Relazioni
 
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Saluto alla presentazione del libro di Don Giuseppe Dossetti
Scritto il 7.03.04 a Salerno

Un saluto a tutti i convenuti e un ringraziamento per la sensibilità mostrata per Giuseppe Dossetti.

Vorremo iniziare dicendo che la Repubblica interviene attivamente per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della libertà, della facoltà dell’uomo. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitando la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Rimuovere gli ostacoli, vuol dire quindi, dare lavoro a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. E’ NECESSARIO COSTRUIRE NON UNA DEMOCRAZIA FORMALE, MA UNA DEMOCRAZIA DI FATTO CAPACE DI DARE LAVORO SCUOLA E CASA A TUTTI.
La scelta di discernere sulla vita di Giuseppe Dossetti nasce da un desiderio di libertà che pone quale obiettivo la giustizia sociale e la solidarietà sociale quale condizioni per la costruzione di una società creativa e pienamente collocata nella realizzazione dei desideri delle persone che individuano queste scelte come condizioni preliminari per un crescita sociale sicura e concreta che elimini quelle situazioni alla base del disagio sociale e delle discriminazioni di fatto, in primo luogo basate sulla differenza di reddito. Lo stato crea le condizioni per lo sviluppo delle libertà. Lo stato, formato dall’insieme dei cittadini, che attraverso una scelta democratica e riferendosi a principi di giustizia sociale e di solidarietà detta le regole per la convivenza della comunità vigilando sugli egoismi e le intolleranze. La profonda convinzione ideale che anima le scelte politiche detta la direzione della storia e la regola in funzione delle aspettative della persona. Non uno stato oppressivo, ma regolatore dei fenomeni sociali e stimolatore di opportunità. La libertà di intrapresa e il rispetto delle regole dei lavoratori associate alla lotta allo sfruttamento, il metodo della concertazione e della partecipazione, tutto ciò rappresenta un’aspettativa che già nel pensiero di Giuseppe Dossetti emergeva e che oggi vogliamo evidenziare per una riflessione di lungo respiro che apra un percorso culturale che ci conduca ad un ritrovamento di identità che tracci una continuità fra il passato e il futuro, e che insieme, animati da un desiderio di giustizia sociale e di libertà intendiamo costruire. Speriamo che lo studio di questo libro possa contribuire ad aprire una riflessione di quanti da anni si impegnano politicamente e socialmente e stimoli nei giovani l’entusiasmo necessario per un profondo rinnovamento del pensiero nella nostra comunità.

Silvio D’Amico
INTRODUZIONE ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
“CUSTODIA DEL TEMPO”
di Francesco Paolo CASAVOLA – Casa Editrice Salerno – 2003

di Gianluigi Palamone - Circolo Dossetti di Salerno - 17 dicembre 2005

È con emozione, e con umiltà, che mi accingo a questo compito.
Introdurre l’intervento del Prof. Casavola, Emerito Presidente della Corte Costituzionale nonché Presidente dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, significa trovarsi al fianco, e di fronte a voi, un universo talmente ricco di conoscenza ed esperienza da rendere inevitabile un approccio totalmente recettivo, alla ricerca di ulteriori chiavi di lettura e di applicazione dei profondi messaggi che costellano ogni pagina di questo libro.
Meritevole è l’intento dell’editore di raccogliere in questa Antologia i fiori della testimonianza dell’Autore, sviluppatisi in quasi trent’anni attraverso (soprattutto) le pagine de “Il Mattino”. Gratificante è per il lettore cogliere da ciascun articolo, magari in ordine sparso, a proprio piacimento, il nettare profumato di una frase, di un concetto o di un auspicio da interiorizzare facendosi così, a propria volta, Custode di ciò che, appreso o rinsaldato nella propria coscienza, non merita la nostra complice omissione o remissione all’oblio.
“Custodia del Tempo” è lotta contro la caducità della memoria, contro la sua fragilità agli attacchi delle oscure forze che sempre distolgono l’uomo dal suo anelito di Giustizia.
Forte è il legame e la conseguenzialità di questa presentazione con quella che ha aperto il nostro ciclo di incontri: molte delle domande irrisolte e delle sfide proposte da Giovanni Bianchi trovano qui un’eco vivissima, se vogliamo anche qualche risposta, nel convincerci che la dignità umana, dispersa e disperata nel consumismo e calpestata nella manipolazione mediatica, può risorgere solo attraverso una vittoria definitiva e, oserei dire, contagiosa
· della Persona sull’individuo,
· della Comunità sulla massa,
· della Cittadinanza sulla sudditanza,
· della Responsabilità sull’alienazione.
Il libro si è offerto a me lettore, non fosse per le dimensioni, come un vademecum, da spulciare, anche nei ritagli di tempo, partendo dagli Indici (ce ne sono 3): a seconda dell’umore, del pathos, della curiosità del momento, scegliere un nome, oppure un anno, oppure un tema… e poi con la fida matita marcare il successo della ricerca, per raccogliere insieme nuovi pensieri con altri dubbi e certezze.
Le certezze riguardano nitidamente quello che dovrebbe essere:
· il ruolo delle Istituzioni e degli uomini in esse,
· il ruolo della politica e dei Partiti in essa,
· il significato, nella Democrazia, della sovranità del popolo,
· il primato della Giustizia a tutela dell’uguaglianza,
· il valore di garanzia che riveste la nostra Costituzione,
· il dovere, per i credenti in Cristo Risorto, di testimonianza della propria Fede,
a fianco degli altri laici, per la costruzione della pace e del bene comune.
I dubbi, ahinoi, sopravanzano non appena l’attenzione torna su quello che è stato, che è o sta per essere, per ciascuno dei suddetti punti, nella realtà.
Avrei voluto ignorare, in questa introduzione, il ricordo della dura sferzata ricevuta dalla lettura del primo articolo (“Il Successo” del 24/10/1976; pag.9). Una profezia tragica di Platone, l’inevitabile collegamento con gli insuccessi materiali o addirittura con le tragedie dei nostri ispiratori (i protagonisti del libro di G.Bianchi presentato un mese fa, e poi Moro, Bachelet, Ruffilli) e con il rischio concreto di abbandonarsi al fato della sconfitta…
Poi ho cercato le ragioni della speranza, senza la quale la fede non avrebbe senso, ed in questo libro ne ho trovata. Speranza da riversare nell’agire politico affinchè in fondo a questo tunnel della “transizione infinita” si trovi una nuova luce che illumini uno scenario democratico in cui, salvata la Costituzione, riscattata la dignità umana, il bene comune torni a prevalere contro gli interessi personali e di parte.
Fare tesoro, e metterlo a disposizione, di un approccio alla politica ispirato alle esperienze più nobili del Cattolicesimo Democratico, o, per meglio dire con Giovanni Bianchi, del Laburismo Cristiano, è sicuramente un ottimo punto di partenza ma non sufficiente, data la necessità di una attenta analisi delle difficoltà storiche che hanno impedito ad esso di esprimere, nei fatti, le proprie enormi potenzialità e data, ancor più, l’esigenza di un adeguamento culturale tale da poter cogliere le opportunità insite nell’attuale fase storica caratterizzata dall’emergere di un contesto (sociale, economico, ecologico, tecnologico e perché no, teologico) totalmente nuovo e proiettato verso un punto di svolta ineludibile oltrechè vicino.
La materia è vastissima ma, considerando che è sempre possibile comprendere da piccole cose il senso più ampio di grandi contesti, non scoraggiamoci: se sapremo non intendere casuale o insignificante ciò che razionalmente, a prima vista, così ci appare, sapremo sicuramente tesaurizzare, spesso inconsciamente, ogni occasione di utile apprendimento.

Poche gemme (tra cui: Persona – Comunità – Giustizia – Costituzione - Fede) dobbiamo serbare nel nostro cuore, in esse deve risuonare la traccia di ogni testimonianza degna dell’Uomo che ci capiti di raccogliere lungo il nostro cammino, ogni elemento che merita di attraversare il Tempo, contro la marea montante del nichilismo riduzionista, della politica coartata a mera gestione del potere o, peggio ancora, del fanatismo assatanato.

Nella lettura di un libro facilmente si è tentati, alla ricerca di una soluzione dei dubbi, di saltare all’ultimo capitolo, se non addirittura all’ultima pagina, ed è capitato anche a me. Così, contro le mie abitudini (non so le vostre), confortato dal metodo “semi-casuale” con cui ho scelto cosa leggere, volta per volta, in questo libro, sono andato abbastanza presto all’ultimo articolo dall’accattivante titolo “Appunti per il Terzo Millennio” del 23 dicembre 2000.
Ebbene l’analisi lucida dei recenti cambiamenti epocali, coincidenti con il nuovo millennio, riporta con forza al rilancio salvifico del tema della Comunità in una nuova armonia con il Creato.
La convinzione è salda, ma la speranza sopisce, in un uomo purtroppo in età avanzata, nella volontà che almeno i propri sforzi valgano comunque il ricordo nelle generazioni future, affinchè il vissuto e la testimonianza dell’Autore siano patrimonio di quanti sapranno coglierli.
Errori gravissimi sarebbero pertanto sia il non appropriarci della memoria, sia il privarci di quella entusiastica coscienza di dover essere attori consapevoli e non spettatori passivi del futuro volgere degli eventi.

Mi è stato chiesto, durante gli incontri preparatori del Circolo Dossetti, di approfondire ulteriormente, nei contenuti, questa mia Introduzione.
Ebbene lo farò, seppur la ritenessi già compiuta avendo segnalato, e sottolineato, le parole chiave delle tematiche più importanti ed avendo altresì indicato una chiave di lettura del libro, intendendo così affidare a ciascuno dei prossimi lettori l’intero mazzo di chiavi, certo del buon uso che ne faranno. Mi soffermerò però brevemente partendo da due di queste chiavi: Persona e Comunità.
Il nucleo etimologico di Comunità è munus che vuol dire, allo stesso tempo, “dono” ed “obbligo”: quindi gratuità e rispetto reciproci nelle relazioni tra persone a tutti i livelli di scala dell’organizzazione sociale, dalla famiglia allo Stato all’intero pianeta, in una rete mirabile in cui ciascuna Persona è pienamente libera perché garantita, nel rapporto con gli altri, dalla mutua accettazione e dalla reciproca capacità di perdono. Il terreno comune di garanzia e di promozione della dignità umana è la Costituzione, Il deterrente per la conflittualità è la trasparenza condivisa, nella comunicazione, del metodo (dal greco meta = verso, anche in senso di direzione, moto e scopo, + odos = strada, percorso, modo di agire) che può e deve necessariamente coincidere con il contenuto, il fine dell’azione. Il fine non può giustificare i mezzi, perché coincidenti!
Il successo, visto come terribile atto ingiusto nella storia, da Platone ad oggi, non è più sopraffazione individuale, ma è il bene comune perseguito nelle Istituzioni, pur nei limiti delle umane possibilità, secondo logiche di competenza (giammai di “appartenenza”) e di responsabilità che derivano, ai Partiti, dal potere democratico di delega, e revoca della stessa, saldamente e coscientemente nelle mani dei cittadini.
La Politica è moderata nel momento in cui riconosce il proprio limite nel primato della persona cui garantire Ambiente, Salute, Istruzione, Uguaglianza, Solidarietà, Libertà e Giustizia.

Per concludere vorrei porre soltanto alcune tra le tante questioni, già ricorrenti nel libro, che sentiamo oggi di stringente attualità e sulle quali l’Autore potrà ancora dare il suo contributo:
¨ Come preparare al meglio la campagna per il “NO” al Referendum confermativo della Riforma Costituzionale.
¨ Come prevenire e rintuzzare l’ormai palese, quanto ipocrita, tentativo di tirare in ballo, pesantemente ed a proprio favore, le posizioni etiche della Chiesa da parte del centro-destra che, facendo conto dell’esempio di Bush, mira ad una appropriazione indebita di valori di cui, nella realtà, non ha mai dato esempio.
¨ Come far prevalere, nella giungla della politica degenerata, il rispetto dei ruoli, il ritorno al senso delle Istituzioni, alla meritocrazia, alla dialettica politica rispettosa, al “consenso/dissenso informato” tra le parti, alle assunzioni di responsabilità chiare agli occhi dei cittadini, i quali potranno esercitare la vera “sovranità” solo grazie ad una corretta informazione.

Sarà difficile smentire quella sensazione di impotenza di fronte all’oscurità dei tempi, ma di battaglie vittoriose ce ne saranno, di sicuro.
La malattia che ci ha contagiati è la speranza, mentre l’ottimismo ci costringe ad immaginarla di nuovo tra noi Professore, un bel giorno in cui sarà ancora più bello ritrovarsi a centellinare e a distillare piccoli e poi sempre più grandi riscontri alle nostre speranze nel sorriso di chi, come Lei, ha inteso tramandare tale scrigno prezioso, in cui semplici insegnamenti sanno orientare le nuove generazioni e la comunità intera verso il meglio del proprio destino. Grazie.
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IO SONO IN DEBITO…E TU?

Debito su debito, una montagna di debiti, un debito che sale e un debito che scende, ti addormenti la sera e ti svegli con un debito, sogni di vivere e ti ritrovi a sopravvivere, cerchi giustizia ma c’è chi ti condanna, provi a parlare ma nessuno ti ascolta.
Tutti s’incontrano…tutti? Qualcuno convoca i “grandi vertici”, altri stanno a guardare, aspettano con trepidazione le decisioni “epocali” che cambieranno il mondo.
Quante promesse, tante parole…ma tu sei ancora in debito!!!
Apri il giornale, titolo gigantesco:

“ CANCELLIAMO IL DEBITO”,

il tuo cuore si solleva, pensi: “finalmente ci danno una mano”, leggi l’articolo e ti accorgi che si tratta di un’altra fregatura.
I “grandi” propongono un piano di aggiustamento strutturale (HIPC) che richiede l’applicazione di ricette economiche di riforma strutturale, inclusa la privatizzazione degli enti pubblici, il taglio alle spese sociali, la liberalizzazione del commercio e del mercato dei capitali…solo chi seguirà e “obbedirà” a queste proposte beneficerà della potenziale cancellazione del debito.
Un’altra catena al collo, il tuo cammino diventa pesante, solo 18 paesi beneficeranno della cancellazione… ahimè tu sei fuori, appartiene a quella schiera di 66 paesi oppressi da un debito complessivo di 600 miliardi di dollari.
Tu Nigeria sempre esclusa per motivi politici dall’iniziativa HIPC, i “G8” ti dedicano un paragrafo nella sua dichiarazione finale, rimettendo al Club di Parigi la scelta di cancellare parzialmente il debito, sempre però che il paese implementi a pieno, ulteriori pesanti riforme economiche richieste dal FMI.
Il dato conclusivo è che i paesi non-HIPC che non hanno beneficiato fino ad oggi di particolari cancellazioni, continueranno ad essere esclusi.
Si, il debito ti esclude, ti mette da parte, tu sei sempre considerato “beneficiario”, tu devi solo “ASPETTARE”…cosa?
La morte dei miei figli, della mia famiglia, mentre noi soffriamo incrementate i paradisi fiscali, continuate a vendere armi…e voi sareste i nostri donatori…
Troppo sangue è stato succhiato dai nostri petti resi nudi dai vostri affari e interessi personali.


Siamo stanchi di guardare, di vedere privatizzata la nostra libertà.
Non viviamo nella povertà, ma nella miseria, causata da un commercio internazionale non centrato sullo sviluppo umano, che provoca morte prematura, analfabetismo, malattia, toglie partecipazione e voce nell’ambito pubblico, provoca violenza e fuga in altri luoghi.

Noi oggi gridiamo: Dove è la nostra dignità? Restituiteci la nostra dignità di persona, non vogliamo essere considerati un problema ma piuttosto soggetti e protagonisti di un futuro più umano per il mondo intero.

Noi oggi affermiamo che è giunto il momento di interrompere quei processi violenti e ingiusti di produzione di ricchezza che continuano a derubare i poveri delle loro risorse, dei loro mezzi di sostentamento e dei loro redditi.

Noi oggi dichiariamo, che chi ha in mano la chiave di svolta , siamo anche noi 800 milioni di cittadini del pianeta il cui tenore e stile di vita pretende l’ottanta per cento delle risorse entranti. Come dice Paolo Barnard: “l’unico vero ostacolo è la nostra maggiore disponibilità come cittadini di un mondo arroccato nel privilegio, a pagare i prezzi che la giustizia globale ci chiederà: in termini di occupazione da perdere o da riconvertire; in termini di abitudini alimentari da cambiare, se invece di nutrire le nostre vacche vogliamo nutrire i loro bambini; in termini di rinunce al consumo, se le risorse non vanno sottratte al Sud a prezzi irrisori; e in termini di minor uso di energia, se vogliamo fermare veramente le guerre per il petrolio o smettere di surriscaldare il pianeta. Siamo disposti a pagare questi prezzi? Sarebbe auspicabile, ma rimane da vedere quali sono e quanti sono. Non ci inganniamo : l’atto risolutore e definitivo spetta a noi, e siamo cento milioni di volte”.
Scoprirci parte integrante di una comunità mondiale, significa che il riconoscimento dell’altro comincia ad essere operante anche sul piano mondiale.
Riconoscere l’altro apre la consapevolezza che l’esistenza dell’altro è l’elemento centrale della propria esistenza. IO ESISTO PERCHE’ L’ALTRO ESISTE!!!
Relazione
ASSEMBLEA NAZIONALE DEI DELEGATI
“ Salviamo la Costituzione”
18.11.2006 Roma



INTERVENTO DI SILVIO D’AMICO
Coordinatore dei Comitati Salviamo la Costituzione della Provincia di Salerno

Cari amici e compagni,

vorrei esprimere a nome del Coordinamento Provinciale di Salerno un caloroso ringraziamento a tutti coloro che oggi sono in questa sala e a coloro che non sono potuti venire, ma che siamo certi essere con noi in questo momento. L’ordine del giorno di quest’assemblea è la messa in sicurezza della Costituzione Italiana attraverso la modifica dell’art.138. Vorrei subito sottolineare come il carattere di questa assemblea sia un esempio di democrazia avanzata. Lo dimostra la partecipazione di delegati riconosciuti dal movimento, non cooptati e impegnati in prima persona nella battaglia referendaria. E’ forse una delle rarissime volte che uomini di partito, sindacalisti, protagonisti della società civile e liberi cittadini si confrontano in un’assemblea nazionale per decidere sulla costituzione Italiana. Tutti noi sappiamo che la Costituzione Italiana è il progetto politico di una nazione a cui tutti fanno riferimento per costruire nella società in convivenza. Abbiamo scelto che la Costituzione Italiana sia il nostro progetto, la nostra aspirazione, la nostra regola. Per quanto abbiamo potuto constatare durante la battaglia referendaria, gli uomini di partito del Centrodestra, non condividono le nostre aspirazioni, i nostri principi, i nostri valori. Lo dimostra non solo il tentativo fallito di stravolgere la Carta costituzionale, ma anche l’attuale resistenza a voler modificare insieme l’art. 138 che sappiamo altro non è che una norma di garanzia, che non modifica la Costituzione, ma la protegge dagli autoritarismi. Con il sistema maggioritario attuale l’Art.138 non ci garantisce più , poichè semplici maggioranze parlamentari possono modificare la costituzione e addirittura stravolgerne i contenuti. E’ necessario allora che si proceda alla revisione di quest’articolo innalzando i quorum. Questo significa che sara’ necessario avere una maggioranza più ampia. I rappresentanti del Centrodestra più volte in campagna elettorale hanno affermato di non voler stravolgere la Costituzione condividendone i principi. E’ giunto allora il momento che si proceda alla revisione di quest’articolo al fine di tutelare tutti coloro che hanno a Cuore la nostra costituzione. Il coordinamento provinciale di Salerno chiede ai gruppi parlamentari del Centrosinistra, che prima di procedere a qualsiasi modifica della Carta costituzionale si modifichi l’art.138, innalzando il quorum, al fine di ottenere nei processi di revisione sempre un ampio consenso. Inoltre chiediamo al Ministro dell’Istruzione Fioroni, qui presente, di promuovere la conoscenza dei valori costituzionali nelle scuole di ogni ordine e grado per favorirne l’attuazione. D’altro canto sappiamo bene che la Costituzione Italiana è il fine a cui idealmente aspiriamo e che insieme, popolo e istituzioni, parteciperemo alla sua affermazione. Se qualcosa di diverso è successo, questo è dal nostro punto di vista, l’esperienza di partecipazione e di contaminazione fra i vari organismi della società civile italiana. Partiti, sindacati, associazioni, cittadini si sono ritrovati, forse come mai successo nella storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, a difendere la nostra Costituzione. Il motivo principale che ha spinto un così grande movimento è stato certamente il pericolo di perdere la democrazia a spese di una visione monocratica e autoritaria dello stato. Non solo la Devolution di Bossi, quindi, ma anche la consapevolezza che chi proponeva quella riforma avesse come obiettivo la liquidazione della storia d’Italia, delle sue tragedie e delle sue speranze. Assistiamo ancora oggi a tentativi di dividere gli Italiani, i lavoratori. Ancora oggi siamo spettatori di un modo di far politica del centrodestra teso alla delegittimazione di chi la pensa diversamente. A me pare che la democrazia si caratterizzi in primo luogo per l’esercizio ad esplicitare le diverse posizioni e poi vinca il migliore. Invece si continua a rincorrere chi vuole trascinarci sul suo modo di far politica, basato solo sulla delegittimazione e non sulla autorevolezza, sulle fandonie e non sul costrutto. Questo movimento rappresenta un esempio, un modo nuovo, moderno di far politica, propositivo e creativo. Dare voce in un’assemblea a organismi sindacali, partiti, associazioni, cittadini è il vero e il solo modo di essere democratici, ed esprime la reale composizione della società italiana. Quella vera, che paga le tasse, che lavora, che partecipa alle scelte, insieme, senza escludere. Se ha un senso proseguire insieme la nostra attività, questa allora deve anche proseguire con la consapevolezza di una coscienza politica comune, che trova la sua ragione di essere nella condivisione dei valori della carta costituzionale e nella loro realizzazione, avendo ben presente che altri non la pensano come noi e non condividono gli stessi valori. L’obiettivo di vincere il Referendum è stato centrato. A noi resta il compito di interpretare il sentimento di indignazione che ha attraversato la società e tradurlo in un progetto politico di insieme. Non è difficile, il progetto già esiste e non resta che cercare di realizzarlo con un modo nuovo di far politica, già sperimentato sul campo, che ha riunito la maggior parte delle forze sociali e politiche del nostro paese. Ora, a tutti noi spetta il compito di completare questo processo, riconoscendo che ciò che più ci ha convinti e spinti a reagire è il desiderio e l’amore per la Democrazia nel nostro paese. Quella Democrazia vera che tutti insieme abbiamo vissuto oggi nella Prima assemblea Nazionale dei Delegati.
LETTERA AI PICCOLI ED I POVERI, ED A TUTTI QUELLI CHE NON SONO IN CATTEDRA.

Il Circolo Dossetti, recuperando l’eredità di un lungo percorso d’ impegno civile
compiuto da quei tanti che si sono prodigati nel tempo per sensibilizzare la comunità con scelte di vita significative, alternative e alterative, invita la collettività, le associazioni e coloro i quali in maniera diversificata, nei diversi settori, anche individualmente continuano a camminare cercando di aprire i loro circuiti di vita privata per partecipare alla società in maniera attiva e solidale.
La riflessione culturale che confluisce oggi in questo documento è andata sviscerando temi sociali e politici dell’eredità costituente, i cui principi ispiratori sono il respiro della nostra democrazia ed i cui valori sono messi in discussione in maniera unilaterale, oramai da diverso tempo.
Viviamo momenti di forti crisi in troppi settori della società e la corrispondenza della totale confusione evidenzia la mancanza di autentiche rappresentanze politiche per i cittadini che sono sempre più disattesi nelle loro istanze, confusi e dissenzienti.
E’ forse giunto il tempo di riconoscere, assieme alle accuse a questo e a quello, la responsabilità di quanto accade anche a causa della parzialità delle nostre sollecitazioni vincolate da interessi troppo di parte.
Critiche distratte, menefreghismo diffuso, l’egoismo dei recinti di protezione pubblici e privati, professionali e sociali, il consumo scellerato, l’evasione fiscale, la mancanza di rispetto e il disinteresse nei confronti della cosa pubblica, le continue deleghe oggi sconfinate nelle demagogie di una campagna elettorale aspra quanto insensata, violenta.
Rimboccarsi le maniche per fattivamente tentare di collaborare, anche con gli amministratori contrari alle nostre ideologie, per migliorare seppur in piccolissima parte la nostra convivenza umana, può essere il senso di una rifondazione politica a prescindere dalle segreterie dei partiti che umiliano forse da troppo tempo la politica come merce di scambio?
Quest’atto stigmatizza un invito a collaborare oggi o a tacere per sempre, con questi presupposti ai quali vorremmo un giorno aggiungere i vostri:

· RISCOPRIRE LA POLITICA PER CREARE CONSENSI CHE SIANO VERAMENTE LIBERI.

· RISCOPRIRE LA POLITICA RITROVANDOSI NELLE STRADE, NELLE PIAZZE, DELLA NOSTRA CITTA’ PER MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA COMUNICAZIONE.

· RISCOPRIRE LA POLITICA PER RITROVARE LIBERTA’ DI OPINIONE, PENSIERO, AZIONE CON PARTECIPAZIONI AD INCONTRI CON PERSONE DISINTERESSATE, PREPARATE CHE POSSONO CONTRIBUIRE ALLA NOSTRA RICONQUISTA DI UNA LIBERA CITTADINANZA ATTIVA.

· RISCOPRIRE LA POLITICA CONSAPEVOLI CHE LA LIBERTA’ INTERIORE FA NASCERE IL PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’ CHE TI FA VEDERE L’ALTRO COME QUALCUNO DA RISPETTARE, A PRESCINDERE DAL SUO LIVELLO DI CONSAPEVOLEZZA CHE PUO’ INDURLO IN ERRORE.

· RISCOPRIRE LA POLITICA PER PROMUOVERE INCONTRI CHE CI AIUTINO AD UNA PRESA DI COSCIENZA DEI PROBLEMI CHE CI RIGUARDANO PIU’ DA VICINO.

· RISCOPRIRE LA POLITICA PER IMPARARE IL MESTIERE DI VIVERE, E POI QUELLO DI VIVERE INSIEME.

· RISCOPRIRE LA POLITICA PER RISCOPRIRE LA GRATUITA’.

· RISCOPRIRE LA POLITICA PER RADICARSI NELLA SOCIETA’ COME SCELTA DI VITA DA NON POTER DEMANDARE AD ALTRI PER LA SCOPERTA DEL PROPRIO VALORE.
Testimoni e maestri – materiali per un laburismo cristiano.
Autore: G. Bianchi Edizioni: Scriptorium
Introduzione: Silvio D’Amico

Il saggio di Giovanni Bianchi esplora un periodo storico di intense vicende umane, dalla crisi dello stato liberale, alla rivoluzione industriale, alle grandi ideologie. Le trasformazioni sociali in atto in questo periodo richiedono delle risposte politiche per la nascita di un nuovo mondo. Le tensioni ideali che riconosciamo nelle figure esemplari del tempo, e descritte nel libro, sono accomunate da un fine comune, il bene della comunità che pone al centro il primato della persona. E’ molto forte nei vari esempi di vita e di testimonianza, il modo con cui si affrontano i processi della storia. L’attraversamento delle vicende della storia, la loro elaborazione, e per ultimo il superamento, sono vissute come un’occasione e un dovere morale proteso alla costruzione della Polis. Il tema della giustizia sociale è ricorrente in questo libro. Ciònostante si avverte anche la necessità di una attenta valutazione delle condizioni sociali in campo. La società ancora divisa in classi, divisa fra nostalgici e riformatori, fra ricchi e poveri, fra borghesi e proletari, appare ai maestri del tempo un crogiuolo in cui misurare le proprie inspirazioni, la propria capacità e intelligenza, avendo sempre e soltanto come obiettivo lo sviluppo e il progresso della comunità nel rispetto della giustizia e delle libertà . Con la fine dello stato liberale, l’avvento dei totalitarismi e delle ideologie, appare ai maestri del tempo sempre più urgente tracciare una terza via, capace di far sintesi dei bisogni e delle aspirazioni umane. Forte è l’azione politica, il dovere di dare forma alle domande sociali con una capacità progettuale, a partire da una critica economica e sociale delle condizioni di vita delle classi sociali. La nascita del laburismo cristiano si spiega in questo contesto: centralità del lavoro, centralità della politica, centralità di un progetto di società. Il laburismo cristiano non si presenta come un mito, ma come un programma concreto che si affatica sempre intorno alla complessità della società nel tentativo di dare figura politica a processi altrimenti drammatici. Ecco che allora la figura di A. De Gasperi può essere colta inserendola in un contesto storico in cui le varie correnti, teocratiche, monarchiche, liberali,comuniste e riformatrici fanno da sfondo alla sua attività politica di mediazione. Mediazione tesa all’unità, a traghettare il paese verso quella forma repubblicana tragicamente desiderata, ma anche da altri osteggiata. Si coglie il senso della sua azione, preoccupato di mantenere l’unità del partito, un rapporto privilegiato con le classi ecclesiali, affermare la laicità dello stato. La sua preoccupazione più orientata al consenso che alle riforme, condizionata dalla guerra fredda e da una precisa scelta di campo internazionale a fianco degli alleati americani, finisce con l’ostacolare e limitare l’azione di Giuseppe Dossetti. Dossetti viveva il suo impegno politico con radicalità, meno preoccupato di conservare il consenso, più concentrato sulla funzione e il ruolo dello stato nel governare i grandi cambiamenti della storia, un impegno politico vissuto da protagonista e non subalterno, da cittadino e non da suddito, da credente non da clericale. L’ansia di Dossetti di osservare una politica riformatrice, affermare l’autonomia del partito proiettandolo verso una proposta programmatica si scontra con la necessità di De Gasperi di mantenere l’unità del partito , avendo questi ben presente il suo elettorato. Per De Gasperi l’unità non era data dal programma ma da un “impegno morale” e dal patrimonio della dottrina sociale della chiesa. Quando De Gasperi riesce ad ottenere che l’assemblea costituente non si pronunci sulla forma di stato, Dossetti appare preoccupato temendo che il paese fosse di nuovo consegnato nelle mani della Monarchia. Questo non accadde, il popolo italiano scelse la Repubblica. Ciònostante tanti elettori della democrazia cristiana non votarono per la Repubblica. Questa era per De Gasperi uno dei motivi fondamentali che impediva di affrontare una politica riformista, dovendo mediare fra due diverse anime nel partito. Dossetti fu interprete dell’anima riformista e progressista del suo partito, le sue battaglie per la riforma agraria, la riforma sociale, la sua ansia di raccogliere le istanze dei lavoratori e la sua attenzione ai poveri tracciarono l’originalità del suo impegno. Quando Dossetti abbandona il suo impegno politico nella DC è consapevole della sua posizione minoritaria all’interno del partito, del suo isolamento. Nell’azione di Dossetti è forte la sua vocazione personalista, dove il progresso sociale coincide con la libera espressione della dignità umana inserita in una comunità consapevole capace di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono l’affermazione. Il concetto di persona si lega alla comunità. Lo stato crea le condizioni per lo sviluppo. L’influenza di Mounier in Dossetti si rileva in una scelta di campo. Rifiuto dell’utopia e del materialismo come fine. La centralità della persona, il primato della comunità, il riconoscimento della tragedia della storia, la ricerca dei pseudovalori e la loro riformulazione pongono al centro questioni cruciali che ancora oggi appaiono irrisolte. Il passaggio dall’individualismo dello stato liberale, la critica del soggetto borghese-cristiano e del collettivismo, aprono la strada alla dimensione di persona e al suo aprirsi alla comunicazione. Mounier: - ” l’individualismo è quel diffondersi della persona alla superficie della propria vita e la sua compiacenza a perdersi” – “ un sistema di costumi, di sentimenti e di istituzioni che organizza l’individuo sulla base di un atteggiamento di difesa e di isolamento”. L’individuo nella concezione capitalistica e borghese è la persona priva della sua trascendenza, del suo altro e quindi della sua interiorità. La rappresentazione di Riesman dell’individualismo capitalistico immaginato come “ folla solitaria” traccia il sentimento di Mounier e ne fa sintesi. Non da meno è la critica che esprime al collettivismo di massa. Per Mounier il collettivismo moderno non conosce persone, ma individui, masse. Al suo fondo, continua l’autore, un cieco materialismo non gli consente di andare oltre una dimensione meccanica del sociale. Per Mounier il limite è un difetto di coscienza personale che non gli consente di essere più “ ottimista” nei confronti delle masse, e di converso “ pessimista” nei confronti del singolo. Quanto di questa analisi critica all’individualismo troviamo ancora oggi? Non è forse presente nella nostra società contemporanea una visione individualista che si associa ad una imposizione sistemica che riduce la persona a semplice consumatore o spettatore dei processi economici, enfatizzando più la sua passività rispetto ai cambiamenti della storia che il suo essere protagonista e fattore di trasformazione? Ritorna il personalismo come critica della società contemporanea, mettendo in rilievo la sua crisi, il proprio essere incapace di analisi e di proposta progettuale per affrontare i grandi temi della storia. La guerra come sistema di dominio, il dilagare del potere mediatico, la ricomparsa di una società polarizzata e il suo modello di sviluppo escludono il personalismo e lo spingono verso una concezione di individualismo in cui anche le libertà vengono ad essere minacciate dall’invasività del consumo e dalle regole pubblicitarie. L’individuo è l’obiettivo del mercato, non merce ma cavia di un sistema che sperimenta le sue tecniche di promozione e di risposta in termini di domanda e offerta. Il modello proposto appare di nuovo un mito, è il mito della produzione, non finalizzato alla crescita della comunità, ma come dimostrazione della capacità del singolo di vivere nel mercato e di conquistarlo con regole che assurgono a valori universali indissolubili. Non è proprio qui allora che Mounier torna di attualità? La riscoperta dei pseudovalori, il loro scomporli e ricomporli a nuovi valori, l’impegno a vivere i processi della storia tracciano una nuova tragedia da attraversare, per rilanciare e ricondurre la persona a fine della comunità. Ed è proprio con questo spirito che Simone Weil affronta il mondo, in modo radicale, non dedotto da ideologie o teologie. Disprezzo verso la borghesia e tensione verso i diseredati accompagnavano la sua azione. La sua ricerca della povertà e la sua trascuratezza evidenziano la sua militanza dell’anima alla verità. La sua azione attraversa la sofferenza, il “malheur”: senso precoce della sventura: infelicità del mondo, propria degli uomini tutti, della storia. Per Simone Weil la storia umana non è che - “storia dell’asservimento che fa degli uomini, sia oppressori che oppressi, il semplice giocattolo degli strumenti di dominio che essi stessi hanno fabbricato e costringe l’umanità vivente ad essere oggetto di oggetti inerti”. Così non sono solo gli uomini ma le cose che danno a questa corsa vertiginosa al potere il suo limite e le sue regole. I desideri degli uomini sono impotenti ad indirizzarla”. Il fattore sociale è essenziale. Per Simone non c’è vera infelicità se non in quanto essa comporta in qualche modo una caduta sociale o la percezione di tale caduta. L’infelicità non è uno stato d’animo, ma una condizione materiale sociale, non è una malattia da intellettuali, ma una condizione umana. La schiavitù contemporanea è quella operaia. Attraversarla per Simone è stato un sentiero necessario della sua vocazione. La società produttrice di merci è la società dove tutto è guadagno, dove ogni uomo è prezzo, “ il denaro distrugge le radici ovunque esso penetri, sostituendo tutti i moventi: con il desiderio di guadagnare”. Attraversare l’interno della vita operaia è per Simone, attraversare il deserto dell’alienazione, ma anche riscoperta degli altri, della grazia, di Dio. Ed è proprio la sua esperienza nella fabbrica, il contatto con gli operai che la conduce ad una posizione altra che pone al centro della sua azione la persona. Il lavoro assume una sua valenza non in quanto abbrutimento dal quale bisogna liberare l’uomo, ma la sua riduzione e trasformazione da lavoro morto a vivo ( e questo suppone una rivoluzione nel concepire la produzione stessa).Concepire una trasformazione della società in modo che gli operai possano avere radici. Una trasformazione tecnica che accompagni il cambiamento dei rapporti di classe. Il lavoro cosciente che pone da una parte la necessità meccanica e dall’altra l’autonomia del pensiero. Esiste in Simone una crucialità del lavoro che prelude all’amore di Dio. Si coglie nell’esperienza di Simone la sua dimensione umana, la ricerca della verità attraversando la sofferenza. Quale schiavitù viviamo oggi nella contemporaneità? L’impotenza degli uomini e delle donne di incidere nei processi di trasformazione economica è diffusa, l’individualismo dilagante allontana l’uomo dalla comunità e ne limita la sua tensione alla costruzione di una comunità cosciente. Tutto ciò che serve è già pronto, non è necessario impegnarsi alla trasformazione, i processi sociali sono parte di un sistema che appare ai più il nuovo mito della storia, immutabile, il solo possibile. Ed è proprio per dimostrare l’inganno di questa teoria che si comprende l’impegno di Don Lorenzo Milani. Per Don Milani la Parola e le parole vanno dette e gridate ( o anche, furbamente ma temporaneamente taciute) nella circostanza concreta: il lavoro, la scuola, la famiglia dei poveri. Il lavoro e la scuola sono i luoghi dove la fede si misura con risposte di “parte”. La soluzione ai problemi del lavoro per Don Lorenzo è la scuola, dare ai poveri la “ Parola”. “ I poveri non hanno bisogno dei Signori – dirà a Nadia Neri – I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua, cioè il mezzo di espressione. Lo sanno da solo i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere”. Ciò che manca ai poveri è il dominio sulla parola perchè possano esprimere senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude. Torna in questa testimonianza il tema del personalismo. La persona che autonomamente con gli strumenti necessari opera nel mondo padrone della propria vita legandosi alla comunità, trasformandola e processandola. - Li ho armati dell’arma della parola e del pensiero, li ho avviati incontro ai cosiddetti pericoli dell’officina più capaci di tutti, più preparati di tutti, secondi a nessuno per parola, per coerenza, per ardire sindacale sociale e politico, per combattività. Non hanno avuto paura di rimanere isolati, non si sono dovuti far puntellare da una organizzazione per non cascare, perché il loro isolamento era popolato di idee chiare, della gioia di vivere e di combattere … di precedere sempre il secolo, di trascinarselo dietro come un garzoncello intimidito”.- Si evidenzia nel libro dell’Autore il sentimento di voler recuperare una memoria storica che ha attraversato i problemi sociali, elaborandoli e progettualizzandoli. Quello che si coglie è l’approccio alla storia, la sua profonda tensione all’amore per le persone, che si estrinseca nella piena espressione delle facoltà dell’uomo. La centralità della persona, il primato della comunità, sono elementi di continuità che troviamo nei maestri e nei testimoni del tempo. Ancora oggi ne recuperiamo la validità di quegli insegnamenti. Si recupera il metodo, la capacità di analisi, il suo farsi nei problemi della storia. Quanto allora il personalismo oggi è ancora rintracciabile nell’azione della politica? C’è uno scarto da colmare ed è quello che lega la Polis alla persona che si ricolloca nella sua dimensione naturale e che sola consente di riprendere quel cammino che già i nostri predecessori hanno tracciato. Ritorna la dimensione della politica, torna il metodo che dà forma ai problemi sociali, un dovere contingente dell’ora così come affermava Don Giuseppe Dossetti. - Ma cosa lega in modo così intimo contingenza e politica? La percezione via via più chiara della fine della cristianità.- Per Dossetti non era tanto lo stato moderno ad aver introiettato categorie teologiche, ma piuttosto il contrario, era la chiesa cattolica che aveva finito per autorappresentarsi con le categorie della politica moderna. Ancora oggi troviamo una profonda insofferenza dei credenti per posizioni neutrali della comunità rispetto ai grandi processi storici. Ci riferiamo alla guerra, alla povertà dilagante, ai processi di globalizzazione, al sistema dei monopoli. Temi la cui trasformazione, richiedono un’urgenza ed un impegno, una capacità progettuale. L’appiattimento morale limita l’azione dei credenti impedendo di affrontare concretamente i processi di crisi. Contestualizzare l’esperienza passata è uno dei compiti che spetta ai presenti. Si coglie nel libro il richiamo ad una memoria storica che traccia un metodo e che converge sul tema della giustizia sociale e dei diritti. Diritti che oggi avvertiamo sempre più minacciati da un modo di far politica che antepone l’interesse personale al generale, che occupa i luoghi delle istituzioni per i propri affari. Si evidenzia un senso di smarrimento che rievoca uno stato liberale afinalistico, dove il fine coincide con la produzione e il consumo. Manca un’azione politica che accompagni lo sviluppo sociale, uno scopo da perseguire che non sia solo il profitto. Da questo appare chiaro che ridare un fine al nostro vivere sociale è il processo storico da attraversare per riprendere quel filo della memoria che conduce al primato della persona nella Polis.
Introduzione

60° costituzione
7 ottobre 2005
Sala Bottiglieri Salone della Provincia di Salerno
S. D’Amico: Presidente dei comitati della Provincia di Salerno “ Salviamo la costituzione”


Innanzitutto un saluto a tutti i partecipanti al convegno che ne hanno colto il senso ritenendo un dovere civile di ogni cittadino conoscere e diffondere i valori della nostra costituzione. Un ringraziamento particolare alla Regione Campania e in particolare all’assessore Corrado Gabriele di Salerno e ai suoi collaboratori per l’invito e per la riuscita di questa iniziativa. Oggi siamo riuniti per affrontare un argomento che è uno dei motivi per cui il nostro coordinamento si è costituito. Diffondere i valori della costituzione . Partendo da una urgenza legata alle recenti modifiche alla legge costituzionale, abbiamo avviato un percorso di aggregazione con il proposito di difendere e promuovere i valori della costituzione in vista del referendum confermativo costituzionale che necessariamente sarà indetto dopo l’approvazione di questa riforma e che si svolgerà come già annunciato dal Presidente del Consiglio dopo le elezioni politiche.
Giuseppe Dossetti nella Primavera del 1994 dall’Ospedale di Bazzano in cui era ricoverato, lanciava un accorato appello per la creazione di comitati per la difesa dei valori della Costituzione” e spiegava la composizione dei comitati. Egli affermava: : “ I comitati sono composti dalla gente, dai cittadini, come si dice, dalla base, senza per lo più particolari qualifiche. Non devono di per sé essere collegati a nessuna parte politica, anche se qualcuno dei loro componenti può essere estrazione di questo o quel partito dell’opposizione. Non è necessario che ne facciano parte solo esperti di diritto; anche se può essere utile che ci siano o possono essere consultati dei tecnici che garantiscano, l’ortodossia giuridica della linea seguita”. Devono dialogare con tutti i cittadini e con tutti i partiti: divulgare il più possibile le proprie conclusioni sulle riforme che vengono proposte; studiare e cercare di chiarire le reazioni della gente; illustrare il fondamento e i termini tecnici delle critiche e la portata esatta delle alternative”.

Seguendo queste indicazioni ci siamo costituiti in comitati e organizzato un coordinamento che aderisce al coordinamento nazionale “ Salviamo la costituzione” di cui è presidente O.L. Scalfaro.

La costituzione italiana fu approvata dall’assemblea costituente il 22 Dicembre del 1947 con 453 voti favorevoli e solo 62 contrari e redatta a seguito di un intenso confronto nell’Assemblea Costituente fra eminenti giuristi, intellettuali e uomini politici di varia e a volte opposta estrazione culturale, dai cattolici ai comunisti, dai liberali ai socialisti, che trovarono una piattaforma ideale unificante nel personalismo. L’individuo è una persona: non è soltanto portatore di diritti che devono essere rispettati, non deve essere soltanto tutelato, ma deve poter esprimere la propria personalità. Questa si realizza nelle associazioni, nella vita sociale, nel lavoro. La persona umana è al centro, come qualcosa che deve essere promosso, che deve essere favorito nel suo sviluppo. La filosofia personalista comporta un passo in avanti deciso rispetto alle ideologie liberali, tanto che la Costituzione italiana è emersa come una delle costituzioni più avanzate del mondo ed è stata presa a modello da molti paesi giunti all’autonomia con la decolonizzazione. Calamandrei nel 1955 rivolgendosi ai giovani affermava “ l’art.34 della costituzione dice: “ I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” e se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutti, molto impegnativo e dice “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della Persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Per un popolo la Costituzione è la stella polare, la carta d’identità, una pergamena storica intrisa di vicende umane, è la fonte da cui attingere per la convivenza civile. È il terreno su cui si misura il progresso sociale di un paese. Essa appartiene a tutti e da tutti deve essere custodita. I processi di revisione che i mutamenti dei tempi richiedono non possono non avvenire con uno spirito costituente che rispetti la Coscienza nazionale e salvaguardi l’unità del paese. Il metodo attuale con il quale si affronta la modifica della costituzione va sicuramente respinto. La costituzione non è una merce di scambio, non può essere considerata una leggina modellabile ad immagine e somiglianza a seconda di chi detiene il potere. Essa è la Legge suprema intorno a cui ruota tutto il nostro ordinamento.
Affrontare la revisione della Legge costituzionale, vuol dire innanzitutto recuperare uno spirito unitario nazionale che pone al centro gli interessi di tutti gli italiani, così come i nostri padri costituenti fecero.

A questo proposito i comitati sottolineano alcuni irrinunciabili principi da valere come precondizione per ogni possibile riforma in tema di Legge costituzionale:

- deve essere innanzitutto nel paese ripristinata una condizione di parità delle “armi” circa la disponibilità e l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, attraverso i quali si è in grado di condizionare l’opinione pubblica del Paese.

- debbono essere innalzati come “garanzia delle garanzie” valevole ovviamente per tutti i contendenti dell’agone politico, tutti i quorum relativi ad alcune cariche o momenti fondamentali della vita istituzionale: elezione del Presidente della Repubblica, dei Presidenti della Camere, dei giudici della Corte costituzionale, dei componenti il CSM, nonché la revisione della costituzione (Art. 138), le modifiche dei regolamenti parlamentari, e le decisioni sui titoli di ammissibiltà dei membri delle Camere ( per le quali ultime decisioni va chiesto il giudizio imparziale della Corte Costituzionale).

Qualcuno pensa che tanto il referendum cancellerà questa proposta di riforma costituzionale e che nella prossima legislatura si metteranno le cose a posto. Questo potrà anche succedere, ma non è scontato, e comunque rimane il dato storico di una classe politica che propone al paese una riforma costituzionale che rappresenta un vero e proprio stravolgimento dell’ordinamento attuale e pone a rischio l’uguaglianza di fatto dei diritti.

Per questo oggi siamo qui, per parlare di Costituzione, di diritti e della loro tutela. Recuperare la nostra memoria storica, non è solo uno schierarsi contro, ma rappresenta la comprensione di qualcosa di molto più profondo, che riguarda la persona nel suo complesso, il suo vivere civile e la partecipazione ad una comunità che gli appartiene e che non può essere semplicemente e maldestramente liquidata nei suoi principi fondamentali senza una complessa e seria elaborazione dei processi culturali che la condizionano a partire in primo luogo dai mezzi di comunicazione che oggi incidono profondamente nella coscienza di un popolo.


Silvio D’Amico
La Provincia di Salerno a difesa della Costituzione


Il 25 Marzo del 2004 la maggioranza parlamentare di centrodestra ha dato avvio al progetto di modifica della Legge Costituzionale. Dopo l’approvazione al senato, avvenuta di recente, la legge non sarà più modificabile. Pertanto gli ultimi due passaggi che restano alla camera e al senato, a meno di clamorose sorprese, saranno una semplice formalità. L’unica strada percorribile per contrastare questa legge sarà il Referendum che si svolgerà dopo le elezioni politiche del 2006 come il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha già annunciato. Il circolo Dossetti di Salerno consapevole del pericolo che tale modifica alla costituzione comporta ha organizzato una iniziativa pubblica svoltasi il 4 Dicembre del 2004 a Salerno dal titolo “ Difendiamo la costituzione”. Durante l’incontro a cui hanno partecipato personaggi autorevoli della politica italiana, come l’On. G. Bianchi, l’On. Ciriaco De Mita, l’On. Alfonso Andria, si sono affrontati i contenuti della legge e denunciati i pericoli che la modifica alla legge costituzionale comporta. La preoccupazione principale è legata al venir meno della centralità del Parlamento Italiano nella vita democratica del nostro Paese. Infatti la Legge prevede che il Primo ministro, eletto direttamente dal popolo, avrà il potere di sciogliere le camere. La maggioranza parlamentare potrà sfiduciare il premier e proporne un altro che dovrà avere la fiducia della maggioranza del Parlamento composta solo da parlamentari di maggioranza. Ne consegue che se il Primo ministro controlla pochi parlamentari potrà restare al governo indisturbato per cinque anni. Questa modifica è stata motivata dalla necessità di evitare i ribaltoni e avere un premierato forte per garantire la governabilità. Per la maggioranza di centrodestra evitare i ribaltoni ha significato ridurre il ruolo del Parlamento a semplice spettatore del governo del Premier. Il parlamento avrà semplicemente una funzione propositiva, perde il ruolo di controllo e la sovranità popolare. La perdita della sovranità del Parlamento coincide con la centralità del Premier che non potrà rappresentare tutto il popolo italiano in quanto non potrà mai essere eletto da tutto il popolo italiano cosa che invece è propria del parlamento. Le leggi che saranno promulgate saranno espressione del Premier, e sia la maggioranza che la minoranza parlamentare, dovranno semplicemente prendere atto del modo di governare e legiferare senza prevedibilmente avere il potere di opporsi. Anche la Corte Costituzionale viene modificata. Salgono a sette su 15 i giudici di nomina politica. Se a questi si aggiungono i quattro nominati dal Presidente della Repubblica allora c’è il rischio che questi diventino undici. Il Presidente della Repubblica perde il potere di sciogliere le camere e la sua funzione si riduce ad essere pressappoco quella di un notaio limitandosi ad apporre il timbro e la firma sulle leggi promulgate dal governo. Il 30% dei giudici che compongono il Consiglio superiore della magistratura potrà essere scelto anche fra coloro che non hanno una provata esperienza giuridica. Materie esclusive legislative come la sanità, la sicurezza e l’istruzione verranno trasferite alle regioni a cui competerà l’organizzazione. Se si considera che a parte il Lazio, le regioni più ricche d’Italia sono tutte al Nord, si può immaginare che in Italia ci saranno 20 diversi sistemi sanitari, d’istruzione e di polizia locale, aumentando il divario fra le regioni più ricche e le regioni più povere del paese. Più che la devolution ,è necessario piuttosto che il Sud abbia la possibilità di un sostegno ad un maggiore sviluppo per contribuire alla prosperità del paese, che si affrontino i temi della legalità, della disoccupazione, del lavoro nero, delle infrastrutture. Non è con l’egoismo della Lega che si risolvono i problemi del paese, ma aiutando il popolo italiano, e in particolare il sud, a raggiungere un adeguato livello di sviluppo e ciò sarà possibile solo se tutti insieme perseguono lo stesso obiettivo, e cioè la prosperità di tutto il popolo italiano. E’ necessario creare le condizioni per cui ciò possa avvenire, in primo luogo la legalità associando poi un maggiore senso civico e sviluppando il senso di appartenenza alla comunità. Per tutti questi motivi il Circolo Dossetti si è costituito Comitato Dossetti per la Costituzione e si è fatto promotore e parte attiva per la nascita di un Coordinamento Provinciale per la Difesa e la promozione dei valori costituzionali. Il Coordinamento vede la partecipazione di numerose associazioni, partiti e sindacati e ha lo scopo di sensibilizzare la popolazione della provincia di Salerno a conoscere i pericoli che tale modifica costituzionale comporta e prepararla al Referendum costituzionale contro l’approvazione della riforma. A tale scopo i comitati il 14, 15 e 16 Aprile organizzeranno dei presidi a Salerno e in Provincia per denunciare i pericoli che la legge comporta. Il 25 Aprile invitano tutti i cittadini a partecipare alla manifestazione per la liberazione testimoniando la loro disapprovazione alla riforma costituzionale. La Provincia di Salerno è stata fra le prime in Italia ad opporsi a questa legge che qualcuno intende tutelare con un fantomatico interesse nazionale, che formalmente conferisce al governo l’autorità di bloccare le leggi regionali, ma che di fatto non potrà essere utilizzato come è stato dimostrato dal ricatto della Lega al governo. Il governo non ha ritenuto di tutelare la Costituzione Italiana subendo tale ricatto e approvando una legge che anche il Senatore Fisichella di Alleanza nazionale e Giulio Andreotti hanno rifiutato.

Silvio D’Amico
Coordinatore del Circolo Dossetti e dei Comitati per la difesa e la promozione dei valori costituzionali
     
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