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EPILESSIA E PRATICA SPORTIVA: UN PREGIUDIZIO
RESISTENTE
La malattia epilettica è da sempre considerata
da parte dell’opinione pubblica e a volte – purtroppo- anche da
parte della classe medica come sinonimo di evento patologico
estremamente perturbante.
Un insieme di convinzioni, per lo più errate,
fanno sì che i pazienti con crisi vengano pregiudizievolmente
considerati “diversi” o “disabili”, ascrivendo loro una serie di
particolari connotazioni di ordine psicologico, comportamentale,
sociologico, magico ed inquietante.
Tra queste, uno dei pregiudizi fondamentali è
quello che ritiene la pratica sportiva, tanto più quella agonistica,
interdetta a questi pazienti.
L’idea di una attività sportiva praticata da
pazienti con crisi è un vero e proprio tabù
.
In generale, come sostenuto da molti medici
sportivi, il giudizio di idoneità alla pratica di uno sport, sia
amatoriale che agonistico, per un soggetto con epilessia dovrebbe
dipendere esclusivamente dal tipo di epilessia, dal fatto che ci
siano crisi in atto o meno, dai possibili fattori scatenanti, oltre
che, certamente, dal tipo di sport prescelto.
Alcuni sport sono ritenuti in assoluto
“proibiti” o estremamente “pericolosi”: tra questi automobilismo,
alpinismo, sci, boxe, motociclismo e sport equestri; si ritengono
invece in genere più “accettabili” atletica leggera, canottaggio,
pallavolo, pallacanestro, tennis,ma questi giudizi spesso sono
strutturati più in relazione alla pericolosità dello sport in sé,
che in relazione alla “pericolosità” di quel determinato sport
praticato da un soggetto epilettico.
E’ ipotizzabile che dette opinioni abbiano a
che fare con il pregiudizio culturale, per lo più inconscio ma
ancora ben radicato anche in ambiente medico, per cui l’epilessia è
assimilata ad una disabilità grave.
Un pregiudizio, il cui esatto significato
etimologico è “giudizio prematuro”, si struttura attorno
all’esigenza inconscia di classificare, creare delle regole,
rassicurare ed a quella di condividere un’opinione, che tanto più
risulta veritiera, quanto più appunto, è condivisa.
Esso spesso si diffonde per trasmissione orale,
creando una vera e propria “comunicazione di massa” attorno alla
versione di un fatto ritenuta reale, anche se possono esistere
versioni “ufficiali” dello stesso fatto che smentiscono il
contenuto del pregiudizio stesso.
Molti medici sconsigliano la pratica sportiva a
pazienti con crisi sempre e comunque, forse per la difficoltà di
considerare a tutti gli effetti “normali” tali pazienti.
Istintivamente si tende a rafforzare il già
esistente pregiudizio culturale nei confronti del soggetto
epilettico, continuando a focalizzare l’attenzione su un determinato
fatto su cui in realtà il nostro (pre)giudizio è già stato espresso
(il paziente epilettico non può mai praticare uno sport),
trascurando tutti gli altri elementi in nostro possesso che
potrebbero smentirlo.
Come molti epilettologi hanno avuto modo di
constatare, numerosi pazienti, probabilmente per una manovra
controfobica di negazione del proprio “status” di “malati” tendono a
cimentarsi nelle attività più rischiose senza richiedere
l’approvazione medica.
Si instaura così un complesso gioco di
comunicazioni e metacomunicazioni che finisce per creare una griglia
sempre più rigida di pregiudizi, difese inconsce, divieti interni, e
rende ancora più difficile il rapporto tra paziente con crisi e
mondo esterno.
Tutto nella ricerca della “normalità” il cui
“mito” – come scrive Jackson “esercita una pericolosa influenza non
solo sugli sfortunati che vengono giudicati malati, ma anche sulla
vita e sugli atteggiamenti di tutti noi”.
Dott. Stefania Cerino
Specialista in Psichiatria |