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Visto così brevemente di quegli uomini di delitto, veggiamo ora con pari brevità
alcuni tra’ delitti di sangue, onde quegli uomini si sono contaminati. E primo di tutti
mi si presenta alla penna l’atrocissimo caso del conte Servanzi, e de’ due Angelucci
cognati suoi caso atroce ed orribile tanto, che giornali italiani e forestieri non poterono
temperarsi dal raccontare la dolorosa tragedia subito dopo il suo avvenimento. Io
trarrolla con ogni verità dalle tavole processuali. Principale famiglia di Sanseverino è quella de’ Servanzi Collio con l’altra degli Angelucci, legate tra loro per istretti nodi di affinità. Nobili per ricchezze e per sangue, erano molto più per santità di principj e per professione d’antica fede. Fedeli a Dio, doveano conseguentemente essere al legittimo sovrano non pensavano dunque alla moderna, e molto meno voleano aiutar l’opera del comune latrocinio. Questa fu tutta la colpa che rendetteli invisi alla setta, e segnatamente ad un Eleucadio Bagarotti caffettiere e banderaio de’ rivoltosi in quella città. Ma i rivoltosi di Sanseverino, che erano pochi, non avrebbero osato mai nulla intraprendere da sè soli contro quegli onesti gentiluomini; perochè la città e la campagna tutti li stimava in gran maniera e avevali cari. Si volsero dunque al preside di Macerata, sotto la reggenza di cui era Sanseverino, e con falsi rapporti gli faceano temere di congiure e di reazioni, alle quali stesse in capo il conte Severino Servanzi Collio. Rapporti di cotal genere furono inviati anche a Roma, ma inutilmente perochè le diligenti informazioni assunte così dal preside come da’ triumviri nulla posero in essere, che anche agli occhi de malaffetti potesse gravare l’onesto procedere di quelle persone intemerate. Ciò nonostante il preside avvocato Dionisio Zannini credette suo dovere spedire in Sanseverino 54 civici fabrianesi, perchè impedissero ogni sommossa e mantenessero la pace. Ma non era la pace, sì la guerra e la distruzione de’ Servanzi e degli Angelucci, che si voleva da’ facinorosi. Ebbero dunque ricorso ad altra parte, e trovarono facilmente aiutatori per incarnare lo scelerato disegno. I segreti cospiratori di Sanseverino spedirono un loro messo a G.Carlo Mattioli tiranno d’Ancona in nome di Mazzini. Tutto gli espongono il loro divisamento; e già non era bisogno aggiungere spauracchi di congiure per essere assecondati in un delitto da quel Tiberio, non so s’io mi dica, o da quel Nerone. Ben era bisogno aggiugnere danari ( di questi i demagoghi han sempre bisogno) per la pronta esecuzione; e gli fecero ricapitare in mano 40 scudi. Mattioli per la gioia selvaggia di un delitto di più, non badò ad oltrepassare i confini di sua provincia e di sua giurisdizione. Chiama a sè due scannatori famosi della sua Ancona, Pietro Cioccolanti e Vincenzo Rocchi, i quali in uffizio di commessi di polizia scannavano publicamente e sempre impunemente gli uomini in mezzo alle strade. Loro aggiunge compagno il settario Vittorio Trinchi ricco negoziante anconitano; e a questi dà suoi ordini segreti , che non apparivano nel mandato ostensibile servansi liberamente della forza publica; Bagarotti li guidi e diriga e abbiali per raccomandati. Con tali ordini e provisioni li manda alla non sua Sanseverino. I tre commessi di Mattioli giungono in Sanseverino la sera del 7 aprile 1849, e con la guida di Bagarotti e con la scorta de’ civici fabrianesi vengono a capo del loro attentato. A notte ferma furono ad un tempo medesimo invase e perquisite le case di Pacifico e Domenico Angelucci, non che del conte Severino Servanzi Collio loro cognato. Tradotti i tre innocenti sventurati al corpo di guardia, vi furono legati come malfattori, e gittati in due differenti vetture, guardate l’una da Rocchi e l’altra da Cioccolanti. Buona mano di civici tenne dietro un buon tratto per salvaguardia; perochè si temeva che la città desta si levasse a rumore, e impedisse l’assassinio de’ suoi migliori cittadini. Intanto Bagarotti e Trinchi erano in ispedito calessino corsi inanzi per avvertire in Ancona i fratelli, e preparare il ricevimento. Si fermò Bagarotti in Borgo-Pio, e quivi ordinò in drappelli i soci, che dovean fare le prime oneste accoglienze a’ prigionieri onorati. Furono urli, fischi, sassate; dalle quali il vetturino (di due vetture erasi per via fatta una sola) solo col mettere i cavalli al gran galoppo potè salvare sè, i cavalli e i prigionieri. Giunto apena in città, il conte Severino fece inutile premura per parlare col preside videsi invece egli co’ suoi gittato nelle pubbliche carceri. Trattando l’ipocrita Mattioli, che asseriva publicamente arbitrario e indoveroso quello imprigionamente ch’egli aveva ordinato, ordinò al processante Alessandro Novelli la compilazione di uno stragiudiziale a carico de’ tre arrestati. Risultarono innocenti, com’era ben da aspettare. Ma pur questo non sarebbe bastato a liberarli, se i reclami del preside Zannini che gridava violata la propria giurisdizione, se il fremito di tutti gli onesti, se le infinite attinenze della famiglia Servanzi, se finalmente gli ordini del triumvirato vivamente sollecitati da parenti e da amici spasimati, non venivano in loro aiuto. Trovossi dunque costretto Mattioli a decretarne la libera dimissione dalla carcere ma fece in modo, che l’uscire e l’essere scannati fosse per que’ miseri una cosa stessa, a tali mani ne affidò l’esecuzione! Ebbe a sè Odoardo Murray ispettore della sua polizia vada quella sera (era il 16 aprile), tragga di carcere i tre inquisiti; pongali in carrozza e sotto la stretta sua responsabilità li conduca a Macerata. Tali erano le frasi del mandato ostensibile un giorno per difesa di Mattioli e di Murray le segrete Dio solo può sapere e noi argomentare da’ fatti. Murray non va egli stesso ad eseguire l’ordine avuto ne dà invece l’incarico a due conosciutissimi assassini della sua banda di polizia Giovanni Galeazzi e Antonio Biagini egli si contenta di sospendere per quella sera le solite pattuglie de’ carabinieri. I due commessi si recano ad ora tarda nelle carceri per averne i detenuti, dicendo avere commessione d’accompagnarli sino alla carrozza, che in piazza nuova doveva aspettarli. Gelarono i tre cognati pure in veder quelle facce, e l’udire che la carrozza non era venuta sino alla porta della prigione ne accrebbe lo spavento. Si offersero a rimanere prigioni; pregarono per una scorta di carabinieri, che pagherebbero del proprio; Pacifico sopra tutti vecchio sessagenario infermo delle gambe e mal veggente degli occhi supplicava per una guida fedele che gli desse mano così di notte in città di cui nessuno di loro avea pratica. Tutto fu invano i due assassini giurano e spergiurano non esservi che temere; anzi Galeazzi a meglio rassicurarli si apre l’abito e fa vedere quantità e qualità d’armi, ond’era a dovizia fornito in loro difesa, diceva, se fosse bisogno. Così perduto studiosamente molto tempo per darlo agli altri assassini, co’ quali era stato fatto l’accordo, e mandato inanzi il famiglio della carcere che dovea portare le robe; finalmente si partì. Precedevano il conte Severino sotto il braccio di Galeazzi con alquanto più addietro Domenico Angelucci; e da tutti e due più distante sotto il braccio di Biagini il misero Pacifico. I giri di scale e di strade furono molti ma fu precisamente dinanzi al fondaco Giaccaglia e sulla soglia di casa Rossi, dove Biagini rivoltosi improvisamente addosso a Pacifico, gli vibrò più colpi con lo stilo c’avea tratto celatamente dal bastone. Quegli stramazzò a terra accomandandosi l’anima a Dio, e Biagini credendolo morto tirò inanzi, e s’avvenne in Domenico, che non veggendo venire il fratello erasi soffermato presso il quartiere de’ pompieri ad aspettarlo. Anche a lui il Biagini tirò ai lombi due colpi di stilo; e subito fingendo di gridare aiuto correva alla volta del corpo di guardia per la via delle scuole del ginnasio ma fatti pochi passi tornò indietro a precipizio, e visto Domenico ancora in piedi, tuttochè ferito, gli aggiustò al collo due nuovi colpi di stilo che lo buttarono a terra. Allora credendo bene adempiuto l’ufficio d’assassino, mise mano a quello di commesso di polizia. Avviossi al corpo di guardia del Comune, e andando ripassò vicino al moriente Pacifico facendosi udire da parecchi spettatori corsi alle finestre dir le precise parole Ah, tu sei Pacifico? eri con me! adesso vado a chiamare la forza. Andò e disse che accorressero perchè doveavi essere più d’un morto. Il bravo poliziotto sapea quel che diceva. Nel mentre si compievano questi due assassinj, metteasi mano pure al terzo nella persona del Conte che stava più inanzi; giacchè luogo e tempo era stato concertato per ispegnere tutti i tre insieme. Erano le dieci e un quarto di sera, ed era il Servanzi pervenuto ad un bivio di strade sotto il lampione Cadolini. Quivi vide egli venire alla sua volta due uomini, che gl’ingerirono non poco sospetto fenne motto a Galeazzi, e quegli a voce alta rispose che non temesse. Chi questi uomini fossero io lascerò a’ giudici di constatare solo riferirò un dispaccio riservatissimo dal triumviro Saffi diretto al commissario Felice Orsini, e stampato nel Democratico di Ancona il 27 aprile, giorno in cui furono gli assassini arrestati. Quel dispaccio scritto il 21 di detto mese a nome di un governo promotore e protettore degli assassini dice così “Pervengono al governo rapporti di costà sugli assassinj avvenuti ne’ dì scorsi a danno del Servanzi e fratelli Angelucci. Complici dell’assassinio dichiarano gli accennati rapporti i commessi di polizia Biagini e Galeazzi, e tra gli esecutori si enumerano Bagarotti, Cioccolanti, Serafini, e Rocchi. La complicità le stesse relazioni estendono ad Odoardo Murray; e volgono severi dubbi sopra altri (pare si accenni al Mattioli), che però il triumvirato aborre dal credere. ecc. ecc.” Pare che non questi solamente, ma tutti o quasi gli assassini d’Ancona fossero in moto ed in armi quella notte, perochè quasi tutti furono veduti in vari punti, e apena fatti i primi colpi si mostrarono intorno alle vittime o in compagnia di chi le aveva assassinate. Ma quegli che furon veduti venire dal Servanzi non erano che due o al più tre. Questi fatto un giro largo gli riuscirono alle spalle e l’un d’essi s’involò subito per mettersi alla posta sull’imboccatura di Via grande l’altro cominciò a menare furiosamente sul conte. Fu allora che il misero conte tutto comprese l’orribile tradimento allora udì la voce dell’assassinato Pacifico che gridava Oh Dio! allora la voce di Domenico, che vedendo lui assalito (eravi gran luce pe’ molti lampioni in quel punto convergenti) si pose a gridare No no, a questo pover’uomo! e in quel punto Biagini, atterrato già Pacifico, dava addosso a lui stesso. Ma il conte in vedersi aggredito, strinsesi fortemente al Galeazzi; e questa fu la cagione per cui Galeazzi ebbe a toccare due brutte ferite in sua vece. La prima ferita diretta al collo del Servanzi andò a vuoto, la seconda nella coscia colse e fece male. Ma Servanzi allargando e parando abilmente il pastrano da inverno che indossava, riparò molti altri colpi, de’ quali si trovarono i vestigi nel panno foracchiato, che abandonò fuggendo e si rinvenne all’imboccatura di Via grande presso la bottega, in quell’ora chiusa, del falegname. Chi rinvennelo fu Biagini, il quale acconciamente al suo uopo lo celò finchè passato poi ad altre mani, capitò finalmente in quelle della giustizia. Riuscirono dunque a disbrigarsi l’uno dall’altro Servanzi e Galeazzi, e tutti e due dall’assassino, il quale l’uno volendo, l’altro senza volerlo aveva malamente ferito. Galeazzi accorse al corpo di guardia civica che stava al municipio, e fu con ogni premura condotto allo spedale. Servanzi datola per Via grande, si precipitò a corsa in un portone che vide aperto; ed era del palazzo Casareto. Ma un assassino gli teneva dietro, e sopragiuntolo alla quinta rampa delle scale, menogli alle spalle un terribile colpo di stilo. Severino si scansò fortuitamente in un oscuro andito che quivi era perchè l’assassino credendolo salito oltre, mossegli dietro per finirlo. Ma non trovatolo in capo alle scale, tornò indietro catellon catellone in punta di piedi, che non fosse sentito. Così discendendo passò vicinissimo, ma non s’accorse del conte, il quale stretto in un angolo si stava senza trar fiato con quell’ansia che ognuno può imaginare. In quel punto medesimo s’intese in fondo alle scale come un rantolo di moribondo. Era Domenico Angelucci che presa senza saperlo la via stessa del suo cognato, erasi trascinato carpone fino a quel portico e fatto prova di salir quelle scale. Ma giunto alla seconda rampa disvenne per la gran copia di sangue che versava, e totalmente si abbandonò. L’assassino scendendo lo rasentò, e non gli fece altro male; forse perchè già sentivasi il moto degli inquilini, e nel portico era lume. Intanto il conte Severino da capo alle scale sentito andar via il sicario, e nulla sapendo de’ due cognati, sale tentone al pian superiore delle scale medesime. Batte ad un uscio, e nessuna risposta. Batte ad un altro, e una voce di donne spaventate rispondegli Qui non s’apre a nessuno. Terribile colpo fu quello, e forse più dolorosamente sentito al cuore dall’assassinato conte, che non quello del pugnale. Ma chi oserebbe darne carico all’animo di donne viventi in Ancona a quell’epoca, e di tutto tementi a quell’ora per ciò appunto che non ben sapeano di temere? Fortunatamente un uomo pietoso si trovava in mezzo ad esse, il quale vinta la timidità loro, aprì la porta al conte che si raccomandava e per Dio chiedeva mercè. Si precipitò questi entro a guisa d’uomo, cui lo spavento e l’incalzante imagine di morte han tolto di senno; e l’avvocato Balloni (tal era il nome del padron di casa pietoso che gli apriva) accogliendolo nelle sue braccia, e tutte prodigandogli quelle cure, che lo stato di lui dimandava; il fe’ presto accorto che dalle unghie delle tigri era passato alle mani di un uomo, e d’un uomo formato a’ sentimenti di vera cristiana carità. Altretanto fu praticato al pian terreno verso Domenico Angelucci dal console francese, che quivi abitava, e dalla sua famiglia accorsa alle voci moribonde del ferito chiedente pietà. Così l’uno come l’altro avean, più che d’altro, mestiero di sperto cerusico, il quale ne vedesse le ferite e le curasse, se v’era ancora rimedio ma chi avrebbe osato in Ancona, che assassino non fosse, mettere piè fuori di casa a quell’ora e andare per esso? Il Servanzi stesso pregava caldamente non s’andasse; perochè certamente gli assassini aliavano in que’ dintorni. E troppo dicea vero. Ecco Biagini con l’abito tutto mutato e con la sciabola in mano invece dello stilo, che presentasi con una banda di pompieri, di civici e molto più d’assassini compagni suoi, prima alla casa del consolo, quindi a quella del Balloni per istrapparne i due cognati raccoltivi in seno dalla pietosa umanità. È da sapere che Biagini dopo fatti i passi che abbiam detto presso i pompieri ed i civici, corse difilato al preside Mattioli, che in tempo dell’assassinio passeggiava come un furibondo sotto i portici del teatro. Esposegli l’avvenuto, e quegli non ebbe a dolersi se non delle ferite toccate al suo caro Galeazzi. Quello poi che in ordine a’ feriti commettesse il preside a Biagini non è ben certo Biagini sostenne sempre allora e poi averne avuto ordine perentorio di condurli allo spedale. Se ciò è vero, ordine più disumano non fu mai con più inumanità eseguito il punto più terribile di tutta quella tragedia fu veramente allora. Angelucci poco sentiva di sè per le forze rifinite, ma il conte supplicava non si togliesse da quella casa ospitale, che un angelo di Dio avevagli aperta supplicava il console, il Balloni, i Casareto accorsi, supplicavano tutti; perchè tutti vedevano che farli uscire di quel luogo e metterli di nuovo in mano agli assassini era la cosa stessa. Tutto inutilmente Biagini co’ suoi sicari facendo pompa di tutta l’efferatezza ond’è capace un cuor demagogo, strapparono insultandole le loro vittime da’ letti in che erano adagiate poserle sopra due scale di legno impedendo che vi fossero sottoposti i necessari cuscini, e via le portarono allo spedale. Pacifico Angelucci eravi stato condotto prima sopra una scala parimente, e ricevuti i santi sacramenti, vi spirò poche ore dopo. In questo spedale trovavasi pure l’assassino Galeazzi, ed ebbesi uno degli strani accidenti, che rado incontrando nella serie delle umane vicende, ne rompono la monotonia e sono però notati dagli attenti osservatori. Vittime e carnefice, innocenti e reo riposavano del paro sotto le ali pietose della cristiana carità. Riposavano ma in modo troppo dissimile il reo dagli innocenti. Gli assassini che dominavano in Ancona vollero fosse data al loro Galeazzi comoda stanza, servito, curato, medicato con ogni diligenza e lautizia. Frequenti erano a visitarlo, a corteggiarlo, e Biagini itovi subito la mattina del 17, dimandollo perchè non si fosse scansato? Al che Galeazzi “Apena Collio vide la gente, mi si è attaccato, a fronte che lo esortassi ad andare inanzi, e non mi sono potuto liberare.” E Biagini soggiugneva che il preside era dolentissimo di quest’affare; che avea passeggiato sotto il portico del teatro sino ad ora tarda smaniando. Galeazzi concluse in tuono ironico “Digli pure che un’altra volta metterò in esecuzione i suoi ordini.” Parole che troppo più dicono di quello ardisca io interpretando loro far dire. In tutt’altro modo furono ivi stesso trattati e procurati gl’innocenti Severino e Domenico e ciò non per colpa de’ caritatevoli religiosi ministri in quel luogo, ma per ispietatezza de’ carnefici infestatori di esso. Questi non rispettarono gli odiati da loro nemen nella casa del dolore insieme e dell’amore si vollero nella comune corsía; più giorni dovettero passare prima che loro consentisse il necessario riparo delle cortine al letto. Presentatosi apena il bravo chirurgo Torrigiani, venne subito condotto al letto di Galeazzi dagli assassini che dicevano Voi venite prima ad assistere il nostro fratello. E perchè quegli recossi poscia a vedere anche i due settempedani, fecero pruova di pur divertirnelo. Egli fu minacciato da Pietro Cioccolanti e da Odoardo Serafini di una trombonata se que’ due venivano a guarire e a’ religiosi inservienti si dimandava a voce alta perchè non dessero un poco di veleno a quegli infermi? perchè non ammazzassero que’ boie? Ronzavano sempre loro attorno gli assassini, mettendo il capo sotto le cortine specialmente del conte e dicendogli Ah boia, brigante, brigantaccio, ci sei capitato assolutamente dovrai morire allo spedale! In somma si giunse a tale, che di nascoso si dovea dare a’ bisognosi il necessario ristoro e si dovette per avviso del Torrigiani fingere peggioramento e pericolo prossimo di morte, perchè Severino e Domenico non fossero ne’ loro letti trucidati. L’osceno strazio durò sino al 27 aprile, giorno in cui i sicari vennero per ordine d’Inghilterra imprigionati, e poco dopo per ordine di Mazzini posti in libertà. Da quel giorno la sorte de’ due infermi migliorò grandemente ebbero camera separata, ebbero amorevoli cure; e passati 47 giorni di cura poterono restituirsi alle loro famiglie, dalle quali furono in quel modo accolti che si farebbe de’ morti risuscitati. (Processo). |
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