Giovanni Paolo II: Il vero Stato sociale
Discorso del Santo Padre alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
24 maggio 2001 [sintesi]
Signor Presidente, Signore e Signori Accademici,
[...] il servizio che deve rendere il Magistero in questo ambito è diventato oggi più impegnativo, in quanto deve far fronte a una situazione del mondo contemporaneo che cambia con straordinaria rapidità. Certo, la dottrina sociale della Chiesa, nella misura in cui propone principi fondati sulla Legge naturale e sulla Parola di Dio, non cambia a seconda dei mutamenti della storia. Tuttavia questi principi possono essere incessantemente precisati, soprattutto nelle loro applicazioni pratiche.
[...]Nel corso di questi ultimi dieci anni, numerosi eventi sociali, in particolare il crollo dei sistemi comunisti, hanno considerevolmente cambiato il volto del mondo. Dinanzi all'accelerazione dei mutamenti sociali, è opportuno oggi effettuare continuamente verifiche e valutazioni.
(...) le esigenze del mercato, fortemente segnate dalla competitività, non devono "andare contro il diritto fondamentale di qualsiasi uomo ad avere un lavoro che gli consenta di vivere con la sua famiglia" (Discorso del 22 marzo 1996, n.3).
Riprendendo oggi questo tema, tengo a sottolineare che, quando enuncia questo principio, la Chiesa non intende assolutamente condannare la liberalizzazione del mercato in sé, ma chiede che essa venga prospettata e applicata nel rispetto del primato della persona umana, alla quale devono sottostare i sistemi economici. La storia mostra ampiamente la caduta dei regimi segnati dalla pianificazione che attenta alle libertà civiche ed economiche.
Ciò non accredita però modelli diametralmente opposti. Di fatto l'esperienza sfortunatamente dimostra che un'economia di mercato, lasciata a una libertà incondizionata, è lungi dal portare più vantaggi possibili alle persone e alle società. É vero che il sorprendente slancio economico di alcuni Paesi recentemente industrializzati sembra confermare il fatto che il mercato possa produrre ricchezza e benessere, anche nelle regioni povere. Nel quadro della "globalizzazione" chiamata anche "mondializzazione"dell'economia (cfr Centesimus annus, n. 58), il facile trasferimento delle risorse e dei sistemi di produzione, realizzato unicamente in virtù del criterio del massimo profitto e in base a una competitività sfrenata, se da un lato accresce le possibilità di lavoro e il benessere di alcune regioni, dall'altro esclude altre regioni meno favorite e può aggravare la disoccupazione in Paesi di antica tradizione industriale. L'organizzazione "globalizzata" del lavoro, approfittando dell'estrema indigenza delle popolazioni in via di sviluppo, portaspesso a gravi situazioni di sfruttamento, che offendono le esigenze fondamentali della dignità umana. Dinanzi a tali orientamenti, è essenziale che l'azione politica assicuri un equilibrio di mercato nella sua forma classica, mediante l'applicazione dei principi di sussidiarietà e di solidarietà, secondo il modello dello Stato sociale.
Se quest'ultimo funzionerà in maniera moderata, eviterà anche un sistema di assistenza eccessivo, che crea più problemi di quanti ne risolva.[...]