Giovani Paolo II: Banche e dottrina sociale della Chiesa
UDIENZA di Giovanni Paolo II allo Istituto Centrale delle Banche di Credito Cooperativo [sintesi]
Signor Presidente, Gentili Signore e Signori!
(...)
1. Con questa visita, voi intendete riaffermare la vostra adesione ai principi che la dottrina sociale della Chiesa ha enucleato circa la cooperazione e le leggi che regolano l'attività economica e produttiva. Da questi orientamenti hanno attinto a piene
mani generazioni di imprenditori che, pur
promuovendo il progresso economico, non hanno
mai perso di vista la ricerca della solidarietà
e della tutela dei diritti delle fasce oumane
più deboli.
L'istituzione da voi rappresentata trae ispirazione
proprio dal fecondo magistero ecclesiale
e ne costituisce una delle realizzazioni
concrete più significative. Infatti,
la forma della cooperazione e della tradizione
di solidarietà nell'ambito del credito
bancario, ben radicata nella società
italiana da oltre un secolo, costituisce
una stimolante esperienza di partecipazione
e, insieme, uno strumento efficace per il
raggiungimento di un livello più alto
di giustizia.
Nel rispetto delle esigenze dell'imprenditorialità,
la vostra attività cerca di promuovere
una reale democrazia economica con l'offerta
di un credito a misura d'uomo.
2. È nota la vivacità con cui
i cattolici in Italia, fin dall'ultimo ventennio
dell'800, si sono concretamente interessati
al problema di sovvenire alle necessità
delle fasce più deboli della società,
creando una rete di Casse Rurali al servizio
delle comunità locali, con lo scopo
di difendere il risparmio familiare, di allontanare
la piaga dell'usura e di sostenere le piccole
e medie attività imprenditoriali.
Il mio venerato Predecessore, il Papa Leone
XIII, a questo proposito, incoraggiò
grandemente l'associazionismo cattolico nell'enciclica
Rerum novarum, auspicando che, mediante tali
istituzioni, ciascuno potesse trarre "il
maggior aumento possibile di benessere fisico,
economico e morale" (n. 42).
Come non ricordare qui, tra i tanti, il sacerdote
romagnolo Don Luigi Cerruti che, attraverso
la diffusione delle Istituzioni di Credito
Cooperativo, ha permesso a tante persone
e a tante attività produttive di poter
nascere e svilupparsi a beneficio dell'intero
tessuto sociale? Il suo esempio è
stato di valido stimolo per altre analoghe
iniziative.
In effetti, l'associarsi dei lavoratori in
strutture di cooperazione, pur scaturendo
dalla necessità di combattere gli
effetti negativi di una società industriale
ed economica protesa in modo preminente al
profitto, ha sempre avuto anche lo scopo
di manifestare un'esigenza di unità
e di solidarietà.
Si avverte il bisogno di andare oltre le
mere dimensioni economiche dell'attività
umana ed oltre la conflittualità tra
le ferree leggi del capitale e le imprescindibili
esigenze di difesa della dignità della
persona umana.
Questi valori vanno pur salvaguardati di
fronte ad un "mercato" che può sempre
incorrere nel pericolo di dimenticare che
"i beni della creazione sono destinati a
tutti: ciò che l'industria umana produce
[...]col contributo del lavoro, deve servire
egualmente al bene di tutti" Sollicitudo
rei socialis, 39).
3. La cooperazione, intesa in questo modo,
suppone la valorizzazione del ruolo di ciascuno
nella comunità, salvaguardando i legittimi
interessi della persona. In questa prospettiva,
rinnovo l'auspicio, formulato nell'Enciclica
Laborem exercens, che i corpi sociali intermedi
possano continuare a godere "di una effettiva
autonomia nei confronti dei pubblici poteri,
che perseguano i loro specifici obiettivi
in rapporti di leale collaborazione vicendevole,
subordinatamente alle esigenze del bene comune,
e che presentino forma e sostanza di una
viva comunità, cioè che in
essi i rispettivi membri siano considerati
e trattati come persone e stimolati a prendere
parte attiva alla loro vita" (n. 14).
La struttura stessa delle Banche di Credito
Cooperativo, che si fonda su società
di persone e non di capitali, lascia intendere
che obiettivo primario non è il lucro,
ma il soddisfacimento di esigenze di utilità
sociale. Il capillare radicamento nel territorio,
poi, permette ai soci di conoscere le reciproche
possibilità e capacità, come
anche di intervenire efficacemente nell'ambito
della realtà locale. Un significativo
servizio viene così reso all'armonia
e al benessere dell'intera società
che può avvalersi di qualità
e risorse personali, altrimenti esposte ad
essere trascurate. [...]
(c) L'OSSERVATORE ROMANO
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