Nel cuore di un bambino

di Laus

 

Prologo
Parte I
Parte II
Parte III
Parte IV
Parte V
Parte VI
Parte VII
Parte VIII
Epilogo

 

Prologo

 

Aprì gli occhi. I raggi del sole entravano furtivi dalle fessure della serranda non del tutto abbassata. La stanza era immersa in una piacevole penombra ed era solo. Che ore erano? Doveva essere pomeriggio se il sole batteva su quella parte della casa. Primo pomeriggio. Quanto aveva dormito? Non lo poteva sapere. Non ricordava nemmeno quando si era addormentato. Però sapeva che aveva fame. Tuttavia decise di aspettare. Di solito veniva a vedere se si era svegliato ogni tanto. Chissà se si era mai accorta che ogni tanto faceva finta di dormire? Avrebbe potuto scoprirlo facilmente, ma non aveva mai voluto usare i suoi poteri per entrare furtivamente nei suoi pensieri. No, a lei non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere.

Per ingannare l’attesa, fece venire uno dei libri della grande biblioteca del professor Gilmore in volo fino a lui, lasciandolo restare sospeso e aperto davanti a suoi occhi, in modo da poterlo leggere. Conosceva bene quel libro: “Guerra e pace” di Tolstoj. Si domandava che ci facesse nella biblioteca di Gilmore. Ma in fondo che c’era di strano? Uno scienziato non poteva forse leggere dei romanzi? Chi glielo impediva? Il libro era un edizione in inglese. Ogni tanto trovava qualche traduzione non proprio esatta. Il che lo irritava non poco. Tuttavia continuò a leggere, anche se ormai conosceva la storia a memoria. Non che l’avesse letta chissà quante volte. Una sola era bastata e avanzata.

Sentì la porta aprirsi. Richiuse il libro e lo posò sulla scrivania, che era lì vicino a lui.

<<Salve, professore.>>, disse all’anziano scienziato quando lo vide affacciarsi col suo grosso naso sopra la sua culla.

<<Salve Ivan.>>, rispose Gilmore con un sorriso che gli arrivava da un orecchio all’altro <<Ti sei svegliato finalmente.>>

<<Quanto ho dormito?>>, chiese.

<<Uhm…>>, il professore alzò la testa, come se cercasse di ricordare <<Hai dormito circa una settimana.>>

<<Così tanto?>>, rispose Ivan. Ne era sinceramente sorpreso.

<<Sì.>>, disse Gilmore mettendosi a sedere alla sua scrivania <<Effettivamente è tanto. Ma per te non è così anormale, no?>>

Ivan restò in silenzio qualche istante: <<Già, per me non lo è.>>, disse poi a voce bassa.

Gilmore lo guardò da dietro gli occhiali che si era appena infilato. Non credeva di aver sentito bene. Preferì non chiedere di ripetere.

<<Oh, che stupido.>>, disse poi Gilmore come se gli fosse venuto in mente qualcosa <<Immagino che avrai fame.>>

<<Sì, professore… effettivamente.>>

Il professore si tolse gli occhiali e si alzò, prendendo la culla di Ivan in mano: <<Bene, ti preparo del latte caldo.>>, disse muovendosi verso l’uscita del suo studio.

<<Se lei ha da fare, perché non lo fa fare a Françoise?>>

<<Perché Françoise non c’è, piccolo.>>, disse il professore, cominciando a scendere attentamente le scale che portavano al piano di sotto.

<<L’avete mandata in qualche missione?>>, chiese Ivan.

<<Oh, no.>>, rispose Gilmore con un altro dei suoi sorrisi che arrivavano da un orecchio all’altro <<Lei e Joe sono andati a passare qualche giorno in montagna, a sciare. E’ nevicato in questi ultimi giorni, e così hanno deciso tutto all’improvviso.>>

<<Non ne sapevo nulla.>>, disse Ivan mentre Gilmore lo posava con la sua culla sul tavolo della cucina.

Lo scienziato prese l’occorrente per fare il latte al piccolo: <<Beh, tu dormivi e… te l’ho detto… è stata una decisione improvvisa.>>

<<Buonasera professore… oh, salve Ivan.>>, il faccione di Bretagna entrò in cucina. Anche gli altri erano con lui.

<<Salve ragazzi.>>, disse il professore accendendo il fuoco <<Avete fatto quei controlli al Dolphin?>>

<<Tutto a posto, dottore.>>, rispose Punma.

<<Eravamo venuti per farci uno spuntino dopo una giornata di duro lavoro.>>, disse Jet stiracchiandosi.

Gilmore sorrise: <<Lo so, ragazzi.>>, disse <<Ma ogni tanto questi controlli generali vanno fatti. E se non ne approfittiamo adesso che i nostri nemici sembrano essersi presi una pausa…>>

<<Lo sappiamo, lo sappiamo professore.>>, disse Albert prendendo una bottiglia di birra dal freezer e stappandola.

<<Ehi, quella è birra tedesca!>>, disse Bretagna guardando la bottiglia con gli occhi che gli luccicavano <<Da dove l’hai presa?>>

Albert bevve un sorso della bevanda, quindi sogghignò: <<E lo vado a dire a te. Levati subito dalla testa che te ne dia anche solo un goccio.>>

<<Uffa, che tirchio che sei. Peggio di uno scozzese!>>, ribatté Bretagna facendo l’offeso.

<<Accidenti però…>>, disse Jet guardando fuori da una finestra <<Noi a lavorare e quei due a spassarsela soli soletti in montagna. Mica giusto.>>

Gilmore tolse il latte dal fuoco e lo versò in un biberon, insieme a dei biscotti sbriciolati: <<Considerando il grado di privacy che riescono ad avere qui, non li biasimo che vogliano starsene un po’ per conto loro.>>

<<Dov’è che sono andati esattamente?>>, chiese Chang curioso.

Gilmore infilò il biberon troppo caldo in un pentolino con dell’acqua tiepida: <<Mi è stata fatta esplicita richiesta di non dirvi niente di più di quello che sapete.>>, disse.

<<Richiesta da chi?>>, domandò retoricamente Jet <<Joe, immagino. Che ha paura che andiamo a interrompergli la luna di miele?!>>

<<Conoscendovi, lo avrei fatto anch’io.>>, disse Gilmore con un sorriso che gli prendeva tutta la faccia. L’anziano scienziato andò poi a raccogliere il biberon dal pentolino <<Quei due ne hanno passate un po’ troppe. Hanno diritto a un po’ di tranquillità. E qui non ne hanno.>>

<<E sarebbe colpa nostra?>>, chiese Bretagna quasi offeso.

Il professore si versò alcune gocce di latte sulla mano, per testarne la temperatura. Non andava ancora bene e reinfilò il contenitore nell’acqua: <<Una casa con altre otto persone non è il posto più adatto per stare un po’ tranquilli.>>, disse <<Su… avrete avuto le vostre storie anche voi. Non desideravate mai stare un po’ da soli con la vostra amata.>>

Albert finì la sua birra con un ultimo sorso: <<Gilmore ha ragione. Qui non c’è verso di stare tranquilli per una coppia.>>, disse giocherellando con la bottiglia ormai vuota, sogghignando <<Se fossi stato Joe avrei già rotto il naso a Bretagna un paio di volte.>>

Bretagna, che ancora stava facendo la faccia offesa per la birra e se ne stava col gomito sul tavolo e la testa nella mano, si svegliò come da un torpore: <<A me? Che c’entro io?>>

<<Su Bretagna.>>, gli disse Jet dandogli un paccone sulla spalla <<Le tue battutine farebbero perdere la pazienza a un santo.>>

<<Certe volte ci vai giù troppo pesante.>>, aggiunse Punma.

<<Com’è che qui è sempre colpa mia?>>, disse Bretagna sbuffando e tornando nella posizione di prima.

<<La domanda dovresti farla a te, il mio caro Bretagna.>>, disse Chang aspirando un po’ di fumo dalla sua pipa.

<<Voi non avete il minimo senso dell’umorismo.>>, tagliò corto Bretagna contrariato <<Che male c’è a divertirsi un po’?>>

Gilmore sorrise scuotendo la testa: <<Bretagna, sei incorreggibile.>>, disse togliendo nuovamente il biberon dall’acqua e facendo la stessa operazione di prima <<Comunque non è solo lui che a volte esagera. Vero Jet?>>

Jet, sentendosi chiamato in causa alzò gli occhi al cielo: <<Ma no…>>

<<Ma sì.>>, disse Gilmore versandosi di nuovo alcune gocce di liquido sulla mano e sentendone la temperatura con le labbra <<Uhm, adesso va bene.>>

<<Ma se io sono sempre stato il primo a fare il tifo per loro.>>, protestò Jet, incrociando le braccia.

<<Oh, di questo io non dubito mica. Solo che ultimamente li avete presi un po’ troppo di mira. Non mi stupisco del fatto che vogliano starsene lontani da voi per un po’.>>, disse Gilmore sorridendo e avvicinandosi al tavolo, dove era posta la culla di Ivan <<Ma…>>

<<Che c’è professore?>>, chiese Punma notando la faccia a dir poco esterrefatta.

<<I-Ivan…>>, balbettò Gilmore indicando la culla <<Dov’è finito Ivan?>>

 

<<She's got a smile that it seems to me, reminds me of childhood memories where everything was as fresh as the bright blue sky.>>, da "Sweet child o' mine", Guns 'n Roses[1]

 

 

Parte I

 

<<Qualcosa non va?>>

Françoise si voltò sotto il lenzuolo, verso Joe, che le sorrise nella luce lunare che passava attraverso il tessuto della tenda. Non si era accorta che si fosse svegliato.

<<Ti ho svegliato io?>>, gli chiese sorridendo a sua volta.

Joe si sporse verso di lei, dandole un breve bacio sulle labbra e poi rimettendosi sdraiato, rivolto verso di lei, cominciando ad accarezzarla con delicatezza sotto le lenzuola: <<No, non mi hai svegliato tu.>>, disse accennando un sorriso.

Lei sorrise, accoccolandosi contro di lui. Il suo corpo emanava un calore invitante e le sue carezze erano morbide e leggere, estremamente piacevoli, senza chiederle niente, senza volerla spingere a fare niente. Voleva parlare un po’. Lo capiva proprio da quello. Dal modo in cui le sue mani correvano leggere e delicate sulla sua pelle, coccolandola. Ormai lo conosceva abbastanza da saper riconoscere quei piccoli segnali che le dava, in un linguaggio conosciuto solo da loro due.

Mentre la mano di Joe le accarezzava dolcemente la schiena, camminando lungo la spina dorsale, le venne in mente che non aveva ancora risposto alla domanda che le aveva fatto. C’era qualcosa che non andava? Era successo tutto così in fretta. Le aveva chiesto se aveva voglia di passare qualche giorno in montagna, con lui. Una settimana bianca, solo per loro due. Erano partiti quella mattina e per l’ora di pranzo erano già arrivati a destinazione. Il piccolo cottage, attinente a un albergo, era fantastico. Avevano passato la giornata sulle piste innevate di fresco, cenato in un delizioso e romantico ristorante, passeggiato mano nella mano per le strade dove già si respirava una certa atmosfera natalizia, sotto uno splendida luna piena che sembrava messa lì apposta per loro. Quindi erano tornati in albergo, al cottage. Avevano acceso il fuoco, e si erano messi a parlare, sul divano, davanti al caminetto acceso, come non accadeva da tanto, troppo tempo. E parola dopo parola, carezza dopo carezza, bacio dopo bacio, avevano cominciato a spogliarsi e, beh, erano semplicemente finiti per perdersi l’uno nell’altra. Ed era stato bellissimo. Fare l’amore nella luce calda e soffusa del fuoco, parlare di loro due, accarezzandosi e coccolandosi, senza l’assillo di doversi preoccupare della presenza di qualcuno che potesse sentirli o sorprenderli. Diventare nuovamente una cosa sola, parlare e coccolarsi, per… non ricordava nemmeno quante volte. Solo che era stato fantastico. A casa non avrebbero potuto starsene così, sul divano, senza niente addosso, se non il corpo dell’altro. Quando ormai il fuoco si era smorzato, lui l’aveva delicatamente presa in braccio e portata in camera. Si erano infilati sotto le lenzuola e si erano addormentati, l’uno sotto lo sguardo dell’altro.

Le vennero in mente le parole di Joe, al tempo in cui tutto era iniziato, in quel senso, il giorno dopo la loro prima notte insieme. Quello che le aveva detto riguardo al fatto che la stanza di lei fosse l’unica in cui potevano cercare un po’ di privacy. Ma da quando tutto era venuto a galla, per quanto nessuno avesse di certo mai osato entrare in camera sua senza nemmeno bussare, le battute e l’ironia riguardo a quello che succedeva in quella stanza, anche dopo che avevano semplicemente passato una serata a parlare da soli, si erano sprecate. Al punto che, se un tempo aveva accettato non molto volentieri il fatto che lui non volesse dire niente a nessuno, prendendola per la voglia di Joe di non rendere ufficiale niente, era arrivata al punto di rimpiangere quella situazione, di preferire quando solo lui e lei sapevano. Voleva bene ai suoi amici e li considerava come fratelli. Ma starsene un po’ lontani da tutto e da tutti, solo lei e Joe, era un qualcosa di cui avevano un estremo bisogno.

<<Non c’è assolutamente niente che non va, Joe.>>, rispose alzando la testa dall’incavo tra il collo e la spalla di lui <<Oserei dire che è tutto assolutamente perfetto.>>

Joe, che quasi si era dimenticato della domanda, sorrise: <<E allora perché avevi quel faccino così…?>>

<<Così come?>, chiese lei con un’espressione perplessa.

<<Non so… come se ci fosse qualcosa che ti turbasse.>>

<<Uhm…>>, Françoise distolse un attimo lo sguardo, cercando di ricordare perché potesse avere quel viso turbato le aveva detto di aver notato <<L’unica cosa che mi dispiace è di non aver potuto avvertire Ivan della mia partenza.>>

Lui aggrottò la fronte: <<Non mi dire che stai pensando a Ivan in un momento come questo?>>

Il tono era tra lo scherzoso e il poco serio, ma Françoise conosceva fin troppo bene Joe per non cogliere l’allusione. Sorrise, quasi sospirando e scuotendo un poco la testa, limitata dal cuscino sul quale era appoggiata: <<Joe, non mi dirai che sei geloso di Ivan?>>, disse.

Joe si mise quasi a ridere: <<No, non geloso… però lo preferisco quando dorme.>>

Françoise storse le labbra in una smorfia: <<Joe!>>

<<Beh, ammetterai che quando lui è sveglio mi trascuri un po’.>>, disse lui come se affermasse la cosa più ovvia del mondo.

<<Joe, è solo un bambino.>>, disse quasi stizzita <<Se non me ne curo io, chi dovrebbe farlo? E poi…>>

Joe vide l’espressione di Françoise incupirsi, e ciò bloccò improvvisamente la sua mano, che per tutto quel tempo aveva continuato ad accarezzarla: <<Françoise, cosa c’è?>>

Lei non rispose, ma la sua mano si mosse, andando a fermare… cosa?... Una lacrima sul volto.

<<Françoise, non volevo… stavo scherzando… non…>>

Lei scosse il capo: <<Joe, non è colpa tua. Non ti preoccupare.>>, disse cercando di sorridere <<Lo so che non eri serio e che vuoi bene ad Ivan almeno quanto me. Il fatto è che…>>

Le ultime parole erano state alterate dal pianto che lei stava in tutti i modi cercando di trattenere nei suoi occhi. Joe la guardò, senza chiederle nulla, neanche una parola di spiegazione, limitandosi ad accarezzarle il viso, asciugando le lacrime che cominciavano lentamente a scendere. Si sentiva in colpa, anche se non capiva cosa potevano aver provocato le sue parole nella testa di Françoise, tanto da condurla alle lacrime. Di certo non avrebbe mai voluto farla piangere e ancora una volta si ritrovava a maledirsi per quella sua incredibile capacità di farla soffrire. Non le chiese nulla, ma nella sua testa cominciò a cercare di capire dove aveva sbagliato. Che cosa non aveva afferrato? Che freccia aveva scoccato, stavolta, verso il fragile animo di Françoise, senza accorgersene, eppure colpendo un bersaglio sensibile? Pensò a lungo, ripercorrendo le sue parole e le reazioni di lei, cercando di interpretarle, mettendosi nei suoi panni. E alla fine pensò di aver capito.

<<Françoise, mi dispiace.>>, disse a voce bassa baciandole la fronte <<Sono stato uno stupido insensibile.>>

Lei lasciò che le labbra di lui le asciugassero il volto. Non aveva bisogno di chiedere se avesse veramente capito. Lo sentiva: <<A te non capita mai di pensarci?>>

Joe ricominciò ad accarezzarla delicatamente, riflettendo sulla sua domanda. Se fosse il caso di rispondere, piuttosto che continuare a colpire quel tasto dolente. Da quando era un cyborg aveva imparato che i problemi, una volta venuti a galla, era bene sviscerarli fino a dove fosse possibile piuttosto che lasciarli covare nell’animo, dove potevano provocare invisibili, ma micidiali ferite: <<No, cioè...>>, rispose <<Credo che per noi uomini sia un po’ diverso, forse… cioè, quando sono diventato un cyborg ero troppo scapestrato per pensare a un qualcosa di così… proiettato nel futuro. Non sapevo nemmeno che futuro mi attendesse. Ed ero troppo giovane… per essermi mai posto simili problemi. Uno comincia a farsi simili problemi quando incontra la donna giusta e allora… comincia a pensare a farsi una vita insieme a lei.>>

Françoise annuì, stringendo le labbra e abbassando appena lo sguardo: <<E… se fosse stato possibile…>>, rialzò gli occhi ancora lucidi verso di lui. Ma il tono della sua voce adesso era fermo e calmo. Il pianto non lo alterava più <<Se avessimo potuto… sarei stata la “donna giusta”?>>

Joe rimase in silenzio, qualche istante, riflettendo. Non era insicuro della risposta. Non ci aveva mai pensato, ma non era difficile rispondere a quella domanda. Anche se non aveva mai pensato a lei in quel senso. Non perché non la considerasse la persona adatta con cui avrebbe potuto passare il resto della sua vita, anzi... Semplicemente il fatto era che quell’opzione del rapporto tra un uomo e una donna per loro non era selezionabile. Loro non potevano decidere. Qualcun altro lo aveva già fatto per loro: <<Sì, lo saresti stata. Senza ombra di dubbio.>>, disse, sorridendo naturalmente.

Lei sorrise, finalmente, e lui sentì un piccolo moto di felicità montargli dentro, quasi sollevato di vedere il suo viso illuminarsi di nuovo con quel suo sorriso.  Un sorriso diverso da quello che offriva agli altri, un sorriso che riservava soltanto a lui, di cui, probabilmente, nemmeno lei si era mai accorta.

<<E io sarei stato “l’uomo giusto”?>>, le chiese, comprendendo che ormai il peggio era passato.

Françoise, storse le labbra in una smorfia adorabile: <<Certo, saresti stato un ottimo padre.>>

<<Ti ricordo che stai parlando con un ex teppista, passato da un riformatorio all’altro.>>, le ricordò aggrottando la fronte, e mettendosi sdraiato sulla schiena, con una mano dietro la nuca.

Lei sorrise sporgendosi verso di lui e baciandolo sulle labbra, brevemente, per poi appoggiarsi su di lui, la testa appoggiata alla mano che faceva leva sul gomito puntato sul lembo di lenzuolo nell’incavo tra il collo e la spalla di Joe e l’altra mano che andava a disegnare appena sfiorandolo il suo profilo, per poi fermarsi sulle labbra: <<Non lo conosco.>>, disse <<Il Joe che conosco io è gentile, premuroso, generoso. E’ un uomo fantastico e insieme a lui sto bene, meravigliosamente bene.>>

Joe sorrise, togliendo la mano da sotto la nuca e andando ad accarezzarle una guancia, e i capelli, scostandoglieli dietro un orecchio: <<Tu mi sopravvaluti.>>, disse <<Ho un sacco di difetti.>>

<<Ma io sono innamorata anche di quelli, sai?>>, rispose Françoise sorridendo. Poi, improvvisamente, la sua testa si voltò verso la finestra <<Ha cominciato a nevicare.>>

<<Meglio. Siamo venuti qui per sciare, no?>>, commentò lui sfiorandole  la pelle tra il collo e il mento con le labbra.

Françoise si volse di nuovo verso di lui, e venne sorpresa, piacevolmente sorpresa dal suo bacio, dolce, ma intenso e trascinante. Sentiva la mano di Joe muoversi nuovamente sul suo corpo. Ma stavolta7 in modo più profondo e sensuale, inviandole continui messaggi in cui le diceva chiaramente che aveva ancora voglia di lei, chiedendole se lei ne avesse ancora di lui. Si lasciò sdraiare sulla schiena, senza separare le labbra dalle sue. Però non voleva rendergli le cose così facili. Quando le loro labbra si divisero appena un attimo lei lo fermò dall’ennesimo attacco: <<Io pensavo che fossimo venuti qui per stare un po’ da soli.>>, disse sorridendo maliziosamente.

Joe sorrise divertito: <<Sì, ma tra le altre cose possiamo anche sciare.>>, disse baciandole il collo <<Non credi?>>

<<Uhm… tra le altre cose è compreso anche quello che stiamo facendo adesso?>>, gli chiese.

Le mani di lei avevano cominciato a muoversi lungo il suo corpo. Le sentiva camminare lungo la sua schiena, sul suo torace, tra i suoi capelli, ovunque. Voleva solo indugiare un po’, farlo stare sulla corda mentre lo provocava, silenziosamente ma in maniera incredibilmente efficace. Adorava quel suo modo di fare: <<Non è di suo gradimento?>>

<<No, al contrario, io…>>

Stavolta Joe non le diede il tempo di continuare a parlare, bloccandole le labbra con le sue. Staccò solo un attimo le labbra dalle sue e vide di nuovo quel sorriso, fermandosi a guardarlo per un lungo istante.

<<Cosa c’è?>>, gli chiese.

Lui sorrise, scuotendo la testa, e ricominciando a baciarla. La sentì lasciarsi andare, senza cercare più di rallentarlo, in nessun modo. Mentre la neve continuò a scendere dal cielo per tutta la notte.

 

<<Nobody knows it, but you've got a secret smile, and you use it only for me.>> da "Secret smile", Semisonic[2]

 

 

Parte II

 

 

<<Ehi, piccolo.>>, le mani della donna si protesero verso di lui, prendendolo delicatamente in braccio e avvicinandolo al suo viso <<Ti sei svegliato finalmente.>>

Dove si trovava? L’ultima cosa che ricordava era un forte senso di stanchezza, probabilmente derivato dal fatto che aveva utilizzato i suoi poteri. Guardò la donna che lo teneva in braccio. Aveva all’incirca l’età di Françoise, ma la magrezza e due occhi molto stanchi la facevano apparire più vecchia. Però adesso sorrideva, sembrava in qualche modo felice.

Si sentì una porta aprirsi.

<<Sono tornato.>>, disse un uomo affacciandosi nella stanza.

La donna si voltò, sorridendo: <<Ciao Hisashi.>>

L’uomo, anche lui giovane almeno quanto la ragazza, si tolse la giacca a vento e il berretto, riponendoli su una sedia: <<E’ nevicato molto stanotte. Ci sono parecchi centimetri di neve fuori.>>

<<I turisti saranno contenti.>>, commentò lei tornando a porre attenzione sul pargolo che aveva in mano, facendogli una di quelle tante moine che si fanno ai neonati.

Ivan decise di stare al gioco e sorrise  dimenandosi un po’ come avrebbe fatto un qualunque bambino della sua età. La donna sorrise nuovamente, dimostrando una certa soddisfazione dal modo in cui il bambino reagiva ai suoi gesti.

L’uomo strinse le labbra, guardando la ragazza. Stava per andarsene dalla stanza, ma si rivoltò e, dopo aver guardato ancora la ragazza per qualche istante, si avvicinò e si inginocchiò accanto a loro: <<Reiko, hai cercato di sapere da dove viene questo bambino?>>

La ragazza si irrigidì, cambiando espressione. Restò ferma, qualche secondo, stringendo, o meglio, serrando le labbra: <<No, non l’ho fatto.>>

L’uomo chiuse gli occhi, sospirando e passandosi una mano sul volto: <<Oh, Reiko…>>

<<Hisashi, se i suoi genitori ci tenevano tanto a lui perché lo hanno abbandonato?>>

L’uomo si alzò in piedi allargando le braccia. Il suo volto era abbronzato. Doveva passare parecchio tempo sulla neve: <<Reiko, chi ti dice che l’abbiano abbandonato? Magari questo bambino si è perso o magari loro si erano solo allontanati un attimo…>>

<<Allontanati un attimo?!>> sibilò lei <<Questo bambino si trovava da solo su una panchina, Hisashi! L’hai detto tu.>>

L’uomo sospirò, passandosi una mano fra i capelli: <<Reiko, non hai comunque il diritto di tenerlo. Dobbiamo almeno cercare di ritrovare i suoi genitori.>>

<<Io non farò niente di tutto questo!>>, urlò lei alzandosi di scatto, come un fulmine.

Hisashi sospirò nuovamente, esasperato: <<Va bene, lo farò io.>>, disse riavvicinandosi alla giacca.

<<E cosa farai?>>, gli chiese <<Andrai a chiedere albergo per albergo?>>

<<Non sarà difficile.>>, disse lui rimettendosi la giacca e annodandosi la sciarpa attorno al collo <<Quel bambino non è giapponese. Si vede chiaramente. Probabilmente i suoi genitori sono dei turisti stranieri. Magari proprio del mio albergo, visto che l’ho trovato nelle vicinanze.>>

La ragazza sembrava perplessa. Forse non aveva considerato che bastavano dei semplici accorgimenti per restringere di molto il campo della ricerca. Strinse le labbra, mentre sul suo volto si disegnava l’espressione della delusione: <<E se non dovessi trovarli?>>, chiese non molto convinta.

Hisashi si tirò su la zip del giaccone e prese in mano il berretto, cominciando a torcerlo nelle mani: <<Reiko, lo so che a te sembra come se qualcuno ci abbia ridato indietro quello che ci è stato tolto. Ma…>>, sospirò stringendo appena le labbra <<Ma non è questo. Proprio perché in qualche modo lo hai provato dovresti conoscere cosa vuol dire.>>

La ragazza non rispose, abbassando gli occhi sul bambino che teneva in braccio. L’uomo restò fermo qualche istante, guardandola e continuando a torcere il berretto tra le sue mani. Poi, quasi incerto, cominciò ad avvicinarsi alla donna, ponendole una mano sulla spalla e inducendola a voltarsi verso di lui: <<Tu sai quanto io desideri un figlio, ma non certo rubandolo agli altri Reiko.>>

<<Sì, lo so.>>, annuì lei <<E’ che… è così ingiusto, Hisashi.>>

<<Lo so.>>, annuì lui cercando di sorridere <<Adesso è meglio che vada. Non posso fare tardi. I miei allievi mi aspettano.>>

Hisashi le diede un bacio sulla fronte, e si allontanò da lei, per poi uscire da casa. Fuori faceva freddo, ma c’era il sole e il cielo era limpido e cristallino. L’albergo non era lontano. Cominciò a camminare sulla neve fresca e già un po’ sciolta per via del traffico della gente. Non era alta stagione, ma viste le abbondanti nevicate, in paese c’erano parecchie persone venute a passare il week-end sulla neve. Si strinse nella giacca e, dopo un centinaio di metri, entrò in un negozio. L’uomo, sulla cinquantina, con un’incipiente calvizie, alzò gli occhiali dal suo giornale e posò la pipa in un contenitore apposito, sul bancone.

<<Buongiorno Hicchan.>>, disse l’uomo accennando un sorriso.

<<Buongiorno signor Komura.>>, rispose <<Un pacchetto di sigarette, le solite.>>

L’uomo si voltò dietro a lui e prese quello che Hisashi gli aveva chiesto: <<Non avresti dovuto ricominciare a fumare.>>, disse posandole sul bancone e prendendo i soldi da Hisashi <<E se te lo dico io che te le vendo.>>

Hisashi sorrise. Komura l’aveva visto crescere. Era una specie di zio per lui. Si poteva permettere di dargli consigli: <<Lei fuma la pipa, però.>>, gli fece notare.

Komura gli diede il resto: <<Io non sono mai riuscito a smettere. Tu ci eri riuscito.>>

Hisashi si mise il pacchetto in una tasca dal giaccone, sospirando: <<SA benissimo perché ho ricominciato.>>

Komura annuì gravemente: <<Sì, lo so.>>, disse <<E mi dispiace molto. Anche se non so quanto ti possa servire il mio “mi dispiace”. Reiko come sta?>>

Hisashi alzò le ciglia, aspettandosi quella domanda: <<Non molto bene.>>, ammise <<E’ depressa, spesso è come assente, in un altro mondo. Non riesce ad accettarlo.>>

<<Certo, è comprensibile.>>, disse il negoziante <<Devi starle molto vicino, Hicchan.>>

Hisashi sospirò, annuendo: <<Io ci provo, ma è come… non so…>>, disse <<A volte mi sembra che ci sia come un muro fra me e lei. E’ tutto così difficile… Non riesco più a capirla.>>

L’uomo annuì, sospirando: <<Io e Hinako non abbiamo mai avuto dei figli.>>, disse <<E’ un dispiacere enorme. Ma credo che perderne uno sia ancora peggio che non averne mai. Ricordo che Hinako si sentiva in colpa per il fatto che non riuscivamo ad averne. Forse Reiko si sente allo stesso modo. Magari pensa che sia qualcosa che ha fatto lei…>>

<<L’abbiamo perso tutti e due.>>, ribatté Hisashi.

<<Io sto cercando di ragionare come ragiona lei, Hicchan.>>, disse Komura.

Hisashi annuì: <<Scusa, hai ragione.>>, disse <<Sono un po’ nervoso e…>>, guardò l’orologio <<Anche in ritardo. Ci vediamo, signor Komura.>>

<<Arrivederci Hicchan.>>, rispose l’uomo riprendendo la pipa e aspirando una lunga boccata di fumo.

Hisashi uscì di nuovo all’aperto e raggiunse l’albergo, a cinque minuti di cammino, in fretta. Invece di entrare dall’ingresso del personale, entrò da quello principale. Si avvicinò alla reception. L’uomo che era di turno alzò gli occhi verso di lui: <<Salve, Hisashi.>>, disse piuttosto sorpreso di vederlo lì <<Non dovresti essere dai tuoi allievi fra dieci minuti?>>

<<Salve Chiba, potresti farmi un favore?>>

Chiba lo guardò perplesso: <<Se posso.>>

Hisashi restò silenzioso qualche istante, pensando a come formulare la domanda: <<Puoi dirmi se ci sono ospiti stranieri nell’albergo, in questi giorni?>>

Chiba aggrottò la fronte: <<Hisashi, non posso fare una cosa del genere.>>, disse <<Anche se sei tu.>>

Hisashi annuì: <<Non te lo chiederei se non fosse importante.>>, disse <<Per favore Chiba, siamo amici dai tempi dell’asilo.>>

Chiba respirò profondamente, guardandosi intorno: <<Va bene, vediamo.>>, disse prendendo il registro delle presenze e sfogliandolo, alla ricerca di nomi scritti in katakana[3] o in alfabeto latino <<No, Hisashi. Non ci sono stranieri.>>

<<Hai guardato nei cottages?>>, insisté l’altro.

Chiba sospirò: <<Sono solo dodici Vediamo.>>, disse aprendo il registro a un segnalibro <<Daiba, Uesugi, Shinohara, Saeba, Oozora, Sakuragi, Kasuga, Moteuchi, Shimamura, Ikari, Kabuto, Godai, … fine.>>, rialzò gli occhi verso <<Come vedi nessun cognome straniero. Sono tutte rigorosamente giapponesi.>>

Hisashi sbuffò deluso: <<E non hai visto nessun straniero in questi giorni?>>

<<Hisashi, non ci sono sempre io qui. E poi siamo in bassa stagione. Di solito gli stranieri arrivano verso Natale.>>, disse Chiba <<Ora ci sono solo persone che stanno qui qualche giorno, giusto perché è nevicato tanto.>>

<<Hai ragione… però…>>

<<Perché ci tieni tanto?>>, chiese Chiba.

Hisashi lo guardò, chiedendosi se rispondere o meno. Avrebbe potuto chiedergli se sapeva di persone che cercassero bambini smarriti. Magari il bambino era stato adottato. Ma l’occhio gli cadde sull’orologio dietro Chiba. Era in ritardo: <<Devo andare. Ti ringrazio.>>

<<Ciao, Hisashi.>>, rispose Chiba guardandolo allontanarsi.

Quando Hisashi fu scomparso dalla sua vista, Chiba ritornò a guardare il registro, per vedere gli arrivi previsti in giornata. Finché qualcuno si avvicinò al bancone. Si impresse il sorriso col quale era abituato a parlare ai clienti e alzò gli occhi. Davanti a lui c’era un’incantevole ragazza dai capelli chiari e gli occhi di un bel colore celeste: <<Buongiorno, cosa posso fare per lei?>>

<<Buongiorno.>>, disse la ragazza in un perfetto giapponese <<Sono venuta a lasciarle le chiavi.>>

<<Va bene.>>, disse Chiba prendendo le chiavi che la ragazza aveva posato sul bancone. Erano quelle di un cottage. Si riconoscevano dal portachiavi <<Le auguro una buona giornata, signorina.>>

<<Grazie.>>, disse la ragazza allontanandosi.

Chiba la seguì con gli occhi finché fu uscita: <<Che bella ragazza.>>, sussurrò.

<<Chiba, pensa a lavorare invece di guardare le straniere.>>, gli disse una voce da dietro.

<<Grazie, Keiko. Mi mancava la tua dolce voce a darmi il buongiorno.>>, ironizzò lui, rivolto alla ragazza che gli si era messa accanto. Poi gli venne in mente qualcosa <<Hai ragione, era straniera…>>

<<Beh, mi sembra evidente.>>, rispose Keiko.

Chiba guardò le chiavi che aveva in mano. Erano del cottage numero 9. Le rimise nel loro loculo dietro la reception e poi tornò al registro, andando a sbirciare nella pagina dei cottages. Camminò col dio lungo la pagina, fino alla casella 9 lesse mentalmente: “Shimamura Joe.”

“Joe…”, ripeté mentalmente.

Era sicuramente un uomo, ma il suo nome, al contrario del suo cognome, di sicuro non era giapponese. Pensò a Hisashi e alla domanda che gli aveva fatto. Prima si era limitato a leggere i cognomi degli ospiti. Non aveva guardato i nomi. E quel particolare gli era sfuggito.

Richiuse il registro sospirando. L’avrebbe detto dopo a Hisashi, se gli fosse venuto in mente.

 

<<”In loving memory of our child”. So innocent, eyes open wide, I felt so empty as I cried, like part of me had died.>>, da “Through her eyes”, Dream Theather[4]

 

 

Parte III

 

 

<<Magari è andato di nuovo a cercare suo padre.>>, suggerì Albert seduto sul divano, con le gambe e le braccia incrociate.

<<Spero per lui che l’ultima volta che ci ha provato gli sia bastata.>>, commentò Bretagna allargando le braccia.

Nella stanza cadde di nuovo il silenzio, mentre ognuno pensava a dove potesse essere andato a finire Ivan.

<<Ha avvertito Joe e Françoise, professore?>>, chiese Jet, rivolgendosi allo scienziato seduto su una poltrona e visibilmente teso.

Gilmore guardò Jet sconsolato, e, dopo qualche secondo, scosse la testa. Ormai erano quasi ventiquattro ore che Ivan era scomparso e non aveva dato notizie di sé: <<Non mi sembra il…>>, esitò un attimo <<Voglio dire, non voglio che soprattutto Françoise si preoccupi. Magari Ivan tornerà da solo.>>

<<Non mi sembra giusto tenerli all’oscuro di tutto.>>, disse Punma, in piedi accanto a una porta.

Gilmore sospirò profondamente: <<Il guaio di Ivan è che quando scompare non puoi sapere dove è andato a finire.>>, disse alzandosi e andando davanti alla finestra <<Potrebbe essere in qualunque parte del mondo. Non possiamo fare nulla finché non è lui stesso a mettersi in contatto con noi.>>

<<E allora che si fa?>>, chiese Chang <<Restiamo ad aspettare?>>

L’anziano scienziato chiuse gli occhi, riflettendo: <<Per ora non vedo molte alternative.>>, riaprì gli occhi per guardare fuori dalla finestra il mare agitato del tardo autunno, quando ormai l’inverno già è padrone della mente <<Anzi, direi che abbiamo le mani legate.>>

<<Ma io continuo a chiedermi perché abbia fatto una cosa del genere.>>, disse Albert scuotendo la testa <<Non credo che sia andato a cercare di nuovo il padre. Non dopo tutto quello che è successo l’ultima volta. Insomma, è o non è il più intelligente di tutti noi?>>

Gilmore lo guardò perplesso e pensieroso: <<In pratica sì. Ivan ha poteri mentali che voi non potete nemmeno immaginare. Quello che conoscete di lui è probabilmente solo una piccola parte di quello che è in grado di fare.>>, disse spostando gli occhi da un cyborg all’altro <<Ma per molti aspetti Ivan è ancora un bambino. Credo che lui, nel profondo del suo cuore, rimpianga il fatto di non poter vivere una vita normale, come qualunque bambino della sua età. Credo che nel profondo del suo cuore lui voglia essere solo un bambino.>>

Gli altri rimasero silenziosi, riflettendo sulle parole dello scienziato. In fondo non erano concetti nuovi per loro. Ma forse non ci avevano mai veramente pensato. Conoscendo Ivan nel profondo era veramente difficile considerarlo come un bambino. Era capace di cose che nessuno di loro poteva neanche lontanamente immaginare. Spesso e volentieri se la sarebbero vista davvero brutta se non ci fosse stato lui. Gli dovevano almeno 10 vite. Alla luce di tutto questo, il suo aspetto fisico passava decisamente in secondo piano. Ma era chiaro che Ivan desiderasse essere un comune bambino esattamente come ognuno di loro desiderava condurre una normale vita da essere umano.

<<Questo non spiega perché se ne sia andato.>>, disse Albert sospirando. Poi contorse il viso in una delle sue tipiche smorfie, comprendendo che in realtà lo spiegava benissimo <<O almeno non ci aiuta a sapere dove sia andato.>>, si corresse.

Gilmore chiuse nuovamente gli occhi. Cominciava a sentirsi stanco. Non aveva chiuso occhio quella notte e continuava a chiedersi se non fosse il caso di dirlo anche a Joe e Françoise. Non è che non volesse disturbarli. Temeva solo che alla fine avrebbe fatto preoccupare entrambi, soprattutto Françoise, per niente. Non perché non fosse grave la situazione, ma perché Ivan era imprevedibile. Sarebbe potuto tornare benissimo da solo, in qualunque momento.

Il telefono squillò e lo fece sobbalzare fuori dai suoi pensieri. Tutti quanti lo guardavano, quasi spaventati. Come se anche a loro fosse capitata la stessa che era successa al dottor Gilmore. Poi i cyborgs si voltarono tutti verso il professore. Al terzo squillo, lo scienziato si mosse finalmente verso il telefono. Alzò lentamente la cornetta, che fece il suo classico scatto secco, e se la portò all’orecchio: <<Pronto?>>

<<Buonasera professore.>>

Il volto del professore si irrigidì: <<Salve, Françoise.>>, disse guardando gli altri con uno sguardo di intesa che diceva loro chiaramente di non lasciarsi sfuggire nemmeno mezza parola. Se proprio doveva dirglielo, lo avrebbe fatto lui <<Tutto a posto?>>

<<Oh, sì. A meraviglia. La neve è fantastica e il posto è stupendo.>>, la voce della ragazza sembrava veramente allegra. Gilmore poteva quasi vedere il suo sorriso migliore attraverso le parole che uscivano dalla cornetta. No, non se la sentiva di dirle nulla <<E lì tutto a posto?>>

Gilmore esitò qualche secondo: <<Certo, alla perfezione.>>

Forse qualche secondo di troppo: <<Ne è sicuro?>>

<<Eh…>>

Qualcuno gli tolse la cornetta di mano, improvvisamente: <<Françoise, come stai?!>>

Il professore guardò Bretagna che si era appropriato del telefono come inebetito: <<Ma…>>

Bretagna, in tutta risposta, si voltò verso il professore e gli strizzò un occhio: <<E Joe come sta?... Lo immaginavo… no, niente, lascia perdere. Bella la neve, eh? Ma uscite almeno?... Niente niente… Perché non mi dici dove siete? Anch’io voglio venire a sciare!.... No, dai… giuro che tengo la bocca a freno… Ma dai… lo sai che io scherzo sempre, no?... Cosa, Ivan? No, sta dormendo ancora come un angioletto… Va bene… e portateci qualche souvenir… Certo… Ciao, ciao.>>

Bretagna riabbassò la cornetta e l’espressione sul suo volto cambiò radicalmente. Poi si voltò verso il professore ancora sorpreso: <<Dottor Gilmore, sarebbe meglio che le facessi qualche lezione di recitazione. Non è assolutamente credibile.>>

La faccia di Gilmore si distese: <<Hai ragione, Bretagna.>>, disse sorridendo appena <<Grazie. Sono sicuro che io mi sarei in qualche modo tradito.>>

Intanto, dall’altra parte del filo, Françoise riabbassò la cornetta e ritornò al tavolo del bar dove Joe la stava aspettando. Le sorrise quando la vide rimettersi a sedere al suo posto: <<Tutto bene?>>

<<Sì.>>, rispose lei assaggiando la sua cioccolata calda che era arrivata mentre era al telefono <<Tutto a posto. Ivan è ancora addormentato.>>

Joe sorrise, senza parlare e limitandosi a fissarla, con il mento appoggiato su una mano.

<<Cosa c’è?>>, chiese lei sorridendo, ma un po’ perplessa <<Ho un po’ di cioccolata sulle labbra per caso?>>

Lui scosse la testa, sorridendo divertito: <<No, è che non avrei mai detto di desiderare di essere una tazza di cioccolata in vita mia.>>

Lei aggrottò la fronte in una specie di smorfia: <<Joe, sei…>>, disse scuotendo la testa <<Ah, lasciamo perdere. Cambiando discorso, hai visto una farmacia da queste parti?>>

Joe aggrottò la fronte perplesso, staccando la testa dal palmo: <<Non mi dire che…>>

<<No.>>, lo fermò lei prevedendo i suoi timori <<Mi serve solo del filo interdentale. L’ho finito.>>

Lui sembrò quasi rassicurato: <<Mi pare di averne vista una poco lontano dall’albergo.>>, disse <<Magari ci fermiamo di ritorno all’albergo.>>

Françoise annuì sorseggiando la sua cioccolata: <<Ottimo.>>, disse riponendo la tazza sul tavolo <<E… non sono a rischio… per un bel po’ di tempo.>>

Joe sorrise: <<Beh, gli unici giorni che possiamo starcene un po’ tranquilli…>>

<<Avremmo potuto fare altre cose.>>, disse lei scherzosamente.

<<Tipo?>>

Françoise aggrottò la fronte: <<Non riesci a vedere il nostro rapporto oltre i muri di una camera da letto?>>, chiese retoricamente quasi sussurrando <<Avremmo potuto parlare, per esempio.>>

Joe contorse il viso in una smorfia: <<Ieri abbiamo parlato.>>, le fece notare <<E com’è finita?>>

Lei scosse la testa, voltandosi verso la finestra, guardando la neve su uno sfondo di splendido cielo arrossato dal tramonto: <<Tres bien.>>

Lui fece un’espressione perplessa, non comprendendo il senso delle parole: <<Cosa?>>

Françoise tornò a guardarlo, sorridendo: <<Tres bien, molto bene.>>

<<Lo so cosa vuol dire “tres bien”.>>, disse lui <<Non capisco cosa c’entri.>>

<<E’ finita molto bene.>>, rivelò lei appoggiando il mento su una mano, e andando a cercare quella di Joe, posata sul tavolo, con l’altra <<Non stavo così bene da parecchio tempo. Ma non è stato solo il… “lato fisico” della serata. E’ stato tutto l’insieme.>>

Le loro mani si alzarono dal tavolo andando a intrecciarsi l’una nell’altra, a mezz’aria: <<Guarda, che anche per me è stata la stessa cosa.>>, disse Joe senza staccare gli occhi dai suoi <<La stessa identica cosa.>>

Françoise annuì, sorridendo: <<Lo so.>>

Restarono ancora un po’ nel bar, fino a che fuori non si fece un po’ più scuro. Quindi uscirono in strada e si avviarono verso l’albergo, camminando a braccetto lungo la strada, e continuando a parlare del più e del meno. Joe aveva ragione. La farmacia era sulla strada per l’albergo. Entrarono insieme, ma Joe si fermò accanto al bancone, ad aspettare. La farmacia era piuttosto grande Françoise si guardò intorno, sugli scaffali. Trovò subito quello che stava cercando e si avviò verso il bancone, per pagare, quando un uomo attirò la sua attenzione. Stava guardando uno scaffale di alimenti per bambini.

<<E’ indeciso?>>, gli chiese avvicinandosi con cautela.

L’uomo annuì sconsolato, continuando a guardare lo scaffale come se fosse un rebus da risolvere: <<Mia moglie mi ha mandato a comprare il cibo per il bambino, ma non sono molto pratico.>>

Françoise sorrise e prese una scatola, scegliendola accuratamente: <<I prodotti di questa marca piacciono molto a Ivan.>>, disse porgendogliela <<Sono ottimi.>>

<<Ti sei persa?>>

Françoise si voltò, sorridendo a Joe che si stava avvicinando a lei: <<No, stavo solo consigliando il signore.>>

<<Buonasera.>>, salutò l’uomo, a cui Joe rispose con un cenno del capo <<Vi ringrazio per l’aiuto. Non sapevo proprio dove sbattere la testa.>>

<<Si figuri.>>, rispose Françoise accennando un sorriso. Poi si rivolse a Joe <<Andiamo?>>

Lui si limitò ad annuire, voltandosi nella direzione dalla quale era venuto: <<Arrivederci.>>, disse all’uomo, mettendo un braccio attorno alle spalle della ragazza.

L’uomo sorrise appena: <<Arrivederci.>>

 

<<Into the heart of a child, I can go back, I can stay awhile.>>, da “Into the heart”, U2[5]

 

 

Parte IV  

 

 

<<Allora ti piace, eh?>>

Reiko lo imboccò con l’ultimo cucchiaio di cibo. Era lo stesso che gli dava Françoise. L’aveva riconosciuto subito. Fece delle moine con cui riuscire a manifestare la propria soddisfazione come un comune bambino.

<<A quanto pare sono stato consigliato bene.>>, disse Hisashi, seduto a tavola a leggere il giornale.

<<E’ vero.>>, disse Reiko pulendo il bambino sulla bocca <<Sembra che lo gradisca veramente.>>

Ivan guardò la donna prendere il piatto e le posate e portarle in cucina, per poi mettersi a lavarle. Era stato con lei tutto il pomeriggio, da solo.  E aveva avuto modo di conoscere la sua triste storia. Era stata lei stessa a raccontargliela, pensando che lui non potesse capire.

Reiko e Hisashi si erano sposati un paio di anni prima, ancora molto giovani. Lo stipendio da istruttore di sci di Hisashi bastava a tutti e due per condurre una vita senza troppe pretese, ma che bastava a renderli felici. Avevano l’uno l’altro. E tanto bastava. Quando si è così giovani, l’amore sembra bastare per tutto. Un anno dopo Reiko era rimasta incinta. Un figlio cercato e voluto, non venuto per caso. La gestazione, l’attesa per nove, lunghi mesi, la gioia della nascita. Sembrava tutto a posto, tutto perfetto. E invece, dopo due giorni, l’emorragia interna, la morte del piccolo Shoji.

Il resto, quello che Reiko non gli aveva raccontato, Ivan lo aveva letto da solo nella sua mente, spinto da un’irrefrenabile voglia di sapere, di conoscere nel profondo la tristezza di quella donna che lo vedeva solo come un bambino. E così aveva saputo che l’aborto era stato causato da un difetto congenito, che aveva obbligato i dottori a operare e asportare l’utero di Reiko. Niente più figli. Il sogno svanito per sempre. La felicità chiusa in un cassetto di cui la chiave era ormai perduta senza rimedio.

Reiko era caduta in uno stato di depressione comprensibile. Non mangiava più, non dormiva più e quando lo faceva, il suo sonno era distrutto da incubi orribili. Lentamente si stava lasciando andare. Ormai le sembrava che la vita non avesse più senso.

Ivan si voltò verso Hisashi, che lo stava guardando, avendo ripiegato il giornale sul tavolo. In qualche modo lo stava ringraziando. Lo avvertiva chiaramente. Lo stava ringraziando per aver ridato un po’ di vita agli occhi da troppo tempo spenti di sua moglie.

Reiko tornò in soggiorno e si mise a sedere a lato di Hisash, guardando il bambino: <<Quello che hai comprato gli è proprio piaciuto davvero, sai?>>, disse rivolta al marito, ma continuando a guardare il piccolo <<Non avresti potuto fare scelta migliore.>>

<<Non è merito mio.>>, ammise Hisashi <<Me lo ha consigliato una ragazza che ho incrociato in farmacia. Io non sapevo proprio dove andare a parare. Accidenti, ero così agitato che non mi ricordo nemmeno più bene il suo volto. Probabilmente era straniera. Mi ha detto che a suo figlio piacevano quelli. Ivan, mi ha detto che si chiama.>>

“Ivan?!”, ripeté mentalmente il piccolo cyborg, trasalendo sentendo chiamare il suo nome “Potrei… no, non è possibile. Quella donna ha detto che era suo figlio. Sarà un altro.”

<<Ivan? Potremmo chiamarlo così.>>, propose Reiko incuriosita <<In fondo non sappiamo come si chiama. Dovremmo pur dargli un nome.>>

Hisashi sorrise. Sua moglie sembrava tornata quella di una volta. Tuttavia…: <<Reiko, non resterà qui a lungo.>>, disse Hisashi stringendo le labbra <<Non ho trovato i suoi genitori… ma… insomma, lo sai…>>, un lampo gli passò negli occhi <<Accidenti… magari potevano essere loro! Perché non ci ho pensato?!>>

Reiko sospirò: <<Tu ti fai troppe paranoie.>>, disse guardando il piccolo malinconica <<Non è che tutti gli stranieri che incontri possano essere i genitori del piccolo.>>

Il marito annuì: <<Hai ragione… Domani andrò alla polizia e vedrò se qualcuno ha denunciato un bambino scomparso.>>

Lei trasalì leggermente all’idea: <<E se non ci fossero denunce del genere?>>

Hisashi guardò la moglie, sapendo benissimo che cosa volesse dire. Poi rivolse il suo sguardo al piccolo. Suo malgrado cominciava ad affezionarsi a lui. Forse avrebbero potuto… Scosse la testa scacciando il pensiero: <<Ci penseremo poi.>>, disse.

Reiko sorrise. Sapeva di aver ottenuto una piccola vittoria.

Hisashi si alzò, andando ad aprire l’anta di un mobile ed estraendone qualcosa. Poi si voltò di nuovo verso Ivan e puntò la Polaroid sul piccolo. Il flash scattò e dopo pochi istanti la fotografia uscì dalla macchina fotografica. Hisashi sorrise. Era venuta bene: <<Per ora…>>, disse continuando a guardare la foto <<direi che va bene… lo chiameremo Ivan.>>, si rivolse verso il piccolo sorridendo <<Ti piace?>>

Ivan cercò di manifestare il suo assenso, muovendosi e gesticolando come un bambino.

<<Sembra che sia di suo gradimento.>>, disse Hisashi sorridendo, rivolgendosi alla moglie.

Reiko sorrise, annuendo: <<Sembra anche a me.>> poi la donna si alzò e si avvicinò a Ivan, per prenderlo in braccio: <<Bene, Ivan. E’ ora di andare a dormire.>>

Ivan si lasciò prendere in collo, ma i suoi occhi guardarono Hisashi un’ultima volta. Voleva leggergli nel pensiero, voleva sapere solo un’ultima cosa. Cercò nella mente dell’uomo un momento, un’immagine. Non fu difficile trovarla, perché risaliva ad appena poche ore prima.

 

Scatole, omogeneizzati, biscotti…

<<E’ indeciso?>>

 

Ivan non aveva già più bisogno dell’immagine. Aveva riconosciuto la voce. L’avrebbe riconosciuta fra mille. Ma aveva bisogno di sapere un’altra cosa.

 

<<Mia moglie mi ha mandato a comprare il cibo per il bambino, ma non sono molto pratico.>>

Françoise si volta a guardare lo scaffale e prende una scatola ben precisa: <<I prodotti di questa marca piacciono molto a Ivan.>>, dice porgendogliela <<Sono ottimi.>>

<<Ti sei persa?>>

 

Quello era Joe.

 

Françoise si volta verso di lui: <<No, stavo solo consigliando il signore.>>

<<Buonasera.>>, saluta Hisashi, a cui Joe risponde con un cenno del capo <<Vi ringrazio per l’aiuto. Non sapevo proprio dove sbattere la testa.>>

<<Si figuri.>>, rispose Françoise accennando un sorriso. Poi si rivolge a Joe <<Andiamo?>>

Lui si limitò ad annuire, voltandosi nella direzione dalla quale era venuto: <<Arrivederci.>>, disse all’uomo, mettendo un braccio attorno alle spalle della ragazza.

L’uomo sorrise appena: <<Arrivederci.>>

 

 

Reiko salì le scale e portò Ivan in una piccola stanza: <<Sai, questa doveva essere la stanza di nostro figlio, Ivan.>>, disse la donna mentre adagiava il piccolo dentro un box <<I miei genitori avevano già acquistato tutta questa roba.>>, disse inginocchiandosi e accarezzando Ivan su una guancia <<Sono contenta di aver impedito che tutto questo non venisse buttato via.>>

Reiko sorrise un’ultima volta, accendendo uno di quei walkie talkie che avvertono di ogni rumore che si sente nella stanza di un bimbo, mentre i genitori sono nell’altra con l’apparecchio gemello. La donna quindi si avviò fuori dalla stanza, lasciando solo un piccolo abat-jour acceso.

Ivan era rimasto solo. Guardò gli animaletti di plastica appesi sopra il  box e forse per la prima volta da quando era lì si mise a riflettere sul perché fosse venuto. Era stata una cosa quasi istintiva.

Ci era rimasto un po’ male nel sapere che se n’era andata senza dirgli nulla. Non l’aveva voluto ammettere prima, ma adesso capiva che era così e che era sciocco negarlo. Da quando lei e lui stavano insieme si sentiva un po’ trascurato. Doveva ammetterlo. Sapeva che Françoise amava Joe. Probabilmente nemmeno lo stesso Joe sapeva quanto lo amasse tanto quanto lo sapeva lui. E sapeva che Joe ricambiava quel sentimento. Negli ultimi tempi si era solo deciso ad ammetterlo. E lui aveva sviluppato un certo sentimento di gelosia, tipo quello che i figli maschi sviluppano verso i propri padri, perché li vedono come dei potenziali rivali per l’affetto della madre. Non lo aveva fatto di proposito. Era stata una cosa istintiva. Anche il leggere nella mente di Gilmore per sapere dove fossero andati. Tutto era stato mosso da un inconscio sentimento di gelosia, che lo aveva portato fino a lì.

Ma il viaggio telepatico era stato lungo e, arrivato sul posto, si era addormentato su una panchina, nonostante il freddo. Quando si era risvegliato si era ritrovato nella casa di Hisashi e Reiko.

E adesso? Cosa doveva fare? Alla fine Françoise in realtà non aveva detto che lui fosse suo figlio. Era una cosa che Hisashi aveva semplicemente dedotto dalle parole di lei. Naturalmente non aveva detto così. Forse ci aveva sperato?

Però… come mai erano rimasti lì? Forse non sapevano ancora che lui era scomparso dal Centro di Ricerche? Forse lo sapevano e avevano preferito non interrompere la loro vacanza? Forse…

 

<<Torn in two, you close your eyes for some place new.>>, da “Just the way I’m feelin’”, Feeder[6]

 

 

Parte V

 

 

Hisashi era fermo davanti al posto di polizia del luogo. Stava guardando la porta ormai da un bel po’. Fermo, immobile, indeciso se entrare o meno. Un poliziotto si affacciò sulla porta e si mise a guardarlo.

<<Scusi, desidera qualcosa?>>

Hisashi fu come risvegliato da una specie di torpore. Una folata di vento lo fece rabbrividire. Scosse la testa, più per fare un gesto di risveglio che per rispondere al poliziotto: <<No.>>, rispose <<Mi scusi, devo andare.>>

Il poliziotto sembrò perplesso, tuttavia annuì: <<Va bene.>>, disse <<Buona giornata.>>

Hisashi ritornò sui suoi passi. Doveva ancora prendere delle cose a casa prima di andare in albergo per la giornata di lavoro. Anche se dubitava che avrebbe lavorato molto, visto come si stava mettendo il tempo. Si strinse nella giacca a vento e ne alzò il bavero per coprirsi il più possibile dal freddo pungente. Casa sua non era molto lontana. Tuttavia il tragitto di ritorno gli servì per chiedersi che cosa l’avesse bloccato. Perché non aveva chiesto alla polizia se ci fossero state denunce di bambini scomparsi come si era prefisso. Gli venne in mente il volto di Reiko la sera prima. I suoi lineamenti rilassati, la sua espressione finalmente viva e allegra così come non l’aveva per tanto, troppo tempo. Era veramente giusto toglierle quel piccolo appiglio di speranza nella vita che sembrava aver trovato? Forse veramente i suoi genitori avevano abbandonato Ivan, e allora sarebbe stato giusto che se ne occupassero loro. Scosse la testa. Anche lui si era affezionato a Ivan, ma non riusciva a concepire l’idea di poter abbandonare un proprio figlio. Non poteva pensare, non voleva credere che qualcun altro lo avesse fatto.

In preda a questi pensieri, per poco non mancò la porta di casa. Dovette fare qualche passo indietro, quando si accorse di essere arrivato. Entrò in casa, accolto da un piacevole calore. Si tolse la giacca e le scarpe[7] e si diresse in soggiorno. Trovò Reiko intenta a dare da mangiare al piccolo. Lo guardò preoccupata quando si accorse dell’arrivo del marito.

Hisashi scosse la testa: <<Troppa gente.>>, mentì cercando qualcosa in un cassetto <<Ci andrò domani. Oggi non avrò tempo.>>

Reiko girò la testa abbassandola: <<Allora sei proprio convinto.>>, disse ricominciando a imboccare Ivan.

L’uomo smise di cercare e guardò la moglie. Come mai non riusciva a capire? Possibile che quella tragedia le avesse tolto ogni capacità di ragionare? Chiuse il cassetto, mettendosi qualcosa in tasca, e si voltò verso di lei: <<Reiko, anche a me piacerebbe che Ivan rimanesse con noi. Ma se i suoi genitori lo stanno…>>, si mise le mani in tasca, girando un attimo la testa da un’altra parte. Quindi tornò a guardare la donna <<Insomma, tu sai cosa vuol dire. Credi che sia giusto che i genitori di questo bambino soffrano come è successo a noi. Magari lo hanno abbandonato. Ma magari si è trattata solo di una distrazione.>>

Hisashi restò a guardare la moglie, in attesa di una reazione che desse un qualche tipo di risposta alle sue parole. Riusciva a comprendere molto bene quello che poteva pensare, come vedeva la situazione lei. Ma non poteva fare diversamente. Domani sarebbe andato a denunciare il fatto alla polizia. I suoi occhi si voltarono verso l’orologio. Era tardi. Doveva andare.

Ritornò sulla soglia di casa, senza dire niente, e si vestì per poi uscire fuori. Percorse di buon passo la distanza che c’era da casa sua all’albergo. Entrò dall’ingresso riservato ai dipendenti e si ritrovò in un’ala dell’edificio dove gli ospiti dell’albergo non avevano accesso. Percorse un lungo corridoio per qualche metro, per poi infilarsi in una porta, quella dello spogliatoio. Salutò gli altri due dipendenti che si trovavano all’interno della stanza e si spogliò e si infilò la tuta da sci fatta fare espressamente dall’albergo, a mo’ di divisa. Era tenuto a usare quella quando faceva il suo lavoro.

Uscì dalla stanza e guardò l’orologio. Aveva ancora un po’ di tempo. Almeno una decina di minuti. Ne avrebbe approfittato per prendersi un caffè al bar dell’albergo. Prese un’ultima cosa dalla tasca della giacca e uscì di nuovo nel corridoio. Aprì una porta sull’altro lato e si ritrovò nella hall, accanto alla reception.

Chiba lo salutò con un gesto della mano da dietro il bancone: <<Salve, Hisashi.>>

Hisashi rispose con appena un cenno del capo. Quindi si diresse velocemente verso il bar, attraversando la hall. Si avvicinò al bancone e attirò l’attenzione del barista con un cenno della mano.

<<Oh, ciao Hisashi. Cosa posso fare per te?>>

<<Ciao Leiji.>>, rispose l’altro sedendosi al bancone <<Un caffè. Forte.>>

<<Subito.>>

Hisashi appoggiò i gomiti sul bancone, guardando Leiji preparare il suo caffè. Anche lui era un amico di vecchia data. Il suo caffè fu pronto in pochi istanti. Leiji glielo pose davanti, con il suo aroma invitante. Hisashi ne aspirò profondamente l’odore.

<<Buongiorno. Ci si rivede.>>

Hisashi si voltò verso la voce: <<Oh, salve.>>

<<Vedo che è un dipendente di questo albergo.>>, disse la ragazza che aveva incontrato la sera prima in farmacia, sedendosi.

<<Sì, sono un istruttore di sci.>>, rispose Hisashi  <<Lei cosa fa qui?>>

La ragazza ordinò un caffè al barista: <<Sono una cliente.>>, rispose sorridendo <<Sto in uno dei cottages dell’albergo.>>

Hisashi sembrò piuttosto sorpreso della cosa ed ebbe qualche istante di esitazione prima di rispondere: <<Da quanto tempo siete qui?>>

Lei ci pensò su un attimo: <<Più o meno un paio di giorni. Perché?>>

Hisashi scosse la testa, tornando a guardare la sua tazza di caffè: <<Curiosità… ah, devo ringraziarla per i consigli di ieri.>>, disse cambiando discorso <<Il piccolo ha gradito molto.>>

<<Mi fa piacere di esserle stata utile.>>

Hisashi guardò il suo orologio: <<Adesso devo proprio andare.>>, disse finendo il suo caffè <<Spero di rincontrarla, allora.>>

<<Va bene. Arrivederci.>>

L’uomo si alzò e uscì dal bar a passo svelto. Ma non si diresse subito nella stanza dove erano i suoi sci e da cui sarebbe uscito all’esterno per raggiungere i suoi allievi del week-end. Si diresse invece alla reception: <<Ehi, Chiba!>>

Il ragazzo, sentendosi chiamare per nome, alzò gli occhi: <<Hisashi, dimmi.>>

Hisashi si fermò davanti a lui, sbattendo i palmi delle mani sul bancone: <<Mi avei detto che non c’erano stranieri!>>

Chiba aggrottò la fronte, come se non ricordasse: <<Ti avevo detto che…>> il suo volto si illuminò improvvisamente <<Ah, sì. Mi ero dimenticato di dirti che forse uno straniero c’era. Almeno un mezzo straniero.>> Chiba prese il registro e lo aprì a una pagina <<Eccolo, Shimamura Joe. Sta in uno dei cottage. Ma non posso dirti il numero.>>

<<Sì, certo.>>, disse Hisashi <<Perché ieri non lo hai notato?>>

Chiba sbuffò: <<Ieri io ho guardato solo i cognomi. Questo ha un cognome giapponese. Il nome l’ho visto dopo!>>, si difese <<Ma poi… perché vuoi trovare per forza degli stranieri?>>

Hisashi sospirò: <<Va bene. Ti ringrazio. Devo andare a lavorare.>>, tagliò corto andandosene.

<<Buon lavoro!>>, disse Chiba ironico tornando al suo lavoro. Poi vide un’ombra sul bancone e alzò nuovamente gli occhi, mostrando un sorriso da perfetto receptionist al servizio del cliente <<Buongiorno signore, mi dica.>>

<<Salve. Sono venuto a lasciarle la chiave del cottage.>>, gli disse il ragazzo davanti a lui porgendogli una chiave.

<<Certo, signore.>>, disse Chiba prendendo la chiave e mettendola nel suo loculo <<Vi auguro una buona giornata, signor Shimamura.>>

Joe sorrise e si allontanò dirigendosi verso il bar. Come previsto, Françoise era seduta al bancone, ad aspettarlo. La riconobbe facilmente anche se la vedeva solo di schiena. La raggiunse e le posò una mano sulla spalla. Lei si voltò verso di lui.

Lui si stava abbassando per baciarla appena sulle labbra, ma l’espressione sul suo viso lo bloccò: <<Cosa c’è?>>, disse rialzando la schiena.

Françoise non rispose, ma si limitò a porgergli un qualcosa che stava guardando poco prima, appoggiato sul bancone del bar. Joe prese in mano quella che si rivelò essere una fotografia, un polaroid, e la guardò con attenzione, ma non riuscì a capire il motivo per cui potesse avere avuto quell’effetto su di lei.

<<E’ una normalissima foto di Ivan.>>, disse distogliendo lo sguardo dall’immagine e scrollando le spalle.

Lei sospirò, guardandolo dal basso in alto: <<Ti ricordi quell’uomo che abbiamo incontrato ieri in farmacia… quello che non sapeva che cosa prendere da mangiare al figlio?>>

Joe annuì, aggrottando la fronte in un’espressione di perplessità, che improvvisamente divenne incredulità: <<Questa foto è sua?!>>

Françoise annuì: <<E’ un dipendente di questo albergo, un istruttore di sci.>>, spiegò <<L’ho incontrato poco fa qui al bar. Mentre andava via ha perso questa da una tasca. Io l’ho raccolta per ridargliela e… beh, eccomi qui.>>

Joe guardò ancora una volta la fotografia, quasi per accertarsi che non fosse un’illusione: <<Vorrebbe dire che Ivan… ce l’ha quell’uomo. Mi sembra impossibile!>>

<<Dovresti sapere che con Ivan niente è impossibile.>> disse Françoise appoggiando i gomiti sul bancone e passandosi poi la testa fra le mani <<Dev’essere venuto a cercarci… e poi chissà che è successo.>>

<<Ma… perché Gilmore e gli altri non ci hanno detto niente?>>, chiese Joe più a se stesso che a lei.

<<Questa è una bella domanda.>>, rispose Françoise alzandosi e dirigendosi verso l’uscita <<Credo sia meglio fare una telefonata.>>

 

<<I used to bring you sunshine. Now all I ever do is bring you down.>> da “Too much love will kill you”, Queen[8]

 

 

Parte VI

 

 

Reiko stava rigovernando la cucina, mentre Hisashi guardava distrattamente la televisione. Ivan osservava prima l’uno e poi l’altro. Aveva intuito facilmente che il poter prendersi cura di lui era stata un’ottima cura alla depressione di Reiko, ma vedeva Hisashi preoccupato. Sapeva che aveva mentito. Che non era andato alla polizia perché non se l’era sentita, perché qualcosa lo aveva bloccato e dentro di sé era dilaniato dal senso di colpa.

Hisashi era il classico tipo molto attaccato e rispettoso del senso di responsabilità. Sapeva benissimo che doveva assolutamente denunciare di aver trovato un bambino su una panchina in piena notte. Ma l’idea di rubare nuovamente la felicità e la serenità a sua moglie gli stavano dando non pochi ostacoli. Inoltre Ivan poteva chiaramente avvertire che Hisashi si stava profondamente affezionando a lui.

L’uomo spense la tv col telecomando, e poi voltò i suoi occhi stanchi verso Ivan.

“Che cosa devo fare con te?”, lesse Ivan nella sua mente.

Già. Cosa doveva fare? Anche Ivan si era ritrovato in quella situazione suo malgrado e adesso non sapeva come uscirne. Provava già molto affetto per Reiko e per Hisashi, ma quello non era il suo posto e in qualche modo si doveva porre la parola “fine” a quella farsa.

Reiko tornò dalla cucina, e si sedette a tavola, di fianco a Hisashi, anche lei guardando Ivan: <<A cosa stai pensando?>>, disse continuando a fissare il piccolo, ma rivolta al marito.

Hisashi scosse la testa: <<In questo momento… non lo so… ho la testa in una confusione totale.>>

La donna rivolse lo sguardo verso il marito: <<Sei ancora convinto di voler andare alla polizia?>>

Il marito sospirò profondamente, guardando la moglie con compassione: <<Reiko, non possiamo tenerlo come se fosse figlio nostro.>>, disse <<Praticamente qui tutti conoscono la nostra storia. Come possiamo pensare di nascondere un bambino? Che tra l’altro è visibilmente… non giapponese.>>

Hisashi ce la stava mettendo veramente tutta per mettere razionalmente in ordine la confusione di sentimenti che aveva in testa. E il suo ragionamento, effettivamente, non faceva una piega.

<<Se i suoi genitori non salteranno fuori una volta denunciato il fatto,>>, riprese prendendo la mano della moglie <<avvierò subito le pratiche per l’adozione. Considerando che siamo noi ad averlo trovato, dovremmo avere buone possibilità che ci venga affidato.>>

Reiko sorrise, come una bambina a cui si era promesso di fare un bellissimo regalo: <<Stai dicendo sul serio?>>

Hisashi si limitò ad annuire, ignaro che qualcuno lo stava osservando dalla strada.

<<E’ veramente lui.>>, disse Françoise rivolgendosi a Joe, appoggiato su un muro, in piedi accanto a lei <<E’ veramente Ivan. Che cosa facciamo adesso?>>

Joe sospirò profondamente. L’aria calda emessa dalle sue narici divenne visibile al contatto con il freddo esterno: <<Sinceramente, non ne ho la più pallida idea.>>, disse alzando le spalle <<Forse… non mi piace molto come metodo, ma…>>

<<E’ impossibile.>>, lo fermò lei.

<<Non sai nemmeno cosa stavo per dire.>>

Lei lo guardò silenziosa un attimo: <<Che potremmo fingere di essere i suoi genitori? Sinceramente parlando, piuttosto che ridare un figlio a due genitori del genere, che se la spassano dopo averlo lasciato su una panchina… se fossi in loro, non glielo ridarei mai.>>

Joe strinse le labbra. Quel ragionamento era imperforabile: <<Stiamo in un albergo a cinque stelle, per cui non possiamo nemmeno dire che siamo due giovani squattrinati che hanno preferito abbandonare un figlio, piuttosto che condannarlo a una vita di stenti.>>

Françoise scosse la testa: <<Joe, non mi sembra il momento di fare battute.>>

Lui la guardò serio: <<Non era una battuta. Gli orfanotrofi sono pieni di bambini abbandonati perché i loro genitori non avevano i mezzi per prendersi cura di loro.>>

Françoise si morse un labbro. Aveva dimenticato che Joe non parlava di certe cose con leggerezza. Quella situazione le stava facendo perdere lucidità: <<Ok, scusa.>>, disse lei mettendo le mani avanti <<Ma adesso è chiaro che dobbiamo inventarci qualcosa. E in fretta.>>

Joe annuì, guardando la casa come se potesse in qualche modo aiutarlo a trovare una soluzione: <<Mi chiedo come mai sia venuto.>>

Lei sospirò profondamente: <<Forse è geloso.>>

Lui aggrottò la fronte, perplesso: <<Geloso?!>>

<<Joe, tutti i genitori maschi sono gelosi della propria madre.>>, disse guardando la casa <<Lui mi identifica come la sua figura materna, e il fatto che tu mi abbia portato lontano da lui ha scatenato una sorta di gelosia. In qualche modo si è messo in contrapposizione con te, perché ti vede come un rivale per l’affetto della madre. Anche Jean lo faceva con papà… tutti i figli maschi lo fanno. E la cosa vale all’inverso per le femmine.>>

Quando si voltò nuovamente verso Joe, vide uno sguardo piuttosto contrariato nei suoi occhi e di nuovo si rese conto di aver parlato troppo. E tra l’altro come se fosse la cosa più logica del mondo: <<Joe, io…>>

<<Mi dispiace di non aver avuto né un padre né una madre per cui provare questo tipo di sentimenti.>>, disse lui piuttosto irritato <<Per cui è evidente che non sono la persona adatta per affrontare questo tipo di problema. Quindi… pensaci tu. Va bene?>>

Detto questo le voltò le spalle e riprese la strada verso l’albergo. Françoise fu per dirgli qualcosa, per cercare di fermarlo. Ma la sua bocca si aprì appena, senza proferire parola.

Lo guardò allontanarsi, scuotendo la testa e maledicendosi. Quasi meccanicamente cominciò a incamminarsi anche lei verso l’albergo, ma a passo lento, cercando di riordinare le idee che le frullavano in testa disordinate e confuse. Alzò gli occhi verso lo splendido cielo stellato che ricopriva quella piccola parte di mondo. La reazione di Joe era stata a suo modo infantile, ma più che comprensibile. Gliel’aveva detto una sera, mentre stavano chiacchierando del più o del meno in camera sua. Non ricordava nemmeno come fosse venuto fuori il discorso, visto che lei evitava accuratamente di parlarne.

Era in momenti come quello che capiva quanto i loro modi di pensare fossero profondamente diversi. Lei aveva tutta una concezione del mondo che a Joe era completamente sconosciuta. E che a lui era mancata. Lo sapeva bene, ma la situazione le aveva fatto perdere il controllo e adesso aveva due bambini di cui preoccuparsi, anziché uno solo. Senza Joe non avrebbe potuto fare niente nemmeno per Ivan, quindi, sebbene i suoi problemi relazionali con il suo ragazzo fossero i meno pressanti in quel momento, erano i primi che doveva risolvere. E in fretta.

Era arrivata. Guardò la porta del cottage incerta. Sapeva che Joe era dentro. Alzò la mano per bussare, esitando ancora un attimo, e quindi battendo due volte le nocche sul legno.

<<E’ aperto.>>, sentì dire da dentro.

Spinse la porta e la richiuse dietro di sé. Joe era inginocchiato davanti al caminetto e stava ravvivando il fuoco. Françoise si tolse la giacca e gli si avvicinò: <<Joe, scusami. Io non…>>

<< Quando per anni ti inducono a pensare che essere un orfano sia una colpa, prima o poi ti convinci che devi essere colpevole sul serio.>>, disse lui continuando a darle le spalle, rimanendo inginocchiato.

<<Io non intendevo certo ferirti.>>, gli disse inginocchiandosi accanto a lui <<So che l’ho fatto e ci sto male. Se potessi tornare indietro mi cucirei la bocca con del filo di ferro. Ma ora non posso fare nient’altro che chiederti scusa.>>

Joe non rispose, continuando in qualche modo a darle le spalle.

Françoise sospirò: <<Lo so che ti stai trattenendo. La tua voce non era ferma. Non ti devi vergognare di piangere.>>

Lui a quel punto la guardò. Aveva gli occhi lucidi e tuttavia cercava ancora di trattenere le lacrime: <<Ti è mai capitato di piangere nel cuore della notte e… nessuno che venisse a chiederti che cosa avevi?>>

Françoise lo fissò un attimo, senza saper bene come rispondere. Poi guardò il divano e capì cosa fare. Si andò ad appoggiare con la schiena ad esso, rimanendo seduta per terra. Poi fece un gesto di invito a Joe: <<Vieni.>>

Lui aggrottò la fronte, perplesso.

<<Vieni, appoggiati su di me, con la schiena e la testa.>>, disse <<Fidati. Giuro che non me ne approfitto.>>

La battuta fece sorridere Joe, che tuttavia obbedì, muovendosi verso di lei e appoggiandosi come gli aveva detto, con la testa appena sotto il suo mento. Non appena si fu adagiato, lei lo cinse con le sue braccia. Nonostante fossero esili e delicate, il suo abbraccio gli sembrò in qualche modo forte e protettivo, e la sensazione di una sua mano che gli accarezzava i capelli gli procurava un senso di tranquillità e sicurezza che non conosceva e a cui cominciò ad abbandonarsi lentamente.

<<Veramente vuoi che ti risponda, Joe?>>

<<Sì, per favore.>>

Françoise annuì, continuando a passargli la mano tra i capelli: <<Quando piangevo nel cuore della notte, mia madre veniva da me… e mi abbracciava come sto facendo io con te, adesso. E cominciava a cantarmi una canzoncina… una ninna nanna.>>

<<E come faceva?>>, chiese lui incuriosito.

Stava per chiedergli se veramente voleva che gliela cantasse sul serio. Poi le venne in mente che probabilmente nessuno aveva mai cantato una ninna nanna a Joe. Un altro mattone nel muro delle sue certezze, che in quello di Joe era inesorabilmente venuto a mancare. Le parole cominciarono a uscirle dalla bocca, leggere e rassicuranti. Come la voce di una madre. Come lui pensava che dovesse essere la voce di una madre: <<Une libellule s'est posée sur la lune. Dans les bois, au profond des nids, les oiseaux se sont endormis. N'aie pas peur du vent qui gronde, ni des chiens errant dans l'ombre. Mille étoiles vont briller, mille étoiles pour te bercer. Tous les coquillages qui jouaient sur la plage, sont partis se cacher dans l'eau, retrouver leurs petits berceaux. N'aie pas peur du vent qui gronde, ni des chiens errant dans l'ombre. Mille étoiles vont briller, mille étoiles pour te bercer. Tourne la grande ourse, tourne la petite ourse. Il n'y a pas de nuit sans matin, le soleil reviendra demain. N'aie pas peur du vent qui gronde, ni des chiens errant dans l'ombre. Mille étoiles vont briller, mille étoiles pour te bercer. [9]>>

 

<<Sometimes you look so small, need some shelter. Just runnin' round and round, helter skelter. And I've leaned on me for years. Now you can lean on me and that's more than love. That's the way it should be. Now I can't change the way you feel, but I can put my arms around you. That's just part of the deal, that's the way I feel. I'll put my arms around you.>>, da “Protection”, Massive Attack[10]

 

 

Parte VII

 

 

<<Mi scusi.>>

Il poliziotto alzò gli occhi piuttosto esasperati dalla sua scrivania: <<Mi dica.>>

<<Ecco io…>>

Il telefono sulla scrivania del poliziotto squillò per la quindicesima volta nel giro di un paio di minuti. Hisashi, che aveva aspettato un apparente momento di calma per parlargli, sospirò, guardando il poliziotto che allragò le braccia come per dire che non era colpa sua: <<Sì, sì. Ho capito… Va bene, sissignore.>> il poliziotto riattaccò e si rivolse a Hisashi : <<Mi dispiace, purtroppo si sta avvicinando una tormenta di neve e siamo un po’ in stato d’allerta. Il vento ha già sradicato qualche albero, a valle. E c’è bisogno di uomini un po’ dappertutto e io sono tempestato di telefonate.>>

Hisashi annuì: <<Sta cercando di dirmi che sarebbe meglio se tornassi in un altro momento?>>

<<No, io …>>

<<Non importa. Non è una cosa urgente.>>, lo interruppe Hisashi <<Tornerò stasera.>>

Il poliziotto alzò le spalle: <<Come preferisce lei.>>

Hisashi salutò e tornò sui suoi passi. Uscito dalla stazione di polizia, una folta di forte vento gelido lo prese in pieno, sorprendendolo. Alzò gli occhi al cielo. Effettivamente non prometteva nulla di buono. Il vento si era intensificato di molto da quando era entrato nella stazione. Poco male. Quel giorno non avrebbe lavorato. Tanto lo pagavano lo stesso.

Si strinse nella sua giacca e si diresse verso casa,  con non poca fatica, perché il vento tirava proprio nella direzione opposta a lui. Per strada c’era già poca gente. La popolazione conosceva bene a cosa portava quel vento e se ne teneva alla larga. Tirò quasi un sospiro di sollievo quando fu davanti alla porta di casa. Girò le chiavi nella toppa ed entrò, appoggiandosi poi alla porta stessa per un attimo, con la schiena. Si sentiva affaticato. Si tolse la giacca e le scarpe e si diresse verso il soggiorno. Fu allora che si accorse che c’era qualcosa di strano.

<<Reiko?>>

Hisashi aspettò qualche istante. Nessuna risposta: <<Reiko?>>

Cominciò a muoversi per la casa. In cucina, nelle camere, in bagno, addirittura fuori in giardino. Anche Ivan era scomparso.

Dove poteva essere andata? E perché aveva portato Ivan con sé? Scosse la testa scacciando un pensiero che cominciava ad affacciarsi pericolosamente insistente nella sua testa, come la punta di un trapano. Era serena la sera prima. Non poteva aver… no. Doveva solo essere andata fuori a comprare qualcosa, magari per il piccolo.

Si mise a sedere al tavolino del soggiorno, con le mani giunte davanti alla bocca. Cercava di calmarsi e di non lasciarsi andare ai cattivi pensieri. Guardò l’orologio. Era in ritardo per il lavoro. Ma chi se ne fregava. Tanto non avrebbe potuto fare lezione quel giorno. Si alzò e cominciò a camminare nervosamente per la stanza. Il silenzio della casa cominciava a essere insopportabile.

Intanto, fuori, si poteva sentire il vento ululare sempre più forte. Guardò oltre il vetro di una finestra che dava sulla valle. Gli alberi venivano facilmente piegati da quella forza. Sembrava li volesse spezzare.

Hisashi guardò nuovamente l’orologio. Ormai era un’ora che era tornato. Reiko non poteva star fuori così a lungo. Con quel vento poi. Ovunque fosse andata sarebbe già dovuta essere tornata a casa. Tornò all’ingresso e si rimise le scarpe e la giacca a vento e uscì per strada. Per prima cosa andò da Komura. Lo trovò che stava chiudendo il negozio.

<<Buongiorno Hicchan. Se vuoi le sigarette…>>

<<Hai visto mia moglie?>>

L’anziano tabaccaio lo guardò perplesso, scuotendo la testa: <<No, non l’ho vista. Perché?>>

Hisashi si guardò intorno. Tutti i negozi della strada erano già chiusi e sicuramente non con la gente dentro. Non salutò nemmeno il tabaccaio che lo guardò correre via come un ossesso. In poco tempo si ritrovò al posto di polizia. Rivedendolo entrare, il poliziotto si stupì: <<Buongiorno. Ci ha ripensato?>>

<<Mia moglie è scomparsa.>>

L’agente alzò le sopracciglia: <<Che cosa?>>, poi scosse la testa <E da quanto?>>

<<Da circa un’ora.>>

Il poliziotto sembrò perplesso: <<Un’ora? E’ sicuro che non sia da qualche su amica. Magari è solo uscita a far compere e si è rifugiata da qualche parte.>>

<<No.>>, rispose Hisashi scuotendo la testa <<Io sento… ho una brutta sensazione…>>

<<Mi dispiace signore.>>, disse il poliziotto <<Io non posso accettare una denuncia di scomparsa quando la persona in questione ha fatto perdere le sue tracce da così poco tempo. Capisco il suo stato d’animo…>>

<<Ho capito. Ho capito!>>, disse Hisashi, anzi urlò stizzito. Poi prese un profondo respiro <<Mi scusi, mi scusi.>>

Uscì nuovamente dalla stazione di polizia. Dove poteva andare adesso? Ancora prima di darsi una risposta, i suoi piedi avevano cominciato a muoversi verso l’albergo. Ma cosa poteva fare arrivato là. Forse avrebbe potuto chiedere ai suoi colleghi di aiutare a cercarla? No, l’avrebbero preso per pazzo. Tuttavia continuò a camminare. Qualcosa avrebbe fatto. Non poteva restarsene fermo e inerte ad aspettare.

Entrò nella hall e si guardò intorno, quasi sperando di vederla lì.

<<Ciao Hisashi.>>

Il sentire il suo nome lo riportò alla realtà. Alzò gli occhi e si ritrovò Chiba davanti, che lo guardava con le braccia incrociate. La sua espressione cambiò radicalmente quando vide il viso sconvolto dell’amico: <<Che ti è successo? Sembra che tu abbia visto un fantasma.>>

<<Reiko è scomparsa.>>, rispose Hisashi ansimando <<Non so dove sia andata.>>

<<Ehi… calma, calma.>>, disse Chiba mettendogli le mani sopra le spalle <<Quando è successo?>>

<<Non è successo molto tempo fa, ma so che è fuggita.>>, disse Hisashi sempre più teso.

<<E perché ne sei convinto?>>

Hisashi guardò negli occhi dell’amico. In quel momento era una delle poche persone di cui sentiva di potersi fidare. E in quel momento aveva bisogno di sfogarsi, perché i sui nervi erano arrivati al limite estremo di sopportazione. Le sue labbra cominciarono a parlare, quasi da sole: <<Qualche sera fa, mentre tornavo a casa, ho visto un qualcosa, su una panchina. Mi sono avvicinato e…>>, respirò profondamente <<Era un bambino, avrà poco più di un anno. L’ho portato a casa e Reiko ci si è affezionata. Però… io volevo trovare i suoi genitori e Reiko invece non voleva… Forse aveva paura che se io avessi denunciato la cosa alla polizia oggi… E così è andata via insieme a lui… E’ stata colpa mia. Solo colpa mia.>>

Chiba non credeva alle proprie orecchie. Forse era per quello che Hisashi gli aveva chiesto se ci fossero stati stranieri nell’albergo: <<Non dire sciocchezze.>>, gli disse <<Sei veramente sicuro che sia fuggita con lui.>>

<<Sì, Chiba. Lo so che sembra troppo presto per una conclusione del genere….>>, disse <<Ma lo sento. Se succedesse loro qualcosa io…>>

Chiba lo scrollò con le braccia: <<Hicchan, non succederà nulla. Hai idea di dove possa essere andata?>>

Hisashi ci pensò su qualche istante. Quindi scosse la testa veementemente: <<Non ne ho la più pallida idea, Chiba. Non lo so. Non riesco a pensare a niente.>>

<<Non sa se ci sia un luogo che sia particolarmente caro a sua moglie? Che rappresenti qualcosa per lei?>>

I due amici si voltarono verso la voce che era intervenuta nella loro discussione.

<<Ma lei è…>>, Hisashi riconobbe la ragazza della farmacia e del bancone del bar.

La ragazza sorrise: <<Sono Françoise, ricorda? E lui è Joe.>>, disse indicando il ragazzo dietro di lei <<Mi dispiace. Non abbiamo potuto fare a meno di ascoltare.>>

Hisashi guardò entrambi, perplesso e confuso: <<Io non saprei… non saprei dove possa essere andata mia moglie… però…>> strinse gli occhi, come cercando di cogliere un qualcosa che gli stava passando per la mente. Un qualcosa di sfuggente, vago, sfumato che però via via si faceva sempre più chiaro e nitido <<Forse… il vecchio capanno… forse… è là…>>

<<Dove si trova questo capanno?>>, chiese Joe impaziente.

<<Oh, mio Dio!>>, esclamò Hisashi <<Quel luogo è in mezzo alla foresta a valle. Se veramente è andata là… oddio, Reiko…>>

Hisashi si voltò come un fulmine, correndo attraverso la hall e andando sul retro, nelle stanza il cui accesso era consentito solo ai dipendenti.

Chiba lo seguì con lo sguardo incredulo. Poi guardò un’ultima volta Joe e Françoise, sorridendo loro appena e allontanandosi di corsa sulla scia dell’amico.

<<Pensi di riuscire a trovarli?>>, chiese Joe a Françoise seguendo il ragazzo con lo sguardo.

Lei restò silenziosa qualche istante: <<Devo riuscirci, Joe. Non sappiamo se Ivan abbia forze a sufficienza per salvare se stesso e quella donna da solo.>>, disse <<Se in questi giorni ha cercato di mantenere un ritmo di vita “normale”, può darsi di no. Dobbiamo trovarli.>>

Joe annuì, posandole una mano sulla spalla e stringendola a sé: <<Li troveremo.>>, la rassicurò. Guardò verso la grande porta a vetri all’entrata della hall. Il vento spirava sempre più forte e aveva cominciato a nevicare <<E dobbiamo farlo in fretta.>>

 

<<You’ve been goin’ so crazy. Lately nothing seems to be goin’ right. Solo, why do you have to get so low. You’re so... You’ve been waiting in the sun too long.>> Da “Sing”, Travis[11]

 

 

Parte VIII

 

 

Riaprì gli occhi. Ma si sentiva ancora stanco. Cercare di vivee al ritmo di un comune bambino era faticoso per lui. Non riconosceva il soffitto sopra la sua testa. Si guardò intorno. C’era un fuoco acceso in mezzo alla stanza. Sembrava una specie di rifugio. Reiko era seduta accanto a lui e lo guardava dall’alto in basso, sorridendo amabilmente.

<<Ti sei svegliato.>>, gli disse prendendolo in braccio <<Sai, siamo in un posto molto speciale per me. E anche per Hisashi. A primavera, quando eravamo ancora fidanzati, è qui che venivamo a fare i nostri pic nic. Erano tempi molto felici quelli. E’ qui che mi ha chiesto di sposarlo. Era una bellissima giornata di primavera. Me lo ricordo come fosse ieri. Poi…>> il suo viso si adombrò <<Poi io ho perso il bambino e qualcosa si è spezzato per sempre.>>

Una lacrima le scese sul volto. Respirò profondamente, alzando per un attimo gli occhi al soffitto: <<Forse è per questo che ti ho portato qui. Non voglio perdere anche te. Non voglio nemmeno rischiare nemmeno di farlo.>>, disse, stringendolo poi a sé <<E’ stata una decisione improvvisa. Perdonami se ti ho coinvolto.>>

Un cigolio sinistro la indusse ad alzare nuovamente gli occhi. Strinse nuovamente Ivan a sé, come per proteggerlo: <<Speriamo che questo vecchio capanno regga. E’ da parecchio tempo che non vedevo una tormenta del genere. Siamo stati fortunati ad arrivare qui prima che diventasse impenetrabile.>>

“Siamo in pericolo.”

Quel pensiero lo attraversò, dandogli un brivido. Fuori sentiva la tormente di neve infuriare e il legno di cui era fatto il capanno era troppo vecchio e marcio per farci affidamento. Il vento avrebbe potuto tirarlo giù. Avrebbe potuto avvertire Françoise e Joe. Ma non aveva abbastanza energie. Si sentiva stanco. Non sarebbe riuscito a mettersi in contatto con loro in quelle condizioni.

Una folata di vento spalancò violentemente la porta del capanno, che sbatté contro la parete, per due o tre volte. Reiko posò Ivan al posto di prima e andò a chiuderla, mettendovi anche qualche sacco di sabbia presente nel capanno, per tenerla ben chiusa. I cigolii, intanto, si facevano sempre più numerosi e sinistri. Ivan aveva paura. Per la prima volta in vita sua, forse, aveva paura. In quelle condizioni non poteva fare nulla. Se avesse provato anche solo a leggere nella mente di Reiko, avrebbe potuto addormentarsi all’istante sotto la stanchezza. Era esattamente come un bambino. E non era quello il momento più adatto per essere come un bambino normale. La sua testa non era un circuito cyborg.

<<Non preoccuparti. Vedrai che andrà tutto bene.>>, lo rassicurò Reiko rimettendosi a sedere e riprendendolo in braccio <<Andrà tutto bene.>>

No, non poteva non preoccuparsi. Se quelle travi sopra di loro fossero crollate e lo avessero colpito in testa, lui non avrebbe avuto scampo. La morte non l’aveva mai vista così vicina. E anche Reiko poteva morirci. In quello non era un bambino. Riusciva perfettamente a capire che la situazione in cui si trovavano non era assolutamente buona. E lui si sentiva impotente.

La sua testa volò a Françoise, Gilmore, Geronimo, Joe, Bretagna, Chang, Albert, Jet, Punma. Anche suo padre e sua madre rientrarono in quel circolo di ricordo, in quel giro di memoria e pensieri che potevano essere gli ultimi che rivolgeva a loro. Tutta la sua vita gli passò davanti. E non pensava che potesse sembrargli così lunga e piena di ricordi. Di bei ricordi. Non voleva lasciarli. Non voleva. Voleva vivere e tornare da loro. Ma non poteva fare nulla. Era solo un bambino. Soltanto un inutile moccioso. In quel momento non era niente più di questo…

Però… se era un bambino… qualcosa poteva farlo. Forse non sarebbe servito, ma era sempre meglio che starsene lì, senza fare niente aspettando una probabile e orribile morte.

<<Uaaaaaaaaahhhhhhhh… Uaaaaaaaaahhh.>>

<<Ivan, cosa c’è?>> Reiko lo guardava impietrita, assolutamente colta di sorpresa da quel bambino che fino a un secondo prima se ne stava zitto e buono fra le sue braccia <<Su piccolo. Non piangere ci sono io con te.>>

Ivan la ignorò. In quel momento poteva contare soltanto su quel pianto sconnesso, su quella voce stridula… e sull’udito di Françoise. Era l’unico modo per farle capire dove fosse: <<Uaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhh… Uaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahh…>>

<<Ivan!>>

<<Che succede? L’hai trovato?>>

009 e 003 erano fra gli alberi, nella foresta. Lì la tormenta si sentiva un po’ meno. La forza del vento era attutita dai grossi tronchi di abeti che coprivano la valle. 003 si era fermata, con le orecchie protese verso quel suono, quel grido disperato. Il vento, la tormenta e gli ostacoli le avevano reso difficile trovare la strada. E adesso erano arrivati a un punto morto. Ma quel grido disperato era un appiglio di speranza. Quello era il pianto di Ivan. L’avrebbe riconosciuto fra un milione di bambini. Seguì quel suono, con le orecchie e con lo sguardo. E finalmente lo trovò: <<Ce l’ho!>>, esclamò quasi con tono trionfale <<E’ in un capanno, oltre questi alberi, a circa cinque chilometri da qui e… oh, mio Dio!>>

<<Cosa?!>>

<<Il tetto è completamente coperto di neve! Sta cedendo! Se crolla li seppellirà. Vai immediatamente!>>

009 lo guardò sconvolta: <<Non posso trovarlo senza di te!>>

<<Allora prendimi con te!>>

<<Non dire assurdità!>>, ribatté lui <<Sai benissimo che non puoi sopportare la mia velocità per più di pochi secondi!>>

003 strinse le labbra. Purtroppo aveva ragione, in tutto. Stava di nuovo perdendo il controllo e la lucidità. L’unica cosa che sapeva, però, era che dovevano muoversi: <<Andiamo! Non c’è tempo da perdere!>>, disse mettendosi a correre verso il capanno.

009 la seguì. Sembrava sicura. Correva senza esitazioni, seguendo una direzione precisa, saltando gli alberi, in una specie di slalom di cui solo lei conoscesse il percorso.

Il vento ululava rabbioso tra gli alberi, ma Françoise non lo sentiva. L’unica cosa che le sue orecchie seguivano era quel grido. Tutto il resto era come ovattato.

Ci vollero pochi minuti per arrivare alla fine dell’abetaia. Il capanno era nella radura oltre l’ultima fila di abeti. Ormai era al limite. Il tetto era caduto anni prima, e per coprire il tutto, erano state messe delle travi. Che però ormai stavano per cedere sotto il peso insostenibile dell’enorme massa di neve che vi si era posata sopra.

Fu un attimo. Le travi cedettero di colpo e qualcosa le passò accanto, facendola cadere per terra, dove rotolò per qualche metro, finendo con le spalle al capanno.

<<Oh mio Dio… NOOO!>>

Quel grido la fece voltare lateralmente. Hisashi stava guardando il capanno, da pochi metri, con la faccia sconvolta. Anche Françoise si voltò e quello che vide non le piacque per niente. Il tetto era completamente crollato: <<No, Ivan!>>

Si rialzò, avvicinandosi di qualche passo. Un silenzio irreale cadde sul luogo. Anche il vento, adesso, sembra va essersi calmato un po’. Hisashi, dopo qualche istante, cadde in ginocchio sulla neve, mettendosi la testa fra le mani. Sembrava non si fosse nemmeno accorto di Françoise. Tutta la sua attenzione era per i resti del capanno.

Piegò il busto in avanti, cominciando a sbattere violentemente il pugno sulla neve: <<Perché?! Perché!?>>

Françoise lo guardò appena. Quindi cominciò a togliere i pezzi di travi dal mucchio.

Hisashi alzò gli occhi, furioso, quasi stesse profanando una tomba: <<Che cosa sta facendo?!>>

<<Adesso lo vedrà.>>

Ci volle qualche istante. Joe alzò gli occhi verso di lei, sorridendole: <<Tutto a posto.>>, disse alzandosi e scoprendo il corpo di Reiko, che era rannicchiato sotto il suo, con in braccio Ivan.

La donna aprì gli occhi, e si alzò, a sedere, guardando il marito: <<Hi… Hisashi.>>

L’uomo esitò qualche istante, incredulo: <<Reiko… sei viva.>>, quasi senza accorgersene, cominciò a camminare a gattoni verso di lei, per poi abbracciarla e liberare tutta la sua gioia <<Sei viva. Sei viva, grazie al Cielo!>>

Quell’abbraccio durò parecchi secondi, sotto lo sguardo di Joe e Françoise che si sentivano quasi fuori luogo. Poi, improvvisamente, il pianto di un bambino fece staccare Hisashi dalla donna.

<<Oh no, Ivan.>>, disse Reiko al bambino che aveva ancora in braccio <<Stai buono. E’ andato tutto bene.>>

Joe e Françoise si guardarono sorpresi, mentre Ivan continuava a piangere a dirotto.

<<Lasci fare a me.>>, disse Françoise inginocchiandosi e prendendo delicatamente Ivan in braccio. Quindi si rialzò in piedi e cominciò a cullare il piccolo tra le braccia, in un modo incredibilmente naturale <<Une libellule s'est posée sur la lune.>> Ivan smise di piangere e gridare, dando l’impressione di calmarsi <<Dans les bois, au profond des nids, les oiseaux se sont endormis. N'aie pas peur du vent qui gronde, ni des chiens errant dans l'ombre. Mille étoiles vont briller, mille étoiles pour te bercer. Tous les coquillages qui jouaient sur la plage, sont partis se cacher dans l'eau, retrouver leurs petits berceaux. N'aie pas peur du vent qui gronde, ni des chiens errant dans l'ombre. Mille étoiles vont briller, mille étoiles pour te bercer. Tourne la grande ourse, tourne la petite ourse. Il n'y a pas de nuit sans matin, le soleil reviendra demain. N'aie pas peur du vent qui gronde, ni des chiens errant dans l'ombre.Mille étoiles vont briller, mille étoiles pour te bercer.[12]>>

Quando ebbe finito, Ivan si era calmato e stava già dormendo profondamente. Hisashi e Reiko stavano guardando esterrefatti. Anche Joe era come incantato.

<<Voi siete i suoi…>>

Françoise scosse la testa, soffocandogli la domanda in bocca: <<No, noi non siamo i genitori di Ivan. Io gli faccio da madre, ma non sono la sua madre naturale. E’ una storia lunga e complicata. Se volete ve la racconteremo… ma spero che ci crederete se vi diciamo che nessuno ha mai abbandonato questo bambino.>>

<<Non potremmo mai.>>, aggiunse Joe <<Anche se non siamo i suoi genitori naturali, gli vogliamo un bene dell’anima.>>

Hisashi annuì, ma fu Reiko a rispondere: <<Si vede da come lo guardavi mentre gli cantavi quella ninna nanna il bene che gli vuoi. Io ti credo.>>

<<Anch’io.>> disse Hisashi rialzandosi e aiutando sua moglie a fare altrettanto <<E non voglio sapere altro. Voi avete salvato mia moglie, e avete salvato anche me.>> guardò affettuosamente Ivan, che adesso dormiva profondamente, ignaro di quello che gli succedeva intorno <<E anche lui mi ha salvato. Mi basta questo.>>

Joe e Françoise sorrisero, tirando un sospiro di sollievo dentro di loro.

<<Come facevate a sapere che si chiamava Ivan?>>, chiese Joe incuriosito.

<<Beh…>>, disse Hisashi <<Lei, quando l’ho incontrata, mi ha parlato di un Ivan. E così abbiamo pensato di chiamarlo così.>>

<<Capisco.>>, disse Françoise, alzando poi gli occhi verso il cielo <<Ehi, stanno filtrando dei raggi di sole.>>

Anche gli altri tre alzarono la testa a quel tacito invito. Le nuvole cominciavano a diradarsi sulle loro teste, lasciando spazio a una bellissima giornata.

 

<<Where it was dark now there's light. Where there was pain now there's joy. Where there was weakness, I found my strength. All in the eyes of a boy.>>, da “A new day has come”, Céline Dion[13]

 

 

Epilogo

 

 

“Dove sono?”

C’era un fuoco acceso in un caminetto davanti a lui. Lui si trovava avvolto in una coperta, appoggiato su qualcosa che sembrava il cuscino di un divano.

<<Ben svegliato.>>, gli disse Joe, seduto accanto a lui.

“Dove siamo?”, chiese Ivan.

<<Nel cottage dell’albergo.>>, rispose Joe sorridendo. <<Sono quasi le dieci di sera.>>

“Quanto ho dormito?”

<<Due giorni. E qualche ora.>>, Joe lo prese in braccio <<Sai che ci hai fatto preoccupare? Tutti quanti.>>

“Mi spiace. Io…”

Joe aspettò il resto, che non venne mai. Sorrise. Era difficile leggere le espressioni di Ivan. Ma la sua voce era profondamente dispiaciuta: <<Sì. Lo so.>>, disse stringendolo a sé <<Non preoccuparti.>>

“Perché non mi avete rimandato a casa?”

Joe lo riportò sul suo braccio e lo guardò: <<Non vuoi stare un po’ qui con noi?>>

“Joe, sono un bambino, ma certe cose le so.”, ribatté il piccolo “Non voglio fare il terzo incomodo. Sarei di troppo.”

Joe si mise quasi a ridere: <<Ma quale terzo incomodo? Non sei assolutamente di troppo. Non potresti mai esserlo.>>

“Guarda, che lo so che ogni tanto ce l’hai con me per via di Françoise.”

<<Ivan, non si legge nel pensiero come se fosse un gioco.>>, disse Joe sorridendo <<Non ce l’ho con te. Sono solo un po’ geloso. Anche tu lo sei di me. Quindi siamo pari.>>

 <<Cha state confabulando?>>

<<Come se non avessi sentito.>>, disse Joe mentre Françoise si sedeva accanto a lui, incrociando le gambe.

<<Io non posso sentire quello che Ivan ti dice nella tua testa.>>, gli fece notare.

<<Almeno quello!>>, ribatté lui sorridendo.

<<Quanto sei monotono!>>, disse Françoise fingendosi irritata. Poi si rivolse al piccolo <<Hai fame, piccolo?>>

Ivan ci pensò su un attimo: “No, sto bene così adesso.”

Françoise sorrise: <<Va bene. Non è che Joe ti sta tenendo male in braccio?>>

Lui la guardò quasi offeso: <<Che diavolo dici? Lo sto tendendo benissimo.>>

<<Guarda, che non è un bambolotto.>>, ribatté Françoise.

<<Lo so.>>

<<E allora stai attento che la testa non gli stia troppo all’indietro.>>, disse lei <<Non è meglio se lo tengo io?>>

<<Ma neanche per sogno!>>

Continuarono così per un bel po’. Ivan rideva dentro di sé. Felice… come un bambino di quel piccolo quadretto di vita quasi familiare di cui si ritrovava a essere protagonista.

“Grazie, a tutti e due.”

Joe e Françoise smisero di “litigare” sentendo nelle loro teste le parole di Ivan. Si guardarono un attimo negli occhi, e poi guardarono il piccolo. Si era addormentato di nuovo.

Françoise appoggiò la testa sulla spalla di Joe, accoccolandosi contro di lui e cingendogli la vita con le braccia: <<Mi spiace un po’ per quei due.>>, disse <<Si erano affezionati a Ivan.>>

Joe rimase silenzioso per qualche secondo: <<Beh, hanno detto che adotteranno un bambino.>>

Il tono con cui l’aveva detto denotava una nota di amarezza, che lei colse facilmente: <<Non fanno bene?>>

Lui storse le labbra in una specie di smorfia: <<No, non è questo. E’ che… so cosa vuol dire vedere andarsene un bambino dal tuo orfanotrofio. Chiederti perché lui sì e tu no.>>, disse <<E’ un discorso egoista, lo so. Ma quando arrivano due a scegliere che bambino prendere, vorresti sempre essere tu. E se non succede… la delusione è grande, l’invidia… è una cosa quasi naturale. Il fatto che Reiko e Hisashi adottino un bambino è un’ottima cosa, per loro e per quel piccolo. Ma io non posso fare a meno di pensare a quelli che resteranno in quell’orfanotrofio.>>

<<Credo di capire.>>, rispose lei, con  uno sguardo malinconico <<Anche troppo bene.>>

Restarono in silenzio qualche istante. Ivan dormiva beatamente. Non si sarebbe svegliato per qualche altro giorno probabilmente. Tuttavia…

<<Joe, perché non restiamo un’altra settimana?>>

Lui sorrise, accarezzando lievemente una manina del piccolo: <<Perché no?>>

 

<<I believe the children are our future. Teach them well and let them lead the way. Show them all the beauty they possess inside. Give them a sense of pride to make it easier. Let the children's laughter remind us how we used to be.>>, da “The greatest love of all”, Whitney Houston[14]

 

F I N E

Special thanks to: Piuzza cara, che non solo mi ha trovato la ninna nanna in francese perfetta, ma me l'ha pure tradotta ^^.

 

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[1] Trad.: <<Lei ha un sorriso che sembra ricordarmi di memorie della mia infanzia, dove tutto era fresco come il cielo azzurro e luminoso.>>

[2] Trad.: <<Nessuno lo sa, ma tu hai un sorriso segreto. E lo usi solo per me.>>

[3] I katakana sono i caratteri con cui i giapponesi scrivono, o meglio, traslitterano i termini stranieri.

[4] Trad: <<”Nell’affettuosa memoria del nostro bambino”. Così innocente, gli occhi spalancati. Mi sentivo così vuoto mentre piangevo, come se una parte di me fosse morta.>>

[5] Trad.: <<Nel cuore di un bambino, posso tornare indietro, posso restare per un po’.>>

[6] Trad.: <<Diviso in due, chiudi i tuoi occhi per trovare un posto nuovo.>>

[7] In Giappone usa togliersi le scarpe e lasciarle davanti all’entrata di casa.

[8] Trad. (molto libera: si usa un gioco di parole con il verbo “to bring” che è letteralmente poco traducibile in italiano): <<Ti portavo sempre il sole. Ora tutto ciò che riesco a darti è solo sconforto.>>

[9] Berceuse russe (Ninna nanna russa). Traduzione a cura di Pia (merci ^^): “Una libellula si è posata sulla luna. Nei boschi, nelle profondità dei nidi, gli uccelli si sono addormentati. Non aver paura del vento che rimbomba, né dei cani che vagano nell’ombra. Mille stelle vogliono brillare, mille stelle per farti cullare. Tutte le conchiglie che giocavano sulla spiaggia sono andate a nascondersi nell’acqua, ritrovano le loro piccole culle. Non c’è notte senza mattino, il sole tornerà domani. Non aver paura del vento che rimbomba, nè dei cani che vagano nell'ombra. Mille stelle vogliono brillare, mille stelle per farti cullarti.
Gira l’orsa maggiore, gira l’orsa minore. Non c’è notte senza mattino, il sole tornerà domani. Non aver paura del vento che rimbomba, nè dei cani che vagano nell'ombra. Mille stelle vogliono brillare, mille stelle per farti cullarti.”

[10] Trad.: <<A volte sembri così piccolo, bisognoso di protezione. Non fai altro che correre e correre, confusamente. E io ho contato su di me per anni. Ora puoi contare su di me e questo è più che amore. E’ come dovrebbe essere. Ora, non posso cambiare il modo in cui ti senti. Ma posso abbracciarti. Questa è solo una parte dell’accordo. Poserò le mie braccia attorno a te.>>

[11] Trad.<<Sei impazzito. Ultimamente niente sembra andare nel verso giusto. Da solo, perché devi andare così giù? Sei così… Hai aspettato nel sole troppo a lungo.>>

[12] Per la traduzione, vedi la nota 9.

[13] Trad.: <<Dove c’era l’oscurità, adesso c’è luce. Dov’era il dolore, ora c’è la gioia. Dove c’era debolezza, ho trovato la mia forza. Tutto negli occhi di un ragazzo.>>

[14] Trad.: <<Io credo che i bambini siano il nostro futuro. Educateli bene e lasciate loro condurre la starda. Mostrate loro tutta la bellezza che hanno dentro. Date un loro un senso di orgoglio, per rendere tutto più facile. Lasciate che le risate dei bambini ci ricordino come eravamo.>>