TECNICA

 

 

 

 

 "Tecnica" - IL FLIPPING 

 

  Testo e foto di Loris Ferrari - Dicembre 2005

 

Premessa:

 

Cosa significa questa parola strana? Non si tratta altro che di un altro termine d’importazione americana; il Flipping non è altro che una tecnica di lancio a breve distanza, spesso confusa con il Pitching (vedi articolo sul sito), mentre lo Skipping (vedi articolo sul sito) è una speciale tecnica di presentazione a saltelli dell’esca, e lo Jigging è una variante di recupero verticale ed a saliscendi dopo aver lanciato con qualcuna di queste tecniche, utilizzando come esca appunto gli Jigs come esca.

 

 

Il Flipping:

 

Ideata negli anni settanta in america, consiste principalmente in una tecnica di presentazione dell’esca quasi più in verticale che in orizzontale, da effettuarsi preferibilmente dalla barca in presenza di acque torbide o comunque molto opache e con scarsa profondità, è diretta principalmente ad insidiare Black Bass e Lucci.

 

Non è che sia impossibile praticarla da riva, anzi direi che è una delle tecniche più usate assieme al Pitching, nel cercare i pesci nascosti nelle sponde più infrascate, né sto dicendo che è impossibile praticarla dal Belly Boat (ciambellone) anche se si fa fatica perché bisogna tenere alte le braccia, sto solamente dicendo che praticarla dalla barca, senza ostacoli dietro di noi e da una posizione rialzata rispetto la superficie dell’acqua, come solamente permette lo stare in piedi in una barca appositamente gavonata per la pesca, è di gran lunga la situazione preferibile.

 

Si è rivelata negli anni una tecnica efficacissima per insidiare il pesce in ambienti particolarmente ricchi di vegetazione quali canneti, ninfee, tronchi sommersi… è impiegata dagli agonisti nelle varie competizioni per stanare il pesce direttamente dal proprio rifugio.

 

 

La stagione ideale per praticarla, se ci riferiamo ai Bass, va dalla tarda primavera all’autunno anche se sporadiche catture si possono effettuare tutto l’anno.

 

Se invece ci riferiamo ad altri pesci, per i Luccio funziona egregiamente dall’autunno all’inverno, mentre per le Trote in cava, si è scoperto che le stesse prediligono molto quest’azione di presentazione a saliscendi, nei sottoriva prescelti come luogo di frega nel periodo di fine autunno, inizio inverno, impiegando stickbait siliconici.

 

Ovviamente possiamo praticarla con le canne ed i mulinelli che possediamo, anche se l’ideale, se diamo retta ai maestri americani, bisognerebbe utilizzare un’apposita canna monopezzo da casting (Flipping Stick) da 7,6 piedi (ca. 230 cm.), magari con il primo pezzo vicino al calcio, rientrante, per agevolarne il trasporto. La potenza andrà scelta da un minimo di 3/8 di oncia (10,5 grammi) ad un massimo di 2 once e mezzo (70 grammi).

 

 

Queste specifiche canne, hanno un’azione molto rigida e di punta; prendendole in mano per la prima volta, si ha l’impressione di avere fra qualcosa di davvero tosto!

Potrà sembrarci un’attrezzatura eccessiva se proveniamo da altre tecniche, ma posso assicurarvi che estrarre di forza un bass sui due kg. ed oltre dalla sua tana è un’impresa tutt’altro che facile e per non perderlo bisogna forzarlo e portarlo nel minor tempo possibile a lottare in acque aperte.

 

La tecnica del Flipping é la più pesante fra le tecniche “da gomma” e richiede, per aver ragione dei pesci rintanati fra gli ostacoli, di un’attrezzatura robusta in ogni particolare.

 

Il mulinello da abbinare sarà ovviamente da casting e possibilmente con il bottone “Flipping” che permette di far scendere con facilità il filo durante la pesca a ridosso degli ostacoli e una volta percepita l’abboccata, consente una ferrata immediata, molto superiore alla sola azione manuale.

 

Non c’è bisogno di ricorrere alla manovella del mulinello, ci basta solamente rilasciare il pollice e la bobina si blocca di colpo.

 

L’altra funzione del bottone flipping è quella di lasciare libera la bobina di ruotare sul proprio asse, durante il lancio, solamente seguendo il peso dell’esca, ma questa funzione è sicuramente molto più importante nel lancio con la tecnica del Pitching poiché abbiamo bisogno di arrivare più lontano.

 

 

 

 

Una volta inserito il bottone Flipping, spingendolo verso l’alto, posto sopra al carter del mulinello, ci basterà tener premuta la leva di sblocco per liberare la bobina e far scendere la nostra esca verso il fondo.

 

Appena avvertiremo un segnale di abboccata, ci basterà rilasciare la leva e la bobina si bloccherà istantaneamente.

 

Potremo quindi imprimere la ferrata in modo molto più veloce senza preoccuparsi di dover azionare la manovella manualmente per ottenere la chiusura e poter iniziare il recupero.

 

L’utilità di tale bottone è solamente limitata a queste specifiche occasioni, ma vi assicuro che è molto utile.

 

Possiamo praticare questa tecnica anche con i mulinelli da spinning, con l’unica differenza che l’azione di pesca complessiva risulterà più lenta dovendo ogni volta aprire e chiudere l’archetto del mulinello.

 

Non è un grosso problema pescando per diletto, lo diventa pescando durante le competizioni poiché il nemico principale è sicuramente il tempo a disposizione.

 

A livello teorico più lanci e più presentazioni dell’esca si riescono a fare più abboccate si avvertono e più pesci si prendono… aggiungiamoci poi la maggiore silenziosità di presentazione in acqua dell’esca ed ecco spiegato perché gli agonisti con questa tecnica impiegano esclusivamente i mulinelli rotanti e l’attrezzatura da casting.

 

Il Flipping è una tecnica decisamente pesante, da effettuarsi a distanza ravvicinata, preferibilmente dentro all’intrico degli ostacoli quali canneti, distese di ninfee, alberi sommersi, pontili…insomma tutti quegli ostacoli solidi che rappresentano i rifugi preferiti dei predatori più grossi e smaliziati. Arrivando silenziosamente con la barca munita di motore elettrico o pinneggiando lentamente con il belly, riusciremo ad arrivare a pochi metri dallo spot prescelto.

 

Possiamo senz’altro affermare che oltre ad una tecnica di lancio il Flipping è una vera e propria Tattica da adottare ogni volta che lungo la sponda si presentino le condizioni ideali.

 

Certo i primi lanci, durante l’avvicinamento potremo anche farli al limite esterno degli ostacoli lanciando crank o spinnerbait, ma se questi non sortiranno gli effetti sperati in termini di abboccate, sarà naturale cambiare canna e lanciare con l’attrezzatura pesante da flipping nel cuore degli ostacoli; ecco perché parlo di tattica da mettere in pratica, momento per momento, durante la battuta di pesca.

 

Malgrado a prima vista possa sembrare monotona e poco efficace è invece un sistema formidabile per pescare in velocità, lanciando e recuperando decine di volte ed indurre all’abbocco gli esemplari migliori.

 

Nessun’altra tecnica riesce a tanto, perché è l’unica in grado di far arrivare l’esca a diretto contatto di avversari magari immobili nelle loro tane e non disposti a risalire o spostarsi per ghermire altri tipi di esche.

 

Il monofilo da impiegare, andrà scelto in relazione ai pesci ed alla consistenza degli ostacoli presenti, io preferisco impiegare diametri che vanno dallo 0,35 per la pesca nei canneti fino ad arrivare allo 0,50 per la pesca in mezzo agli alberi sommersi.

 

Non mi piace molto il trecciato, anche se con acque spesso torbide si può sicuramente impiegare, personalmente preferisco usare il monofilo perché ha una riserva di elasticità che può far comodo durante i recuperi forzati, per impedire al pesce di strappare o di slamarsi.

 

Molto valido ritengo invece sia il fluorocarbon perché permette di sfruttare le sue doti di affondamento e di resistenza allo sfregamento. La sua indiscussa invisibilità ci permette poi di impiegare diametri maggiori che ci daranno maggiori garanzia di tenuta in caso di auspicabile lotta con grossi esemplari.

 

Le esche da impiegarsi, oltre agli Jigs, sono principalmente quelle siliconiche dai grub e dai worms con particolare predilezione per quelli a coda diritta, lunghi dai 6 ai 9 pollici, soprattutto nei colori nero o comunque scuri oppure altre esche in gomma a corpo compatto per poterle facilmente inserire nel cuore delle strutture.

 

Da non dimenticare poi le salamandre (Lizard), i gamberi e gli adescanti ed indispensabili  skirted grub single e double tail, innescati con amo singolo e piombatura in testa (magari Stand Up Jighead della Chompers, che permettono di mantenere fermo l’artificiale sul fondo, con l’amo rivolto all’insù).

 

 

In acque basse a flipping trovo poi efficace anche la piombatura Modena Rig (vedi articoli sul sito), perché mantiene la piombatura ferma sull’esca facendo così planare verso il fondo l’esca mantenendo sempre l’amo nella giusta posizione.

 

 

 

Per ultimi ma non meno importanti con questa tecnica, i Tube Jig (che sono già stati ampiamente trattati in un apposito articolo).

 

L’azione di pesca, il lancio a Flipping:

 

Si guarda innanzi tutto verso la sponda e si sceglie la zona ricca di ostacoli dove si presume possano esserci in agguato i predatori e dove pertanto lanciare la nostra esca.

 

Individuata la zona ci si avvicina lentamente fino a circa 4 o 5 metri; l’esatta distanza si valuta in base al grado di torbidezza ed opacità dell’acqua o alla vegetazione più o meno fitta che ci troviamo davanti e che ci nasconde più o meno agli occhi del nostro predatore.

 

Il mulinello andrà preventivamente tarato in questo modo:

 

A)    Freno meccanico chiuso in relazione al peso dell’esca.

 

B)    Freno magnetico o centrifugo tarato medio

 

1)     Impugnando la canna con la mano destra, stando in piedi, teniamola a quarantacinque gradi verso l’alto. Con il pollice leggermente premuto sulla bobina aperta o a pulsante flipping inserito, premendo la leva di sblocco, sfiliamo lenza dal mulinello fino a far quasi toccare l’acqua alla nostra esca;

 

2)     Con la mano sinistra prendiamo il filo fra il mulinello ed il primo anello e sfiliamo ulteriore lenza dal mulinello, portando indietro il braccio tendendolo dietro di noi con un movimento dall’alto verso il basso. Diciamo che la corretta posizione finale del braccio è all’incirca all’altezza della nostra cintura mentre l’esca rimarrà sempre a sfiorare l’acqua. Se a questo punto posassimo la lenza a terra, ci accorgeremmo che fuori dal mulinello fino ad arrivare all’esca ci sono dai 4 ai 6 metri di filo (questa distanza varia dall’altezza del pescatore e dalla lunghezza delle sue braccia);

 

3)     Ora facciamo oscillare l’esca verso di noi agendo sulla canna. Quando arriva vicino al filo teso fra la canna e la mano sinistra, con un movimento rapido e costante del braccio che impugna la canna, proiettiamo l’esca verso il nostro obiettivo. Contemporaneamente agiremo con il movimento del braccio sinistro, che accorcia il filo fra la canna e l’esca, assecondando la traiettoria di lancio, mentre con la mano destra abbassiamo la punta della canna portando il cimino verso l’acqua, in direzione del punto in cui dovrà posarsi la nostra esca.

 

N.B. Per fare avvicinare a noi l’esca agiamo dapprima con la canna verso l’alto e poi la lanciamo in avanti con un movimento a pendolo veloce e costante. Questo movimento permetterà all’esca di proiettarsi in avanti. E’ molto importante mentre portiamo il braccio che impugna la canna fino a stendersi completamente in avanti, che contemporaneamente pieghiamo il polso che impugna la canna con un movimento antiorario di circa quarantacinque gradi, in modo che portare la manovella del mulinello fuori dalla traiettoria del filo che si sta tendendo e che proviene dalla mano sinistra. In questo modo eviteremo fastidiosi ingarbugliamenti di filo sulla manovella del mulinello che influenzerebbero negativamente il buon esito del lancio stesso.

 

4)     L’esca si frena in acqua semplicemente agendo con la mano sinistra che porta il filo verso la canna. Dopo un breve tirocinio ci accorgeremo che dosando questi movimenti riusciremo ad ottenere una posa estremamente silenziosa, sicuramente non ottenibile con la canna da spinning e paragonabile solamente all’entrata in acqua dei popper lanciati con la canna da mosca.

 

L’azione del mulinello nel flipping , durante il lancio, è praticamente inesistente in quanto già la quantità di filo estratto con le braccia dal mulinello rappresenta una quantità di filo spesso maggiore di quella necessaria alla distanza di lancio.

 

Ho parlato di lanci di quattro, massimo sei metri, ma avremo situazioni in pesca dove tale distanza di lancio non sarà affatto necessaria poiché la posa dentro agli ostacoli verrà fatta quasi in verticale sotto la punta della canna.

 

Quando invece la distanza è al limite può intervenire il mulinello lasciato aperto, ma si tratterà sempre di distanze poco sopra ai sei metri.

 

Oltre tale misura ritengo sia molto meglio lanciare a Pitching.

 

Il mulinello andrà poi usato ben poco anche durante l’azione di pesca. Infatti l’esca andrà fatta scendere imprimendo movimenti a saliscendi, badando bene di mantenere il controllo costante dell’esca. Per fare questo è preferibile tenere il filo in mano con la sinistra e la canna con la destra, in modo da riuscire ad avvertire anche le tocche più delicate.

 

 

L’importanza della delicatezza di posa:

 

E’ una delle cose che io ritengo più importanti nella pesca a lancio. Più importante dell’esca che si sta impiegando!

 

Stiamo pescando vicini al pesce, direttamente sulle loro tane, insospettirli con un lancio rumoroso significa semplicemente farli fuggire a “pinne” levate oppure a rifiutare anche le banconote da mille euro.

 

Ecco perché consiglio per questa tecnica l’attrezzatura da casting correttamente applicata.

 

Con i mulinelli da spinning tale azione, si cerca di imitarla chiudendo l’archetto alcuni istanti prima che l’artificiale tocchi l’acqua ed agendo nello stesso tempo di canna, portandola all’indietro fino a far tendere la lenza un attimo prima della caduta in acqua dell’esca.

 

Dopo il necessario tirocinio, riusciremo a far “pattinare” leggermente sulla superficie dell’acqua il nostro artificiale, anche pesante, nel miglior modo possibile, facendolo entrare in acqua molto più silenziosamente, rispetto al lasciare cadere l’esca in acqua senza alcun nostro intervento (come purtroppo vedo fare da tanti neo lanciatori).

 

Eviteremo di allarmare maggiormente il pesce, costringendolo a fughe precipitose e facendolo rintanare nei meandri più intricati del suo rifugio, a tutto beneficio dei risultati complessivi della battuta di pesca.

 

Rammentiamo ancora una volta che siamo a una distanza estremamente ravvicinata dall’hot spot prescelto e già avvicinandoci in barca o in belly boat, compiremo nostro malgrado movimenti e produrremo rumori che metteranno sul chi vive tutti i pesci del circondario.

 

Queste indispensabili precauzioni, andranno ovviamente curate maggiormente, nei posti dove la presenza di altri pescatori è più massiccia ed il pesce è più smaliziato.

 

Ricordiamoci comunque che con una buona posa in acqua, siamo già al 50% dell’opera, anche se avvertiremo l’abboccata solamente in prossimità del fondo.

 

Anche quest’ultimo caso, infatti, ci darà conferma che il pesce non è stato spaventato, rimanendo in zona e disponibile all’abbocco.

 

L’azione di pesca:

 

Una volta fatta entrare in acqua la nostra esca,  inizieremo a farla affondare, imprimendo alla canna degli arresti periodici, inframmezzati da movimenti di polso, tendenti a far “pulsare” ed animare la nostra esca.

 

Pescando vicino a noi e recuperando più di polso e di canna che di mulinello porteremo pian piano il nostro artificiale sul fondo dove, in assenza di abboccate, lo terremo immobile per qualche secondo.

 

Se non avvertiremo ancora nulla di “sospetto” faremo ripartire con un colpetto di canna l’artificiale e zigzagando e facendolo fluttuare, ritorneremo a posarlo sul fondo.

 

Abbiamo già detto che la mano sinistra tiene in mano il filo per avere maggiore percezione sulle abboccate più delicate e per poter dare filo in caso di abboccate più decise, un attimo prima di scoccare la ferrata.

 

La cosa assolutamente fondamentale è quella di tenere sempre il controllo dell’esca attraverso la costante gestione del filo.

 

Dopo cinque o sei di queste ripartenze, se non avvertiremo ancora nulla, ci converrà recuperare un po’ più decisi anche perché potremmo essere già fuori dalla zona ottimale dell’hot spot.

 

Una volta che l’esca è giunta sotto di noi o sia finita in una zona che riteniamo improduttiva, ritorneremo ad effettuare un lancio in un altro punto vicino che a noi sembri potenzialmente promettente.

 

In questo tipo di recupero, il pescatore mette in mostra le proprie vere capacità, la vera “arte del recupero”, qui davvero si vedono in azione quelli bravi, quelli cioè capaci di far animare, di far sembrare viva e sfuggente un’esca artificiale che da ferma sembra non avere attrattiva alcuna.

 

Dovremo tenere la massima concentrazione perché l’abbocco potrà avvenire in qualsiasi momento; dall’entrata in acqua fino alla sosta, anche prolungata, sul fondo.

 

Stiamo pescando su bassi fondali, un pesce aggressivo ci metterà una frazione di secondo ad avventarsi sulla potenziale preda o qualche decina di secondi, dopo che si è fermato sul fondo, in caso di estrema diffidenza ed apatia dell’esemplare incontrato.

 

Se in qualche modo lo abbiamo spaventato, dobbiamo far leva sulla sua curiosità per farlo tornare sui suoi passi e convincerlo ad attaccare quello strano essere che è venuto a disturbare ed invadere il suo territorio.

 

Uno dei sistemi più efficaci consiste nel far compiere all’artificiale piccoli saltelli sul fondo, facendogli sollevare piccole nuvolette di fango e detriti, come se il nostro fosse intento a mangiare sul fondo.

 

Di solito il Bass si precipita perché sa benissimo che il pesce che si nutre sul fondo ha gli occhi rivolti verso terra e può non accorgersi del pericolo che giunge dalle spalle.

 

Se peschiamo in acqua abbastanza limpida ed assistiamo alla scena, sarà meglio costringerlo all’abbocco di reazione, fingendo di volergli sfuggire con un colpo veloce di canna verso l’alto. L’attacco e la lotta che seguirà subito dopo, è da catalogarsi come una delle cose più irruente di tutta la pesca a spinning e ci lascerà dentro un piacevole ricordo per parecchi anni.

 

Tantissime volte il pesce attacca l’esca durante la discesa, questa non dovrà mai essere lasciata a se stessa, in caduta libera, ma dovrà sempre essere accompagnata dal pescatore, mantenendo sempre il filo in leggera tensione…pronti a ferrare al minimo sentore di situazione anomala.

 

Risulta  vincente tenere il nylon con la mano sinistra ed il braccio aperto (al contrario per i mancini) lontano dalla canna, per poter concedere immediatamente filo al minimo sentore di situazione anomala o di scarto laterale improvviso del monofilo, dando così tempo al pesce di terminare l’abbocco senza fargli percepire alcun peso anomalo dall’altra parte della lenza.

 

In sostanza è quasi come pescare le trote al tocco in torrente; le dita che tengono stretto il filo sono molto sensibili e riescono a percepire prima ogni piccola asperità del fondale, ogni ostacolo ma soprattutto le tocche più delicate dei pesci.

 

Col tempo riusciremo a percepire chiaramente la differenza fra alghe, ostacoli rigidi come rami e sassi, anche se qualcuno di questi ci trae quasi sempre in inganno, come i malefici rami obliqui che sembrano pesci che mangiano l’esca spostandosi lentamente.

 

In ogni caso quando ci sembra che il pesce stia abboccando (a volte è perfettamente evidente, con strappetti ripetuti ed in crescendo), la mano sinistra che trattiene il filo andrà portata verso la canna, chiudendo il braccio e quando il filo comincia a tendersi, bisogna scoccare una secca ferrata in modo da riuscire a piantare l’amo nel duro apparato boccale del pesce.

 

Per limitare le abboccate a vuoto, è spesso meglio attendere uno o due secondi prima di ferrare con forza, per dare il tempo al pesce di ingoiare l’esca.

 

Questo consiglio non è però valido in situazioni davvero critiche, quando cioè posiamo l’esca proprio dentro al cuore di ostacoli rigidi e spessi come ad esempio la chioma di un albero sommerso, caduto in acqua.

 

In questo caso, per non far finire il pesce nell’inestricabile intrico di robusti rami, si dovrà ferrare immediatamente ed altrettanto repentinamente iniziare il recupero di forza, confidando nella robustezza della ns. attrezzatura e dell’effetto sorpresa sul pesce.

 

Se invece l’abboccata fosse repentina, allora è meglio serrare il filo con forza con la mano e ferrare contemporaneamente con la destra, lasciando il filo con la sinistra solamente quando si percepisce che la ferrata è andata a buon fine.

 

In questi casi però io preferisco poi dare una seconda ferrata per essere certo di aver conficcato bene l’amo prima di iniziare la lotta con il pesce fra gli ostacoli.

 

 

Ovviamente queste situazioni limite, richiederanno ami molto robusti ed a filo spesso e forgiato (Jig casting), monofili come dicevo sopra apparentemente esagerati (0,40 – 0,50) e canne adeguate a lotte brevi ed intense.

 

Non a caso è la tecnica più usata dagli agonisti, soprattutto nelle ultime fasi della gara, dopo aver usato le canne da spinnerbait e da cranckbait (minnow di profondità); quando cioè il pesce è stato ampiamente disturbato dai lanci, dalle imbarcazioni e dai rumori provocati inevitabilmente dalla baraonda venutasi a creare durante lo svolgimento frenetico della  manifestazione.

 

Lo spostamento veloce delle imbarcazioni, in un territorio acquatico limitato ed i continui lanci di esche di ogni tipo ha, come logica conseguenza,  portato il pesce a rintanarsi nei rifugi più fitti.

 

Il Flipping o il Jigging se la profondità è elevata, in particolare a ridosso degli ostacoli emergenti o posati sul fondo, diventano quindi tecniche fondamentali per cercare di far volgere a nostro favore la giornata.

 

Il normale appassionato di spinning, può però trarre il ragionato insegnamento da quanto sopra, adottando questa tecnica dopo aver impiegato altre esche, come i rotanti, gli spinnerbait, i popper o i minnows.

 

Soprattutto nelle piccole cave, quando magari il primo giro non ha dato i frutti sperati, spesso utilizzando il Flipping  negli angoli più infiascati, si riesce a portare ad abboccare esemplari di tutto rispetto.

 

In Italia nascono in fretta neologismi e scambiando due chiacchiere con altri spinningofili incontrati sulle rive, spesso emergono frasi del tipo: “catturato qualcosa?”…. “No, ma ora vado a Flippare  e Picciare un po’ di gomma nel sottoriva”; oppure: “ho preso questo Bass schippando sotto quel cespuglio”  :-)

 

I rifiuti all’esca :

 

Ci sono però volte che vediamo il pesce arrivare veloce, fermarsi, girare attorno alla potenziale preda, girarle attorno con le pinne laterali frementi, magari anche “assaggiarla” avvicinandosi con il muso e poi andarsene senza compiere la sperata abboccata.

 

Non esiste una ricetta per impedire questi rifiuti, né tanto meno riusciamo a capirli tutti…odori sgradevoli? … all’ultimo momento ci ha visti, mettendosi in allarme? … la montatura e l’inganno dell’amo è stata scoperta? … il recupero non è stato sufficientemente adescante?

 

In pochi secondi dopo il gran rifiuto, il nostro cervello si riempie di milioni di domande…sicuramente, se il pesce si era precipitato sull’intruso, qualcosa che lo aveva fortemente attirato c’era stata, ma altrettanto certo un qualcosa che magari all’ultimo secondo lo ha disturbato inducendolo a desistere… pure!

 

Negli anni, a forza di subire rifuti, qualcosa penso di averlo intuito.

 

Al cinquanta per cento, in presenza di acque chiare, credo che i rifiuti siano da attribuirsi al fatto che il pesce ci ha scorti all’ultimo istante.

 

In quella zona d’acqua, egli non conosce solamente tutte le asperità e le caratteristiche del fondale, ma altrettanto bene conosce i colori e la forma della sponda.

 

Soprattutto poi se parliamo del Bass, un pesce con gli occhi costantemente rivolti verso l’alto pronto a ghermire l’incauto insetto che svolazza troppo vicino alla superficie dell’acqua.

 

Dopo alcuni anni passati in quel piccolo pezzo di territorio è verosimile pensare che conosca ogni filo d’erba, ogni cannuccia, ogni sasso, ogni ramo presente sulla sponda.

 

Malgrado il nostro abbigliamento mimetico, una sagoma sconosciuta che si para davanti massiccia nel suo territorio, fa scattare nel pesce paure ancestrali ed istinti atavici di sopravvivenza.

 

Anche il boccone più succulento ed appetitoso passa in secondo piano, quando la posta in gioco può essere la propria vita!

 

L’altro quaranta per cento credo sia da attribuirsi ad un recupero sbagliato dell’esca, nelle ultimissime fasi di avvicinamento del pesce.

 

Durante le mie osservazioni dei pesci nel momento della predazione, (sia direttamente sull’acqua che attraverso video subacquei), ho potuto notare che le prede, prima di diventare tali, cercano di fuggire dal predatore mettendo in atto tutta una serie di strategie, la più appariscente delle quali è la fuga precipitosa e disordinata in tutte le direzioni.

 

Se il pescatore all’avvicinarsi del pesce all’esca, continua a muoverla normalmente, senza accelerare il recupero, come se nulla stesse arrivando, sicuramente otterrà il solo risultato di farsi avvicinare, annusare, e farsi rifiutare sdegnato.

 

Se viceversa all’arrivo del predatore, quando questi si trova ad una ventina di centimetri, facciamo seguire uno scatto di canna  velocissimo verso l’alto o un rilascio improvviso della lenza, facendo precipitare l’esca verso il fondo, come a cercare di trovarvi rifugio…beh, quasi sicuramente otterremo un attacco fulmineo ed immediato.

 

La reazione del pesce in questo caso, è fra le più spettacolari e violente in assoluto.

 

Al pescatore sale il tasso di adrenalina, ferra con forza ed inizia un recupero veloce in rapporto direttamente proporzionale alla quantità di ostacoli presenti nella zona.

 

C’è poi un ultimo residuo dieci per cento di altre ragioni che determinano i rifiuti, che molto probabilmente non riuscirò mai a decifrare.

 

Posso pensare che qualcuna di queste sarà senz’altro da attribuire a precedenti esperienze negative vissute dal pesce con esche simili, incontrando precedentemente altri pescatori.

 

Tale percentuale io credo si possa tentare di limitarla impiegando esche autocostruite.; presentando una nuova esca di fronte al pesce, con movimento, forma e colori mai visti in precedenza, si dovrebbero aumentare le chances di abboccata… ecco perché il sottoscritto cerca spesso di impiegare esche proprie. 

Conclusioni:

I vantaggi nel corretto apprendimento di quest’indispensabile tecnica - tattica di lancio sono talmente evidenti che si misurano in maggiore quantità e qualità di catture; ne consegue che vengono ripagati ampiamente gli sforzi compiuti nell’apprenderla. 

Varrà la pena che vi alleniate su un prato, nel cortile od anche in una stanza di casa vostra per migliorare la precisione di lancio e la delicatezza di posa. 

Vi potrà essere utile mettere un coperchio circolare di plastica sul terreno (o sul pavimento) per lanciarci sopra, prima a distanza ravvicinata e poi man mano sempre più distanti, fino ad arrivare ai quattro cinque metri che vi occorreranno poi in pesca. 

L’esercizio apparentemente banale, serve invece a prendere dimestichezza con l’attrezzatura da casting e regolare gli automatismi di lancio trovandovi già ben allenati durante le prime battute di pesca. 

La precisione del lancio sarà intuita quando nessun lancio cadrà al di fuori del cerchio posato a terra (possiamo poi diminuire i diametri dei cerchi impiegati, usando ad esempio coperchi di differenti contenitori di plastica). 

La posa dell’artificiale in acqua invece sarà migliorata man mano che riusciremo a frenare correttamente l’esca, utilizzando al meglio il braccio sinistro che agisce sulla lenza in bando ed il pollice che frena sulla bobina del mulinello.  Il rumore che l’esca produce durante l’impatto sul coperchio dovrà avvertirsi sempre meno, man mano che prendiamo confidenza con questa tecnica e riusciamo a farla nostra.

Se avete dubbi scrivetemi all'indirizzo e-mail che trovate in Home Page, sarò lieto di approfondire con voi particolari aspetti sull'argomento.

Ciao a tutti e buona p... permanenza sul ns. sito !  

Loris Ferrari

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