Religione e Medicina nelle montagne di Camerino
(prima parte)



L'autore

Introduzione

L’occhio e la virtù.

Era un gran pezzo che io sentiva parlare di occhio cattivo, di far l’occhio, di scantar l’occhio, di fattucchieri e di donne che avevano la virtù. E vedere le donne che avevano la virtù era stato per me il desiderio di molti mesi, avezzi come siamo noi gente scettica e diffidente a veder molti uomini e molte donne a esserne senza.
La virtù mi trottava pel capo e me lo faceva girare come un arcolaio: la cercavo sempre e non la trovavo mai.
- Gli è perchè, mi dicea una vecchia comare, voi alla virtù non ci credete cica,1 signora mia: eppure c’è chi l’ha e l’occhio cattivo non si scanta se non c’è una di quelle femmine che hanno la virtù. Che ne voli sapere? Ci son nate o gliel’ha lasciata qualcuno in punto di morte. Chi nasce colla croce nella mano, basta che segni2 o tocchi e lo male svanisce; o se l’ha avuta per eredità, per scantar l’occhio bisogna dire certe parole e adoperare gli acini del grano o l’olio dello lume.
Scantare per togliere l’incanto o l’incantesimo, che è l’arte di far prodigi per via di canto o di parole: come far l’occhio cattivo è il mal occhio de’ Latini che dicevano fascinare o affascinare.
Bisognava crederci, diceva la vecchia: e io ci credetti e mi feci scantar l’occhio. E per comprendere cosa sia questo scantar l’occhio o scacciar l’occhio bisognerà fare un po’ di storia.
La passione che l’uomo sente e teme di più, è l’invidia. Nei paesi dell’Alta Italia io mi ricordo di avere sentito a raccontare ne’ miei primi anni una pietosa istoria d’un fidanzato, che morì per l’invidia delle amiche della sposa. Quella storia finiva così: è peggio un’invidiatura che una stregatura. L’invidia è una passione bassa e indegna ma molto prepotente: noi sappiamo che è una passione antica, classica e per fino biblica, perchè in Grecia agitava la sua livida face e faceva inventare l’ostracismo, e il primo fatto un po’ chiaro che potemmo comprendere ne’ libri sacri fu la storia di Caino che uccise per invidia suo fratello Abele. Ora, il contado crede ciecamente che l’invida che uno sente contro un altro sia, anche senza volerlo, cagione di male alla persona invidiata.
Idea filosofica e grande fra il pregiudizio dominante, che vorrebbe dire: temere il pensiero del male: non desiderare la roba d’altri: non desiderare il suo bene o la sua donna.
L’effetto di questa invidia, secondo i montanini della Marca, è una specie di male fisico o morale che incoglie3 la persona invidiata: intristisce, muore o prova disgrazie immeritate o va in rovina. E a quello certamente qualcuno gli ha fatto l’occhio cattivo o semplicemente gli ha fatto l’occhio e deve portare un fiocco rosso, una divozione4 addosso, o se lo deve far scantare o scacciare. È la iettatura sotto un’altra forma meno feroce che nel Napoletano, perchè l’indole marchigiano è più dolce e più gentile. Io aveva dunque una voglia spasimata di vedere uno di questi scongiuri: ma perchè il contado si lasci andare a scoprirvi i suoi segreti e a sollevare un lembo di quel velo che ricopre i misteri impenetrabili della sua fede, fa d’uopo di avere una pazienza e una prudenza senza limite: conviene simulare e dissimulare, chiedere con fiducia e ascoltare con serietà i suoi responsi. I depositari e le depositarie del gran potere magico ch’essi esercitano senza saper come nè perchè, i possessori, in una parola, della virtù,5 come la chiamano essi stessi, sono in generale di una estrema diffidenza, e se consentono, dopo aver resistito lungomente, a metter fuori una parola, lo fanno con un’aria noncurante, ma che poi diventerebbe fanatica e quasi feroce se uno osasse di sorridere o di metterla in dubbio.
Le antiche leggende delle streghe, delle fattucchiere e degl’incantesimi, per cui si innalzavano roghi e si fabbricavano strumenti di tortura, non sono così completamente cancellate nel ricordo delle popolazioni campagnuole come generalmente si mostra di credere: le streghe e i fattucchieri che morivano qualche secolo fa fra i tormenti, convinti essi stessi di avere la virtù misteriosa e occulta di guarire i mali e di attraversare i dettami del destino che pur paventavano, non sono sepolti nelle rovine del tempo, ma vivono sott’altra forma per tradizione, per ignoranza, per bisogno di soprannaturale in quella parte di popolo, su cui non è sgocciolata ancora, se mi è permesso dir così, la civiltà moderna educata al culto della ragione.
E però per riuscire a farmi scantar l’occhio ci voleva una grande abilità diplomatica che non mi era mai supposta: il contadino ha scarpe grosse e cervello fino, dice la città marchiggiana, ed è facile ch’egli ti scopra quanto più ti credi parato contro le sorprese e le suggestive, ch’egli ha sempre in pronto per le grandi occasioni della vita: eppoi il contado a questa accortezza ci tiene di molto e la conclusione de’ suoi discorsi contro i cittadini, ch’egli ammira ma detesta, è sempre A me non me la fanno.

1) Cica - punto punto. Voce antica. Vedi il Malmantile e i classici.
2) Segnare, detto assolutamente per far segno di croce o benedire: il benedicere dei latini. Dante, Inferno, canto XX.
3) Incogliere: lo stesso che cogliere, sopraggiungere, arrivare. Tacito volgarizzato dal Davanzati.
4) Divozione: piccola immagine che in forma d'amuleto portano addosso.
5) Virtù, per prodigio, miracolo - V. Vite dei SS. Padri.

La vecchia e Carminella.

Un giorno dunque io faceva la trascurata in campagna, seduta sopra una sedia a dondolo davanti a casa e ascoltando i discorsi di due vecchie comari, di cui una, contadina, era venuta a portare le ricotte o fuscelle 6 della stagione. Si lagnavano del tempo e della pioggia: era davvero una stagione disgraziata e una di esse che mancava dalla campagna da assai tempo, era mezzo malata d’occhi, le cascava spesso spesso del sangue dal naso e le sgrullavano7 due denti: era una rovina !
Prese la fuscella e s’avviò in casa:
- Ricordati bene, Carminella, non lavare la cupetta,8 disse la vecchia ridamela tal quale.
- Oh! perchè? chiesi io che t’abbia a ridare i piatti sporchi?!
- Signora mia tanto cara, bisogna che li lavi io, se no le pecore non fan più latte e allora addio ricotta, addio cacio. Li piatti della ricotta li deve lavare chi la fa sarìa come se uno facesse l’occhio: le pecore s’avviliscono e non si reggono più in pìedi. - Ma davvero? domandai io con crescente curiosità.
- Sei matto!9 E’ vero sacrosanto. Mamma, bona memoria, mi diceva che gliel’aveva detto la benedett’anima di nonna, che ‘na volta li volle lavare lo coco di casa dello padrone e che per quell’anno non si seppe più nulla dello latte, e fu un pianto perchè non si potè più far cacio manco grosso come un pugno.
E in tanto ritornò Carminella coi piatti non lavati e posti diligentemente nel canestrello coperto della bianca salvietta d’obbligo.
- Quella povera Carmina! dissi io, sta tanto male. Vedi un po’ quel che le si potrebbe fare! Ha chiamato il medico ma senza profitto. Tu che sei vecchia te ne devi intendere un po’ dei malanni della gente !
- Ah! fece quella lusingata da quella mia degnazione. Io ci ho la virtù ! Respirai: ce l’avevo portata.
- Hai la virtù ?
- Sei matto! Che? Non lo sapevi? Ci son nata guarda, signora mia tanto cara ! - E mi mostrò il pollice della mano sinistra in cui si ostinava a veder segnata una croce.
- Vedi? seguitava; con questo io segno, e vale come se adoperassi la medaglia di San Venanzo e di San Pacino benedetto:10 vengono tante femmine a farsi segnare e non fallo d’una. Eppoi, aggiunse abbassando la voce e guardandosi attorno con circospezione, questo è bono anche per l’occhio, signora. Scommetterìa che te l’hanno fatto anche a voi che non hai figli è l’invidia capisci? perchè sanno che ti piacerìa e che non ti manca altro.
Io respirava appena: mi pareva una colpa di unirmi a quella turba a cui la vecchia aveva scantato l’occhio: il mio orgoglio di persona civile si ribellava; l’aristocrazia dell’intelligenza si dibatteva contro l’onda crescente della mia curiosità di raccoglitrice; sentiva una specie d’insolita paura sotto gli occhi scintillanti della vecchia che mi guardava fisa. Poi vinse, com’era naturale, la curiosità e mi prestai con sufficiente franchezza.
- Vogliamo scantarlo? sussurrai con un resto di vergogna.
- Sine, sine, volentieri, disse la vecchia che non capiva nella pelle.* E prima segnò tre volte col pollice sinistro i malanni visibili e invisibili di Carminella per farci la mano, poi mi fece entrare in casa con gran solennità.
Arrivata in sala, chiese una cupetta d’acqua limpida cavata allor allora dalla fonte e un lume da tavola: cioè una di quelle gigantesche lucerne tradizionali a quattro becchi, che chiaman fiorentine, e che sono ancora in pieno dominio in tutta la Marca. Accese un becco solo di lume, chiuse ermeticamente le finestre e rimanemmo tutte e due nel mezzo buio di quella notte estemporanea, rischiarata appena dal fioco lumicino della lucerna.
La vecchia mi afferrò i gomiti con tutte e due le mani come si fa ai coscritti che si vogliono mettere in posizione, e mi pose di fronte a lei, guardandomi col suo occhio fiso e affascinante; poi alzò la mano sinistra e col pollice della virtù mi segnò dall’alto al basso tutta la persona, borbottando certi scongiuri e pronunciando per tre volte ad alta voce le sacramentali parole "Nel nome di Gesù e di Maria chi ha fatto l’occhio cattivo lo manda via." Poi seguitando colla sua solita gravità e serietà la sua operazione, alzò il coperchio della lucerna e immerse il pollice sinistro nell’olio del lume e ne lasciò cadere tre goccie ben numerate nel piatto dell’acqua guardando con attenzione. Ad un tratto gettò un grido di soddisfazione non si era ingannata.
- L’occhio c’è! c’è! Guardate ci fa la fisionomia voi che sapete leggere, anche le lettere ci vengono ah! se sapessi leggere vi direi bene il nome! Birbacciona! Ah! che t’ha fatto questa signora da fargli l’occhio?! Ma ormai ci penso io te’! - E nel dir questo, le stese due democratiche corna piegando il medio e l’anulare della mano destra. - Non ci pensare, signora mia mo’ bisogna farlo tre volte perchè la canizza11 è tanta contro di voi ma dopo vedrai. Sei matto! S’hanno da rosicchiar li gomiti.
Ritornò dunque le due mattine appresso e con nessuna variante replicò il gioco, sempre seria e fiduciosa nell’esito. Intanto Carminella perdette uno dei due denti e fu gridato al miracolo in quanto al sangue del naso prescrisse, poichè s’era visto che la virtù non ci poteva, che le fosse gettato un bicchier d’acqua diaccia nella collottola, ma siccome sarebbe potuta morire di accidente che Dio ne scampi! era necessario, ad evitare questo pericolo, che l’acqua fosse gettata da una parente che però non fosse la mamma nè una sorella carnale: alle quali prescrizioni Carminella s’attenne scrupolosamente ma con pochissimo risultato.
La cattiva riuscita dell’operazione fece mormorare il pubblico campagnuolo, che naturalmente aveva preso la più viva parte a questa facenda.
I miei amici della classe, così detta, dirigente, a cui io aveva confidato il segreto, facevano gli schizzinosi e mi accusavano d’incoraggiare l’ignoranza e la superstizione. Ciò aveva la sua parte di vero ma quegli amici governavano e governano ancora il paese, fanno le leggi e non sanno i costumi dei popoli a cui le applicano.
Le popolazioni agglomerate dei centri sono avide di cangiar fortuna e posseggono quello che con una frase si chiama il libero pensiero, il quale qualche volta prende una forma pericolosa alle istituzioni le popolazioni villerecce invece sono legate al loro passato semplici e timorate le coscienze, con un gran bisogno di credere davanti a quella immensa e benefica natura ch’esse dominano col loro aratro, ma che è devastata dal nembo che si forma lassù nel cielo, esse tendono alla fede, esse sono un elemento resistente a tutte le innovazioni, esse ad ogni cangiamento anche lieve, sia pure in meglio, si turbano, si commovono e piangono come quella vecchia la morte di Nerone. Nascondono per paura i pregiudizi ereditati dai padri della villa, ma ne sono convinti fino al martirio e non è combattendoli di fronte o negandone l’esistenza che si riesce a cangiare l’indirizzo delle loro idee.
Le quali poi sono innocenti ed innocue e vanno studiate non tanto per cancellarne l’erroneità, quanto perchè in un paese come il nostro, dove la classe agricola supera in numero tutte le altre, parrebbe ragionevole che chi la governa, la dirige e la domina, dovesse almeno conoscerne le attitudini, i desideri, i bisogni, la fede.
Tutti sapevano che, malgrado fosse stato scantato l’occhio, le cose erano andate come prima. E qualche gran mistero sotto ci doveva essere. La vecchia non aveva poi la virtù di cui si vantava e il discredito minacciava i suoi negozi, poichè è inutile di dire che questa forma del soprannaturale soggiace alle speculazioni finanziarie.

6) Fuscella, dicono della ricotta posta ne' canestrini fabbricati con fuscelli all'uopo, chiamandola dal canestro.
7) Sgrullare: idiotismo, per dondolare, scuotere. Nel canto:

"Questo è quello vino che a nessun perdona
Che fa sgrullare come a 'na campana".
8) Lo stesso che scodella: piatto cupo cioè più profondo dei piatti comuni, dove generalmente si mangia laminestra. Il contado dice anche posata che è voce classica.
9) Sei matto! modo di dire per affermare con ammirazione.
10) San Venanzio martire: uno dei Santi Patroni di Camerino: San Pacino (per Pacifico) Patrono di Sanseverino Marche.
*) Non capiva nella pelle: non stava, non entrava nella pelle.
11) Canizza: idiotismo per esprimere odio acerrimo e invidioso: da furore canino, bestiale.

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