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La vecchia e Carminella.
Un giorno dunque io faceva la trascurata in campagna, seduta sopra una sedia a
dondolo davanti a casa e ascoltando i discorsi di due vecchie comari, di cui una,
contadina, era venuta a portare le ricotte o fuscelle 6 della stagione.
Si lagnavano del tempo e della pioggia: era davvero una stagione disgraziata e una
di esse che mancava dalla campagna da assai tempo, era mezzo malata d’occhi, le
cascava spesso spesso del sangue dal naso e le sgrullavano7 due denti: era una
rovina !
Prese la fuscella e s’avviò in casa:
- Ricordati bene, Carminella, non lavare la cupetta,8 disse la vecchia ridamela tal
quale.
- Oh! perchè? chiesi io che t’abbia a ridare i piatti sporchi?!
- Signora mia tanto cara, bisogna che li lavi io, se no le pecore non fan più latte e
allora addio ricotta, addio cacio. Li piatti della ricotta li deve lavare chi la fa sarìa come
se uno facesse l’occhio: le pecore s’avviliscono e non si reggono più in pìedi.
- Ma davvero? domandai io con crescente curiosità.
- Sei matto!9 E’ vero sacrosanto. Mamma, bona memoria, mi diceva che gliel’aveva
detto la benedett’anima di nonna, che ‘na volta li volle lavare lo coco di casa dello
padrone e che per quell’anno non si seppe più nulla dello latte, e fu un pianto perchè non
si potè più far cacio manco grosso come un pugno.
E in tanto ritornò Carminella coi piatti non lavati e posti diligentemente nel
canestrello coperto della bianca salvietta d’obbligo.
- Quella povera Carmina! dissi io, sta tanto male. Vedi un po’ quel che le si
potrebbe fare! Ha chiamato il medico ma senza profitto. Tu che sei vecchia te ne devi
intendere un po’ dei malanni della gente !
- Ah! fece quella lusingata da quella mia degnazione. Io ci ho la virtù !
Respirai: ce l’avevo portata.
- Hai la virtù ?
- Sei matto! Che? Non lo sapevi? Ci son nata guarda, signora mia tanto cara ! -
E mi mostrò il pollice della mano sinistra in cui si ostinava a veder segnata una croce.
- Vedi? seguitava; con questo io segno, e vale come se adoperassi la medaglia di
San Venanzo e di San Pacino benedetto:10 vengono tante femmine a farsi segnare e non
fallo d’una. Eppoi, aggiunse abbassando la voce e guardandosi attorno con
circospezione, questo è bono anche per l’occhio, signora. Scommetterìa che te l’hanno
fatto anche a voi che non hai figli è l’invidia capisci? perchè sanno che ti piacerìa e che
non ti manca altro.
Io respirava appena: mi pareva una colpa di unirmi a quella turba a cui la vecchia
aveva scantato l’occhio: il mio orgoglio di persona civile si ribellava; l’aristocrazia
dell’intelligenza si dibatteva contro l’onda crescente della mia curiosità di raccoglitrice;
sentiva una specie d’insolita paura sotto gli occhi scintillanti della vecchia che mi
guardava fisa. Poi vinse, com’era naturale, la curiosità e mi prestai con sufficiente
franchezza.
- Vogliamo scantarlo? sussurrai con un resto di vergogna.
- Sine, sine, volentieri, disse la vecchia che non capiva nella pelle.* E prima segnò
tre volte col pollice sinistro i malanni visibili e invisibili di Carminella per farci la mano,
poi mi fece entrare in casa con gran solennità.
Arrivata in sala, chiese una cupetta d’acqua limpida cavata allor allora dalla fonte e
un lume da tavola: cioè una di quelle gigantesche lucerne tradizionali a quattro becchi,
che chiaman fiorentine, e che sono ancora in pieno dominio in tutta la Marca. Accese
un becco solo di lume, chiuse ermeticamente le finestre e rimanemmo tutte e due nel
mezzo buio di quella notte estemporanea, rischiarata appena dal fioco lumicino della
lucerna.
La vecchia mi afferrò i gomiti con tutte e due le mani come si fa ai coscritti che si
vogliono mettere in posizione, e mi pose di fronte a lei, guardandomi col suo occhio fiso
e affascinante; poi alzò la mano sinistra e col pollice della virtù mi segnò dall’alto al
basso tutta la persona, borbottando certi scongiuri e pronunciando per tre volte ad alta
voce le sacramentali parole "Nel nome di Gesù e di Maria chi ha fatto l’occhio cattivo lo
manda via." Poi seguitando colla sua solita gravità e serietà la sua operazione, alzò il
coperchio della lucerna e immerse il pollice sinistro nell’olio del lume e ne lasciò cadere
tre goccie ben numerate nel piatto dell’acqua guardando con attenzione. Ad un tratto
gettò un grido di soddisfazione non si era ingannata.
- L’occhio c’è! c’è! Guardate ci fa la fisionomia voi che sapete leggere, anche le
lettere ci vengono ah! se sapessi leggere vi direi bene il nome! Birbacciona! Ah! che t’ha
fatto questa signora da fargli l’occhio?! Ma ormai ci penso io te’! - E nel dir questo, le
stese due democratiche corna piegando il medio e l’anulare della mano destra. - Non ci
pensare, signora mia mo’ bisogna farlo tre volte perchè la canizza11 è tanta contro di
voi ma dopo vedrai. Sei matto! S’hanno da rosicchiar li gomiti.
Ritornò dunque le due mattine appresso e con nessuna variante replicò il gioco,
sempre seria e fiduciosa nell’esito. Intanto Carminella perdette uno dei due denti e fu
gridato al miracolo in quanto al sangue del naso prescrisse, poichè s’era visto che la virtù
non ci poteva, che le fosse gettato un bicchier d’acqua diaccia nella collottola, ma
siccome sarebbe potuta morire di accidente che Dio ne scampi! era necessario, ad
evitare questo pericolo, che l’acqua fosse gettata da una parente che però non fosse la
mamma nè una sorella carnale: alle quali prescrizioni Carminella s’attenne
scrupolosamente ma con pochissimo risultato.
La cattiva riuscita dell’operazione fece mormorare il pubblico campagnuolo, che
naturalmente aveva preso la più viva parte a questa facenda.
I miei amici della classe, così detta, dirigente, a cui io aveva confidato il segreto,
facevano gli schizzinosi e mi accusavano d’incoraggiare l’ignoranza e la superstizione.
Ciò aveva la sua parte di vero ma quegli amici governavano e governano ancora il
paese, fanno le leggi e non sanno i costumi dei popoli a cui le applicano.
Le popolazioni agglomerate dei centri sono avide di cangiar fortuna e posseggono
quello che con una frase si chiama il libero pensiero, il quale qualche volta prende una
forma pericolosa alle istituzioni le popolazioni villerecce invece sono legate al loro
passato semplici e timorate le coscienze, con un gran bisogno di credere davanti a
quella immensa e benefica natura ch’esse dominano col loro aratro, ma che è devastata
dal nembo che si forma lassù nel cielo, esse tendono alla fede, esse sono un elemento
resistente a tutte le innovazioni, esse ad ogni cangiamento anche lieve, sia pure in
meglio, si turbano, si commovono e piangono come quella vecchia la morte di Nerone.
Nascondono per paura i pregiudizi ereditati dai padri della villa, ma ne sono convinti fino
al martirio e non è combattendoli di fronte o negandone l’esistenza che si riesce a
cangiare l’indirizzo delle loro idee.
Le quali poi sono innocenti ed innocue e vanno studiate non tanto per cancellarne
l’erroneità, quanto perchè in un paese come il nostro, dove la classe agricola supera in
numero tutte le altre, parrebbe ragionevole che chi la governa, la dirige e la domina,
dovesse almeno conoscerne le attitudini, i desideri, i bisogni, la fede.
Tutti sapevano che, malgrado fosse stato scantato l’occhio, le cose erano andate come
prima. E qualche gran mistero sotto ci doveva essere. La vecchia non aveva poi la virtù
di cui si vantava e il discredito minacciava i suoi negozi, poichè è inutile di dire che
questa forma del soprannaturale soggiace alle speculazioni finanziarie.
6) Fuscella, dicono della ricotta posta ne' canestrini fabbricati con fuscelli all'uopo, chiamandola dal canestro.
7) Sgrullare: idiotismo, per dondolare, scuotere. Nel canto:
"Questo è quello vino che a nessun perdona
Che fa sgrullare come a 'na campana".
8) Lo stesso che scodella: piatto cupo cioè più profondo dei piatti comuni, dove generalmente si mangia laminestra. Il contado dice anche posata che è voce classica.
9) Sei matto! modo di dire per affermare con ammirazione.
10) San Venanzio martire: uno dei Santi Patroni di Camerino: San Pacino (per Pacifico) Patrono di Sanseverino Marche.
*) Non capiva nella pelle: non stava, non entrava nella pelle.
11) Canizza: idiotismo per esprimere odio acerrimo e invidioso: da furore canino, bestiale.
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