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SUONI PERDUTI E ATTREZZI D'USO
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Le occupazioni agricolo pastorali che da sempre hanno caratterizzato lo scandire della vita nella nostra Valle, fanno oramai parte di un patrimonio di ricordi che lentamente sta affievolendosi. Attrezzi fondamentali per le attività di tutti i giorni, sono divenuti oggetti indecifrabili, il cui utilizzo è oramai prerogativa di pochi..
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Foradória Conservata come una reliquia, era considerata uno degli attrezzi più importanti nella realizzazione e riparazione di manufatti in legno, la più diffusa materia con cui erano realizzati i più svariati manufatti. Il fare e quindi l'utilizzare dei fori, era una delle operazioni più comuni e scontate nelle attività di un tempo. Servivano per far passare corde, bloccare perni e fissare pioli. Il movimento di questa trivella era garantito da una ampia impugnatura (cuár), realizzata in un uno pezzo di legno e caratterizzata dal possedere una curvatura naturale e non procurata. Venivano pertanto utilizzati rari rami di corniolo, carpine e orniello. La punta in ferro presenta due ali taglienti, protette nei momenti di non utilizzo da un cappuccio realizzato in legno di ontano, o di acero.
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Massànc Si tratta dello strumento da taglio di maggior utilizzo nel tagliare rami, sia direttamente sulla pianta che a terra nell'opera di sfrondatura delle ramaglie da raccogliersi poi in fascine e da utilizzare per accendere e ravvivare il fuoco. È molto preciso ed equilibrato anche nella sezionatura di piccole parti di legno, lungo la linea di venatura, risultando quindi più adatto dell'onnipresente "manarin", piccola mannaia domestica utilizzata nella preparazione dei tronchetti per il "spolert" e il "fogolar". La lama, dalla forma molto arrotondata e ampia, è tagliente solo nella parte rettilinea. La sua efficacia è garantita dalle dimensioni compatte unite ad un peso non indifferente (lo spessore della lama in ferro è di circa 3 mm, per una lunghezza di 20/25 cm.). Vicino al manico, realizzato in noce, ontano o vencjâr, la lama presenta un foro, che consente di agganciare il "massànc" alla cintola.
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Falcét Di uso comune in tutto il nord Italia, la falce da fieno delle nostre zone è molto più leggera che altrove. Il manico, o falcjâr, è di sezione quadra ed è dotato di due impugnature (cruchignas) di legno di corniolo che consentono di imprimere all'attrezzo una rotazione tale da tagliare strisce d'erba fino a oltre un metro e mezzo di larghezza. La lama del falcét è bloccata al manico tramite la vieria, un anello stretto con due cunei che regolano anche l'inclinazione della lama, ottimizzandone le prestazioni. La punta terminale (pontâl) è in ferro e garantisce stabilità durante l'operazione di affilatura della lama con la cuat.
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Riascolta il suono perduto del "gucâ il falcet"
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Batadorias L'utilizzo delle batadorias per ricostituire il filo sulla lama del falcet, rappresenta un rituale quasi propiziatorio, messo in scena poco prima dell'inizio della falciatura. La sonorità dei colpi secchi prodotti dal martello che con una leggera obliquità colpisce il filo per renderlo sottile e tagliente, si diffondeva per la Valle come il rintocco delle campane e rendeva tutti i suoi abitanti partecipi della propria operosità. Lunghe circa 50 centimetri, sono un classico manufatto realizzato dal fabbro (favri). Per una buona metà vengono conficcate nel terreno e spuntano tra le gambe dell'utilizzatore che si siede per terra. Il martello, dal manico corto e robusto, è molto simile alla martellina utilizzata dai mosaicisti tranne che per il fatto di avere le due estremità convesse.
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Riascolta il suono perduto delle "batadorias"
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Fier dal fen Si tratta di uno degli attrezzi meno noti alle nuove generazioni ed allo stesso tempo uno dei più importanti nella gestione del taulât. Infatti consentiva di prelevare la quantità desiderata di fieno dalla tasa, allorché questa diveniva compatta e indistricabile con il solo sforzo delle mani. La sua lama a mezzaluna, spinta con la forza del piede dell'utilizzatore, risolveva egregiamente ad una funzione altrimenti critica. Per la delicatezza del filo della sua lama, veniva riposto sempre con la mezzaluna rivolta verso l'alto.
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Cos e Coša I ripidi pendii che caratterizzano il territorio della Val d'Arzino non consentivano l'utilizzo di mezzi di trasporto "a ruota", al di fuori delle strade carrabili. La mobilità delle cose era garantita a forza di braccia e di spalle. I contenitori più utilizzati erano due distinte tipologie di gerle, ognuna realizzata in funzione delle caratteristiche del prodotto o materiale trasportato. Una, detta cos (al maschile), la cui larghezza non supera quella delle spalle del portatore, è a intreccio fitto e aveva come finalità primaria il trasporto del letame nei prati, a primavera ed in inverno. L'altra, la coša (al femminile), molto più grande e a maglia larga, permetteva il trasporto della frint, le foglie raccolte nei boschi che venivano utilizzate per preparare il letto alle mucche (scjerni las vacjas). Entrambe sono realizzate intrecciando i vimini attorno ad una struttura in corniolo. Il caricamento sulle spalle è consentito da due braccioli (brecedorias), fatti con un intreccio di pauigna, una sorta di vimine.
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Cjálcolas Il trasporto del fieno fin nel taulât, dopo averlo essiccato al sole, era effettuato caricandosi sulle spalle un voluminoso carico (cjama) del prezioso alimento destinato alle varie "Bisa", "Mora", "Linda", "Bruna", "Laura", "Stela". Ciò era consentito dal fatto che la gran massa di fieno era legata longitudinalmente da una sorta di cintura composta da due identici elementi in legno di ontano (àn) e nocciolo (noglâr), realizzati ognuno con due montanti fissati da altrettanti traversini. Le due cjalcolas sono unite da due cordicelle in canapa, lunghe una ventina di centimetri, che diventano una sorta di snodo che consente di posizionare i due elementi uno nella parte frontale e l'altro in quella posteriore del carico, comprimendo così la massa di fieno viene grazie alla presenza di una robusta corda che collega le due cjalcolas nella parte alta del carico.
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