DA "L'ADIGE-SETTIMANALE DI ROVIGO" DI VENERDI' 16 MARZO 2001: <<AREE PROTETTE. IL PRESIDENTE DELL'ENTE PARCO, MAINARDI, ISTITUISCE I PERMESSI PER INTRODURRE ARMI NEL PARCO.ALLA CONQUISTA DEI CACCIATORI.MA PER LA FEDERCACCIA DI CARNACINA QUELLE AUTORIZZAZIONI NON SONO VALIDE. ED E' POLEMICA.>>
Può un Comune iniziare e finire ogni discussione lamentandosi del Parco del Delta del Po?
Visto che parliamo di Porto Tolle, la scontatissima risposta è si. Nell'estremo Delta si è infatti stratificata una concezione di ambiente e di sviluppo che parte dalla difesa della Centrale Enel di Polesine Camerini - anche oggi che si parla di utilizzare l'Orimulsion - passa attraverso la seria realizzazione, a distanza di due anni uno dall'altro, di due termovalorizzatori ("vuoi mettere - hanno detto più volte gli amministratori - un cerino a confronto con l'incendio?), la realizzazione di un villaggio turistico colmando con circa due milioni di tonnellate di rifiuti una parte dell'isola di Polesine Camerini e la mai abbastanza rimpianta possibilità di avere una discarica a servizio del bassopolesine.
Il tutto, naturalmente, partendo dal presupposto che il Parco non creerebbe uno sviluppo. Ma l'aspetto più inquietante delle decennali battaglie contro il parco è che a tirare le fila sono i cacciatori. Fino a quando non c'era la legge regionale 36/97, del comitato Antiparco facevano parte un po' tutti i partiti, le associazioni e le categorie.
Logico così, all'indomani dell'istituzione del Parco, il ricorso al T.A.R. promosso dall'Amministrazione comunale.
Nel giro di tre anni, però, il movimento si è disgregato e solo i cacciatori sono rimasti a combattere una battaglia contro i mulini a vento senza però quel tocco di romanticismo che circondava l'impresa donchisciottesca.
Certo, il movimento è stato determinante nelle elezioni amministrative che nella scorsa primavera per la prima volta hanno portato una donna, Paola Broggio, a diventare sindaco di Porto Tolle, ma si è probabilmente trattato dell'ultimo sussulto.
Tra i primi atti, infatti, c'era la goffa retromarcia con cui, dopo aver sbandierato la volontà di non inviare all'Ente Parco le pratiche edilizie di competenza, si demandava agli uffici la responsabilità di adempiere ad un obbligo di legge. Ma è stata soprattutto l'ultima stagione venatoria, contrassegnata da alcune sentenze contro i cacciatori, a far scricchiolare un castello costruito adottando solo leggi ed articoli di legge che andavano incontro alle esigenze dei cacciatori. Su tutte, la conferma che il Parco esiste anche se non è (ancora) tabellato e non vi si possono introdurre armi pur se scariche e nella loro custodia.
Una mazzata per quanti per anni hanno continuato a sostenere la "virtualità" dell'Ente Parco. Lo zoccolo duro dei cacciatori portotollesi - chissà perché altrove il problema non è parimenti sentito - ha fatto finta di niente sostenendo che la discussione del ricorso al T.A,R. questa sì, farà chiarezza.
Ma le sentenze hanno effettivamente scosso il mondo venatorio. Reazioni scomposte come l'aggressione a due vigili provinciali che stavano controllando una zona preclusa ai seguaci di Diana, le scritte non solo contro il Parco, ma addirittura contro la Polizia e la Magistratura, dimostrano la rabbia e l'impotenza. In un clima sempre più arroventato è poi arrivata al decisione del Presidente dell'Ente Parco Franco Mainardi di non costituirsi parte civile nei processi contro i cacciatori, accompagnata poi dalla polpetta avvelenata della disponibilità a rilasciare permessi per l'introduzione di armi nel Parco e consentire così di raggiungere le zone di caccia senza pericolo di incorrere in sanzioni.
Un atto pienamente legale, consentito dall'art. 11 della legge 394/91 al comma 3 lettera F. Gli stessi ambientalisti riconoscono che formalmente l'autorizzazione è valida, anche se troppo estensiva visto che vengono aperte le vie d'acqua e non solo strade e ponti come sarebbe stato sufficiente.
Così facendo, infatti, Mainardi aprirebbe il Parco a tutti con gli ovvi pericoli per la selvaggina. Ma che la cosa abbia un risvolto politico è parsa chiara quando il primo gruppo di aderenti a Federcaccia, cioè l'associazione venatoria che a Porto Tolle fa capo a Lorenzo a Carnacina, è uscita allo scoperto nel corso di un'assemblea. Questi, permesso firmato in tasca, hanno chiesto lumi circa la legittimità di un simile atto sentendosi rispondere che non poteva essere valido.
Inevitabile la bufera perché la richiesta presentata al Parco significa una legittimazione per l'Ente e la sconfessione di una linea politica portata avanti dal leader (ma gli avversari preferiscono definirlo "il santone") indiscusso. E mentre Mainardi, che ricordiamo continua ad essere il coordinatore per il bassopolesine di Forza Italia, ha vellicato gli istinti dei cacciatori promettendo di aprire il Parco all'introduzione di armi per raggiungere le zone di caccia, un'analoga azione è stata portata avanti dai consiglieri regionali Elder Campion (Ds), Lucio Tiozzo (Ds) e Renzo Marangon Fi) che hanno però proposto una modifica della legge regionale 36/97 con l'inserimento di un apposito articolo.
Una strada poco percorribile visto che si andrebbero a violare i principi della legge quadro sui parchi 394/91 ma, anche, uno strumento sovrabbondante visto che la possibilità è già prevista dalla legge. Con la differenza che da una parte il diritto sarebbe per tutti, dall'altra solo a quanti riconoscono il Parco. La manovra di Forza Italia, che ha atteso la prima condanna per introduzione di armi nel Parco prima di sferrare l'offensiva, doveva quindi essere rafforzata da un incontro, per ora rinviato, con le forze d'opposizione consiliare per decidere le modalità con cui cavalcare la polemica. Obiettivo, naturalmente, Carnacina che, circondato dall'aurea di profondo conoscitore delle leggi, avrebbe nascosto o stravolto il senso dell'art. 11 comma 3 lettera F finendo col fare del male ai propri associati. E per paradossale che possa sembrare, con Carnacina debitamente defilato, sì è sollevata una cortina fumogena che ha rilanciato vecchi slogan e timori per la pesca, l'agricoltura, la presunta assurdità di "domandare il permesso per uscire dalla propria casa", con attacchi sul piano personale ai cacciatori in possesso delle autorizzazioni firmate da Mainardi.
Potrebbe essere una leggenda metropolitana, ma alcuni di questi sarebbero stati "visitati" da un gruppo di amici cacciatori che avrebbe "requisito" il documento. Ma questo è già un altro discorso che riguarda la democrazia in salsa portotollese.