In un tempo andato con biglietto di ritorno: intervista di Donato zoppo a Enrico Pietrangeli [Il Sannio Quotidiano (2/2/06) - Musica Progressiva]
“In un tempo andato con biglietto di ritorno”, un nuovo libro ambientato nel controverso decennio
Musica, viaggi, raduni e solitudine: gli anni ’70 di Enrico Pietrangeli
di Donato Zoppo
Ogni tanto, in quella incombente girandola di corsi e ricorsi storici, torna la moda del revival. Qualche anno fa Fabio Fazio e la sua “Anima mia” tornarono nel decennio più turbolento della recente storia d’Italia, gli anni ’70. Lo fecero con il sorriso, con spensieratezza e leggerezza: Enrico Pietrangeli entra con decisione e in profondità tra le pieghe di quei tempi, la fine del decennio in particolare, visti e vissuti da Lorenzo, un giovane romano che attraversa ogni genere di esperienza. Dal pulmino colorato alla droga, dai raduni freak alla rivolta violenta, il protagonista vive all’insegna del privato e del politico, con un’imperdibile colonna sonora, quella del pop e del rock, in un momento di cambiamenti verso la disco music e i cantautori. Non è nostalgia ma un vero e proprio “spaccato” di un’epoca e di esperienze radicali.
Il tuo romanzo è un tuffo negli anni ’70, già dal titolo si parla di “biglietto di ritorno”: ma tu ci torneresti?
R: L’allusione al viaggio nel tempo “con biglietto di ritorno” non è altro che un archetipo per trascendere il tempo e tentare di cogliere un’essenza significante e che vada aldilà di attaccamenti ad eventi, epoche e le circostanze che li hanno prodotti. Ci tornerei? No, direi proprio di no; quel che ero si è evoluto trasformandosi. Per un altro verso ci sono già tornato, scrivendo, ma con tutta la consapevolezza della mia età, tenendo sempre presente il punto di “ritorno”, l’odierno di cui sono partecipe nella mia esistenza. Un presente certamente arricchito dalla memoria ma libero da ormeggi sul passato, preconcetti e faziosità da cui, in definitiva, solo il tempo può darci lumi. In molti, a dire il vero, restano fermi sulle loro posizioni ma l’orologio è inesorabile e continua ad andare avanti…
Cosa salveresti di quel decennio?
R: Salverei quanto sono riuscito ancora a preservare: dischi, libri ed un logoro giubbetto di renna: unici testimoni e sopravvissuti a tanti repentini cambiamenti…
Quanto resta degli anni ’70 nella società attuale, in particolare dal punto di vista artistico?
R: Resta il sogno di una rivoluzione non compiuta che intendo culturale più che politica. La mercificazione e lo svuotamento dei valori di quanto si voleva rendere più libero, partecipe, alla portata di tutti... Resta un appiattimento “borghese”, inteso come una macchinosa società omologante, peraltro estremamente dinamica e risoluta da risucchiare ed usare indistintamente tutti e di tutto… Per quanto riguarda l’arte, gli anni Settanta hanno reso possibile quel grande laboratorio di ricerca e contaminazioni da cui, innegabilmente, continuiamo un po’ tutti ad attingere…
Tu approfondisci un periodo molto significativo, la seconda metà dei ’70, quando tante cose stavano cambiando in modo radicale.
R: Quando la storia ci scorreva sotto gli occhi… Per quanto allora inconsapevoli, eravamo comunque i protagonisti. Voglio dire che c’era trasporto, un entusiasmo che è venuto meno nel ristagno individualistico e d’immagine che ha sempre più caratterizzato gli anni successivi.
Lorenzo, il protagonista dell’opera, vive molte esperienze: il viaggio, la droga, il collettivo, il sesso, la spiritualità.
R: Sì, Lorenzo è un adolescente integrato in una realtà comune a gran parte dei suoi coetanei. Con loro vive e condivide una serie di esperienze amplificate dal clima comunardo e rivoluzionario dei tempi. Un percorso caratterizzato da una ricerca tanto interiore quanto esteriore. Sperimentazione dei sensi ma anche continuo confronto e riscoperta di un contestato D(io), magari da fare altrove, nella lontana ed inenarrabile India…
Anni dopo Lorenzo si trova alle prese con Internet e con i collegamenti internazionali della “rete”: è l’eredità di quel vecchio senso comunitario?
R: Per un certo verso lo è, perlomeno in certe aspettative deluse di agorà telematica come pure in talune speculazioni intorno ad un possibile socialismo immanente della conoscenza in rete ma l’eredità, a questo punto, sembrerebbe condurre ben oltre ed i fatti altrove.
Molti giovani di oggi indossano vestiti di foggia orientale, pantaloni a zampa d’elefante, capelli lunghi: è un fatto puramente estetico o è una forma di appropriazione del passato?
R: Bisognerebbe chiederlo prima di tutto a loro…Credo che ci sia una fascia mossa da onesti intenti ma anche più facilmente vittima di manipolazioni. I più temo che siano abbastanza smaliziati e concreti e quindi, a loro volta, vittime della sola immagine di se stessi.
Un elemento importante - protagonista e non “sfondo” - della tua opera è la musica: cosa aveva di così speciale negli anni ’70?
R: Tutto perché la musica è di per sé una grazia speciale. In quella degli anni Settanta c’era poi il gusto dell’impegno, il profumo della rivoluzione, contaminazione con cultura e tradizione, il piacere della sperimentazione, trasgressione ma anche rielaborazione; era comunque motivo di approfondimento, tanto nei testi quanto nelle note.
Ci sono artisti o gruppi dell’epoca ai quali sei legato?
R: Naturalmente e sono tanti, perlopiù riportati tra lo scorrere delle pagine del romanzo ma, per ragioni di trama, molti sono stati tenuti fuori. Gianfranco Franchi, autore della postfazione sul libro, non mi ha mai perdonato l’assenza dei “grandissimi” Joy Division. Non ho dubbi nel dichiarare un legame atavico con Bowie, Zappa, Genesis e Pink Floyd.
Quanto e come è cambiata la musica negli ultimi anni?
R: Nella misura in cui il computer ha finito con l’inglobarla e, per quanto mi riguarda, nulla da ridire, se prodotta ancora su dischi in vinile. Le radici delle trasformazioni, guarda caso, sono tutte ancora là, in quei fatidici tardi anni Settanta, mentre il repêchage sembrerebbe essere andato oltre, come nel caso dei vari fenomeni di exotica, sonorizzazioni ed easy jazz che hanno caratterizzato la fine del millennio.
Quali sono secondo te gli artisti contemporanei più interessanti?
R: Kruder & Dorfmeister, Prodigy e Stereolab sono tre possibili chiavi di accesso ai tempi.
Quali ritieni siano più legati allo spirito e alla “filosofia” degli anni ’70?
R: Che mi hanno molto colpito…mi vengono in mente un paio di dischi dei Layka a cavallo del millennio, crossover fluido ed ipnotico, degno della migliore filosofia di un’epoca esportata sulla galassia.
In un tempo andato con biglietto di ritorno: intervista di Gennaro Chierca a Enrico Pietrangeli [GC Writers del febbraio 2006]
D: Chi è Enrico Pietrangeli?
R: Un poeta, navigatore, o più semplicemente un’esistenza senza più retoriche e tanto meno eroi cui fare riferimento. Mi viene da dire un “mostro”, con l’animo penzolante nel tardo Ottocento e la mente curiosa ed affascinata dal software. Devo ammettere, in ogni caso, che il cuore, a tutt’oggi, presenta ancora debug affettivi….
D: Da dove nasce la tua passione per la scrittura?
R: Da un profondo disagio che non ho mai voluto curare evitando di ritorcerlo contro me stesso. Dietro quel disagio c’era molta sensibilità. Ho impiegato molti anni a comprenderlo e scrivere, finalmente, per comunicare ad altri
D: Quali sono le tue pubblicazioni?
R: Di amore, di morte, silloge pubblicata nel 2000 con la Teseo Editore e successivamente, nel 2002, in elettronica con la Kult Virtual Press di Modena. C’è poi qualche lavoro in digitale, personale tentativo di relazionare scrittura e programmazione in un contesto che sovrabbonda, a mio parere, di troppa video poesia…
D: Poesia e narrativa: quando l’una e quando l’altra?
R: E chi può dirlo? Talvolta mi capita di concepire una narrativa ricca di lirismo ma anche di comporre versi prosastici. Interessante, in questo senso, la narrativa breve, che meglio si presta a descrizioni frammentarie e surreali. Nel romanzo mi sento comunque legato a schemi e strutture più verosimili, prossime ad una forma realista piuttosto che al fantastico.
D: Perché hai scritto un romanzo sulla fine degli anni ‘70?
R: Perché del tanto parlarne ho sempre colto, perlopiù, i soli retaggi di uno scontro. E’ mai possibile che, a distanza di quasi trent’anni, ci si trinceri ancora dietro un pericoloso mito da emulare o, viceversa, continui una discriminante caccia alle streghe?.. Quelle della 194, meglio conosciuta come legge sull’aborto, dello spinello causa e origine di tutti i mali, degli omosessuali che comunque restano dei devianti…
D: Lorenzo, il protagonista de “In un tempo andato con biglietto di ritorno”, è un ragazzo irrequieto, che vorrebbe trovare l’amore ma non ci riesce, che è sempre in viaggio, sia fisico che mentale, che non ha mai pace. A chi ti sei ispirato per costruirlo?
R: Lorenzo è un adolescente e come tale irrequieto per condizione ma anche per il contesto in cui si svolge la trama: i tardi e turbolenti anni Settanta. Lorenzo è certamente un ragazzo problematico, per famiglia, contesto sociale e, non per ultimo, nella timidezza insita nel suo carattere, ma vitale. Sì, non ha mai pace, quantomeno necessiterà di molto tempo per costruire equilibri, ma, in ogni caso, ce la farà. Traverserà indenne il suo inferno personale e, come protagonista, non veste mai gli abiti dell’eroe negativo bensì quelli del ragazzo tutto sommato “normale”, nella media, alle prese con situazioni discutibili ma tipiche della sua generazione. Premesso tutto questo, emerge un Lorenzo costruito, frutto di ricordi incrociati e più persone con i dovuti aggiustamenti di trama: Lorenzo personaggio verosimile ma anche frutto, in definitiva, dell’elaborazione della mia immaginazione.
D: Parla del sito web letterario “Poesia, scrittura e immagine” (www.diamoredimorte.too.it) che gestisci.
R: Il sito di cui parli è stato realizzato in uno spazio gratuito dopo l’uscita del mio primo libro. Ideato nell’intento di renderlo rappresentativo della mia espressione artistica, a partire da forme e contenuti, è composto di tre sezioni che interagiscono tra loro, ovvero una personale, l’altra aperta sul mondo della cultura ed un’ulteriore tecnologica. Emerge una ricerca di corrispondenze ed azioni tra scrittura e programmazione ma anche un certo gusto per il modernariato informatico, sintesi di relazione tra passato e futuro.
D: Cosa pensi della letteratura su internet?
R: Nel suo piccolo, ha già fatto l’impossibile; ha permesso a me come ad altri di esistere.
D: Editori e scrittori esordienti: un binomio possibile?
R: Magari! Impossibile ed umiliante con i piccoli editori, per non parlare della grande, oligarchica editoria nazionale. Esordiente, emergente, editore sono tre parole destinate a rimanere nei stessi paraggi solo nei dizionari?