Giovanni Paolo II: Globalizzazione, ma nella solidarietà

Discorso di Giovanni Paolo II ad autorità e al Corpo Diplomatico [sintesi] 25 aprile 2001

Signor Presidente Federale, Signor Cancelliere Federale, Signori e Signore!
Sei anni dopo, quando si sgretolò il muro di Berlino e cadde la cortina di ferro, la linea di separazione tra i due blocchi sembrava scomparsa. Da allora molte euforie si sono volatilizzate e molte speranze sono andate deluse. Riempire solo le mani di beni materiali, quando il cuore dell'uomo rimane vuoto non avendo scoperto il senso della vita, non basta. L'uomo non ha sempre questa consapevolezza e preferisce spesso distrazioni superficiali alla vera gioia interiore. Egli però deve alla fine constatare che non si può vivere solo di pane e divertimenti. [...]
Europa, apri le porte a Cristo!
Questa esortazione non nasce da fantasia sognante, ma è fondata su di un realismo aperto alla speranza. Infatti, la cultura,l'arte, la storia e il presente dell'Europa sono stati e sono ancora plasmati dal cristianesimo in modo tale che non esiste neanche oggi una Europa completamente secolarizzata o addirittura atea. Lo testimoniano non solo le chiese e i monasteri in molti paesi europei, le cappelle e le croci poste lungo le strade europee, le preghiere e i canti cristiani in tutte le lingue del continente. Ancora più palesemente ne fanno fede i numerosi testimoni viventi: uominie donne che cercano, domandano, credono, sperano e amano; i santi del passato e del presente. (...)
In questo contesto è coinvolto il mondo intero, che si sta trasformando sempre di più in un "villaggio globale". Non a caso, oggi molti esperti che si occupano dello sviluppo economico a larghe dimensioni parlano di globalizzazione. Il fatto che le regioni della terra si stiano stringendo tra loro economicamente non deve implicare automaticamente una globalizzazione nella povertà e nella miseria, ma in primo luogo una globalizzazione nella solidarietà. [...]
Condizionato dalla competizione economica, il mercato della mano d'opera anche con bilanci positivi non prende l'avvio. Perciò ritengo mio dovere farmi portavoce dei più deboli sottolineando: soggetto del lavoro è l'uomo come persona! Anche nell'odierno mondo del lavoro ci deve essere spazio per i deboli, i meno dotati, gli anziani e i portatori di handicap e per tanti giovani che non hanno possibilità di accedere a una adeguata formazione. Nell'epoca della tecnica sofisticata non bisogna mai dimenticare l'uomo! Per la valutazione e la retribuzione del suo lavoro devono incidere, oltre al prodotto oggettivamente valutato,anche lo sforzo e l'impegno, la fedeltà e l'onestà. [...] Uno degli obiettivi del mio pontificato è di costruire una "culturadella vita" volta ad opporsi alla "cultura della morte" in espansione. Perciò sto perorando instancabilmente per la difesa incondizionata della vita umana dal momento del suo concepimento fino alla morte naturale. La legalizzazione dell'aborto entro i primi tre mesi [...] rimane una ferita sanguinante nel mio cuore.
Vi è, poi, il problema dell'eutanasia.
Anche morire fa parte della vita. Ogni uomo ha il diritto di morire in modo degno secondo il volere di Dio. Chi pensa di privare l'uomo di questo diritto gli sta togliendo la vita. Il valore di ogni persona è tale che non può mai essere compensato con denaro. Perciò non deve mai essere sacrificato né per una illimitata autonomia privata né per i condizionamenti di ordine sociale o economico. Chi ha un certo numero di anni ricorda, non solo dai libri di storia, i capitoli bui scritti nel ventesimo secolo anche in questo Paese. Se ci si allontana dalla Legge di Dio, chi garantisce che, ad un certo punto, una potenza umana non giunga di nuovo a rivendicare il diritto di decidere del valore e del non-valore di una fase della vita umana? [...]
Dipenderà anche da noi cristiani se l'Europa con le sue aspirazioni terrene si chiuderà in se stessa, nei suoi egoismi, rinunciando alla sua vocazione e al suo ruolo storico, oppure ritroverà la sua anima nella cultura della vita, dell'amore e della speranza.

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