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Ultimo aggiornamento 10 gennaio  2011

 

 

 

NUMERO TRENTAQUATTRO/DICEMBRE 2010

 

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L’anima del commercio e il senso della lotta

Il 2011 si apre con due novità: la nostra modesta rivoluzione (école si trasforma da rivista su carta in Spazio telematico [dal 15 gennaio 2011, www.ecolenet.it] e la (ben più rilevante per le sorti della formazione) riforma dell’Università, approvata il 23 dicembre nel tardo pomeriggio.

La ministra Mariastella Gelmini – mentre l’indecente riforma dell’Università veniva indecentemente votata, durante un’indecente seduta del Senato, indecentemente presieduta da Rosa Angela Mauro – ha attaccato le fantasiose e pacifiche manifestazioni di studenti e ricercatori dichiarando che disturbavano lo shopping natalizio in un momento di crisi economica. Ma si sa la cultura non si mangia. Ancora più in là si erano precedentemente spinti nella criminalizzazione del dissenso numerosi esponenti della maggioranza al governo ed il sindaco di Roma.

Noi invece sui tetti e nelle piazze sentiamo respirare un altro mondo possibile e vediamo una ripresa di parola e di azione di soggetti collettivi, dopo anni di individualismi, solitudini ed egoismi.

 

Ho scelto di fare gli auguri per l’anno che verrà a lettrici, lettori, e a noi della redazione di école con le parole usate da Antonio Scurati in una mirabile “Lettera dal nord” a conclusione della puntata del 17 dicembre 2010 di Parla con me: «Nei giorni scorsi a Milano si è osservato uno strano fenomeno. In piazza Duomo sotto la pioggia, al gelo, una lunga fila di persone che attendeva pazientemente di entrare nel Palazzo dell’Arengario. Non era una fila per il pane era una fila per la cultura. Si inaugurava il Museo del Novecento, lungamente atteso. Quelle persone […] una volta entrate […] si sarebbero trovate all’ingresso di fronte a una prima tela, una tela impressionante,che raffigura una massa di contadini che a ranghi compatti e a file serrate avanza verso lo spettatore: è il celebre Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. […]. La cosa che impressiona è che questi contadini sono animati da una medesima fede, da un identico ardore verso l’avvenire, da un comune orgoglio di classe. Sono solenni nel loro incedere, hanno la postura delle azioni destinate alle cose di lungo periodo e di grande momento e sono irremovibili. […] Ecco, l’idea della lotta è questo che anima il quadro. L’idea che questi uomini siano uniti da una causa comune che è la loro causa e che è la giusta causa. […] Quella massa di contadini avanza verso tre cose verso il punto di luce che illumina la scena, verso il futuro – nel quale ha una fede incrollabile – e verso di noi gli spettatori che la stiamo a guardare. L’idea della lotta è l’idea che la solitudine dell’uomo possa essere vinta proprio attraverso l’unione a tutti quanti gli altri. Tu smetti di esser solo nel momento in cui intraprendi la tua lotta perché la tua lotta ti unisce agli altri, ma esci anche, grazie alla lotta, dal tuo misero presente. La tua lotta ti congiunge all’umanità intera e ti congiunge ad una grande storia che esorbita dal presente misero e meschino in cui sei confinato. […] Ecco io una preoccupazione ho. Ho la preoccupazione che noi possiamo essere la prima generazione dopo molte che stando di fronte a questo quadro celebre, e in qualche modo glorioso, non sentiamo che questa lotta ci riguardi. Io temo che noi possiamo essere la prima generazione a non pensare che quella fiumana di contadini in marcia arrivi fino a noi, ci chiami a partecipare di questa marcia e, in qualche modo, ci trascini con sé verso questo avvenire migliore. […] È per questo che ho un augurio da rivolgere […] per l’anno nuovo: augurerei a tutti di poter ritrovare il senso della lotta». [Celeste Grossi]

 

Spazio telematico

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