Notizie sul nome proprio "Bafia" e sul nome comune "bafia"
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Bafia "rifondata" a Roma
Nella toponomastica del Comune di Roma c'è pure "Via Bafia". Si trova nella zona di Vermicino, lungo la Strada Statale n. 125.
La nostra Bafia è in buona compagnia. Le sono vicine "Via Castiglione di Sicilia" e "Via Racalmuno" (il paese di Leonardo Sciascia), ma ci sono pure "Via Brolo", "Via Piraino", "Via Isole delle Femmine", "Via Calvaruso", "Via Melilli" e tante altre vie siciliane.
Sarebbe interessante scoprire il motivo di tale intitolazione o quantomeno conoscere il promotore dell'iniziativa (sicuramente un Bafioto!!)

L'altra Bafia, quella del Camerun in Africa
Il resoconto di chi a Bafia c'è stato e ci vive

Lettera di una missionaria
Suor Vilma Tallone, una delle Figlie di Maria Ausiliatrice del Piemonte
Carissimi, eccomi con qualche notizia, ma per ora senza foto (come invece qualcuno di voi ha chiesto) perché non possediamo un apparecchio numerico e neppure un altro quindi... abbiate pazienza. Un poco per volta ci attrezzeremo per farvi partecipi della nostra vita.
Vi scrivo da Bafia, dove io sono arrivata il 5 settembre, sr Joanna, la mia consorella polacca, il 25 settembre. Viviamo in un mini appartamento sopra la cattedrale: due camerette,un cucinino, una doccia.
Bafia é una cittadina di 55 000 abitanti, ma praticamente una zona rurale, dove tutti lavorano la terra.
L’alimento base è il mais, ma ci sono anche verdure e tuberi e dolcissimi ananas.
Il nome BAFIA è stato dato dai Tedeschi, i primi colonizzatori verso il 1885, che chiesero a un indigeno il nome della regione. Questo cacciatore, pensando che gli chiedessero come si chiamasse, rispose in lingua: mi chiamo Bofia Nkano. Di qui il nome Bafia.
I Tedeschi lasciarono il Cameroun dopo la sconfitta della Prima Guerra mondiale e il Cameroun venne diviso tra Francesi e Inglesi. A Bafia siamo ancora in zona francofona.
Siamo in clima tipicamente tropicale con sole due stagioni: una secca, lunga (7-9 mesi) e l'altra piovosa, corta. Ora siamo in stagione piovosa, quindi piove almeno una volta la settimana e almeno la notte fa un po’ più fresco: 25°- 28°. Anzi quest’anno piove troppo e il cacao marcisce nei campi. Il giorno, quando non piove, la temperatura sale a 38° e dato che é umido, si sta male. In novembre la pioggia cesserà e ci sarà l'harmattan, il vento secco del deserto con polvere e ancora polvere di sabbia, con notti fresche e giorni caldi. Da fine gennaio a fine giugno sarà la stagione caldissima, sempre secca, con 40° a volte anche la notte. Il clima è rude e dobbiamo abituarci. In un mese ho già sofferto due crisi di malaria.
Tutte e due lavoriamo al servizio della Diocesi, per l'animazione pastorale: dato che ci sono tanti villaggi con parrocchie sperdute, tutte le riunioni si fanno qui e noi siamo nell'équipe che coordina queste riunioni per la scuola, la salute, l'evangelizzazione, per l'acqua e tutto quello che potete immaginare. Tra le malattie che imperversano qui c’è l’epilessia e non sappiamo la causa di questa concentrazione di malati. L’Università di Roma sta studiando il fenomeno con un gruppo di missionari e medici locali. Speriamo portino a termine la ricerca.
Se cercavo la povertà, qui ce n’è da vendere. Povertà economica di chi vive d’un lavoro duro e molto precario, perché in balia dei capricci della natura. Povertà di sviluppo intellettuale, perché regioni all’interno dello Stato, da sempre poco considerate e senza strutture. Certo, ci sono scuole, arrivate negli anni della colonizzazione, ma povere e spoglie, dove è difficile scegliere se sedersi per terra o su degli assi che tagliano il di dietro. Qualche eccezione c’è, grazie a qualche organismo che costruisce qui una scuola, là un ospedale….
Io mi occupo di un Centro che accoglie e ospita la gente della Diocesi, ma anche turisti di passaggio, viaggiatori e i politici e amministratori locali che approfittano delle nostre strutture per incontri, seminari, pranzi di gala. Questa seconda categoria di gente ci serve per finanziare la struttura che è una vera chance per la Diocesi.
Il Centro è molto mal messo quindi sto lavorando col Vescovo e l'Economo della Diocesi per rimetterlo in sesto e farne un Centro “Congressi” moderno e efficace, per usare una parola d’effetto. Per ora lotto contro mancanza d’acqua, di luce, di pulizia, di materiale… Speravo di non dovermi occupare di costruzioni, invece mi chiedono di ristrutturare i dormitori in camerette, équipées di semplici toilettes, eliminando le vecchie strutture sanitarie, che per pulire ho usato quattro litri di acido cloridrico (pazienza se faccio gridare i protettori della natura…).
Nella parrocchia della cattedrale dove risiediamo c'è anche una scuola cattolica elementare con 2 000 allievi. Questi bambini hanno un grosso problema perché nella loro scuola non c'é un pozzo, quindi portano da casa una bottiglia d'acqua, ma col caldo e le 7 ore quotidiane di scuola, l'acqua finisce e i bimbi hanno sempre sete.
Il nostro primo progetto è di aiutarli a costruire un pozzo con una pompa manuale, facendo partecipare anche i genitori, che in generale sono davvero molto poveri.
La costruzione del pozzo deve raggiungere almeno 45 metri di profondità per trovare una nappa sufficiente e costa circa 4 000 euro. La Scuola elementare di Chieri Santa Teresa ha già accettato di contribuire. Se volete partecipare anche voi alla costruzione di questo pozzo, potete organizzarvi come volete.
Noi sappiamo che con la buona volontà di tutti un po’ alla volta ci arriveremo.

Alcuni degli amici e conoscenti, incontrati l’estate scorsa, mi chiedevano come partecipare allo sviluppo dei bambini e ragazzi con delle adozioni a distanza.
Noi chiediamo come contributo per una adozione di un bimbo/a della scuola materna o elementare un versamento di 150 euro annui, che possono essere donati in una sola volta o a rate. Per l’adozione di ragazzi/e della secondaria (media e superiore, classica o tecnica) chiediamo un aiuto di 250/300 euro annui. Questi aiuti servono per pagare la scuola (anche la pubblica è sempre pagante), i libri, la divisa, le medicine quando il bimbo è malato; l’affitto di una camera per i ragazzi che vengono dai villaggi…a volte il vitto. Se volete un’adozione, indicate il tipo scelto, noi vi invieremo la foto e una scheda con delle notizie anagrafiche. Due volte all’anno vi aggiorneremo sulla situazione del bambino o ragazzo. L’adottato potrà scrivervi, ma sempre tramite noi, perché vogliamo assolutamente evitare che il legame diventi un “dammi, dammi, dammi….”
Per i versamenti, soprattutto modesti, potete utilizzare il conto che ho aperto a Torino e che gestisco tramite internet. E un conto a basso costo e Mario, mio fratello, si incarica, dietro mia richiesta, di fare un bonifico raggruppando le offerte, sulla nostra Banca à Yaoundé.
E’ un conto corrente”zerotondo”. Banca: INTESA SANPAOLO Torino - Intestato a Vilma TALLONE Via Raccone, 6 - 10090 St Raffaele Cimena - Conto n° 62304 ABI: 01025 CAB: 01010
La rendicontazione per internet mi dà esattamente l’importo accreditato, ma non il nome e la ragione del donatore, quindi per favore, quando fate un’operazione, anche piccola, segnalatemela sempre tramite posta elettronica al mio indirizzo: tallone_vilma@yahoo.fr (il trattino tra tallone e vilma è in basso!) in modo che possa sapere per chi o che cosa fate il dono e ringraziarvi. Se non rispondo è perché non ho ricevuto, quindi inviate il messaggio una seconda volta.
Intanto vi saluto, vi ringrazio ancora dell’affetto e degli aiuti datami durante il soggiorno estivo in Italia. Il vostro pensiero mi sostiene e mi dà coraggio. Anch’io vi porto in cuore: con i vostri volti ricordo le vostre gioie e preoccupazioni e le offro, con la mia vita, al Signore.
Vi abbraccio ciascuno e vi prometto che non vi lascerò senza notizie e che appena potrò, vi manderò qualche foto. Un caro abbraccio
Sr Vilma TALLONE e sr Joanna Wala
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Chi è Suor VILMA TALLONE ?
Suor
Vilma è nata a Cavallermaggiore-Cuneo, in Italia nel 1948. È laureata in
lettere ed è stata insegnante di scuola superiore, oltre ad essere animatrice
di Centri giovanili. È stata missionaria in Africa per 25 anni, arrivando a
Port-Gentil in Gabon nell’82. Durante la sua esperienza missionaria ha curato
molti progetti per la formazione dei giovani, ed è stata direttrice di
una grande scuola professionale.
Dal 1997 al 2004 è stata ispettrice dell’ispettoria Africana dell’Africa
Ovest (AFO) succedendo a Madre Yvonne. Durante questi anni ha seguito la nascita
di nuove fondazioni nella sua ispettoria che comprendeva 8 nazioni. Attualmente
è responsabile di un Centro diocesano di spiritualità e di pastorale a Bafia
in Camerun.
(Fonte: http://www.fmapiemonte.it/ammgen)
Ed eccoci a Bafia in Camerun
(FONTE: http://www.pbase.com/fuenfzig/cameroon)

19 luglio 2005 - On the way to Bafia

19 luglio 2005 - On the way to Bafia

19 luglio 2005 - On the way to Bafia

19 luglio 2005 - On the way to Bafia
La diocesi di Bafia in Camerun
La diocesi di Bafia (in latino: Dioecesis Bafiensis) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell'arcidiocesi di Yaoundè. È stata costituita il 6 luglio 1965 e attualmente è retta dal vescovo Jean-Marie Benoit Balla.
La diocesi comprende la città di Bafia. Il territorio
è suddiviso in 21 parrocchie. La diocesi al termine dell'anno 2004, su una
popolazione di 400.000 persone, contava 202.953 battezzati, corrispondenti al
50,7% del totale.
|
Anno |
Popolazione |
Sacerdoti |
Diaconi |
Religiosi |
Parrocchie |
||||||
|
|
battezzati |
totale |
% |
numero |
secolari |
regolari |
per |
|
uomini |
donne |
|
|
1970 |
53.308 |
153.417 |
34,7 |
19 |
|
19 |
2.805 |
|
24 |
49 |
54 |
|
1980 |
76.555 |
215.055 |
35,6 |
26 |
4 |
22 |
2.944 |
|
30 |
66 |
15 |
|
1990 |
89.414 |
273.000 |
32,8 |
18 |
7 |
11 |
4.967 |
|
14 |
45 |
18 |
|
1999 |
130.400 |
301.750 |
43,2 |
18 |
10 |
8 |
7.244 |
|
14 |
44 |
15 |
|
2000 |
131.430 |
307.700 |
42,7 |
20 |
11 |
9 |
6.571 |
|
16 |
47 |
15 |
|
2001 |
143.258 |
321.480 |
44,6 |
21 |
14 |
7 |
6.821 |
|
16 |
47 |
15 |
|
2002 |
197.054 |
325.000 |
60,6 |
21 |
14 |
7 |
9.383 |
|
11 |
46 |
15 |
|
2003 |
197.100 |
330.000 |
59,7 |
20 |
13 |
7 |
9.855 |
|
12 |
45 |
15 |
|
2004 |
202.953 |
400.000 |
50,7 |
22 |
14 |
8 |
9.225 |
|
11 |
33 |
21 |
(Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Diocesi_di_Bafia)
Bafia è anche un cognome
Lei è Cindy Bafia
2007 University of Lethbridge Summer Student Exchange.Participants: Cindy Bafia.
"I am cindy bafia and im in the new media program. 3rd year. Im not sure what to write. I am 22 and i'll be bringing a laptop on the trip and I am looking forward to it all and exploring and having fun and being outgoing. I have learned japanese on my own a bit so it'll be cool to use it in Japan and try to figure out some things. I like playing the UFO catcher games and I like anime and unique Japanese fashion - like the gothic lolita or harajuku style". (Fonte: http://classes.uleth.ca/200702/idst2600x/participants/pics/cincy.jpg&f=secimm)
Lui è Rich Bafia
Il nostro Rich, noto campione di baseball, in compagnia di Miss Indiana, di Peter Jennings, di Bill Bryk e Lloyd McCleandon.
(Fonte: www.triplecrownbaseballacademy.com/.../miss_indiana.jpg)
Lui è Larry Bafia, Head of Animation
"An animator who works with numerous media,
Larry started his career in stop motion and claymation before moving into CGI.
During his seven year tenure as Commercial Animation Director at PDI/Dreamworks,
Larry directed commercials for many top clients including Coca-Cola, Sega, Intel,
Kraft, Circle K, and Saturn.
While with PDI/Dreamworks, Larry was also Sequence Lead Animator on several hit
films including Antz, Batman & Robin, A Simple Wish, and was a Sequence
Animation Supervisor for Mission Impossible II. In addition, Larry served as
Animation Supervisor for the Stop Motion Division on Tim Burton's feature Mars
Attacks.
In 2002, Larry founded his own CGI company Blam! Animation. As the company's
Creative Director, Larry continues to develop commercials with animated
characters. Program Requirements:
Successful completion of the VFS Foundation Visual Art & Design program
A visual art portfolio of your work that includes life drawings and 3D computer work (maximum 12 pieces). If you do not have 3D work, a combination of other computer work may be acceptable (e.g. Photoshop, Flash, Illustrator, etc.)".
(Fonte: http://www.vfs.com/images_staff/3D/larry_bafia_L.jpg)
Ma ci sono ancora tantissimi altri cognomi Bafia ...
Lui è invece un Gorilla "Bafia"
(Fonte: www.ionastewart.co.uk/assets/196x280/bafia_sketch.jpg)
Bafia è anche il nome di un violino
"Szymon Bafia Zakopane Polish Vln"
(Fonte: http://finestringinstruments.com)
E poi c'è "Nisi di Bafia"
Nisi di Bafia è un protagonista del racconto dal titolo "La truvatura di Urchìa" di Sebastiano Lo Iacono (con disegni di Enzo Salinitro). Settembre - ottobre 2003. Il racconto è pubblicato sul sito web www.mistretta.eu/Testi/URCHIA.doc.
Ecco il testo: -
===========================================================
L a t r u v a t u r a d i U r c h ì a
di Sebastiano Lo Iacono
(Disegni
di Enzo Salanitro)
<<Minchia, ancora ne debbono passare di bare
(casciazze da morto,
tabbuti) davanti a-mmia?>>
UN IMPUTATO MAFIOSO
Urk
Urkhalamèk suono cupo e indistinto d'infanzia è. Vi pare che sia suoneria
argentina? No, non è suono liscio, che scivola,
sbrilla e scintillìa. Suono roco che viene da rimettere è. Romore d'arca e
d'arcano, che singhiozza e affòca. Suono senza scampo è.
Deriva da 'sto
fonema di sciarra senza fragranzia, non si sa cuòme e perché, la nominanzia di
Urchìa, paese ariècito, costruito a manconìa, allatere, senza benedizione di
sole, piatuso, scontruso e focuso di passioni, dove fui testimonio non
abbolontario di cotesta historia tristissima, tragica, nonché senza sprànza e
libbeittade.
Urchìa, auòra
assalito da lupiranni d'inverno, ora pro nobisse che la stasciòne bella non
c’è piùe, né giammai lo sarà, èni scomparso dalle mappe senza alfabeto
della vuscaglia trimilllennaria. La terra se l'è socato, vivo vivo, con strade
e banedde, cortili di pietra 'renaria, anditi senza infiorescenze, palazzoni e
balconi con cipolle al chiodo, meloni gialli pinnolianti, fichi sdisiccati e
mele verdose nella rete del
malopasso silenzioso.
La nomea arcigna
e maligna di Urchiàmisi matrigna conserva ancuòra misteri non allittrabili:
quell'Urk e quell'Urkhalamèk, da cui figliò toponimo della paisanza senza
cristianitade, fa favoleggiare gentuzze babbe e savie, ognora et semper, a
proposito e sproposito, niente di meno che di Acapurco e Sammarcàndia.
Urchìa non fùe
Acapulco: ve lo dico io! Urchìa manco Sammarcanda fu: ve l'assicuro! Urchìa fu
detta, o spisso spisso, Sodomìa e Gomorria, per la mala pianta del malo costume
suo e i malivizi delle genti sue sdirrupate, che vissero tribolando l'esistenzia.
Ma, bolendo essere nell’onestitudine, anche 'ste soprannominanze d'infamitade
risultano un torto alla cosa come di fatto fùe.
A Urchìa, dove
la fame si tagliava a coltillate, non c'era àlica né valìa di gomorriare e
sodommiare: c'era solo àura d'assassinio abbolontà e aggratis; e
fùe quìne, a Urchìa assassina, dove c'erano sette quartieri, che fui
testimonio della strage magna.
Giuro che dirò
veritade massima: ve ne farete pensata che più v'aggrada. Fui testimonio, a
carico e discarico, di fatti tremendissimi e malantrinerie, latronerie e braverìe
ferali, che nel dirle, intorcinandole nella rosa della prosa poco aulente e poco
aurea, fanno scantazzare ognissanto.
Lo scantazzo
bolico di Urchìa non c'è più, salarato Dio, ma è come se ci fusse ancora,
fino a quando abbriganti, lestifanti e malantrini si rauneranno nella comarca
del malaffare di Urchìalamek, che Acapulco non fu, né Sammarcanda
addivenne, ma nominanzia ebbe di
paisazzo del delitto senza
finitudine.
S'era nell'anno
del Signore che non si rammenta piùe. Chi puòte arricordare la scansione del
tempo, se, all'ebbica catastrofica, la turbinosa furia degli eventi non ebbe
addimensione? L'annata s'era
sdipanata trivolosa. La carestia smanciava casuzze
e figli di mamma.
Le campagne di
Ciddìa, Cicè, Cuzzo di Fuga, Cànnito Soprano e Sottano, Marinello, Marasciò,
Mellisa, Rococazzo, Ramo da Cucina, Barca Ranni, San Simonìase, Scàmmari e
Raumèi s'erano sdisiccate sane sane. Anche le vigne di Rocca dell'Aquila
s'erano ammorbate
col morbo di Pantelleria; la 'siatica, poscia, la malattia delle vièstie,
avea addinocchiato i vaccari di contrada Dammuso. Vacche, tori,
cràsti, biecchi gialli, caproni puzzosi di biccùme, erano nella
putrescenza della piaga vaiolifera. La tifoseria del tifo
petecchiale, il virulemma bestiale e umanisso, scancaràva a dovere
ossame malonutrito e pelame arrassato.
L'omeni dabbene
aveano feudi sterminati a la campìa e i povirtuma masticavano aglio, cavoli e
cicoria di campagna. Non si mangiava carne, né formaggio nei quartieri settani
del paiso. Si contavano i morti della morìa e lo dammeddà del martòrio
campanario sdrovigliava, a malanova, piccirilli e capi d'affari.
Da mane a sera,
senza risetto, i mortacci puzzavano
nelle case a manconìa e il parentado recitava salmi e liturgie, senza parrini
di fede cristiana, ché non c'erano figli di latte di mamma in stato di tonaca
di salivamiento.
Ammia, a mia che
fui parrino di chiesa, non mi volevano di dominica, manco aggratis, per recitare
avemmarie e ‘stremunzioni di parrocchia!
Al Castillo, a
San Ciuvanni, a Matri da Santuzza, a Sannicola di Bari, al Palo, a Saddìo, a
Santa Rosalba del Rosario, nei sette quartieri soprani e negli altri borghi
sottani, s'appressava peste lebbrosa nelle case di mamma, morte bottanica e
ferale, senza gingillerìe e cortesie, senza dire c'è pormisso, senza
pipitiàre s'accomodi e s'assettasse; s'avvinghiava a cosce, braccia,
mani, ‘nta l'uocchie e auricchie, a cancarena di carne, e non c'erano mièrici
di Spagna
o mericine d'Oltreoceano che si capacitassero di
sdirrignare la malìa cancherosa che rodìa et rodiava anime et corpora. E
accussine le torri campanarie delle
cento chiese sbacantate sonavano a malanotizia, a martòrio perenne: cinque
corpa di battaglio, se il morto era mascolo;
quattro, se femmina.
A Urchìa, paiso
malostrambo, c'era codesta spariggità irrevocabile, all'epoca dei briganti
maiorini, altrimenti intesi brigantoni della carnezzeria umana.
La maggioritate
del paese taceva, non audiva, né
antivedeva lo sviluppo dello scasso; e così, ognarùno e tutti, non s'avvidero,
a occhi sbarati, di millesime stregonerie, ammazzatine, scannamenti e terramoti
per causa della maledetta trovatura che si diceva
fosse stata seppelluta, forse dagli arabi o dalle genti della Turcherìa,
nel core segreto e petroso della montagna del Pizzo di Sant'Arianna.
Questa, addunque,
dicesi essere la storia d'una orcagna trovatura che si cercava per avuglia
spersa e sparsa nel pagliaio
della povertade paesana.
Urchìa povera,
ahimia, sognava ogni dìa la trovatura sfatturata, cosa che poi addiportò lo
sconquasso della strage che il sottoscritto sottoscrive in qualitade di
testimonio addirettissimo. Al Castillo superno, l'adocchiavano di notte, nella
sonnolenza della fame; a Saddìo,
l'aruravano nelle messe nigre
dell'alborada; a Sannicola, supplicavano magàre
affinché rivelassero nummero, via, loco, stazione, postazione, putìa,
strada e contrada, dov'era stata ascosa nelle tèmpora della nottoria.
L'anno in cui
avvennero i fatti che m'accingo a rammemorare, fu quello in cui venne fusa la
campana del Rosario. Si fece fistino grande, non ci fu banda di musicanti; ci
furono sparo di botti, mascunate e tavola conzata. Si masticarono carduna,
cavolazzi amari, cavoliceddi dolci, smozzatura, giràse, pèrsiche
di Lionforti e mandarini di
Pitinìo; non ci furono cuòsti sulla carbonella, perché la pestilenzia
s'attribuiva alle vièstie e mangiare carne era divieto, tabuìsso magno su
ordinanzia di sindaco e capitano.
L'anno dopo, se
bene rimembro, ci sarebbe stato il tremuoto, quello che distrusse la comarca,
subissò le gentuzze scantoline, tanto che, solo accossine, Urchìa scomparve
dalla facciarcigna
della terra spigolosa.
Temo di non
sapere arraccontare i fatti, quelli cosiddetti per filo e per segno, bensì il
rovescio e contrario del fatto in sè
e per sè, ovvero il controfatto,
forse il non fatto; temo che gli strafatti che riferirò possano nuocere
all'intelletto d'amore e all'animo razionalis; mi
scanto che i fattacci possano altresine essere scambiati per atti fantàsimi,
che mai s'ebbero a verificare, la di cui ascoltazione possa stomacare chi di
stomaco debole è; temo che la fattualità, il diritto della cosa, sia
più difficile da rinnovellare della controffattualità, ossia
il rovescio della cosa medesima; suppongo, infine, che onde uscire
dall'ingorgo e laberinto del brivido finirò per certificare la controffattualità
babba, il rovescio del fatto, il
rovescio della cittade di Urchìa, il rovescio della montagna che stace nella
marina, il rovescio del mare ch'eni
montatura di terra, il rovescio dei boschi ch'èni
pianeta di pianura, il rovescio dell'assassinio che fùe carizza
traditora, il rovescio delle case e strade, il rovescio della carta abbollata,
il rovescio della superficie, il rovescio della trama, il rovescio della
trovatura ch'eni spazzatura, il rovescio della sparatoria, il rovescio
della minnicazione, il rovescio
dello zero ch'eni zero, il rovescio del rovescio, piuttosto che arrisicarmi
nello spavento dello scantazzo bolico; ma priegovi credere anche alla
controffattualità indecisa e
imprecisa del rovescio a rovescio.
Sciàto ci vòle,
sciàto mio a mantice, sciàto d'organo di cattedrale, a perciocché‚ il si
pigghia e s'arraccunta non arranchi, ranto ranto, nella khronica fattuale, anzi
l'oltrepassi e trascenda, senza scanto, e alfine s'assodi, fermo fermo, sulle
male banelle, su scalìnate, purtùna, cantunère, pisòla, archi, archèmisi,
barcuna a panza, finestre e purtedda, spràglie e jattaruòli, davanzali e ràste
(sciàto mio, forza!) di Urchìa nevosa, Urchìa senza pietade, Urchìa
arraggiata, arraggionata, rugginosa e pruriginosa, onde il narrabile possa
infiocchettarsi senza birignao e dindirindà.
S'era di mattina,
una mattina di giugnetto, e come ogni mattina di giugnetto, a Urchìa sdisolata,
partiva per la campìa Alfonso Berrettarossa, detto Vampasciùscia.
Berrettarossa avea fama d'omo di legge, senza legge d'uomo e di Dio. La sua
legge era la legge della contea di Urchìa. Nella baronia a sud della comarca,
Alfonso Vampasciùscia comannava da capocampiere su omeni dabbene e briganti,
sui pavidi del paese con nasca rossa e su quelli della campagna a ventre gonfio
di dissenteria.
Lo stesso
principe Jachiddo Salmòstata, detto l'Arduino, omo di panza strapotente, lo
temeva, tanto che più fiate s'era rivolto a tale Nisi di
Bafia, mascolone reputato di coraggio, affinché‚ Vampasciùscia fosse
messo a regime, calmato, limitato e, addirittura, ad uso di stortura, eliminato
e astutato. Ma come controllare il capocontrollore? Come eliminare e parannare
le sovrastanti soperchierie del guappo di pelo ròscio, senza mettere mano a
fucile, schioppo, bombarda e coltello?
Vampasciùscia
fumava il sicarro, si diceva fosse sicario, incuitava femmine belle, signorine e
maritate, faceva magarìe onde trovare e possedere la trovatura magna. Era
prepotentone, saltafosse e mascarzone, che non addivenne savio giammai.
Con giubbotto e giberne, guantoni di cuoio e pantaloni di velluto s'esibiva in
piazza e nelle campìe, sparando
all'ammazzata. Percacciava fanciulle con gli occhi da stròligo; amminazzava
contadini senza còta, arrobbava
mule fàuse e manse, scuitava ogni cane che dorme. Ruvido era, gravido di
collera che sfogava anche con l'ummira propria; con la raucedine vocale
mentovava minacce e sacramintava come il turco infedele. La Maronna Santissima
la pronunciava appena appena e quando bastimiava si sbloccava nella non paralisi
del verbo singultante sacramentazioni.
<<Porca
Ma...>>, lampeggiavano così le sue bastimiate.
<<Porca
Mattinata, porca Masticante, porca Malalingua...>>, accussine proseguiva
nella solfa.
<<Perché‚
vi addiportate accossine?>>, gli chiedeva la coscienza lupinaria.
<<Inca
propria!>>, rispondevasi.
Dipoi, a fine
dialogo interiore, inforcava stivali, fucile, cortello, cintura, cappiddazzo,
cappotto, controcappotto e sacchina; sistemava la cavalla con mussile e
sottopanza e s'addiportava verso Mascellino, Aràntaco, Cannarozzo,
Cufudè, Matanò, Matacò,
Basicumè, Torcimella,
Femmina Morta, Mulucucù, tutte contrade del dominio suo, alla
ricerca della trovatura malovèrsa. A Mulucucù ci fùe il primo
avvertimento a Nisi.
<<Ti
scannarozzo tutto -minacciò
Berrettarossa- se passi ancora da
‘sti banni banni>>.
Lo scuontro,
fronte a fronte, tra Berrettarossa e Nisi di Bafia
venne rinviato. Anche Nisi, meschino
isso, cercava la trovatura e s'era
messo nella capa tosta di fottere quel viddano
caino e canino di Berrettarossa.
La mattina dopo
non s'audì scampanìo di campana del Rosario e, quando s'intravvidero nel
malopasso di contrada Barafù, il secondo fulminò il primo con la fucilata che
trapana, scassa e attassa il petto, soffocando alùme e alito, pnèuma e spìrto.
Era il giorno della festa
in chiesa della Maronna della Mazza, la matruzza della caritade
ch'aiutava femmine malmmaritate e vastunate con la vìria della santa ragione da
mariti di vino e sangue pazzigno.
E quando, alla
fine della funzione in chiesa, per la quale era venuto il parroco da fuori
paese, don Filippo Artù, si fece voce dell'ammazzatina ferale si rebricò che a
Urchìa sarebbe addivenuto tempo di sicuranza nelle strade e vanelle, nelle campìe
e nei feudi della baronia grande.
Anche il principe
Jachiddo, pavonazzo, non si seppe se di scanto o di osanna, respirò a bocconate
soffocate. Non pipitiò nulla. Temeva addiora, addiggiustamente, che Nisi
di Bafia sarebbe addiventato stessa rogna e carogna di cristiano, tale e
quale Berrettarossa era stato. Addiggiusto almanaccava, il principo Jachiddo,
con mille canne di arragione. E così fùe: Nisi di Bafia
regnò e sdirregnò alla stessa maniera del campiere ch'avea occhi di
ruggine e mani pelose. Si diceva, difattòbis, che Nisi fosse zigano,
venuto da lontano, capace di
banniare serenate di notte e spizzicare violini; si diceva, inoltranza, che Urchìa
fosse addiventata più tanfosa di
prima, da quando la chenca di lui s'era imposta con la faccia da spillisèo
d'un Nisi qualunque,
ch'avea, si, astutato quel Vampasciuscia d'un Berrettarossa ròscio e,
addipoi, s'era anch'egli messo nella cuticagna l'idea di
assottomettere i babbasciùscia
della contrada venefica e malatizza.
Nisi non vestiva
alla viddana; s'era fatto crescere baffoni e favoriti; ausava
cortelleria e forchetteria;
accasava bicchieri
di cristallo e facevasi lavacro
di corpo ogni settimana, alla domenica mattina, onde uscire azzizzato e
profumato. Lo seguivano gli scagnozzi della chenca e l'incensavano d'inchini,
vassia sìne, vassia nòne, nonché di scappellamenti riverentissimi a manca e
dritta.
Nisi, quando
veniva il parrino forèstico, a messa non ci andava; Berrettarossa, invece,
s'incollava il culo, a culo di mula sul banco
di prima fila, sullo scranno legnoso della Matrice, e scontava, a modo suo,
peccati minori e piccatazza maggiori. Don Filippo lo confessava, lo
assoluzionava e,
fresco e lindo come il pupo di Pasqua, Berrettarossa
si comunicava e si sgravava accossine d'ogni malopensiero pensato e
d'ogni malaffare fatto e disfatto. Nisi non praticava chiese, patrozzi,
genuflessioni, lumìne e sarèstie; bastimiava
santi e maronne per esteso, a regola d'arte, senza balbettariare
sofìsime; tirava a
rètina di mulo santioni a catena e nessuno osava vibrare di sdegno. Nisi
non si sconcertava d'un millesimo e s'argomentava fosse più scoscinziato di
Berrettarossa, più rapace e feroce d'issolui.
Ma chi poteva
profferire tali giudizi in pubblica piazza? Nessuno. Erano pensieri
tremendissimi; codeste pensate intorcinate occorreva occultarle nelle pieghe
della corteccia mentale.
La vampariglia
della rivolta covava sotto la cenere e non ci sarebbe stata paravampa di nome e
soprannome, di fatto e diritto, capace di abbacchiare il focagno dello
sconquasso che si stava ararmanno.
Ci voleva il
popolo onde bastonarlo e cacciarlo dal paese; ci voleva la forza pubblica; ci
voleva il vescovo Nunziatore, che scendesse dalla sede della Diocesi, affinché
predicasse contra la cosca di Nisi e scomunicasse guappi e malantrini; ci voleva
il Prifetto Casìmola, affinché mandasse esercito e cannuna; ci voleva il
principe Jachiddo che si decidesse a interrompere
la tresca: accossine
questionavano genti babbe e sapute.
Non s'addivenne
a niente. Non s'alzò voce, nè dito mignolo. Nisi continovò a
setacciare casali, casalini, massarìe, pagliara, casotte, grottiglie,
camminamenti, trazzere, rifugi, spoliando e saccheggiando nell'addannosa ricerca
della trovatura proìbita.
Lo sconquasso
scintilliò a ottobre, per la festa della Maronna del Dolore. La campana del
Rosario s'era fatta nunziante di messa cantata mattutina, don Filippo s'era
rimesso a predicare e li cristianuzzi devoti s'erano conzati in fila, mogi mogi,
nella casa del Signore.
Com'è vero
Iddio, quella mattina lucida d'ottobre si diedero
appuntamento, in contrada Arianna, sulla cima del pizzo di pietra, Nisi
di Bafia
e Ninozzo Sofia, detto Valdemone, altro pezzo da novantacinque della sdeliquenza
di montagna.
Erano venuti a
conoscenza, finarmente, nel firmamento del contado, del loco preciso preciso
della trovatura ascosa dai saraceni, proprio nelle grottiglie di terra del pizzo
d'Arianna.
S'incaponirono
a scavare per dipoi scovare lìne, vivo vivo e sano sano, il tesoro inaudito. E
scavarono a lungo; e scovarono, a fine travaglio, la trovatura promessa. C'erano
augelli di ramo, anelli rossigni, croci, monete di bronzo, collane, collari,
spade triple, orecchini di zàffiro, rubini aurati, folgori venenose di metallo
biondo, mirabilia di brillanti a geometrie verdose e scintillose. Nisi infilò
il tesoro nella sacchina e Ninozzo accupò voce e respiro.
<<Che fate,
vossignore?>>, chiese Ninozzo.
<<Insacco
la benedizione -rispose Nisi-.
Faremo spartenza al paese>>.
S'era levato sole
gaudente, s'era digiammai alla vigilia del mezzogiorno e
s'incamminarono, lemme lemme e ranti ranti, per le trazzere del ritorno.
Il pizzo della diva Arianna luccicava barbaglio arcanico, profumava d'aromi di
vacche masticanti.
<<A ottobre
- disse Nisi - non si vide mai
giornata di sole come questa>>.
<<Non
tiene, il tempo non tiene>>, commentò Ninozzo, scrutando
l'orizzonte, verso la
marina, dove s'erano adunate nuvolaglie di pioggia.
Accelerarono la
piedata e scarpinarono fino alla Rocca del Castillo, dove Ninozzo impagliava
sedie e imbalsamava cacciagione. Quando s'accomodarono per la spartenza,
Ninozzo Valdemone s'acconciò
a pretendere la mitati, Nisi mussiò di no e fu sciarra, sciarra di labbra,
leticare di gola. Santiarono, mandarono all'aria miserere rovinosi e Valdemone
giurò vendettissima, tremenda vendettissima. Nisi fulminò gli occhi, scaraventò
sul tavolo tre gioielli e un collare, sbattè il portone e s'involò con la
sacchina del tesoro.
<<Statti
muto, grandissima carognitudine, altrimenti macièllo a tia e a tutta la genìa
cattiva della razza tua. O chisto o cazzo!>>: questo fu il sigillo
dell'addio di Nisi.
Ninozzo si fece
di pietra, pietra che forgia e brucia; in silenzio agghiottì boccate di saliva
e veleno, non replicò. In serata, andò a conferire con
Placido Genovise, detto Barasciò, maschittone
del quartiere Saddìo, per consumare assassinio novello della carne,
promettendogli la mitati del tesoro manso, immenso, forse fàuso, forse dellirio
del desìo, miraggio, lucinazione, frutto amargo
e magàro, segnaculo di fame e
porvertade.
Nella notte
ventura della sventura nigra Ninozzo e Barasciò, alleati della nova
minnicazione, sigillarono comparanza di sangue e s'accinsero a consumare
l'abisso.
Fu l'innomani, fu
in contrada Spezzafiaschi, che Barasciò e il sopraddetto Valdemone astutarono Nisi
di Bafia, accossine, senza tanti complimenti, senza dire dionnescanzi,
senza questionare sul più e sul meno, senza dire ahi. Barasciò, ahimè, azzannò
Nisi con la roncola e Valdemone lo decollò rapido, a zero, a tutto tondo, senza
dire madonna mia cosa feci e disfeci. Non s'è mai saputo come e quando
riuscirono a condurre Nisi a Spezzafiaschi, ma fatto sta che quella fu la campìa
della fine dell'ultimo brigante di Urchìa nella
peripezia del sangue nigro nigro.
Tre giorni dopo,
mi pare a mia, Barasciò e Valdemone vennero arrestati dalla longa mano del
Regno. Gi assassini, appinnoliati due settimane dopo sulla forca di contrada
Palo, dove, appunto, c'era il palo della pena capitale, il legno a elle e non a
croce della malacrianza di Urchìa, puzzarono nello spazio tremendo dello
spasimo, sconcertarono gentuzze, asciucarono
sacche scrotali e lacrimali, fulminarono pace, speranzia e caritade.
Io, testimonio
della ‘mericanata di sangue, fui e sono don Martino, prete forèstico, che a
Urchìa nessuno voleva di dominica e nemmanco per compagno di funerale. Mi diedi
alla latitanza e di mia non si seppe nulla. Fui annominato a citazione nel
prociesso contra Barasciò e
Valdemone, imputati e rei confessi della reitade, nonchèni scannatìna di Nisi.
M'accusarono di complicità con Ninozzo, che s'era promesso marito alla nipote mia, Rosaria, giglio di bellezza e frutto di carne stuporosa; mi tolsero messa e messale, comunione e confessione, stola e pianeta; mi sconsacrarono senz'appello e dissero di mia carognitudini inusitate, peste, carne e corna. Stinnicchiàmo una cutra d'oblio d’olio sulla maldiceria del sospetto, artificio sopraffino di gentuzza trista: nell'arcisilenzio di Urchìa, oramai, l'infamia non si cancella piùe.
© slimfm-press/2001
Proprietà letteraria riservata
(N.B.: - Il racconto, citando l'autore e il sito web da cui è stato prelevato, può essere riprodotto su supporto cartaceo p elettronico, ma non utilizzato a scopo di lucro)
E c'è pure Fra Angelico di Bafia
( ... di cui prossimamente vi dirò)
E non dimentichiamo "Bafeus" (o "Bafeos")
"Bafeus" (o "Bafeos") significa "bafioto" (cioè "colui che tinge" o "tintore") e non Bafia, come tanti credono.
Bafia, infatti, deriva dalla parola greca "Bafeion" (βαφέίοΰ) = tintoria
"Bafeus" è il nome di uno dei due bar di Bafia
"Bafeus" è pure il nome del periodico d'informazione dell'U.S. Aquila Bafia

"Bafeus" è anche il nome di un panino del pub - bar Bafeus della famiglia Grasso

E parlando di panini c'è pure il "Panino Bafia" imbottito a Baltimora (Stati Uniti) dal market - salumeria del bafioto Nino Germanò.
"RealBafia" è il nome della farmacia di Bafia, mentre l'"Unione Sportiva Aquila Bafia" è la paesana squadra di calcio
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