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Il nuovo "dolce stil novo",

ovvero del gusto di mangiare poesia

 

di Lamberto Pignotti

 

Nutrirsi di arte, mangiare poesia, dilatare il gusto coinvolgendo tutti i sensi, e non solo la vista e l’udito. A un tale "sinestetico" coinvolgimento miravano certamente le spettacolari cene organizzate in seno alle compagnie fiorentine del Paiuolo e della Cazzuola, nelle cui realizzazioni e messe in scena avevano una parte di rilievo artisti come Andrea del Sarto, Domenico Puligo e Giovan Francesco Rustici, che vengono descritte nella biografia di quest’ultimo, nelle Vite del Vasari.

Simili "cene d’artista" non hanno una loro identificabile contiguità e tanto meno una documentata tradizione. Per ritrovare una "linea gastronomica dell’arte" bisogna arrivare alle avanguardie del nostro secolo, alla Cucina futurista degli anni Trenta, alla Taverna Santopalato di Torino, al "pranzo estivo di pittura-scultura" di Marinetti, al "pranzo tattile" di Fillia, al "pollo d’acciaio", di Diulgheroff, all’"antipasto folgorante" di Luciano folgore, al "paradosso primaverile" di Prampolini...

Fin dai primi anni Sessanta le avanguardie si sono riallacciate anche alla linea gastronomica dell’arte, ma a una linea generalmente allusiva e non proprio commestibile.

Non sono certo destinate a far venire l’acquolina in bocca - e anzi tendono a generare una sosta di "dis-gusto" alimentare per i cibi del consumo di massa - certe opere della pop art americana: gli arrosti, le patate fritte, i gelati di Oldenburg, le zuppe Campbell di Warhol, le macedonie di Rosenquist..., né inducono in peccati di gola le opere di coevi artisti euopei: le mele avvolte in carta stampata di Jiri Kolàr, le pesche di spugna plastica di Piero Gilardi, le rosette verniciate di Piero Manzoni, le colazioni incollate sul vassoio di Daniel Spoerri...

Neanche le successive esperienze estetiche - dal gruppo Fluxus all’arte povera e al concettualismo - mirano con le loro opere a stimolare il gusto, inteso in senso alimentare: le cataste di filoni di pane di Wolf Vostell, l’igloo di Merz e il tavolo di Pistoletto variamente accostati da frutta, la pagina di formaggio di Diter Rot, il libro di albicocca di Claudio Parmigiani, pur ponendosi in vario modo sul piano delle materie cibarie, lo rinnegano per proporsi come elementi di un linguaggio assai disancorato dalla parola, intersegnico e plurisensoriale.

Piuttosto diverso può essere invece il ruolo del cibo nell’ambito di un happening o di una performance. L’aspetto spettacolare, la finalità del coinvolgimento, l’intenzionalità più o meno marcatamente ludica, l’impronta talora edonistica, possono ancora conferire ad esso, aldilà della sua effettiva gustabilità, un significato tendenzialmente ricollegabile a quello delle cene d’artista d’un tempo.

A queste idealmente si ricollegano le mie "performance alimentari" che con varie modalità tendono a far coincidere "gusto" del cibo e "gusto" dell’arte. Sta di fatto che quando assaggiamo un buon boccone e quando ammiriamo un bel quadro abbiamo la stessa faccia compiaciuta: sto semplicemente parafrasando Wittgenstein. Dalle Chewing poems e dalle Ostie firmate dei primi anni Settanta alle più recenti Sweet poems vado con alquanto piacere alla ricerca di uno stravagante, scanzonato, diverso "dolce stil novo"...

Lamberto Pignotti 1993

 

 

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A cura di Caterina Davinio>>>

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