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In un tempo andato con biglietto di ritorno: intervista di Franco Vivona a Enrico Pietrangeli [Tam Tam - Controluce]

D: Enrico, un bel libro, complimenti: lo avevi in mente da molto tempo, oppure è scaturito da una incontenibile ispirazione recente?

R: E’, innanzitutto, un libro adolescenziale perché scritto attraverso gli occhi dei vent’anni riscoperti, a distanza di altri venti, nell’approssimarsi del fatidico traguardo dei quaranta. Una prima stesura è stata completata nel ’99, traghettando nel nuovo millennio, così come vengono a ritrovarsi i protagonisti, catapultati nel 2000…Quindi lo definirei relativamente recente. Scaturito da una incontenibile, improvvisa ispirazione dei primi due capitoli, dopodiché ho schematizzato una sequenza di eventi, prendendo una breve pausa riflessiva, e completato il tutto.

D: Ovviamente c’è molto di te in questo romanzo, di te e dei tuoi coetanei, non è vero?

R: Il romanzo è ambientato in un ipotetico periodo, che va dal ’78 all’‘81, sebbene la storia si sviluppi nell’arco di una breve stagione: fine della scuola, vacanze estive ed inizio del nuovo anno scolastico. E’ questa l’epoca della mia come altrui adolescenza, incluso di quella che, oggigiorno, è divenuta, nelle varie sfumature, classe dirigente. Una gioventù scorsa tra grandi sogni, libertà e utopie spesso contrapposte, fintanto di arrivare persino ad uccidere; per altri irrisolte, nel mediare bisogni ed idealità, ottenendo, comunque, un medesimo risultato: tante, troppe morti. E’ questa, indubbiamente, la generazione che ha pagato il più alto tributo di sangue dal dopoguerra ad oggi e pochi, a dire il vero, se ne sono occupati se non per ulteriori speculazioni politiche. Generazione figlia del primo “boom economico”, quella della Fiat 600 e Carosello ma che, nonostante tutto, sa resistere e trovare una sua precisa identità e collocazione rifiutando una comunicazione imposta dall’alto, attraverso i media, (televisione, pubblicità e quant’altro) in nome di una partecipazione volta ad un bene libero e comune. Rinuncia, soprattutto, ad una gratuita opulenza che vede i padri piegarsi, ancora sfiancati al solo ricordo della tanta fame patita durante la guerra, cumulando beni oltremisura. I tardi anni Settanta, non dimentichiamolo, sono stati anche quelli dell’Italia dei tanti “palazzinari” dove anche i meno ricchi hanno sognato e realizzato una casetta al mare o in montagna... Ecco, in tutto questo, tendenzialmente, direi che c’è molto di me e dei miei coetanei leggendo tra le righe di questo romanzo. Nella narrazione, ovviamente, c’è Lorenzo, figlio di penna, che prende forma tra echi della memoria di un vecchio amico ed inevitabile immaginazione.

D: Come giudichi la gioventù di oggi, con gli atteggiamenti ed i problemi contemporanei, partendo dalla base della tua esperienza giovanile, vissuta in altro periodo storico-sociale?

R: Nel mio libro, a ripensarci bene, la gioventù contemporanea appare come lo sfondo di uno scenario, a guarnire una caotica piazza, un spettacolo suggestivo per Lorenzo di rientro in patria ma, di fondo, privo di anima e spessore. Non compare alcun dialogo e tanto meno confronto; sono solo gli ormai ex adolescenti che, maturati ma nondimeno ancora adolescenti, si ritrovano autentici e vivi come un tempo nel confrontare le loro emozioni. Nessuna discriminazione, naturalmente. Il tutto avviene quasi inconsapevolmente, dettato, probabilmente, dalle ragioni della sola trama. Tuttavia sento questa mia riflessione come un’interessante spunto dove trovare persino compassione per chi, adolescente ai nostri tempi, vive l’orrore di un vuoto privo di riferimenti nell’assenza quanto nella presenza dei valori preposti. Persino drogarsi, per questi giovani disillusi e spenti, è divenuto un gesto di routine privo di ogni significato, momento di tregua dove oscurare una perversa realtà. Siamo lontani anni luce da contestazioni alternative, dallo spinello socializzante ed aggregante. E’ lo stesso tessuto sociale, probabilmente, che, degenerando, insieme a nuove, sempre più artefatte droghe, è divenuto di per sé la più micidiale di tutte le droghe: la solitudine. Tutto, ben inteso, sembrerebbe condurre ad una frenetica ed incessante comunicazione ma, nei fatti, chi è giovane, oggigiorno, è sempre più solo e privo di un naturale, spontaneo confronto.

D: Dopo questo romanzo, cosa nascondi nel tuo cassetto? Puoi fornire ai lettori qualche anticipazione?

R: Nel mio cassetto restano sogni: paradossalmente il più concreto degli elementi ereditati dagli anni Settanta. Una poesia sempre viva da cui provengo e che, nel mio romanzo, si manifesta attraverso un angelo annunciatore, in un andirivieni dispensando versi. Poesia che resta allusa dietro ogni suono, pronta a fuoriuscire nella spontaneità di un “comune sentire” e, volendo ancora rivendicare un luogo comune di quel periodo, non ho dubbi: poeti lo erano un po’ tutti. Oggi, non lo nascondo, aprendo quel cassetto i sogni spesso svaniscono, terrorizzati, all’idea di prendere forma attraverso uno scritto. Fuori c’è un mondo sempre più ostile, fatto di miseri interessi per delle piccole nicchie che, in definitiva, non sanno neppure loro cosa contendersi. Bisogna avere molto, troppo coraggio per realizzare un sogno in carta stampata, premesso che in molti neppure si pongono questo problema continuando, imperterriti, a gratificarsi pagando e sottostando pur di ricevere un minimo di consensi. In queste condizioni, sinceramente, non me la sento di dare alcuna anticipazione ai lettori. C’è solo una vaga speranza, per me come per altri emergenti, ovvero che prima o poi un grande ci assoldi portandoci presso la sua corte.

D: Se anziché io, fossi stato tu stesso ad intervistarti, quale domanda ti faresti? Per dare quale risposta?

R: Caro Franco, la tua domanda mi delizia stuzzicandomi. Vorrei poter prendere con te una macchina del tempo e tornare a quando facevamo autocoscienza, ti ricordi? Ne avevamo e tante di domande da farci per poi confrontarci. Mi mancano, terribilmente, quelle serate a filosofeggiare dentro osterie, la chitarra e Guccini…

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In un tempo andato con biglietto di ritorno: intervista di Eliselle a Enrico Pietrangeli [www.liberalia.it]

D: Come nasce l'ispirazione per scrivere "In un tempo andato con biglietto di ritorno", e soprattutto come nasce il titolo di questo tuo bel romanzo?

R: Le ispirazioni hanno sempre il sapore di qualcosa d’improvviso, incontenibile e fulminante. Molte di loro abortiscono spontaneamente, tra i pensieri, talune le ho sommariamente trasportate su carta e, previa dedizione e lavoro, sono poi divenute "In un tempo andato con biglietto di ritorno". Un titolo lungo, prossimo, nella sua articolazione, a trame sonore progressive degli anni Settanta. Epoca d’ambientazione della prima parte del romanzo, ovvero il “Biglietto di andata” corredato di un’appendice nel duemila attraverso un “Biglietto di ritorno”.

D: Si respira l'atmosfera anni Settanta, si riascoltano attraverso le parole e le immagini, le musiche di quel periodo. Quanto c'è di vissuto, quanto di "ricostruito" attraverso altre testimonianze? E' stato faticoso recuperare il passato, in particolare quel passato?

R: Ho voluto idearlo come un romanzo adolescenziale, scritto con gli occhi dei vent’anni, di quella generazione che andava sempre più in massa ad identificarsi nella musica e che credeva ancora ai sogni. Lorenzo, Lucia, Walter e tutti gli altri protagonisti sono delle persone qualunque. Intendo per quel contesto e relativamente ai tempi. Non opereranno mai scelte estreme in politica, nessuno impugnerà una pistola in mano per sparare ma, nondimeno, tutti vivranno le loro esperienze in quella realtà allora definita degli “opposti estremismi”. L’atmosfera che ho cercato di ricreare passa attraverso l’uso già diffuso e di massa dei media: telefono e televisione in primo luogo. La musica è la lunga colonna sonora d’immagini e sensazioni che si sviluppano nel corso della narrazione. Il rock è l’attimo pulsante che insegue ogni emozione, suoni e memorie delle rispettive personalità emergono, tra pubblico e privato, scambiando piacevoli conversazioni, fronteggiandosi nel merito come nell’intimità più lirica. Parlare di un’epoca attraverso questi elementi mi è sembrata la strada migliore da perseguire per una ricostruzione più credibile, parte di una memoria collettiva. Ho vissuto, con la mia adolescenza, quei tempi e molto, indubbiamente, è stato attinto dalle più disparate memorie riciclate dall’immaginazione con qualche rispolverata documentazione. Affaticato? Non più di tanto. Recuperare il passato, per quel che è stato, nel bene e nel male, è guardare oltre attraverso la storia.

D: Il protagonista riflette su molti ideali dell'epoca di fine anni Settanta, tra i quali l'amore libero, senza vincoli di possesso e gelosie. Cosa ne pensa l'autore a riguardo?

R:. Il sesso, per i tempi, è quanto si dovrebbe condividere nella comune liberazione, ma quanto viene narrato ci rivela la gelosia di Lorenzo, i comuni e troppi fallimenti che, a mano a mano, ci faranno ritrovare nel pieno del mercato dei gradi consumi degli anni Ottanta. Diversi costumi che, col tempo, si andranno affermando. Insomma, anche per la pornografia di massa, come per altro, l’embrione era già insito nei tardi anni Settanta. Il protagonista non solo riflette ma è tormentato e scisso di fronte a tutto questo. A sua volta prototipo, per i tempi, di figlio di divorziandi, dopo una controversa storia d’amore con Lucia, si ritroverà poi, come i suoi amici, incapace di realizzare una famiglia. Amore libero? Sì, grazie. Libero da ogni vincolo perché autentico tanto nella carnalità quanto nel sentimento. Libero di condividerlo. Possesso e gelosia di fatto restano, sono macigni antichi, eretti in difesa d’identità, ruoli e stirpe. Libero amore che permane inespresso, utopico e conflittuale, evoluto, perlopiù, con quanto mercificato. Esibito o sottaciuto. Esorcizzato o millantato. Amore libero: così vicino e così lontano…

D: Come ti è venuta l'idea dell'angelo? Come mai questa scelta così particolare?

R: La poesia resta sospesa in questa narrazione, come il suo angelo annunciatore, in un andirivieni dispensando versi… resta allusa dietro ogni suono, pronta a fuoriuscire nella spontaneità di un “comune sentire”. Ebbene, se c’è un ulteriore luogo per così dire “comune” in quel periodo è che, anche se per poco, poeti lo sono stati un po' tutti… L’angelo, quindi, non è tanto uno stratagemma di tipo messianico, per rendere Lorenzo un eletto nella poesia, quanto uno dei tanti interlocutori del protagonista, segreto ma disposto ad intervenire con chi voglia sintonizzarsi nella poesia. Nella memoria dell’autore c’è senz’altro una qualche rielaborazione, attraverso questo ruolo, de “il cielo sopra Berlino” di Wenders, sebbene modalità ed ambientazione portino altrove.

D: Il finale inaspettato, che spiazza il lettore, il colpo di scena: ti sei mai trovato nella stessa situazione di Lorenzo, hai mai avuto voglia di scappare, e ti è mai capitato di tornare sui tuoi passi e vedere che tutto era ormai cambiato?

R: Non si tratta di un giallo ma, qualche momento di suspense, intercorre verso il finale. Mi viene da chiedermi chi, ai tempi, non ha mai avuto voglia di scappare? Desiderio tipicamente adolescenziale, presa di distanza dai genitori, obbligatoria tappa di contestazione per ritrovare poi confronto e responsabilità nel mondo degli adulti. Magari non tutti sono stati spinti dalle stesse motivazioni di Lorenzo, in cui coincide un’iniziazione al dolore, altri non sono mai tornati ed altri ancora, forse i più, sono stati protagonisti di brevi fughe, tanto da non lasciare il tempo di... Questo romanzo non è che una storia dove mi auguro che il lettore quarantenne possa trovare, più che immedesimazione, motivi di rielaborazione fra il suo e l’altrui vissuto ed io, per le stesse ragioni anagrafiche ed in veste di scrittore, sopraggiungo, a mia volta, in chiusura della narrazione come primo lettore delle vicende dello stesso protagonista. Per i più giovani, naturalmente, è questo un periodo perlopiù offuscato da troppi miti o sommarie maldicenze dove spero, quanto meno, d’indurre una qualche riflessione.

D: Hai ricevuto buone critiche: ti aspettavi il successo (meritato) di questo libro e le emozioni che ha regalato a chi l'ha letto e magari, si è ritrovato tra le pagine, involontariamente?

R: Più che vere e proprie aspettative non mi attendevo commenti del tipo: “l’ho letto tutto di un fiato…”. Questo va oltre e prescinde ogni presunto successo, tanto di critica quanto di vendite.

D: I prossimi progetti di Enrico, quali sono?

R: Andare avanti, per quanto possibile.

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