Il mobbing visto dai mobbizzati.

 

Cos’è il mobbing lo sanno un po’ tutti i lavoratori o perché ne sono stati coinvolti o perché ne sono stati testimoni o perché raggiunti dalla campagna d’informazione di questi ultimi tempi.

 

Quello che invece spesso sfugge a chi osserva questo fenomeno, non certo a chi lo subisce, sono quei soggetti che con le loro scelte finiscono per aiutare il mobber a realizzare il suo disegno di distruzione psicologica di uno o più lavoratori.

 

Per questioni di spazio tralasceremo di parlare di coloro che con vere e proprie azioni di sciacallaggio tentano, con una buona percentuale di riuscita, di depredare il mobbizzato quando, disperato, cerca aiuto per salvarsi dal destino a lui riservato; costoro sono facilmente individuabili e denunciabili all’opinione pubblica.

 

Più complicato invece è far uscire allo scoperto chi manovra nelle istituzioni, cercando di far passare le decisioni prese come ineluttabile fatalismo contro cui nulla possono le sacrosante proteste dei lavoratori vessati.

 

Ma procediamo con ordine.

 

Quando un lavoratore sottoposto a mobbing prende finalmente coscienza di quanto gli sta accadendo, si trova davanti ad uno stato avanzato di degenerazione della situazione, gestita a questo punto, direttamente dall’azienda dove opera, per cui cerca aiuto rendendosi conto di non potercela più fare da solo.

 

E’ naturale che questo aiuto lo cerchi nel Sindacato, che, nel migliore dei casi, resta immobile, distratto, insensibile alle richieste di intervento per situazioni che scaturiscono da oggettive inadempienze aziendali alle vigenti leggi e normative che regolano il rapporto di lavoro.

 

Di getto verrebbe da pensare che l’istituzione Sindacato è diventata obsoleta, inutile e dannosa per la soluzione dei problemi dei lavoratori che, di conseguenza, si allontanano per rifugiarsi nel personale individualismo.

 

Non è così.

 

I mobbizzati, per esempio, si rivolgono al MIMA perché sentono la necessità di confrontarsi, di analizzare i processi sociali in cui sono coinvolti, di unire le loro forze al fine di lottare per il problema comune nella cui soluzione vi sono le soluzioni dei singoli casi; in altre parole sentono la necessità di Sindacato.

 

In tal modo dimostrano che l’istituzione Sindacato è quanto mai attuale e radicata tra i lavoratori i quali, nel contempo, individuano le cause della frattura tra se stessi e la loro istituzione di difesa nel comportamento, nelle scelte e nelle decisioni di molti sindacalisti. Costoro, distratti da molteplici interessi e diversi da quelli costitutivi delle organizzazioni di appartenenza, restano indifferenti e inattivi anche di fronte a chi calpesta la dignità e la vita umana nei luoghi di lavoro.

 

A questo punto dobbiamo precisare che il MIMA, associazione creata e gestita da mobbizzati, non vuole assolutamente essere un altro sindacato, ma anzi vuole risolvere il problema mobbing e riconquistare la dignità umana che ci hanno tolto sul lavoro, coinvolgendo anche il Sindacato.

 

Tornando al nostro lavoratore sottoposto a mobbing ed ignorato dai sindacalisti, lo troviamo malconcio e senza altre soluzioni se non quella, traumatica per il suo rapporto lavorativo, di adire le vie legali con la fiducia che in tempi relativamente brevi, come prescrive la legge, si troveranno soluzioni alle costanti vessazioni che gli hanno sconvolto la vita.

 

Molto presto avrà l’amara sorpresa che la Magistratura, ignorando norme che dovrebbe far rispettare, pone lui, parte debole della controversia, in condizioni insostenibili ed inaccettabili per un Paese che ama definirsi la culla della civiltà giuridica.

 

Anche in questo caso è necessario ricercare la responsabilità non nell’istituzione Magistratura ma in quei membri del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) che con le loro scelte rendono inaccettabili le condizioni di lavoro dei magistrati (fino a 1800 nuove cause di lavoro l’anno per ciascun giudice) con le conseguenze sopra riportate; conseguenze che diventano disastrose se si uniscono alla mancanza di una legge sul mobbing, come già esiste in molti altri paesi europei.

 

In Italia attualmente abbiamo solo un testo di legge licenzito dall’XI Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, che è praticamente una scatola vuota senza norme a tutela dei lavoratori sottoposti a mobbing; dopo un’attenta analisi dei fatti, si scopre l’interesse di qualche parlamentare che, ignorando completamente i suggerimenti scaturiti dall’esperienza di vita vissuta dai mobbizzati, preferisce farsi propaganda con una scatola vuota che non dia fastidio alle aziende.

 

Al nostro mobbizzato con l’autostima a pezzi, ignorato dai sindacalisti, parcheggiato dal sistema giudiziario e privo di una specifica legge che lo protegga, almeno sulla carta, non rimane che denunciare pubblicamente quanto gli sta accadendo e pertanto si rivolge ai mass media; in effetti oggigiorno ne trova tanti disponibili a pubblicare la sua storia, ovviamente manomessa per fini giornalistici (scoop) e soprattutto presentata in modo da non nuocere minimamente all’immagine delle aziende ove si pratica mobbing.

 

Anche in questo caso l’Informazione e la Libera Stampa sono tranquillamente sacrificate da qualcuno per fini economici nel caso di aziende private (quale testata rinuncerebbe, per esempio, ai proventi della pubblicità di un’azienda messa al bando?) ovvero per fini di opportunismo in caso di aziende pubbliche dove molto spesso si riscontrano delle corresponsabilità di ministri competenti che, chiamati in causa dai mobbizzati, ignorano il fenomeno lavandosene le mani.

 

Per completare il quadro della situazione manca solo l’aspetto sanitario. Il Servizio Sanitario Nazionale, per le devastanti patologie conseguenti al mobbing, offre ad un milione e mezzo di pazienti:

·        Due centri diagnostici su tutto il territorio nazionale;

·        Nessun centro terapeutico;

·        Pochissimi medici che a tutt’oggi hanno ottemperato a quanto disposto dall’art. 103 del Testo Unico delle Leggi Sanitarie (obbligo di denuncia) e dall’art. 365 del Codice Penale (obbligo di referto), con conseguenze deleterie per i mobbizzati;

·        La mancata realizzazione a tutt’oggi di una seria mappatura di rischio da parte dell’ISPELS che è un’organismo dipendente dal Ministero della Sanità (Prof. Umberto Veronesi).

 

Questa è l’analisi, a grandi linee, della situazione vissuta da noi mobbizzati, cittadini di una Repubblica “democratica e fondata sul lavoro”.

 

Noi del MIMA abbiamo rifiutato questo meccanismo perverso e ci siamo organizzati per aiutare i lavoratori vessati che si rivolgono a noi, ad uscire fuori prima dal tunnel della depressione e poi dal giogo che gli hanno stretto attorno al collo.

 

Il MIMA combatte con tutti i mezzi leciti la violenza morale compiuta durante lo svolgimento dell’attività lavorativa con conseguenti danni gravi per l’intera collettività (un mobbizzato costa il 190% della sua RAL)

 

Il MIMA in questa lotta ha chiesto in più occasioni di essere affiancato dal Sindacato, senza aver ancora ottenuto alcuna risposta concreta.

 

Il MIMA chiede il coinvolgimento di tutte le Istituzioni, per rispettare e salvaguardare la vita umana nei posti di lavoro, non solo con le parole ma con i fatti.

 

Il MIMA si prefigge di continuare ad informare l’opinione pubblica ed iniziare a formare la Società, al fine di considerare il mobbing un delitto contro i lavoratori e di conseguenza stigmatizzare pubblicamente le aziende ove si fa mobbing. A tale fine, in attesa di una norma comunitaria, necessita una legge nazionale che, oltre a reprimere, deve servire a prevenire qualsiasi forma di vessazione psicologica.

 

Siamo sempre più convinti che il mobbing si può eliminare, che tutti insieme possiamo eliminarlo velocemente, soprattutto in presenza di onestà mentale degli attori istituzionali e non, che vogliono fermare la violenza psicologica nei luoghi di lavoro.

 

                                                                                  Il Presidente del MIMA

                                                                       Movimento Italiano Mobbizzati Associati

                                                                                           Mirco Tosi

 

Roma 15.3.2001

 

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