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LA RIABILITAZIONE EQUESTRE COME APPROCCIO
ALLA PERSONALITA’ AUTISTICA
L’autismo è una sindrome psichiatrica in cui predomina la perdita di
contatto con la realtà;i rapporti di comunicazione con gli altri ed
il mondo esterno sono pressoché totalmente interrotti,ed il soggetto
malato vive ritirato in se stesso, completamente scollegato dal
mondo circostante.E’ come se fosse una esasperazione di
riservatezza, di timidezza;il soggetto è chiuso in se stesso, si
tira indietro rispetto ad ogni possibile contatto con la “vita”.In
quest’ottica la realtà esterna perde gradatamente importanza ed il
paziente è incapace di volgere le sue energie, le sue pulsioni, le
sue emozioni verso altri oggetti che non siano il proprio Sè ; si
sente diverso ed isolato dagli altri, in un mondo chiuso e solitario
dove nessuno può penetrare.Questa dolorosa condizione psicologica
si può manifestare sin dalla prima infanzia (autismo infantile
precoce o sindrome di Kanner) configurandosi come una patologia per
certi versi sovrapponibile alla schizofrenia infantile.Non sono
molti gli approcci terapeutici possibili e fruttuosi in queste
situazioni; soprattutto stabilire una “relazione” psicoterapeutica
proficua è un compito molto arduo e gravoso sia per il paziente che
per il terapeuta.La riabilitazione equestre da quanto meno la
possibilità di effettuare un tentativo di approccio, che sovente
porta anche risultati soddisfacenti.
Il contatto con il cavallo, quindi un essere vivo, ma mite e
docile, è un primo passo di avvicinamento verso quel mondo esterno
vissuto come tanto minaccioso da far preferire ai pazienti di
restare chiusi in se stessi piuttosto che di correre il rischio di
confrontarsi con l’Altro.In effetti il cavallo si lascia
accarezzare, nutrire, si fa portare a passeggio, si fa cavalcare
senza opporre resistenza, anzi “accogliendo” in sé il cavaliere, a
formare un tutt’uno rassicurante e stabile; trasmette parte della
sua “potenza” a chi lo monta: il bambino autistico che conduce il
cavallo al passo, ad esempio, “assorbe” in sé la forza dell’animale
ma comincia a percepire anche la propria capacità di montare e
condurre l’animale in circolo, a mangiare l’erba, nella
scuderia.Tramite la rassicurante difesa del cavallo il bambino
autistico si avventura in una piccola parte di mondo esterno, entra
in contatto con esso, si accorge che forse non è così terrificante e
minaccioso come sembrava.La relazione empatica che si stabilisce con
l’animale diventa uno stimolo al “esplorare” altri mondi al di fuori
di quello chiuso, ma terribilmente sicuro, del proprio Io.Anche il
banale contatto con il mangime, la carota da offrire
all’amico-cavallo al termine della propria ripresa, il toccare la
sella, i finimenti, sentire l’odore del grasso sono tutti momenti
piccoli, brevi, ma fondamentali di “uscita” dal proprio mondo chiuso
ed alienante.Certo il cammino è lungo e difficile, i risultati sono
lenti, a volte molto rari; magari quando sembra che una situazione
si stia sbloccando, improvvisamente, senza motivo apparente, ci si
trova di fronte ad una regressione ed alla frustrazione di dover
ricominciare tutto da capo.Ma stiamo pur certi che la pazienza,
l’affidabilità, l’intelligenza del cavallo sono un valido supporto
in un cammino terapeutico che vale comunque la pena di provare ad
affrontare e dove cavallo, paziente e terapeuta possono unire le
proprie forze alla ricerca di un risultato che quando arriva, è
veramente strabiliante e gratificante.
Dott.ssa Stefania Cerino
Specialista in
Psichiatria
Terapista della riabilitazione Equestre
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