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L’approccio al Bass

Seconda parte… il Bass non si vede !

(Testo e foto di Loris Ferrari 01/04)

 

Consiglio ovviamente di proseguire la lettura di quest’articolo, solamente dopo aver letto il primo: L’approccio del bass a galla, sempre su questo stesso sito. Seguirà poi una terza ed ultima parte, sull’approccio al Bass dalla barca e dal Belly Boat.

 

Premessa :

Tenterò in questo secondo articolo di affrontare un aspetto davvero difficile della pesca al Black Bass; l’approccio al pesce quando si trova sul fondale, o comunque ad una profondità tale di stazionamento in cui non riusciamo a vederlo.

Stiamo pescando da riva e non disponiamo né di ecoscandaglio, né di … palla magica per scoprire dov’è il pesce!

Non vediamo il pesce, possiamo solamente andare per tentativi, non abbiamo la possibilità di valutare come si comporta durante l’avvicinamento all’esca; se fugge a pinne levate o viene colto da improvvisa frenesia alle pinne laterali… sicuramente, non abbiamo alcuna possibilità di interpretare i segnali visivi, che ci giungono a volte numerosi, durante la pesca a galla.

Chissà quante volte siamo passati con le nostre esche in prossimità di un grosso esemplare che non ha abboccato o non si è mosso perché noi abbiamo proseguito nel nostro recupero regolare. Dobbiamo far emergere in questi casi tutto il nostro bagaglio di esperienze, tutto il nostro “senso dell’acqua”.

Se lo avessimo visto, avremmo potuto eseguire una forte accelerazione o una serie di strappetti e scarti laterali, per cercare di simulare la fuga di una potenziale preda che all’ultimo momento si accorge del predatore.

Forse il pesce avrebbe attaccato d’istinto, seguendo un bagaglio genetico che gli impone di eliminare quell’essere con evidenti problemi di mobilità…forse, ma non è successo… perché non vedendolo, non ce ne siamo accorti!

Ancora una volta abbiamo perso una ghiotta opportunità; sono convinto che ci siano giornate in cui passiamo con le nostre esche davanti a moltissimi grossi pesci… non riuscendo ad interessarne nessuno!

Tutto questo è vero, ma pur essendo consapevoli, non dobbiamo scoraggiarci, il rovescio della medaglia è quello che anche il pesce non ci vede… e noi cercheremo di approfittarne!

Le righe che seguiranno non saranno altro che il frutto di singole esperienze, episodi capitati praticando lo spinning al bass; cercherò di riportare situazioni tipo che potrebbero di nuovo accadere anche a voi.

Cercherò di spiegare i luoghi, le tecniche e gli artificiali che adotto per insidiarlo, con il dichiarato obiettivo di far volgere a nostro favore più situazioni possibili, cercando di far diminuire le battute a vuoto.

Il pesce attacca le nostre esche, ma non ce ne accorgiamo!

Anche questo articolo, non contiene molte illustrazioni, perché è un condensato di ricordi e di situazioni realmente vissute e perché narra, attraverso la descrizione di passate battute di pesca, momenti particolari e singole azioni specifiche.

In realtà bisognerebbe supportare questo articolo con filmati subacquei; se riuscite a reperirlo, vi consiglio assolutamente la visione del fantastico video “Bigmouth forever” dell’americano Glen Lau.  

Fa parte delle librerie di video in possesso dello Spinning Club Italia; se non lo avete visto, richiedetelo nella vostra sezione di spinning locale o nei negozi specializzati.

Io lo posseggo da quasi tre anni e me lo sono già visto e rivisto almeno 5 o 6 volte.

E’ stato girato da questo grande appassionato pescatore e cineoperatore che, per anni è rimasto sott’acqua, a filmare aspetti della vita dei pesci.

Si parla del ciclo vitale del Black Bass, ma soprattutto si vedono splendidi esemplari attaccare le esche artificiali da tantissime angolazioni ed in tantissimi modi.

L’acqua di quel fantastico fiume è talmente trasparente che pare di essere dentro ad un gigantesco acquario ed ha permesso riprese subacquee davvero emozionanti ed uniche.

Si vedono anche enormi bass prendere in bocca le esche, assaggiarle e risputarle, senza che dall’altra parte il pescatore si accorga di nulla!

Sì avete letto bene, dall’altro capo del filo il pescatore non si accorge minimamente di quello che accade in realtà sott’acqua, ovvero che il pesce insegue l’esca, la ingoia completamente e la risputa, reputandola non commestibile.

Il suggerimento che ci viene dato da “Uncle Homer”  (zio Omar), il protagonista pescatore, sopra la barca, e collaboratore di Glen Lau nel video, è quello di affilare meticolosamente le punte dei nostri artificiali, in modo da sentirli almeno per un attimo, percependo l’abboccata e permettendoci di ferrare.

Ormai da anni, durante le battute di pesca,  porto sempre nello zaino la pietra affila ami e la limetta diamantata.

Dopo aver avuto simile autorevole conferma, controllo periodicamente dopo ogni cattura o impiglio, l’acutezza delle punte, rifacendo in pochi istanti l’affilatura ogni qualvolta mi sembri che anche solamente una di queste, presenti una leggera spuntatura.

Sarà un fattore psicologico ma da quando utilizzo con regolarità questo semplice accorgimento, mi sembra che le abboccate andate a buon fine, siano notevolmente aumentate; vi consiglio caldamente di adottare anche voi questa semplice precauzione.

Un fantastico mondo sommerso:

Oltre vent’anni fa, quando avevo vicino a casa acque limpide e trasparenti, ho spesso indossato muta, maschera e pinne e, nei mesi estivi, ho esplorato sott’acqua parecchi laghetti collinari ed ex cave di estrazione degli inerti.

Non mi voglio certo paragonare a Glen Lau, per carità, ma ho appreso sicuramente diverse nozioni, anche  importanti, sul comportamento dei pesci.

Ho visto Persici Trota enormi (con la maschera che ingrandisce, li valutavo dai 3 ai 4 kg!), fidarsi ciecamente ed ingenuamente di me fino a farsi avvicinare ad un metro di distanza; mi ricordo che gli sparavo con le dita e loro se ne andavano maestosi e lenti, credendomi sicuramente un pazzo.

Ho visto verdissime tinche appollaiate sulla lunga vegetazione acquatica, quasi fossero uccelli sugli alberi; ho visto nuotare branchi di maestose carpe; ho visto grossi ma diffidentissimi cavedani che sfrecciavano impauriti, appena mi vedevano; sembravano lampi d’argento…

E poi persici sole, pesci gatto, bisce, tritoni…insomma quasi tutti gli esseri viventi che nuotano sotto la superficie.

All’epoca questi laghi, soprattutto quelli derivati dall’estrazione degli inerti, come le casse di espansione del Panaro, avevano sorgenti di acqua gelida che fuoriuscivano dal fondo ed erano perciò molto pericolosi. Bisognava affrontarli con cautela poiché le loro acque infide, erano già state la causa di parecchi annegamenti.

Altri laghetti, come quelli collinari d’irrigazione, dalla visibilità molto meno accentuata, presentavano fondali omogenei brunastri. Spesso quando ci si avvicinava a sponda, gli alberi in acqua, ormai spogli dalle foglie, sembravano mostri dai lunghi tentacoli contorti e mettevano davvero in soggezione.

Ricordo in particolare uno di questi, dalla visibilità davvero ridotta, che mi fece davvero paura, poiché era pieno zeppo di rami adunchi che mi apparivano all’improvviso quasi volessero ghermirmi. Per fortuna non ci vidi molto pesce, l’immersione mi ricordo durò davvero poche decine di minuti e poi… non ci tornai più.

A differenza dei paesaggi subacquei marini che sono più variegati, le acque dolci sono molto più monotone, fanno più paura perché i fondali sono davvero cupi e bui.

Arrivato ad un nuovo lago, guardando dall’esterno con i polaroid, l’acqua mi sembrava scura, ma quasi sempre con un buon grado di trasparenza.

Allora mi immergevo, pensando di poter vedere sott’acqua, ma una volta dentro, mi accorgevo che la reale trasparenza era a volte ridicola, l’acqua era piena di milioni di particelle in sospensione che si illuminavano col sole ed impedivano di fatto la vista ad una distanza superiore al metro e mezzo, due metri al massimo.

Ecco perché gli ostacoli si paravano davanti all’improvviso ed incutevano timore; quando poi si incocciava un pesce, questo fuggiva a pinne levate poiché anche lui si spaventava alla mia vista.

Oggi questi laghi hanno una trasparenza che va dai 10 ai 30 cm. ecco perché ho smesso da tempo le mie amate perlustrazioni subacquee.

La fauna ittica è poi spesso notevolmente cambiata; rischierei magari di farmi venire un infarto se mi trovassi all’improvviso faccia a faccia con un siluro sui 50/60 chilogrammi 

Ho dovuto giocoforza smettere, ma quelle lunghe perlustrazioni sottosponda, alla ricerca degli hot spot e delle prede migliori ed all’osservazione dei loro comportamenti, mi resteranno per sempre nitide nella memoria.

Questo lungo discorso, all’apparenza fuori tema, invece ha uno scopo ben preciso.

Serve a farvi capire che se ancora avete acque trasparenti vicino a casa, dove sia possibile immergersi in apnea, non esitate oltre, approfittatene subito!

Una miniera di notizie!

Imparerete più cose in due ore sott’acqua ad osservare il comportamento dei pesci che cento e più ore, fuori a pescare; osservate ad esempio sul canneto, dove stazionano i bass in caccia e come si posizionano rispetto alla luce che proviene dal sole per mimetizzarsi meglio.

Osservateli mentre  compiono il percorso all’interno degli ostacoli, una volta che li abbiate leggermente disturbati e… notate dove si fermano e come si posizionano mentre sono in atteggiamento di difesa o di allerta.

La prima posizione dovrà essere quella a cui farete arrivare le vostre prime esche ad inizio battuta, mentre la seconda, sarà quella dove fare flipping e Jigging a fine battuta,  dopo aver fatto inevitabilmente rumore con i lanci degli artificiali e con gli sciacquii a seguito delle precedenti catture.

Sott’acqua imparerete perciò, quasi esclusivamente, cose pratiche da applicare in pesca, proprio quando i bass non si vedono!

Per chi proprio non riesce ad aspettare o per chi proprio non può andare sott’acqua, svelerò queste due posizioni.

1)      Quando il bass è fermo in attesa della preda, mimetizzato nel canneto, può essere innanzitutto fermo a tutte le altezze, dal pelo d’acqua (soprattutto nella stagione calda), che a mezz’acqua. Se il fondale, come nelle posizioni di primavera, è davvero basso, può persino essere vicinissimo al fondo. In ognuno di questi casi però è sempre al limitare esterno del canneto, pronto a guizzare sul malcapitato pesciolino che si avventuri nei paraggi. Il sole generalmente lo prende obliquo, in modo da far proiettare l’ombra della canna palustre sul proprio corpo, mimetizzandosi così al massimo ed accentuando ancora di più i contrasti della propria livrea formata da macchie nere e verdi. La direzione che assume generalmente è quella con la testa verso la sponda, anche se in verità ho notato parecchie varianti, fino a rimanere anche completamente girato verso il largo. Questo avviene soprattutto nelle rive a picco, dove il cibo gli può sì cadere dall’alto, ma generalmente arriva nuotando parallelo alla sponda o dal largo. Attraverso la linea laterale percepisce l’arrivo di una potenziale preda e si dispone lentamente di conseguenza.

 

2)      Quando invece viene disturbato, si mette a percorrere l’interno del canneto sempre lentamente ma a velocità più sostenuta della velocità di perlustrazione. Il nuoto diventa zigzagante e si addentra sempre più, una volta a destra ed una a sinistra. Quando arriva in prossimità del fondale dove la luce fatica a penetrare e l’ombra del canneto sovrastante fa diventare davvero tutto buio, si gira e si mette esattamente contro di noi, fissandoci continuamente ed offrendo così il suo lato più piccolo e sfuggente. Se ci distraiamo un attimo seguendo un altro pesce e poi ritorniamo su di lui, spesso non riusciamo più a vederlo, perché movendo le pinne laterali riesce persino ad andare all’indietro fino a piegare la coda contro al fitto della base del canneto. I muscoli sono però tesi e pronti a compiere un guizzo velocissimo di alcuni metri (in base alla trasparenza dell’acqua), fino a ripetere la stessa manovra precedente in un'altra zona più buia e fitta del canneto.

Provate a mentalizzare questi due comportamenti ed a far tesoro di quello che vi ho detto, vi ho svelato due situazioni tipo che se sfruttate a dovere, vi permetteranno parecchie catture in più… sin dalla prossima vostra uscita!

L’azione di pesca:

Se ancora il concetto non vi è ben chiaro, significa che ad inizio battuta dovrete lanciare al limite dei canneti o degli ostacoli emergenti, cercando di posare l’esca in acqua nel più dolce dei modi possibili, impiegando una canna da spinning o da casting e lanciando ad esempio:

1)      uno spinnerbait a due palette con trailer siliconico

2)      un minnows galleggiante snodato,

3)      un prop bait,

4)      uno slug go siliconico

5)      un cranckbait…

Abbiamo detto che non vedete il pesce, ma ora sapete, che il bass rimane nascosto dall’ombra del canneto (anche di un paio solo di cannucce), proiettata dal sole.

Sapete anche, dopo aver letto il primo articolo, che è meglio lanciare davanti al pesce... di conseguenza risulterà facile (se è una giornata di sole), sapere esattamente dove lanciare con delicatezza e precisione la nostra esca.

La fase importantissima successiva sarà quella di mettere subito in tensione la lenza appena tocca l’acqua ed iniziare un veloce recupero.

Se il lancio è stato eseguito nel punto giusto, dovremmo avere dopo alcuni giri di manovella, l’abboccata del pesce!

E’ davvero così, il pesce sta aspettando la preda, abbiamo lanciato nel punto giusto, facendogliela arrivare trenta centimetri davanti alla testa ed ora gliela stiamo facendo scappare di gran carriera.

Il pesce abbocca di riflesso, rispondendo ad un codice genetico che gli impone di essere predatore, l’attacco sarà violento ed il recupero del pesce sarà oltremodo divertente, fra spruzzi, capriole e salti del pesce nel tentativo di liberarsi.

Quando il soggetto passa il chilogrammo, una volta terminata la lotta ed aver sollevato il centrarchide per il labbro inferiore, mi scopro spesso con il battito del cuore particolarmente accellerato.

L’adrenalina sale velocemente, soprattutto se il pesce è stato tirato via di forza da cento ostacoli…credo sia il bello di questa pesca, quello che la rende diversa da tante altre.

Se la giornata invece risulterà coperta di nubi e non tira neppure il più piccolo alito di vento, molto probabilmente il pesce stazionerà nei pressi del fondo.

Non percependo la zona giusta per il lancio, preferisco allora lanciare prendendo come riferimento le zone dove in precedenza il vento ha portato i detriti in sospensione.

Se dopo alcune decine di lanci a mezz’acqua con spinnerbait, crankbait e simili, non otterrò segnali di vitalità da parte dei pesci, mi metterò a pescare a flipping sul fondo, impiegando le esche siliconiche, alla ricerca di pesci intanati.

Se neppure questa tecnica darà i suoi frutti, concluderò la giornata a Jigging, perforando le barriere vegetali e soffermandomi a far saltellare l’esca in prossimità del fondale ed in particolare, fra gli alberi caduti e le strutture profonde.

Mi metto in sostanza a pescare dove il pesce staziona quando è disturbato o quando è rintanato in branco, mentre aspetta ad esempio la fine del fronte freddo, ovvero aspetta il ripristino delle buone condizioni climatiche ed il ritorno alle condizioni di alta pressione.

Il bass non si vede !

Se giunti sul posto di pesca, pur con l’aiuto degli indispensabili occhiali polarizzanti, non riusciamo a vedere i pesci, neppure quelli di piccola taglia, potrebbe essere una di quelle giornate in cui i Bass sono a mezz’acqua o in prossimità del fondo.

Se il pesce non è a galla, non è detto che sia nelle condizioni in cui non si nutre ed è fermo ed apatico, potrebbe essere lì perché magari sta inseguendo piccoli pesce foraggio come carpette, persici sole, pesci gatto o perché sta insidiando gamberi, tritoni o schiuse di qualche insetto acquatico.

Ricordiamoci che il Bass è un predatore da tutti gli strati d’acqua.

Potremmo trovarci allora in una situazione ideale, ci basterà individuare l’artificiale gradito in quel momento per riuscire a rendere proficua la battuta di pesca; ricordiamoci che il pesce a sua volta non ci vede ed è meno restio ad insospettirsi e quindi è più propenso ad abboccare.

Di solito sono le condizioni in cui anche ai neofiti può succedere di far abboccare qualche bell’esemplare, magari lanciando e recuperando, a caso, un minnow o un semplice cucchiaino rotante a mezz’acqua.

Gli esemplari migliori poi sappiamo che stazionano quasi stabilmente nei pressi del fondo, magari appostati dietro a qualche grosso ostacolo, pronti ad approfittare della malcapitata preda che giunga presso di loro.

Questi esemplari, gli unici degni di nota per un lanciatore serio, si fanno vedere in superficie sempre più raramente, nei pochi momenti della giornata in cui compiono le loro scorribande di caccia, all’alba o all’imbrunire e nelle giornate particolari dal punto di vista meteorologico, come ad esempio l’arrivo imminente di una grossa perturbazione.

L’arrivo del fronte freddo!

Quest’ultima condizione, credo rappresenti la più grossa opportunità che possa capitare ad un lanciatore, anche se è purtroppo raro essere a pesca durante questi fortunati eventi.

Poco prima dell’arrivo del fronte freddo infatti, i predatori si mettono freneticamente a cercare cibo, temendo che la perturbazione possa durare a lungo, ed impedisca di fatto il normale approvvigionamento alimentare.

Inizia un breve periodo di frenesia alimentare che coinvolge anche tutti i “pezzi da novanta” dello specchio d’acqua. In quel preciso istante abbandonano le solite precauzioni ed attaccano quasi tutti i tipi di esche che si trovano davanti.

Pensate che ci è capitato in queste occasioni, di prendere grossi bass con i cavetti d’acciaio, mentre eravamo a lucci, o di vedere attacchi di grossi pesci proprio sotto ai nostri piedi, apparentemente incuranti della nostra presenza, o di avere attacchi contemporanei con uno o più colleghi che pescavano distanti da noi di alcune decine di metri.

Di avere attacchi a ripetizione di soggetti sopra al chilogrammo, dopo che avevamo attraversato un periodo di magra paurosa… insomma, per concludere il discorso vi basti sapere che il sottoscritto quando vede nei mesi estivi l’avvicinarsi di un grosso temporale, si prende alcune ore di “ferie” e si reca immediatamente al lago più vicino!

Premetto che la pesca, per ovvi motivi di sicurezza (impieghiamo canne al carbonio, estremamente conducibili), dev’essere interrotta ai primi segnali di lampi e temporali imminenti, per evitare inutili pericoli. Tanto è inutile perseverare, quando arriva davvero il maltempo, il pesce smette di mangiare e si rifugia nel più profondo dei propri nascondigli.

I signori del profondo!

I grossi bass che vivono sul fondo, si riconoscono oltre che dalla taglia, anche dalla colorazione particolarmente scura del dorso, di un bel verde scuro, quasi nero.

Se avremo la fortuna di incocciarli, magari nelle situazioni sopra descritte, saranno sempre da soli o al massimo in coppia con un esemplare quasi dello stesso peso.

Pur visti, seguiteranno a pinneggiare lentamente, con aria di sfida, anche a pochi passi da riva…limitandosi ad osservare sornioni lo strano essere che si aggira all’esterno del loro territorio, pronti però a darsi alla fuga in caso di serio pericolo; lesti a ritornare nel sicuro delle loro tane, dove magari vi rimarranno per il resto della giornata.

Di solito i tentativi per catturarli sono assolutamente vani, il pesce ci ha visto e non ne vuole assolutamente sapere, sembra che conosca marca e modello di ogni esca che gli lanciamo.

Sono quei momenti in cui ci rendiamo conto di quanta strada abbiamo ancora davanti per conoscere davvero questo nostro stupendo avversario.

Anche se è difficile da applicare, io ora, in queste situazioni,  mi comporto in questo modo.

Cerco di pensare dove potrà andare a rifugiarsi il nostro esemplare da trofeo e poi mi sposto per almeno una mezz’ora a pescare in tutt’altra zona, per rendere di nuovo tranquillo il grosso pesce.

Provo a considerarla un ottima opportunità, ovvero mi compiaccio di aver trovato una zona di caccia o di transito di un grosso esemplare, la prossima volta che mi recherò a pesca in quel luogo, cercherò di non farmi vedere e lancerò silenziosamente la mia insidia proprio in quello stesso punto, sperando in un nuovo incontro.

Prima però, ovvero passata la prima mezz’ora dall’avvistamento, torno nello stesso luogo e lancio un’esca ad affondamento lento, una delle mie preferite è il tube siliconico, magari piombato Modena rig; altrettanto valide risultano le salamandre (lizard) o i gamberi (craw), sempre innescati allo stesso modo.

Può risultare altrettanto valido un worm tipo Senko da 4 o 5 pollici, innescato wacky, senza alcuna piombatura.

Visto che stiamo parlando di smaliziati esemplari, un buon metro di fluorocarbon dello 0,25 o dello 0,30 può sicuramente aiutare.

Scelgo un artificiale relativamente leggero ed ad affondamento lento perché sono convinto che un esemplare del genere voglia scegliersi lui il momento giusto per attaccare, non abbocchi rabbioso al primo artificiale che capiti a tiro, ma conoscendone ormai il pericolo che può provenire dall’esterno, valuti ben bene prima di avventarsi in un plateale attacco vicino alla superficie.

Sono fermamente convinto che voglia seguirne la caduta verso il fondo per un lungo tratto, voglia esser certo che nessuna forza misteriosa poi riporti quell’essere da dove è venuto e lo rilanci in acqua più e più volte come ha già visto fare ad un sacco di apparenti bocconi, rivelatisi poi invece trappole mortali per altri suoi simili.

Gli riconosco una sorta di intelligenza animale evoluta, propria di tutti i grossi esemplari di pesce, di qualunque specie, formata giorno per giorno dal bagaglio di esperienze dirette ed indirette vissute.

Un simile esemplare merita il nostro rispetto, dovremo cercare di insidiarlo dando tutto il nostro meglio.

Lanciamo la nostra esca:

Dopo il lancio dell’artificiale, da compiersi comunque nel modo più delicato possibile, dovremo far attenzione al comportamento della nostra lenza in acqua, durante la discesa verso il fondo.

Potremo assistere ad uno scarto laterale del filo (l’abboccata più evidente), a cui dovremo rispondere con una lunga ferrata

Se però parliamo di grossi esemplari, quasi sempre si assisterà ad un arresto nella discesa del filo (l’abboccata più subdola), al quale dovremo rispondere in modo repentino con una botta secca.

Sono le abboccate più difficili da interpretare, soprattutto se ci troviamo in una zona ricca di erbai in sospensione che potrebbero essere la causa dello stazionamento dell’esca.

Solamente in questi casi, opto per un comportamento diverso, metto lestamente il filo in leggera tensione; se non sento nulla dall’altra parte, sposto l’esca di un trenta centimetri, a strappetti, e la lascio di nuovo andare verso il fondo.

Se invece, come mi auguro, sento anche solamente una serie di lievi scosse, oppure un appesantimento anomalo, allora ferro energicamente e, se sono riuscito ad agganciarlo,  inizio la battaglia con il pesce.

Se invece non avverto alcun segnale dal mio monofilo e l’esca arriva fino in fondo, niente paura, ancora le possibilità di sentire un’abboccata sono ancora tantissime.

L’esca viene abboccata sul fondo:

Anche se non abbiamo avvertito tocche fino a quel momento, può essere che il pesce abbia seguito lentamente l’artificiale fino al fondo, ancora indeciso sul da farsi.

Io mantengo l’esca ferma sul fondale sempre per almeno un paio di minuti; troppe volte ci è capitato che il pesce parta con l’esca in bocca solamente nel momento in cui ha avuto la certezza che nulla dall’altra parte la facesse muovere (leggi recupero del pescatore).

L’unico accorgimento che vi consiglio è quello di mettere la lenza in leggera tensione, tenendola poi in mano con la sinistra, pronti a cogliere sulle dita il più piccolo segnale.

La canna è meglio che formi un angolo di circa 90 gradi con il filo che fuoriesce.

Solitamente le abboccate ad esca ferma sul fondo sono molto nette, il pesce attacca violentemente lo strano essere che credeva di essersi mimetizzato sul fondo, sollevando una nuvola di limo e detriti, partendo velocemente con l’esca in bocca

Si dovrà lasciare il filo trattenuto con la sinistra, che partirà velocemente verso il fondo, abbassare nel contempo la canna, prima tenuta ad ore 11,00 e produrci in un energica ferrata verso l’alto, per cercare di far penetrare l’amo nelle dure labbra del pesce.

Succede però anche, mentre stiamo aspettando, di notare leggeri colpetti al vettino, scossettine, segnali simili a quelli ricevuti nella pesca a fondo, con le esche naturali.

Non sempre come si può pensare, appartengono a piccoli soggetti; conviene comunque ferrare, perché spesso sono pesci importanti, dal comportamento reso guardingo dalla pressione piscatoria.

L’esca viene abboccata durante il recupero:

Non sempre ovviamente le cose vanno in questo modo, malgrado la naturale presentazione e lo stazionamento “mimetico” sul fondo della nostra esca, questa non viene ancora attaccata.

Può però accadere, che questo sia successo perché il pesce era lontano, ha sentito tutto attraverso la linea laterale, è stato incuriosito ed ora si sta portando verso la nostra esca, sono passati due minuti dalla sua fermata sul fondo ma solamente ora, sornione, il nostro grosso bass è arrivato sul luogo e si è messo a girargli lentamente attorno.

Lo strano essere fermo sul fondo, si è innervosito, sa a sua volta di essere stato individuato dal predatore e che se non tenta il tutto per tutto sarà spacciato.

Compie uno scatto repentino verso l’alto, in un disperato tentativo di fuga, poi di colpo si blocca, freme e si lascia cadere di nuovo sul fondo, ma questi accorgimenti non bastano, ha di fronte il signore incontrastato di quelle acque, un pesce che ha vinto negli anni mille battaglie, ben più ardue e difficili, in un baleno viene ingoiato…

Anche stavolta ho descritto una situazione a noi favorevole, che però accade tantissime volte. Vi basterà far ripartire l’artificiale, dopo lo stazionamento, in modo secco e veloce, come appunto fosse una preda spaventata che si sia resa conto di essere stata individuata.

Mi piacciono particolarmente le esche che vi ho indicato, perché con le loro “zampette” durante le ripartenze, sollevano nuvolette di pantano ed una volta rilasciate, compiono poi adescantissimi scarti laterali che fanno letteralmente impazzire i predatori.

Vi consiglio pertanto di ripartire veloci, se poi neppure in questo modo avvertite attività dai pesci, potete sempre adottare i recuperi soliti per l’esca impiegata.

L’esca trascinata:

Un altro redditizio sistema di recupero, da adottare soprattutto nelle stagioni fredde ed intermedie o in presenza di pesce poco attivo (o disturbato), è quello di “trascinare” lentamente l’esca sul fondo, fermandola di frequente.

Bisogna ovviamente essere profondi conoscitori del fondale in cui si pesca, preferendo quelli limacciosi ed abbastanza sgombri di ostacoli.
Le esche da impiegarsi debbono essere obbligatoriamente scelte fra quelle antialga.
Le mie preferite sono le siliconiche, craw, lizard, paddle tail, vermoni a sigaro o a coda dritta, ma anche jigs con cotenne di maiale, anche nella versione “stand up” ovvero quelle che la piombatura si ferma sul fondo, mantenendo la punta dell’amo verso l’alto e piegata di 45 gradi.
Il recupero dovrà essere lentissimo con frequenti pause sul fondo. La lentezza e le soste dovranno aumentare con il diminuire della temperatura.
Se notate uno strano appesantimento, può essere l’esca già in bocca al bass… mettete in leggera tensione e se avvertite anche la minima scossa, ferrate senza alcun indugio!

Il Bass salta sempre in quel luogo, ma avvicinandoci, non riusciamo mai a vederlo:

Ci sarà capitato più di una volta, frequentando lo stesso specchio d’acqua, di assistere a salti di grossi pesci, o che rompono fragorosamente la superficie calma dell’acqua.

Saltano sempre nello stesso punto o nella stessa circoscritta zona; riusciamo magari ad intuire la bella taglia del pesce solamente dal notevole spostamento d’acqua.

Spesse volte ci sarà anche capitato di riuscire ad avvicinarci, ma anche rimanendo in zona a lungo, di non riuscire mai a vedere l’artefice di queste belle bollate (di solito attacchi a libellule).

Evidentemente si tratta di un esemplare reso particolarmente diffidente da precedenti esperienze negative e che si è scelto un nascondiglio di profondità, magari la base di un albero o di un cespuglio sommerso.

Vi consiglio di provare questa tecnica:

Prendete un artificiale affondante, ad esempio un Heddon tiny Tad od un artificiale affondante di fantasia di vostra costruzione, l’importante è che non sia conosciuto in quelle acque.

 

Lanciatelo un paio di metri oltre il punto dov’è avvenuto l’attacco e poi lasciatelo affondare lentamente, tenendo il filo in leggera tensione.

Dopo averlo lasciato affondare per almeno un metro, fategli compiere uno scatto verso l’alto per almeno un 30/40 centimetri e, se non succede nulla, rilasciatelo cadere verso il fondo.

L’artificiale in questione, ondeggia lentamente durante la discesa, mentre lo fa vistosamente, con scarti in ogni direzione, durante il veloce recupero.

Dovrete cercare di simulare un essere che caduto accidentalmente in acqua e che tenti disperatamente di raggiungere di nuovo la superficie, per non annegare.

Più di una volta, sono bastati 3 o 4 scatti in avanti con l’esca “insolita” per avere ragione del nostro pur scaltro avversario.

Ancora una volta, il recupero insolito e l’aver lasciato la possibilità al pesce di “studiare” lo strano essere, senza mettergli alcuna fretta…ha sortito l’effetto sperato!

L’abboccata avviene sempre con un attacco secco e potente, a volte sembra che il pesce voglia persino strapparci la canna dalle mani!

Si tratta di esemplari che snobbano costantemente gli artificiali che passano nella sua zona di caccia solamente per un attimo e poi nuotano lontano; evidentemente le passate esperienze li hanno indotti ad abboccare solamente nella perpendicolare della loro tana.

Per questa ragione, una volta allamati, dovremo tirarli fuori a forza dal loro nascondiglio.

Troppe volte infatti mi hanno reciso lo 0,30 perché sono riusciti ad rintanarsi nel fitto degli ostacoli in cui vivono praticamente sempre. Non è assolutamente una bella cosa lasciare in bocca ad un pesce un’esca artificiale. Se vogliamo dare la caccia a questi soggetti, l’impiego di un’attrezzatura particolarmente robusta è davvero d’obbligo.

Ultimamente mi sto trovando particolarmente bene con canne potenti, monopezzo  da casting e monofili (0,35 e 0,40) o trecciati robusti.

Può aiutare molto anche un buon metro di fluorocarbon, come finale, se peschiamo in acque particolarmente limpide o in giornate di sole, mentre al contrario, se peschiamo in acque particolarmente opache e scure, anche un buon robusto trecciato può fare al caso nostro per la maggiore tenuta e la buona resistenza all’abrasione.

Il Bass si adegua in fretta agli artificiali ed al loro recupero :

Come già dicevo nell’articolo precedente, il nostro amato predatore, fa tesoro di tutte le esperienze negative ed ha sempre bisogno di stimoli nuovi per attaccare le esche.

Ogni cosa strana che sente vibrare e vede frullare in acqua può teoricamente risultare catturante, ma solamente nel breve periodo.

Anche nella pesca di mezz’acqua e di profondità pertanto il discorso è sempre il medesimo: non stanchiamoci di sperimentare esche diverse… e diverse tecniche di recupero, ne gioverà sicuramente la percentuale di catture.

Troppe volte il pesce snobba la nostra esca proprio perché già la conosce ed è stata impiegata (e fatta conoscere al pesce), dai colleghi che ci hanno preceduto in quel tipo di acqua.

Questo è principalmente il motivo perché il sottoscritto ormai pesca il bass anche con le esche affondanti, quasi esclusivamente di propria produzione.

La certezza di presentare un’esca non conosciuta dal pesce, aumenta la fiducia nell’impiego, migliora le quantità del pescato e moltiplica le soddisfazioni della cattura.

L’esca è innaturale!

Anche questo paragrafo, già menzionato nella prima parte, è da sottoscrivere integralmente anche nella pesca in profondità, vi consiglio di rileggerlo.

Ricordate che un bravo pescatore non si riconosce da cose eclatanti che manifesta, ma da come mette in atto tante piccole strategie, tanti piccoli dettagli, all’apparenza insignificanti.

La sua scelta dell’esca, il tipo di lancio, la posa… il tipo di recupero…tutto è finalizzato unicamente alla sportività della grossa cattura.

Egli sa benissimo che questa si perfeziona solamente se tutte le fasi di cui sopra sono eseguite in modo cronologico, corretto e sistematico.

Il Bass è in branco:

Anche quando i bass non sono a galla, può essere che siano in branco per spostarsi da un punto all’altro o perchè si sta avvicinando il periodo della riproduzione o per motivi a noi sconosciuti.

Anni fa, in canoa con Giorgio, risalimmo dal Mincio un grosso canalone di cemento, dall’acqua molto più limpida, fatti alcune decine di metri, ci capitò di assistere ad uno strano spettacolo.

Con un worm siliconico trasparente di 4 pollici, cominciai a catturare un persico trota dietro l’altro, tutti sui quattro etti di peso… sembravano e forse lo erano, coetanei.

Giorgio, malgrado pescasse accanto a me, non riusciva assolutamente a prendere nulla!

Io continuavo a catturare e non ci spiegavamo il perché. Accostammo la canoa a riva e risalii a piedi la sponda obliqua di cemento ed arrivai in cima all’argine, alto una decina di metri sopra la superficie dell’acqua,  mentre Giorgio mi aspettava all’imbarcazione.

Con stupore, guardando in acqua nella direzione della zona delle abboccate, mi accorsi di una “sfera” di Bass, di almeno tre metri di diametro. Non era altro che un fittissimo branco di bass che nuotava nell’acqua limpida, sotto almeno un metro dalla superficie, e che formava una grossa palla sferica, formata da centinaia di esemplari di pesci di taglia analoga, che si tenevano stretti stretti fra loro.

Non riuscivo a credere ai miei occhi; lo dissi immediatamente a Giorgio che era ancorato ad una quindicina di metri dal branco e lui, immediatamente, lanciò verso la “palla” come gli avevo indicato ed inizio a catturare anch’egli un bass dietro l’altro.

Se si sbagliava la posizione del branco non si avvertiva alcuna abboccata, mentre se si centrava esattamente la zona, si assisteva subito ad una partenza del filo.

Scattava una sorta di spietata competizione alimentare che induceva i bass ad abboccare senza alcuna remora all’esca, prima che ci pensasse il collega vicino.

I bass saltando, durante il recupero, disturbavano leggermente il branco che si spostava lentamente controcorrente. Li seguimmo pian piano con la canoa, per una buona mezz’ora, rimanendo ad una distanza tale da non farci scorgere e seguitammo a catturarli ed a rilasciarli, sperando in un esemplare più grande, che però non arrivò.

Le tecniche di recupero:

Le tecniche di recupero lento:

Spesso abbiamo visto, bisogna lasciare al pesce il tempo necessario per riflettere e decidere il momento di sferrare l’attacco.

I lanci ed i recuperi convenzionali, mettono in allarme il pesce perché gli ricordano traumatiche passate esperienze, soprattutto nelle acque super frequentate da pescatori.

Non pensate però che le tecniche di recupero “lento” possano applicarsi solamente per le esche “topwater”; ma anzi, hanno altrettanta validità anche per le esche lasciate affondare e posare immobili sul fondo.

Il lancio deve essere più trattenuto possibile nella parte finale per non far arrivare in modo troppo innaturale l’esca siliconica in acqua.

Una volta lanciato, si lascerà affondare lentamente e naturalmente l’esca, fino a farle toccare il fondo.

Sovente però questa operazione non riesce perché il bass arriva repentino, attirato dalle corte vibrazioni dell’artificiale in caduta.

Queste vibrazioni sono poco avvertibili dall’occhio umano, ma sono ben captate dalla linea laterale del predatore e lo porta ad abboccare l’esca senza indugio, portandosi dietro il filo, verso il largo.

Arrivando con l’artificiale nel sottoriva, spesso ci accorgiamo che una sagoma scura lo sta seguendo; è il pesce che si avvicina e lo osserva, senza decidersi ad attaccarlo. Ci basterà allora imprimere due o tre scatti secchi con il polso per animare rapidamente l’esca sul posto, per scatenare una reazione da parte del pinnuto.

Possono accadere due cose:

1)     Una nuvola di fango ed un’improvvisa partenza del filo, ci indicheranno che il pesce ha rotto gli indugi e si è deciso all’abboccata.

2)     il pesce si spaventa e fugge nell’acqua profonda di qualche metro, scomparendo alla nostra vista

Nella prima ipotesi, la più amata dal pescatore, attenti a non ferrare troppo rapidamente; io di solito aspetto che il filo abbia percorso almeno un metro sott’acqua, prima di scoccare una botta secca con la canna.

In questo modo, frenando il naturale impeto a reagire subito, aumento di tantissimo le percentuali di abboccate andate a buon fine.

Nella seconda ipotesi, che accade più spesso di quel che vorremmo, dovremo immediatamente capire che il pesce considera i recuperi veloci come pericolosi per la sua incolumità e comportarci di conseguenza.

Da quel momento, in quella precisa situazione, se vorremo tentare di ribaltare il risultato, sarà meglio capire che dovremo recuperare lentissimi e con frequenti pause sul fondo.

Le tecniche di recupero veloce:

I recuperi veloci invece li effettuo quasi solamente con quattro tipi di esche: gli spinnerbait a due palette, gli slug go siliconici, i buzzbait ed i prop bait.

Lo faccio, anche se non vedo pesci a galla, lanciando vicinissimo a hot spot emergenti, in modo da cercare di scatenare attacchi di riflesso.

 

Un’altra tecnica di recupero molto efficace è quella denominata “walking the dog”, utilizzando le apposite grosse esche galleggianti.

Sembra che questa tecnica riesca a far salire il pesce anche da due metri di profondità ed oltre, ma ne parlerò più diffusamente in un apposito articolo.

Se però anche queste strategie, che adotto inizialmente al massimo per la prima mezz’ora, quando il pesce è meno disturbato, non danno risultati, passo immediatamente alle tecniche di recupero lento.

Conclusioni :

Mi accorgo spesso che i giovani lanciatori, quando non notano pesci in vista, tendono ad avvilirsi subito, poiché temono che questo segnale indichi una possibile giornata negativa.

Quando il pesce non si vede, non ci si deve in alcun modo perdere d’animo, vi basti pensare che il sottoscritto proprio pescando in situazioni analoghe, ha conseguito il proprio record personale al bass, e preso parecchi soggetti sopra al Kg. e mezzo.

 

Innanzitutto la situazione va vista come una nuova opportunità; per apprendere nuove tecniche e per capire ed applicare nuove esche. 

L’altra occasione da sfruttare a fondo è quella di esplorare bene tutta la sponda, in modo da cercare di individuare i segnali che ci giungano dal fondo, come spostamenti di vegetazione, bolle e bollicine, scodate che muovono la superficie, scatti repentini…

Tutto questo affinerà il nostro spirito di osservazione, assolutamente indispensabile nella pesca a spinning, dove non riusciamo ad attirare il pesce con la pastura, ma, al contrario dovremo noi andare a cercare dove si trova il pesce in quel preciso momento.

Chi si aspettava lezioni tecniche sull’uso delle esche “affondanti” quali cranckbait e simili, sarà rimasto sicuramente deluso; credo che queste cose si possano apprendere pienamente solamente in diretta, ovvero guardando pescare un collega più esperto.

Chi invece ha capito che la pesca al bass non è un mero esercizio sull’uso di questa o quella esca, ma è un connubio indissolubile fra le pur importanti nozioni tecniche e la conoscenza degli ambienti, delle stagioni, delle situazioni… fino ad arrivare alle più piccole sfumature di conoscenza del mondo acquatico… beh, allora forse trarrà giovamento e farà tesoro di alcune cose che ho scritto, ricordandosi poi di applicare in pesca qualcuno di questi suggerimenti.

Avete già capito che per lungo e dettagliato possa essere uno scritto sull’argomento, non può certo esaurire una tematica così complessa.

Non vediamo il pesce e se non disponiamo di un ecoscandaglio, non sappiamo neppure dove sia …le variabili sono davvero infinite, ma si apre davanti a noi una nuova interessante sfida; sarà estremamente bello, almeno ogni tanto, vincerla!

Nello schema sotto riportato, ho cercato di riassumere i comportamenti, le tecniche di recupero e gli artificiali che principalmente impiego in queste situazioni.

Bisognerà leggere attentamente fra le righe dell’articolo, soffermandosi spesso a riflettere per verificare se si sono già vissute analogie con le esperienze del sottoscritto.

Forse i più esperti in questa pesca, non avranno trovato cose eclatanti, spero però di essere riuscito a fornire comunque alcune nozioni interessanti a chi pratica la pesca al bass da poco tempo. Se avrete bisogno di ulteriori chiarimenti, sarò ben lieto, nel limite delle mie conoscenze, di fornirveli.

Loris Ferrari

e-mail: lorisfer@libero.it

 

 

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