L’ ENIGMALAGMAGMA della SINESTEATRONICA

disAPPUNTI di Gianni Toti

 

No! non ha l’artrite l’artronica, anche se... un’altronica è, certo, un’altra elettronica, poetronica per esempio, o pittronica, o scultronica o... neologismàtevoli pure voi, da soli, i lessémi nuovi delle arti aggiuntive dell’epoca; sono utili, anzi necessari, per combattere la confusione e rimettere in fusione le nuove estesìe. Basta pensare a ciò che "la gente" (i destinatari, da stanare, i pubblici, i prosumers, insomma) erede sia "il video" o "un video" (e non solo la gente, ma i giornali, la stessa televisione e insomma tutta l’attuale disorganizzazione della cultura industriata): o il televisore stesso, dato che pochi conoscono l’esistenza dei monitors; o degli homevideos; o qualsiasi programma televisibile, anche di film, cioè cinema etc. Basti dunque con le allucinemazioni! Oltre la stessa telematografia, verso le nuove arti della visione, le nuove linguistìtiche..!

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Sinesteatronica, allora: dove lasciavamo il neologismo della sintesi? Le sensibilità ricongiunte nella teatrazione (teatroce?) totale consentita dalle nuove tecniche e logìe si configurano all’orizzonte panteamatico (non più soltanto politeamatico: ricordate quanti cinematografi si intitolavano, e forse ce ne sono che si intitolano ancora "Politeama", per l’illusione che fosse, il cinema, la sintesi delle arti?) come lo spazio pansensorializzabile, in dimsnsioni finora esperimentate solo parzialmente (le teatrazioni di massa nei primi anni della rivoluzione sovietica, con decine di migliaia di spett-attori, gli happenings, le performances video-installazionali, i musei totali, le "cappelle sinstine" elettroniche di Paik etc.) ...Ma sì, sinesteatronie, via! le neo-Bayreauth universali ...!!!

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Troppa fretta e troppa pazienza: ànsima la macchina culturale nel nostro pianetoròttolo, e le grandiose visioni omnimax restano chiuse nelle Géodes della Villette parigina, mentre è ora di panmaxìe, di schermi circolari orizzonte-orizzonte, anzi sferici esterno-interni (o di proiezioni sulle nuvole, quelle previste e presognate, profetizzate dai "futuriani" di Chlebnikov, da Tatlin, Totlin etc.

 

E’ necessario, anzi urgente - o è già troppo tardi? E’ una postfezìa? - sperimentare, come si ricomincia a fare, sfondando l’orizzontee dei teatri, abolendo le platee e ricostituendole a terrazze sulle pareti delle montagne (a Cuba, per esempio), riconoscendo che, nel postmodernariato del nostro post-futurerno, le unità minime pansensoriali dei linguaggi non sono più parole, frasi, pagine o inquadrature, frasi musicali o tempi, ma gli stessi poemi e racconti, atti e tragedie, narrazioni, epopee, le arti compiute di tutta la storia creativa della specie. Facile a dirsi, disdirsi, inimmaginarsi. Già!

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Dunque anche al di là delle VideoPoemOpera totiane? si capisce. Non si capiva, forse? Filari di schermi di ogni misura con immagini musicali, verbali, ballettistiche, etc o musiche visuali, verbali, immaginali etc., secondo la vista del punto, gli scambi, le mutazioni, gli sviluppi della spazialità pluridimensionale, il videocubismo, le nuove profondità mobili, le mises-en-abymes, i simultaneismi finalmente possibili e poesibili, le voci dei versi, delle strofe, dell’epico-lirica dilatata, i persistenti echi oltre la fine del transpoema o della supercomposizione, dell’oltracconto, la transnarrazione... Quandi modi, modelli mentali, modulazioni metamorfòtiche! Infatti, "infatti", come si dice, ahinoi, sempre più spesso. Oltre questi "infatti". "Nei fatti", nelle "fattografie" post-futuriane: sì, la "vita colta sul fatto", ma tutta, tutta la vita ri-presentabile oltre le logorate pseudo rappresentazioni. Raffuturazioni, diciamo?

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Ma che tipo di poesia? che tipo di musica? Che tipo di immagini? Uffano ormai, queste riproposizioni di domande (regole, moduli, modalità...). Immagini verbali e musicali e danzate e scolpite, etceterali, sempre ormai fuse, non con-fuse, ri-fuse semmai.

Del resto queste non sono mica prescrizioni, ma appena appena descrizioni di nuove arti nascenti, di nuove epistemologie (con relative "rotture"), linguaggerie inedite e inaudite e inviste, inimmaginate (eh, sì! l’inimmaginario scollettivo!). E il "senso" come "direzione" della "freccia" irreversibile del tempo, la storia degli "attrattori" sempre più "strani", delle ri-evoluzioni (rievoluzionarie, innaturalmente!). In somma, non in sottrazione!

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Utopie, le solite... Certo, ucronìe anzi, e ucronotopìe, upoetìe, utechnìe... Beh, questa è carta, questi sono vecchi segni, sognificanti e sognificati da insonnie finibimillenarie (o ventimiliardennarie). Il fatt’è che siamo sempre alla fine. Del principio. L’artistificazione del mondo, la Grande Poesificazione, è appena cominciata!...

(Gianni Toti 1993)

 

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