al primo sorgere dell'ondata dell'odio, e la crudeltà gratuita e cieca d'una barbarie quasi imprecisata (è forse definibile l’ottusa avversione contro un poeta solo perché "moderno"? ... talmente moderno da essere in biblico tra visione e futuro? biblico! Lui vide un agnello bianco e un branco di porci neri, così neri da porci in crisi, che lo sbranavano e lo divoravano: Ecco l'Agnello! ... Ecco la Bestia!): ciò che, invece, riferisce ed esalta nella morte di Miguel Hernández è proprio la giustezza, "sa" precisione, "sa calobra" (come la spiaggia con il mare, il catalano ha contatti continui con il sardo), "il dolo specifico" del suo assassinio: quella esatta volontà. appunto, che sotto altri cieli colpisce la bimba ebrea Anna Frank o il combattente antifascista Julius Fucik. Il nostro tempo ci ha messo dinanzi, quasi come tappe dell'umana conoscenza, alcuni destini esemplari, dei veri philosophant, perché hanno più naso (anche Ungaretti è stato un philosophant), che uniti insieme costituiscono il vero tratado por el que se establece una Constitución para Europa». E mi zittii. Zitti tutti ritti! Anche la Matta, stagista sarda, stava zitta. Zitti fitti ritti … «Cari fiol», ripresi, «l’idea che ha avuto Fiol, di triplicare i collegi in cui si sceglie in che lingua s’impara a leggere, non è male!… Può sminuzzare l’effetto del Brutto anatroccolo che vissero in Europa Julius Fucik, Anna Frank, Federico García Lorca, Miguel Hernández, fra tanti tanti tanti bambini, tante tante tante bambine… perché i bambini piccoli ai numeri superiori al tre non danno un nome, dicono che sono: tanti tanti tanti per ciascuno. Ogni numero dopo il tre, è come il Brutto anatroccolo, non trova pace fino a quando non rientra, nominato, nel suo insieme naturale, che è "l'insieme dei numeri naturali", appunto!… Così il bambino che ascolta o legge la novella nella lingua che ha scelto per imparare a leggerla, passando dalla tenerezza all’entusiasmo, scopre nel destino del "brutto anatroccolo" una sicura promessa di trionfo, senza accorgersi del fatto che la novella stampa nella sua mente l’embrione di una struttura logica, genetica. Altro che balle! È da qui che prenderanno il volo i nostri fiol… Ora la domanda è questa: È lecito battere il percorso inverso? partire da un ragionamento per trovare una favola? Utilizzare una struttura logica come un tratado per un'invenzione della fantasia? Io credo di sì. Todo e antitodo, è la sana e robusta costituzione che fa crescere l'Europa». Poi sono spartito da Palma de Mallorca, affatto soddisfatto di queste frasi che avevo appuntato nel diario. Perché?… Prima la musica poi le parole! S'impara a leggere quando s'impara ogni parola come una palla per ascoltarla "cara a cara". È la musica che lo permette. La musica di Fucik. Altrimenti avremo stadi cancellati e falci in cuculo (mio, tuo, suo) in futuro. Falangi falangine falangette, mani tese nel saluto domàno. Ci domano il domàno, se non ci si dà una mano, cara a cara. Ciascuna di queste "cara" – vale ripeterlo – porta il nome oscuro e plebeo di Miguel Hernández, che in Spagna suona all’incirca come da noi un nome diffuso e comune: Michele Rossi, ad esempio. Rossi come i papa-veri, simboli fiammeggianti della r'esistenza. Questo nome così limpido e così giusto sortì da un processo di purificazione e denudamento e giunse infine alla sua espressione più rappresentativa, che porta con sé la pace "senza se né ma":

   donde cesa en diez partes tu hermosura,

   una paloma sube a tu cintura.

 

 

Nota

"Cara a cara" significa "faccia a faccia".

 

 

 

         Filippo Nibbi

 

         LA CASA DELLE POVERTÁ

 

         – CO.CO.CO? CO.CO.CO?

         – CO.PRO? CO.PRO?

         Ieri, I° Maggio, si parlava di Collaborazione Coordinata Continuativa, che è un tipo di contratto contratto in tempo determinato, e di Collaborazione su Progetto, nuovo tipo di contratto ancora più contratto, veramente striminzito.

         – Poveri, precari, senza certezza riguardo al futuro. Tra vent’anni, quelli che ora ne hanno quaranta, andranno in pensione CO.CO.CO. la metà della pensione minima garantita oggi, – diceva la Giovanna.

La Giovanna viene fuori dalla scuola media-elementare “Margaritone” di Arezzo il cui edificio è ridotto a una voragine come ci fosse caduta una bomba sganciata qui da Bagdad, durante le Mille e una notte. Ecco! Vedete?

 

Ha poi frequentato l’Istituto Statale d’Arte ad Arezzo, poi il DAMS a Bologna.

Il 23 febbraio 2005, quest’anno, si è recata a Roma, alla “TECHNICOLOR”, fuori Porta Tiburtina, passato il Grande Raccordo Anulare, per un colloquio d’assunzione. Le hanno subito chiesto se era disposta a lavorare anche il sabato e la domenica, per mille dollari al mese, che è la paga minima garantita a un soldato americano in Iraq.

– Siamo entrati in guerra?… Ma siamo matti!?… Siamo andati fuori di testa?… E io dovrei lavorare, per mille dollari, anche la domenica?… Non c’è più religione! – dice la Giovanna. E aggiunge: – Socci-mel-bèn! Come fa una città grassa come Ferrara a essere diventata così guerrafondista? guerrafondente come la cioccolata?

– … Forse volevi dire: grassa come Bologna, che fu nutrita a paté di fegato da Guazza l’Oca, nell’ignorantità! – le dico io.

  Insisto, Ferrara! – dice lei.

– Bologna! – insisto io. E mi rifaccio a Erasmo da Rotterdam, dottore in teologia a Torino, spettatore magno cum gemitu delle imprese guerresche di Giulio II a Bologna, che scrive: “Viaggiando per la campagna vidi la povertà dei contadini, la cui intera fortuna consisteva in due mucche, che avevano difficoltà a mantenere la famiglia, e che gli esattori del papa mungevano di un ducato a testa: Julius pontifex, terrenus Juppiter, tonabat et fulminabat”. Erasmo era venuto in Italia nel 1506 portato dal desiderio di vedere finalmente la terra madre della nuova cultura.

La Giovanna è la nostra eroina, stupefacente, perché possiamo farne uso senza fare i nostri Proci comodi come stavano in casa d’Ulisse, e ora a Roma! Lei sostiene che se i Proci continuano a fare i propri Proci comodi come stavano in casa d’Ulisse e ora a Roma, va a finire che ogni bidello scolastico diventa un “bidè piccolo piccolo”…

– Ti sei fatta il bidello? – le domando.

– No… È troppo piccolo! – risponde lei.

Al DAMS ha discusso una tesi sulle coreografie di “Pierino e il Lupo” di Prokofiev. E qui viene il bello! Spunta fuori la Grammatica della fantasia. Gianni Rodari.

«Una volta Pierino giocava con il pongo. Passa un prete come Budget Bozzo, satanista, che accusa il Papa di essere legato all’Islam che vuole scalare le mura di Ferrara, e gli domanda: – Cosa fai? – Faccio un prete come te.

Passa un cow-boy travestito da cespuglio come Bush, e gli domanda: – Cosa fai? – Faccio un cow-boy come te.

Passa un indiano e gli domanda: – Cosa fai? – Faccio un indiano come te.

Poi passa un diavolo che era buono, ma poi diventa cattivo perché Pierino gli tira addosso la cacca, il diavolo piangeva perché era tutto sporco di merda, poi diventa ancora buono».

 

Salta agli occhi, in questa bellissima storia, l’uso del linguaggio escrementizio in funzione liberatoria. Il bambino, che l’ambiente (ma quale ambiente?… Ci sarà una strada, una casa, una scuola che funziona così?) ha messo in condizione di esprimersi senza censure (liberamente, poveramente), si è affrettato a usare di questa libertà per i suoi fini, cioè per esorcizzare qualche senso di colpa connesso con l’apprendimento delle funzioni corporali a infinite dimensioni, perché armoniche. Si tratta di “parole proibite”, che “non stanno bene”, che “non bisogna dire”, secondo il modello culturale familiare: pronunciarle significa dunque rifiutare di subire quel modello repressivo, rovesciare nel riso il senso di colpa.

Passa attraverso questo scatto una più ampia operazione di autoliberazione dalla paura, da tutte le paure. Il bambino personifica i suoi nemici, tutto ciò che sa di colpa e di minaccia, e li scaglia l’uno contro l’altro come le scaglie d’un pesce d’aprile (chi ci riesce?), divertendosi a umiliarli.

Va notato che l’operazione non è poi tanto lineare. Il diavolo, all’inizio, è affrontato con una certa prudenza. È “un diavolo buono”. Non si sa mai. L’esorcismo implicito nell’aggettivo adulatorio viene enormemente rafforzato dal gesto: per domare il diavolo gli si butta addosso della “cacca”, cioè, in qualche modo, il contrario dell’acqua benedetta. Ma succede anche nei sogni che un oggetto rappresenti il suo contrario, no?…

CO.CO.CO? CO.CO? CO.CO?

CO.PRO? CO.PRO?

È l’orologio a CO.CO?

Ora il diavolo ha perduto la maschera rassicurante della bontà. È quello che è “cattivo”. Ma il riconoscimento avviene quando si può sfidare la sua cattiveria e ridere di lui, perché è tutto insudiciato: “sporco di merda”.

Il “riso di superiorità” che permette al bambino di trionfare sul diavolo gli consente anche il suo recupero: dal momento che non fa più paura, il diavolo può ridiventare “buono”, ma a livello di marionetta. Era un diavolo vero che è stato bombardato di escrementi: ora esso è ridimensionato, ridotto a giocattolo. Gli si può perdonare… forse anche per essere perdonati di aver usato le “brutte parole”? Un resto di inquietudine, o una rivalsa della censura interna, che la storia non è bastata a travolgere del tutto…

Che strage! Sono in uno Stato!… Ho i capelli che mi si rifiutano.

Perché? Hanno il naso?

– … Al mio orologio, che non è assolutamente attendibile, sono sempre le 10 e 25.

Perché vuoi attendere un orologio?

– Il paradosso è che senza orologio, senza “parà d’osso”, non c’è ironia, comicità, comicittà più al mondo che tenga! Di questa generale fortuna coniugata con le stragi, sono stato io il primo a meravigliarmi (demirabat ipse quid ibi cuiquam placeret), – il diavolo dice.

Salito, saluto la Giovanna alla stazione di Bologna, mentre il Ritardo arriva in treno.

«Sono cose amare!» penso con Ritardo. «Amare, bisogna… Amare, amare, sperare… È l’ultima spiaggia! Buttia-moli a mare dai moli, prima che vendano il mare».

 

(2 Agosto 1980 – 1° Maggio 2005)

 

 

Filippo Nibbi

 

Congegnare la Fantastica

 

L a     P a v è 1 a

 

 

Di Pàvela in Pavèla, dice Gianni Rodari:

Ricordo un dialogo con una bambina di tre anni, che mi chiedeva:  

E dopo, che cosa farò?

– Dopo andrai a scuola.

E dopo?

E dopo in un'altra scuola. per imparare più cose.

E dopo ancora?

Diventerai grande, ti sposerai...

– Eh. no...

Perché?

Ma perché io non sono mica nel mondo delle fiabe, sono in quello delle cose vere.

"Sposarsi", dice Rodari, "era per lei un verbo delle fiabe, il verbo finale, il destino delle principesse e dei principi: in un mondo che non era il suo. Da questo punto dì vista, la fiaba rappresenta un'utile iniziazione all'umanità: al mondo dei destini umani, come ha scritto Italo Calvino nella prefazione alle Fiabe italiane; al mondo della storia".

Questa è la Pavèla come me l'ha disegnata a Soraga, in Val di Fassa, la Giovanna, chiamata la "Giò", prefisso dei Gio–chi che fa coi nipoti, i Bec. "Bec" è il cognome ladino di tutti i bambini della Val di Fassa. La loro Pavèla è questa:

 

 

 

 

 

Vedete?  È’ come una sottana–montagna–girasole. A me ricorda tanto l'Amiata, che ha proprio questa forma: è la montagna più alta che si veda da Cortona...  La chiamo "Pàvela", perché è così che la Nanna chiamava la Paola... "Come sta la tu'  Pàvela?", mi chiedeva la Nanna, la mia Ninna–Nanna...

A che cosa mi serve ancora la pavèla?

A costruirmi strutture mentali, a porre rapporti come "io, gli altri", "io, le cose", "le cose vere, le cose inventate".  Mi serve a prendere distanze nello spazio,  "lontano, vicino" e nel tempo, "una volta, adesso",  "prima, dopo", "ieri, oggi" ... A fare i viaggi. L'ultimo che ho fatto, è stato in Corsica, lo scrivo in corsivo, perché l'ho fatto da sveglio, dal vivo, non dentro una fiaba.  Tra un corso e un discorso e l’altro, ecco un dialogo tra bambina e bambino raccolto in viaggio:

Bambina: "Da grande, ti voglio sposare".

Bambino: "Credo che non sarà possibile?".

Bambina: "Perché?"

Bambino: "Perché in casa mia, ci si sposa tutti fra parenti: il mio zio ha sposato la mia zia, il mio nonno la nonna..."       

"È come la somma dei numeri Pari, questa faccenda!", esclamo io, e lo faccio osservare ai Bec che pendono dalle mie labbra come le mucche sui ripidi prati alpini, che non so proprio come fanno a starci ritte… a non precipitare giù come una valanga!

"Sì!...  È come la somma dei numeri pari, il discorso che ha fatto questo bambino a questa bambina", dico ai Bec stesi ai miei piedi: "perché: Pari + Pari = Pari... Cioè, l'insieme dei numeri Pari è chiuso rispetto alla somma, come il matrimonio lo è per questo bambino... I Dispari non si comportano così!... Infatti,  Dispari + Dispari = Pari.  Ecco!" E faccio un esempio dietro l'altro… a infinire.  Quindi, racconto ai Bec una pavèla che mi ha raccontata la Giò:

"Un bel giorno, e No decidono di sposarsi...

SIN' OGGI SPOSI diceva lo striscione al nastro di partenza. Alla fatidica domanda: – No, vòi tu sposare Sì? – No rispose: – Sì –.  Era la prima volta in vita sua, che lo diceva!… Per la prima volta, No disse Sì.  Simmetricamente, per gentilezza, alla domanda – Sì, vòi tu sposare No? – rispose: – No –"...Vi chiedo: "È valido il loro matrimonio?... Pensateci! Non mi rispondete subito.  È  un compito da svolgere accasa insieme al babbo e alla mamma, al nonno e alla nonna, insieme a zii, cugini... cognate e cotognate... insieme a tutti quelli che trovate accasa".

Alcuni giorni dopo, il parco giochi di Soraga, era pieno di Bec accompagnati da babbi mamme nonne nonni zii cugini cognate barattoli di cognate cotognate messe in parallelepipedi rettangoli solidi come quelli di "c'era una volta la cotognata" come merendina a scuola.  Davanti a tutti, feci lo schema:

Pari + Pari = Pari

Disparì + Dispari = Pari

e ripetei la pavèla: "Un bel giorno,  No e Sì decidono di sposarsi... No dice Sì... Era la prima volta che lo diceva! Sì, per gentilezza, dice No... Vi chiedo: È  valido il loro matrimonio?".

Intanto, ci fu chi voleva sapere con certezza chi era il maschio e chi era la femmina.

Risposi: "È lo stesso... Me stesso. Tu stesso. stesso... Può essere No e può essere Sì... Chi disse Sì e chi disse No. Chi è No è No. E chi è Sì è Sì... Non vi appare?... Che vi appare?... Un uomo o una donna?".

La maggioranza disse che il matrimonio non era valido per il semplice fatto che ì due contraenti non devono essere influenzati, ma dire tutti e due Sì.

La Giò disse che avrebbe raccolto No e Sì come i funghi in un fazzoletto e li avrebbe trasvolati in un altro pianeta dove nessuno è più costretto a questo stress di dichiarazione di identità.

Una nonna disse che erano tutti ancora lì a dire No e Sì.

La , sorella della Giò, avrebbe fatto ripetere il matrimonio e renderlo valido mediante un compromesso: tutti e due, No e Sì, avrebbero dovuto rispondere "Ni".

– Ho trovato! – disse uno finalmente.

– Cosa ? – domandarono tutti.

– Il loro matrimonio, disse – è valido così:  – No deve dire "No", perché No e No = Sì, e Sì deve dire "Sì".  Ma è valido anche come è stato fatto, con No che dice "Sì" per la prima volta in vita sua e Sì che dice "No", perché amare è perdere... perdersi l'uno nell'altro, fino a ritrovarsi. A questo punto, la Pavèla, come una farfalla , volò via. Chi dice fosse bianca, chi gialla, chi azzurra... Di che colore era?... maschio o femmina?... Mangiano le farfalle?... E, se sì, mangiano a mezzodì?... Sennì, è valido anche per loro lo schema No e No = Sì?... Sì... con l'amore è diverso! Come i Dispari riguardo alla somma, l’amore è un sistema aperto.  E disparì…

 

Poi come gente stata sotto larve

che pare altro che prima, se si sveste,

la sembianza non loro, in che disparve?

 

 

 

FILIPPO NIBBI

 

Congegnare la Fantastica            

 

I VIAGGI DEL MAGARI

         – Non contorna!

         Perché non contorna?

         – Contornano le rondini, quest’anno?

         – Essere contornati dalle rondini che contornano Cortona e dai rondoni che fischiano fischiano fischiano come trenini acuti mentre entrano nei buchi più alti delle case, in quelle vecchie stazioncine rotonde, è uno spettacolo!

E da “Carbonaia” si vede bene da dove sono venuti… «Da l’Africa» dico indicando ai ragazzi-bambini della scuola elementare media-in-me-diatica, istantanea come una foto, “Pietro Pancrazi” di Terontola-Camucia-Cortona, (dico indicando) il Cetona e l’Amiata, che sono due piramidi. Nel “frattanto”, Tartaro, re dei Tartari che allappano i gialli denti e Catarro re dei Catarri accumulati in gola per influenza aviaria, ag-giungono:

– Magari potessi andarmene!

– Magari potessi partire!

– Magari potessi andare in Affrica dove l’Egitto è di casa!

– Magari potessi tornare in Grecia!…

«E tutti questi “Magari” formano una tribù accampata sotto Cortona: Magari Duilio, Magari Marino, Magari Orlando Furioso, eccetera eccetera eccetera…» dico ai bambini-ragazzi della “Pancrazi” congegnando con loro “I viaggi del Magari”, invitandoli a consultare l’elenco telefonico casomai non ne fossero convinti… «Magari Orlando Furioso è già impartito per la Luna» spiego. «E Magari Marino?… Si è registrato come “Show Room Cucine” a Perugia… in Perù, già!… È già arrivato là?» chiedo. Proseguo nel prosieguo: «E, Magari, Duilio sceglie una palla di carta e la butta dentro una vaschetta davanti ai bambini incuriositi. E allora appare, multicolore, il grande fiore giapponese: l’istantanea ninfea. E i bambini stanno lì zitti, come dentro l’ “Accademia delle Belle Arti”, stupefatti. Quel fiore nel loro ricordo non potrà mai appassire. Quel fiore improvviso. Fatto per loro. In un attimo. Davanti a loro».

Questo laboratorio stilistico, molto raffinato e intimamente aristocratico, l’ho ripetuto, all’inizio di quest’anno 2006, alla “Pancrazi” di Terontola-Camucia-Cortona, perché la Fantastica, come “arte di inventare” è un’arte dalla semplicità apparente, che cela in sé un lavorìo, molto appartato e rigoroso, di incomposizione della realtà-palla di carta buttata dentro una vaschetta, da cui appare, multicolore, l’istantanea ninfea. E poi «…un immenso filo d’erba, appare. Una minuscola foresta è l’Apparita. Un cielo verde verde. Una chiesa in valigia sulla torre di un castello. Il castello a cavallo. A cavallo di che?… di uno “zampillo”… che… è la piccola zampa di un agnello… Lo zampillo in un sacco aperto su un campo di grano. Un campo di grano spiegato… Mi sono spiegato?» dico alle ragazze-bambine rimbambine: «Basta essere un poco più attente, per notarvi, in questa “palla di carta”, una manipolazione delle parole, la creazione di parole nuove, il gioco degli equivoci verbali, il recupero del senso primo di certe parole, le combinazioni dei suoni… attraverso la sua breve, ma intensa appartenenza al surreale» osservo per concludere, e conchiudo: «Un uomo con una scatola entra all’Accedemia delle Belle Arti. E si siede su una panca esaminando la scatola attentamente. Poi apre la scatola con un apriscatole che non è un “rompiscatole” e nemmeno un “dispettore scolastico”. E pone con cura, molto sicuro di sé, sopra dell’ovatta di Pasqua, l’apriscatole nella scatola, e richiudendo la scatola con un “chiudiscatole”, pone la scatola delicatamente in mostra sulla panca, e se ne va tranquillo sorridendo, e zoppicando raggiunge la Chiana dove lo attende una grossa nave-scatola, bianchissima come una nana bianca. E mentre sale sopra la nave-scatola, esamina il chiudiscatole sorridendo, e poi lo butta nella Chiana. E proprio in quell’istante, la nave scompare istantaneamente… Perché?» domando a bambine e ragazze, a ragazze e ragazzi della “Pancrazi”.

– … Perché?… è infinito il viaggio?

– Magari!

– … Non contorna! Continua.

Perché non contorna?

– La risposta è nel prossimo viaggio del Magari. «Tutto quaggiù può nascere da un’attesa infinita» scrive Paul Valéry. Ingenua e bendestra, l’infanzia dei viaggi del Magari è la sola età in cui è possibile risuscitare il mondo puro, non compromesso dalla meschinità e dall’egoismo degli adulti che ingombrano il “mondo” coi loro viaggi esosi “Tremaci quando alcuna anima monda sentesi, sì che surga o che si mova per salir su come sopra una quercia”.

«Ma i bambini con la corteccia della quercia intagliano le loro navi, che, equipaggiate di sedili e timone, veleggiano di primo mattino nel ruscello e nella fontanella della scuola. I viaggi intorno al mondo, in cui il gioco consisteva, raggiungono ancora facilmente la loro meta e poi tornano a riva. Quanto di quei viaggi è sogno resta celato in uno splendore quasi invisibile, uno splendore che si estendeva su ogni cosa. L’occhio e la mano della madre cingevano il loro regno» (Martin Heidegger, “Il sentiero di campagna”).

 

Nota

“nana” è una voce di campagna intradicibile in “anatra”, che contorna bene le patate in forno, se si vuole.

 

Filippo Nibbi, Giovanna De Carli

 

Congegnare la Fantastica

ERRORI NELLA FABBRICAZIONE DEL MONDO

 

Santino portava tre cognomi: Angioli Cherubini Serafini. In quanto Angioli, veniva chiamato anche Angiolino, ma non gliene importava.  Importava nùvele dai Cherubini e colori dai Serafini.  E sportava tramonti mondi, puliti, colore cartazucchero in sporte di iuta (fibra tessile che si ricava dalla corteccia di alcuni alberi dell'Asia e dell'Africa). Questo era il suo traffico import-export.

Tra il Serio e il Faceto, viveva in provincia di Bergamo, a ORO AL SERIO, un aeroporto in riva a quel fiumiciattolo così piccolo e digià tanto Serio, triste, che Santino fu costretto a disegnare il Faceto con la matita azzurra, su un foglio traslucido di carta da sardine sottolio. E il Serio sorrise congiungendosi al Faceto, come due che fanno Pacs come si dice oggi.  Da allora, all'aeroporto di ORO AL SERIO è una pacchia! Partono voli per Parigi, Londra, Barcellona, che costano un Euro. Un Euro per tutta l'Euro-pacchia. Tolto il trattino, Europacchia è il nome dell'Europa derivata da Santino, che fu proclamato SANTINO SUBITO!, all'aeroporto di ORO AL SERIO.

 

«Come mai, in quell'aeroporto vicino al Serio, tra il Serio e il Faceto, i voli costano solo un Euro?» si chiesero Angioli Cherubini Serafini rifiutandosi di volare. Fu aperta una vertenza sindacale. Fu chiamato in causa Santino, che espose la sua "Punto" di vista riguardo al Fiat (lux, eccetera) e alla Fiat, dimostrando che "il Fiat" e "la Fiat" costituiscono un binomio fantastico usato nei Ròdari-club per spiegare gli ERRORI NELLA FABBRICAZIONE DEL MONDO, in base ai quali per altezza diviso due si spiega come mai il mondo è caro (tanto caro, che gli si vol bene) ma è troppo caro.

Così pallò Santino rimbalzando da una nùvela a quell'altra, tenendo il Quelo-pescuezo come un pollo per il collo: «Quelo! Quelo! Quelo!… Chi è stato?» querelava Santino: «Dio? La Natura? Il Caso? Diciamo subito che a noi di sapere chi è stato non importa affatto. Mi spiego: quando andiamo a comprare una "Punto" ci chiediamo forse se la Fiat esiste veramente, se è proprio lei che ha creato quel modello, se prima di creare automobili esisteva già o se c'era il Nulla e se gli Agnelli, che esistono da sempre, esisteranno per sempre? Se sono infinitamente potenti o se la famiglia Ford lo è più di loro e così via? No, ci pigliamo la nostra Punto, ingraniamo e andiamo via. Così dovremmo fare anche con la vita. Basta domande inutili, via invece con quelle utili. Ovvero, tanto per intenderci,  la Punto che ho comprato, sotto al cofano ha il motore? Le ruote sono in numero sufficiente? È stato fatto tutto a puntino o si poteva fare meglio? Ecco, questo è il punto. Ancora! L'umanità è imperfetta, dalla carrozzeria al motore. Siamo onesti, nessuno di noi comprerebbe questo modello di persone da un concessionario di uomini; bisogna riconoscere che chi ha progettato il mondo ha fatto una valanga di errori. Ecco i principali difetti di fabbricazione dell'umanità.

 

 

LE BRACCIA

Perché solo due? Il primo gravissimo errore (di distrazione? di pigrizia? di calcolo?) è questo. Un errore imperdonabile che da milioni di anni grava sulla nostra specie e ha provocato migliaia di morti e una quantità incalcolabile di fastidi. Quante volte siete arrivati a casa carichi della spesa del sabato al supermercato: l'ombrello, il giornale, la borsa, il casco della moto e magari anche il vostro bambino (quello più piccolo, quello che ha un anno), e avete dovuto appoggiare tutto per terra per cercare con una delle vostre pochissime due mani le chiavi di casa? Manca il terzo braccio!  Quello per abbassare la maniglia, frugare nelle tasche, grattarsi, accendere la luce, soffiarsi il naso, rispondere al cellulare, cambiare stazione all'autoradio, spostare la sedia che vi ostacola mentre portate in casa il pianoforte della nonna. Ma la Natura, si dirà, non ha lavorato per noi, viziati uomini del Duemila, la Natura ha creato l'uomo-animale e si è preoccupata della sua sopravvivenza in una vita primitiva. Anche vista così, due braccia non bastano. Immaginate di correre a perdifiato nella foresta inseguite/i da una belva dell'era quaternaria: avete in braccio il vostro cucciolo (quello più piccolo, quello che ha un anno), la belva vi raggiunge, lei ha quattro zampe voi solo due (ci risiamo, ma quanto hanno risparmiato con noi?), se voi aveste un terzo e magari un quarto, un quinto e un sesto braccio, le cose volgerebbero a vostro favore: col terzo braccio le pestate una pietra in testa, col quarto la trafiggete con la lancia, col quinto e col sesto la legate a un albero con una liana, quindi con le vostre undici gambe (esageriamo!) vi allontanate veloci come il vento. Il tutto senza aver dovuto, per difendervi, appoggiare per terra il vostro cucciolo (quello più piccolo, quello che ha un anno), che mentre voi con le vostre due braccine avreste lottato (e perso), si sarebbe ingozzato di bacche velenose, avrebbe acchiappato un serpente velenoso, si sarebbe infilzato un occhio su un ramo di una pianta velenoso, salvo poi, alla fine, essere sbranato, subito dopo di voi dalla invelenita belva multizampe.

 

LA PANCIA

Qui casca l'asino. E probabilmente casca addormentato. Questa del colpo di sonno che si abbatte sull'autore del mondo mentre è all'opera è un'ipotesi che spiegherebbe molte cose. Perché nella nostra creazione ci sono evidenti segni di mancanze, di avarizia, piccineria (come le due braccia) ma anche altri, chiarissimi di eccesso. Eccessi ossessivi, da imbambolato che, preda appunto di un colpo di sonno, ripete in stato soporifero e meccanico l'ultimo segno tracciato sul foglio quando era ancora lucido (si fa per dire). Un esempio per tutti: l'intestino.  Metri e metri di budelle che si intorcinano su se stesse stipate in uno  spazio adatto a un organo dieci volte più piccolo. A cosa serve tutto questo scialo? A niente. Che cosa provoca? Infiammazioni, contorcimenti, blocchi intestinali, addirittura disperate necrosi come l'appendicite. Evidente tentativo, da parte della parte più intelligente delle nostre budella, di autocorreggersi.  Ergo, l'intestino è più intelligente del Grande Architetto, chiunque egli sia.

 

I DENTI

Un altro spreco sono le unghie, i capelli, le cellule, i peli, la barba: è tutto un nascere, fiorire, morire, cadere e ricrescere, rinascere rimorire ricadere e ricrescere (soprattutto i peli sulle gambe). Però i denti no. I denti!  L'unica cosa di cui si ha veramente bisogno sempre, quella che permette la sopravvivenza, la più costosa da riparare e sostituire, non ricresce! Il Grande Architetto (ma forse, quelo era un geometra) ha stabilito così: 32 denti belli, sani, forti per i primi, otto-dieci anni di vita, quelli che non passi a sbranare carne di bisonte cruda ma latte, pappe e semolino con la mela grattugiata; poi giù tutti! Buttarli via! Fuori gli altri 32, che dovranno durare per i restanti ottant'anni.

Non c'è bisogno di aver fatto ingegneria per accorgersi che è un calcolo sballato. Non si poteva farli ricrescere anche loro come i peli sotto le ascelle?  Giù uno, fuori un altro. Ma dai, cavolo, era così facile!  Oppure, 32 denti nuovi ogni dieci anni, se proprio non si voleva fare come le unghie. Ma poi, diamine, dov'è la logica? Perché le unghie le ha fatte che crescono come la gramigna? Perché erano un'arma offensiva, i nostri artigli? Va bene, mettiamo anche, ma e i denti, allora? Farà più male un graffio o un morso?

Intanto io che ho un preventivo di ottomila euro per due ponti alle arcate inferiori, al Grande Dentista gli darei volentieri un graffio e un morso. Non c'è bisogno di essere dei megalomani per sapere con certezza che ciascuno di noi, chiamato a porre mano al progetto di una bocca per un animale carnivoro, avrebbe saputo fare di meglio.

 

I DENTI (ancora)

Che poi, a voler cercare il pelo nell'uovo, ci sarebbe da ridere anche sulla cosa in sé. Perché i denti? Perché queste 32 micidiali bombe a tempo caricate con una mina di dolore, di carie e di buco in bocca? Il dente è caduco (infatti ieri sera il mio ultimo molare è caduto). Il dente è un nemico, una spina nel fianco, una serpe in seno. È solo questione di tempo: sembra quieto, forte, stabile, inattaccabile (invece presto o tardi vi attaccherà). Nemico temibile e subdolo; la sua offensiva provoca acuto dolore e può paralizzare un organismo anche cento volte più grande di lui (il vostro). Il dente è falso (soprattutto dopo i 60 anni). Ti pugnala alle spalle, è infido. Basta ragionare sui vocaboli che lo contengono: sorridente, plaudente, ridente, splendente. Tutte parole solari, paciose, allegre, positive. Non un accenno al trapano, agli ascessi, al nervo ululante, alle estrazioni (soprattutto alla più dolorosa: quella che il dentista fa al vostro portafoglio). Il dente è un impostore: fuori è forte, bianco, lustro, squadrato, basso, tosto, dentro è tutto un fascio di nervi e tremebonda polpa. Ma come, ma perché? A cosa serve questo micidiale interno foriero di dolore, analgesici e devitalizzazioni? Il dente mastica con la parte esterna, dentro si poteva non metterci proprio un bel niente. Vuoto? Sì, anzi, no: dentro altri strati e strati di granitica materia dura bianca e resistente. Così, mano a mano che si consumava, sotto c'era già pronto il nuovo strato masticatore. Invece no, troppo facile! Troppo bello! Forse il grande Dentista era un odontotecnico. Ma non poteva copiare dal compagno di banco? Non c'è dubbio che nel Bottegone dove hanno progettato il mondo a noi è toccato l'allievo più zuccone. Quello che ha inventato gli insetti, per esempio, era più bravo. Ci sono i ragni che sciolgono la preda come se avessero in bocca acido muriatico, quando è sciolta la mandano giù, e i denti così restano su».

 

Filippo Nibbi, Giovanna De Carli

 

Fantastica in esercizio

DIO DOVREBBE CHIEDERCI SCUSA

 

 

Giovanna De Carli è la prima insegnante di Fantastica elaborata al Forte dei Carmi in Versilia – terra dei Versi, dove ha impiantato un laboratorio di "Fantastica in esercizio" frequentato da bambine/i già da due anni e ragazze/i fino a vent'anni da cui, per non essere imbambiniti prima e rimbambiniti dopo, escono inni-per-anni tipo la versiliese "DIO DOVREBBE CHIEDERCI SCUSA" che sarà approvata da un Benedetto sé dicessimo, ma non è detto…

Il diagramma di flusso della Versiliese è l'inseguente:

 

Si muove lenta, col vento,

una tenda nella finestra socchiusa

Per tutto ciò che non ha questo ritmo
e questo garbo
Dio dovrebbe chiederci scusa

 

 

 

La città il giallastro l’asfalto
le lamiere l’afa la benzina
la spazzatura la crudeltà la ruggine l’assenza.

La neve sporca i carnivori le malattie
gli orfanotrofi il sistema digerente
il potere le gabbie le ferite.

La guerra la sete il marcio il sadismo
il nero i denti cariati l’inverno
le ingiustizie il vomito il panico
i libri in cantina, la fame.

Il cancro le fogne le galere
la dittatura la plastica nel mare
le lacrime le cattive madri i vecchi
le botte gli ospedali le malformazioni.

Gli stupidi l’impotenza la cecità
l’indifferenza il più forte e il più debole,
la catena alimentare, la paura.

La mostruosa architettura di questa vita ottusa
non credi, Dio, che di tutto questo
dovresti chiederci scusa?


 

Sì, è vero, c’è un Peccato Originale

un’ombra che da milioni di anni
vomita sangue e orrore.

Ma non è l’uomo
che quando rimbomba il “Chi è stato?”
deve rispondere “Io”.

L’unico colpevole è Dio

 

 

 

Magari tu fossi meno Giusto
meno Esigente
magari fossi un padre pietoso
affettuoso sorridente

Vorrei sostituirti

Dio del Giudizio universale

con un dio minore, senza ombre, senza Male
Vorrei sostituirti Dio fiammeggiante
con un dio spento, riposante:
un lenzuolo candido che asciuga al vento
un pezzo di pane
il mio cane

 

 

 

Perché se tu sei l’infinito
immenso amore
hai fatto noi così infinitamente
senza cuore?

 

 

 

Nessun inizio
nessuna fine
nessuna vita sensata.

Abbiamo il libero arbitrio
di una goccia nella cascata

 

 

 

Chi ci ha creato così?
Assetati di sangue, crudeli, spietati, folli,
assassini di animali, di fiori, di bambini?
Rispondimi Dio

Come puoi chiederci di credere al tuo amore
dopo quattromila anni di orrore?
La storia umana è un castello di sangue
un’infinita notte oscura
non può essere un caso.
Non può essere un errore.
C’è un’architettura,
un mostruoso progetto.

Chi l’ha disegnato?

Chi l’ha ideato?

Chi l’ha realizzato?

Rispondimi Dio
Non io! Non noi! Non l’uomo il colpevole:
questo cervello gabbia,
questo cuore carnivoro è una condanna.

Noi siamo vittime, colpevoli innocenti,
siamo le tue vittime, i tuoi disperati figli,
chiedici scusa, ti prego, per averci impastato
di sangue, di zanne, di artigli.

Chiedici scusa per le madri che uccidono gli
appena nati, per i padri che violentano le figlie,
per gli animali al macello, per la tortura, per le
bombe, per i nazisti, per i pazzi che guidano le
nazioni, per le bugie, le manipolazioni, per la
nostro crudeltà, per la fragilità, per tutti gli
innocenti, per i soldati uccisi, per i soldati che
uccidono
Chiedici scusa, chiedici scusa, mi senti?
Per le guerre di religione, per le guerre di
conquista, per le guerre di potere, per le guerre
per un mondo migliore, per le guerre per un
ideale, per le guerre perché il vicino ci ha
rubato un maiale.
Per le guerre di giustizia, per le guerre per
errore, per le guerre per fermare le guerre.
Per l’inferno che ci prometti dopo la morte e
l’inferno in cui ci costringi durante la vita
Chiedici scusa, chiedici scusa
noi siamo le vittime
assassini e assassinati tutti condannati
dal destino a cui siamo inchiodati
Chiedici scusa anche per Cristo
picchiato, torturato, abbandonato
Chiedigli scusa povero figlio disperato.
Il mondo è un inferno
Chiedici scusa in eterno

 

 

 

Il punto più alto
più lirico del metafisico
pensiero è Dio.
C’è qualcosa di più gentile
di più aggraziato
una piroetta della mente
una piuma sul cappello dell’umanità
Una divinità laica e incantata:
la fata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Giovanna sostiene che tra gli attributi di Dio manca "Gentile", per questo è urgente e necessario insegnare a ragazze/i, fin da bambine/i, a essere "gentile".

Un manufatto del laboratorio è questo Cristo abandonato, fatto con il bandone (lamiera di ferro o d'altro) e legno:

 

 

 

Filippo Nibbi, Giovanna De Carli

 

 

Fantastica in esercizio

 

 

C ' E R A   U N A   S V O L T A

 

 

– Voglio fare qualcosa per vivere sulla Terra ancora.

– Cosa?

– Vorrei essere un ago di pino: con un filo di luce ricamerei il giardino.

Siamo di Natale, suoi figlie/i, e "L'albero di cuore", qui ritratto al Pionta di Arezzo all'indizio del campus universitario, ci racconta una storia azzurra, genitiva, genitale, "levatrice", cioè, socratica, femminile, salvatica ("salvatico è quel che si salva" Leonardo), che genera un librino nel librino, e ricrea il fusto e la chioma delle piante.  Insegna come da un colore nasce una storia azzurra; da una storia un librino e un librino nel librino come una bambina che "fa il labbrino" quando sta per piangere.  La stessa storia potrebbe essere raccontata al "Circolo solare", da un orso solare, durante la prossima sglaciazione, la prima sglaciazione della storia universitaria, universale, provocata dall'uomo sapiens sapiens, quando il mare arriverà sotto casa, e i figli di Caino, i Cainami divoreranno i caimani, grossi rettili relìttili acquattici che vivono ancora nei fiumi dell'America Centrale e Meridionale, simili ai "cocco de mamma" drilli.

Quando il mare arriverà dentro casa, e fra il "caso", maschile, e la "casa", femminile, ci sarà perfetta unità… allora…

"Mettiamolo nel mio letto", grida l'Angelica felice.

"No, no... Poi la mamma penserebbe che ti sei fatta la pipì a letto!"

"Eh! già", e giù risatine.  "Chiediamolo a mio fratello, l'ingegnere".

L'ingegnere, che se ne sta seduto buono buono nel seggiolino di dietro, ha un anno e mezzo e dice una parola e mezzo: "Elica", che è mezzo nome di sua sorella, e "Zitto ". Questa volta dice: "Zitto!".

"Dobbiamo trovare un posto dove il mare stia zitto", dice la nonna.  E comincia la storia:

«C'era una svolta una storia azzurra. Di un celeste così chiaro, così bellino, cosi tenero, che chiunque passasse di lì, si accorgeva che era del colore dell'acqua appena nata. Siccome era una storia magica, a chi la raccontava venivano per un pochino gli occhi azzurri, e chi l'ascoltava sentiva nelle orecchie il rumore delle onde arrivate sotto casa, come se la casa fosse una conchiglia.

In questa storia, c'era una bambina che si chiamava Angelica, che un giorno disse alla sua nonna: "Mi porti a vedere il mare?". "Va bene", disse la nonna, che era felice di dirle sempre di sì; e così vanno. Il mare, durante la prima sglaciazione, ma anche nei ricordi, è molto facile da trovare, perché è sempre in fondo a delle strade diritte, mai dietro a una curva. E così la nonna e la bimba vanno sempre dritte sempre dritte sempre dritte e arrivano alla spiaggia.  "Forza", dice la nonna, "diamoci da fare; che non è un lavoro facile scegliere e portarsi a casa un bel piccolo mare".  "Cominciamo dalla spiaggia", dice l'Angelica: "perché se non mettiamo un po' di spiaggia, poi il piccolo mare non sa dove fermarsi e va in giro per tutta la casa".  Detto fatto, scelgono otto granelli di sabbia molto bellini, fra cui ce n'è uno bianchissimo e uno che luccica anche senza il sole. Poi vanno a scegliere l'acqua.  "Prendi solo quella azzurra", dice la nonna: "perché quella verde mi fa un po' tristezza. Mi ricorda l'acqua del vascone in giardino, piena di alghette e limo".  "Va bene", dice l'Angelica, che è una bambina molto gentile.

– Guarda, nonna, ho trovato un'ondina cucciola.

– Prendila in braccio, che magari non sa ancora ondeggiare.

E così, alla fine, scelgono: due piccole onde, un'increspatura, tre risacche (una con dentro un legnetto), un po' di mare fermo, un po' di mare infermo, e un pluff di mare profondo. Mettono tutto nel secchiello e via di corsa a casa con la bicicletta. Perché il mare è come i pesci: se lo tieni troppo via dall'acqua, all'aria soffoca e muore. Mentre pedalano come matte, cominciano a discutere su dove metterlo quando arriveranno a casa. "Nella vasca no", dice la nonna, "si offenderebbe; sarebbe come mettere un re sopra una fogliolina di tè".  "Mettiamolo nel mio letto", grida l'Angelica felice.

– No, no... Poi la mamma penserebbe che ti sei fatta la pipì a letto!

– Eh! già...

E giù risatine.

– Chiediamolo a mio fratello, l'ingegnere.

L'ingegnere, che se ne sta seduto buono buono nel seggiolino di dietro, ha un anno e mezzo e dice una parole e mezzo: "Elica", che è mezzo nome di sua sorella, e "Zitto". Questa volta dice: "Zitto!".

– Dobbiamo trovare un posto dove il mare stia zitto, – dice la nonna.  E tutte e due si mettono a pensare:

– In fondo al cassetto?

– No, sta stretto.

– Sotto al materasso?

– Non respira e gli viene un collasso.

Fuori dalla finestra al primo piano?

– Sarebbe bello, ma come lo leghiamo?

"Dentro al mio armadio!", grida l'Angelica. "Va bene", dice la nonna, "ma dobbiamo fare un patto col mare: ci deve promettere che non bagnerà i tuoi vestitini, se no torna difilato in spiaggia". Vanno a parlottare col piccolo mare, e si mettono d'accordo: sì, lui starà lì buono buono e non bagnerà niente. Intanto, sono arrivate a casa. "Ciao ciao", dicono alla mamma. Filano in camera da letto e aprono l'armadio: così fra una fila di calzine e le camicette piegate come micette dove la micia ha fatto i gatti, sistemano la spiaggia e poi piano piano il piccolo mare. Appena messo giù, il piccolo mare, comincia a fare le sue ondine, che cic e cic si alzano e si arrotolano in un delizioso ricciolino e poi scendono verso la spiaggia. Sono incantevoli!, e infatti, la nonna, l'Angelica, l'ingegnere, restano lì incantati. Come tutti i mari presepini, presèpici, anche lui luccica di mille lucine, e presto il suo azzurro si riflette in ogni parte dell'armadio, e il piccolo mare è felice, protetto, e vivrà lì per sempre, e ogni volta che la mamma o qualcun altro apre l'armadio, diventa tutto luccicante e per un attimo sembra d'oro. Oro Doro Odoro Dodoro di mare. "Non capisco", dice un giorno la mamma mentre brilla come una stella davanti all'armadio aperto, "tutti i golf, tutte le magliette, tutti i vestitini, le canottiere, le calze lunghe e quelle corte, i guantini, i fazzoletti, i cappelli e i cappotti dell'Angelica sono diventati azzurri. Sarà una magia?"

E la storia finisce qui. Finisce così: tutta coperta di azzurrerìa».

 

SECONDA STORIA, FIGLIA O SORELLA DI QUELLA PRECEDENTE. LIBRINO NEL LIBRINO.

 

«Un giorno, anzi, una notte, mentre l'Angelica e l'ingegnere stanno per addormentarsi nella camera buia, la mamma entra piano piano per mettere a posto i vestitini stirati dei suoi bambini. Apre l'armadio, mette via, lo chiude, esce.

L'Angelica salta su: "Hai visto?", dice all'ingegnere: "nell'armadio c'era una stellina e anche una piccola luna! ... Hai visto?".  "Zitto", dice l'ingegnere con tono stupito. E tutti due piano piano scendono dal lettino e vanno a vedere. Sì, è proprio così: sul mare, che, quasi immobile, dorme nel buio, brillano una luna e una stella grandi come il puntino di una i.

"Ma noi, io e la nonna, non le abbiamo messe nell'armadio! ... Non le abbiamo neanche raccolte! ... E poi, era giorno, e c'era il sole... sì, sì... sono sicura: noi non le abbiamo portate. Ma allora... da dove sono venute? ... Pensiamo", dice l'Angelica, e insieme all'ingegnere, si siedono in riva al piccolo mare che arriva portando, riflesse, una stellina e una piccola luna: riflessa, sembra una spadina di luce.

L'ingegnere, che è piccino, fa solo finta di pensare, perché, dopo un minuto, si addormenta sul suo ciuccio. L'Angelica, invece, guarda il piccolo mare e pensa. Guarda i suoi vestiti, calzine, golf, cappelli, cappotti: tutto è scuro come la notte, l'azzurro se ne è andato, ma domattina – lei lo sa – ritornerà. E così l'Angelica capisce tutto. Tutto! Sveglia l'ingegnere e gli dice: "Ascoltami, che ti spiego: il mondo è diviso in due, quello chiaro e quello scuro, e tutte le cose, le persone, gli alberi, le case, il mare, i giochi, il cielo, si spostano. Anche quelli che sembrano senza gambe, hanno delle gambe segrete e si spostano, e così, cammina cammina, vanno prima nel mondo chiaro dove c'è il sole, poi in quello scuro, dove c'è la luna. Così, anche il nostro piccolo mare è entrato nel mondo scuro e ha trovato la sua notte, ma vedrai che se facciamo la nanna, quando la mamma ci sveglierà, lui sarà di nuovo azzurro e luccicante, perché è mentre si dorme che si cammina di nascosto dentro al mondo scuro lontano lontano fino a incontrare di nuovo il mondo chiaro... Hai capito?", chiede all'ingegnere. Ma l'ingegnere dorme così profondamente, che non può nemmeno dire il suo "Zitto".

"Zitti", dice invece la mamma passando davanti alla porta della camera: "Guai, guaiti a voi, se sento ancora chiacchierare!". E la storia finisce qui. Finisce così. Perché anche l'Angelica, finalmente, si addormenta davanti al suo mare».

– E, in A Laska? in Siberia?

– Sì, Beria!  Laska perdere!... Troppo caldo per andare in letargo!

Per l'orso bruno inverno in bianco.