Stanza della Segnatura
Parnaso
(1510-1511)
Affresco; base m 6,70. Roma, Palazzo Vaticano, Stanza della Segnatura

«O buon Apollo, all'ultimo lavoro / Fammi del tuo valor si fatto vaso, / Come domandi a dar l'amato alloro. / Infino a qui l'un gioco di Parnaso / Assai mi fu; ma or con ambedue / M'è uopo entrar nell'aringo rimaso. / Entra nel petto mio, e spira tue, / Sì come quando Marsia traesti / Della vagina delle membra sue».
Probabilmente è a questo passo del Purgatorio dantesco (I, 13-21) che Raffaello si ispira per rappresentare la scena del Parnaso. La divisione del monte in due falde, al di qua ed al di là della finestra, allude infatti ai due "gioghi", uno sacro alle Muse e l'altro ad Apollo, mentre non si può far a meno di notare che la scritta «NUMINE AFFLATUR» («E' ispirata a Dio») che compare sulla volta nel tondo della Poesia rammenta l'«entra nel petto mio, e spira tue» del passo della commedia appena ricordato. Nè a questo punto sembra un caso che - sempre sulla volta- compaiono proprio Apollo e Marsia, la cui presenza trova puntuale giustificazione nell'interpretazione dantesca del fatto mitologico che viene visto come momento di rinascita e non come semplice punizione. Infine assume valore ben più pregnante la presenza di Dante che qui hga il privilegio di essere il più vicino al poeta dei poeti, per non dire della Poesia fatta persona, Omero, le cui fattezze, come mostra assai meglio un disegno conservato a Windsor, ricordano inequivocalbilmente quelle di Laocoonte. Il gruppo marmoreo del II-I secolo a.C. ritrovato a Roma il 14 Gennaio 1506, era stato acquistato da Giulio II e collocato nella cosiddetta corte delle statue dove aveva suscitao l'interesse dei maggiori artisti presenti a Roma, incluso, ovviamente, Raffaello.
Ma l'idea che sottende la rappresentazione del Parnaso della Stnaza della Segnatura è quella, ancora una volta, di stabilire una relazione fra la grandezza mitica del passato e le splendide glòorie del presente. Per questo, oltre alle Muse, si avvicendano sul monte poeti moderni ed antichi vati e per questo Apollo non suona l'antica cetra, ma la moderna lira da braccio le cui corde sono state portate a nove in omaggio al numero delle Muse. Non solo, ma l'attenzione alle vicende ed alle relazioni fra i singoli poeti è da parte di Raffaello estremamente accurata.
Così, a ben guardare, il cartiglio che Saffo porta in mano non è la semplice indicazione della sua identità, ma la firma di uno scritto che s'intravde dalle volute del rotolo cartaceo (meglio, pergamenaceo): verosimilmente la lettera che la poetessa avrebbe scritto a Faone prima di suicidarsi per amor suo. Allora, infatti, si pensava che la versione poetica cello scritto pervenuta attraverso Ovidio fosse stata esemplata dal poeta romano sull'originale. Alla luce del passo ovidiano che racconta come, prima di morire, la poetessa abbia offerto ad Apollo in segno di ringraziamento la lira con cui compose tanti immortali versi («Gratia Iyram posui tibi, Phoebe, poetria Sappho...»), si spiga l'atteggiamento della figura accanto a lei. Nè appare casualeche, nel gruppo di poeti che le sono dinanzi, variamente indentificati come Alceo, Anacreonte e Corinna, compaia, a sinistra dell'albero, Petrarca che aveva cantato il suo sfortunato amore per Laura. Più in alto, all'ombra dei lauri Ennio ascolta rapito Omero, lui che da Orazio aer considerato L'"alter Homerus" e che, anzi, secondo la tradizione classica raccolta da Lucrezio (e forse nota allo stesso raffaello) sarebbe stato addirittura la reincarnazione di Omero. NOn tutte le figure dei poeti sono state identificate, ma è facile individuare dietro l'immagine di Omero quella di Virgilio che addita la via di Dante. Seguono le Muse che ricordano Apollo, mentre sul crinale destro del monte si possono individuare (da sinistra a destra): il Castiglione con la barba (secondo altri il Tebaldeo o, addirittura, Michelangelo Poeta), Boccaccio, Tibullo, Ariosto (con la barba bianca), Properzio. Seguono ancora il Sannazaro che fa il segno del silenzio e Ovidio. In basso fa da contrappunto a Saffo Orazio, il cui gesto dimostrativo si rivolge fuori dall'opera, quasi a indicare qualcuno presente nella stnaza, probabilmente lo stesso committente, Giulio II.