Stanza della Segnatura
Scuola di Atene (1509-1510)
Affresco; base
m 7,70.Roma, Palazzo Vaticano, Stanza della Segantura
Evoluzione dellos tudiolo
rinascimentale, la Stanza della Segnatura (detta così perchè
sede - sotto Paolo II - del tribunale ecclesiastico della
"Signaturae Gratiae") mostra una novità importante per
la sotituzione delle tradizionali statistiche teorie di ritratti
di uomini illustri (come nel caso dello studiolo di Federico da
Montefeltro a Urbino) con affreschi, quali la Disputa del
Sacramento, il Parnaso, le Virtù e soprattutto la scuola
d'Atene, dove sapienti d'ogni epoca discutono animatamente circa
il raggiungimento della Verità.
Se infatti la Disputa rappresenta la Verità rivelata da Dio, la
Scuola riunisce in un tempio ideale (quello della Conoscenza, che
non è la Sapienza), dinanzi alle divinità tutelari delle arti
(Apollo) e dell'intelligenza (Minerva), quanto di meglio la
razionalità dell'uomo abbia prodotto sulla speculazione intorno
alla Verità. Una ricognizione che si è dipanata per secoli fra
dubbi e incertezze e che pure è riuscita a cogliere almeno il
riflesso dellAssoluto. E' infatti ancora questo il tema del
contendere: la ricerca razionale del Vero. Altrimenti non si
spiegherebbe perchè, al centro delle scena, Aristotele e Platone
(che ha le fattezze di Leonardo da Vinci) indicano ognuno con un
gesto diverso, sintesi delle proprie convinzioni filosofiche, la
strada per raggiungere razionalmente il Vero. Così Platone, che
tiene in mano il Timao, alza il dito al cielo per riferirsi al
modo delle idee, mentre Aristotele, che porta con sè il libro
dell'Etica, distende la mano verso il basso a significare che la
chiave per conoscere la Verità si trova nell'indagine delle cose
di questo mondo. Tutt'intorno, a gruppi, si raccologono
scienziati e filosofi assolti nelle loro attività speculative.
Così, sull'estrema sinistra, accanto al vecchio Zenone, Epicuro
incoronato di pampini legge e annota un libro. Più in basso,
Pitagora sicuramente scrive le proprie impressioni riguardo alla
strana figura che compare sulla lavagna nera che gli è accanto.
Si tratta di un diagramma che mostra sia i rapporti musicali
(diatessaron, diapente e diapason), sia la cosiddetta deka,
l'insieme dei numeri su cui doveva basarsi l'armonia
dell'univesro. Va da sè che le teorie pitagoriche passarono nel
pensiero platonico e da lì nel neoplatonismo rinascimentale,
ovverosia fra le nozioni cui attinge sicuramente Raffaello. Ma
Raffaello non si accontenta di citare le figure dei grandi
filosofi fini a se stesse. L'urbinate si preoccupa di creare una
sorta di continuità fra il passato ed il presente stabilendo
dlle relazioni fra le grandi personalità a lui contemporanee e
quelle dei gloriosi secoli trascorsi. Così, se Platone ha avuto
in prestito il volto da Leonardo da Vinci, Michelangelo veste i
panni di Eraclito al centro del proscenio, mentre il giovane
dalle bianche vesti dietro la figura di Parmenide (o Senocrate o
Aristosseno) è ancora una volta Francesco Maria della Rovere,
presente anche nella Disputa. Sulla destra, Bramante presta
atteggiamento e forme a Euclide e, forse in omaggio al grande
architetto marchigiano artefice della sua fortuna (era stato lui
a suggerire a Giulio II di chiamarlo), l'urbinate appone la
propria sigla, R.V.S.M. ossia "Raphael Urbinas sua
manu", sullo scollo della tunica del grande filosofo greco.
Zoroastro, dal canto suo, ha l'effigie di Pietro Bembo, accanto
al quale non è difficile riconoscere lo stesso Raffaello e,
forse, il Sodoma; di spalle Tolomeo, l'astrnomo e il geografo per
eccellenza. Va notato, però, che allora si era soliti confondere
lo scienziato alessandrino del II secolo d.C. con gli omonimi
appartenenti alla dinastia dei Tolemaidi, ultimi eredi della
grandezza dei Faraoni. Per tale disguido Raffaello lo raffigura
con la corona in testa come se fosse un sovrano. M questo non
vuol dire che l'urbinato non sia attento alle fisionomie dei
grandi. Se Diogene, megro e disteso accanto alla proverbiale
ciotola è uan ricostruzione di fantasia (ancorchè efficace),
Socrate è la vivificazione dei busti marmorei che l'antichità
ha tramandato fino al tempo di Raffaello.