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"Scavare nella storia è come scavare nella coscienza umana;
ogni strato rinvenuto è una pietra miliare che si aggiunge alla grandezza dell'anima"
Melo Freni, "Marta d'Elicona", pag. 97

- Antica mappa della Sicilia -
Si noti la divisione amministrativa dell'Isola in tre valli: Val Demone, Val di Noto, Val di Mazzara
Per saperne di più sull'amato paesello
Tra bellezze ambientali, tradizioni e storia. Ecco perché "Chiesa Vecchia" deve essere salvaguardata.
La bafia di Bafia
Qualche anticipazione su un corposo studio storico dedicato a Bafia e ancora inedito
di Nino Quattrocchi
Quando è stato fondato il paese?
Bafia ha origini lontane. Sin dall’antichità, grazie ai numerosi depositi di argilla del luogo utilizzata per la costruzione di manufatti in terracotta e ai cospicui giacimenti minerari delle contrade Carbone e Pumia, nelle vicinanze del paese si sono insediate numerose tribù preistoriche, tra cui i Siculi e i Sicani.
Bafia deve, tuttavia, il suo nome agli antichi Greci che la denominarono Bafeion (βαφέίοΰ), ossia la tintoria o la bafia. L’arte del tingere i tessuti, infatti, è stata praticata nel paese fino ai primi decenni del secolo scorso, poi soppiantata dai moderni procedimenti industriali praticati nel nord Italia. Nel linguaggio locale è rimasta però l'espressione: "Bafioto non mi tingere".
Nei secoli passati, nei paraggi del paese sono stati fondati numerosi monasteri, tra i quali si ricorda quello dei Padri Basiliani sorto in località Santa Venera del Bosco e distrutto dalla disastrosa alluvione del 1880. Nello stesso luogo esisteva pure una chiesetta eretta in onore di Santa Venera che qui, come raccontano le antiche cronache, qualche anno prima dell’anno mille venne a morire.
All’inizio del medioevo l’abitato è stato spostato più a valle. Del casale di Piscopo ancora non si conoscono le origini. Si sa però che esso era situato in contrada "Santa Nicoletta del fego di Piscopo", le cui case erano raccolte attorno alla antica chiesa di S. Nicolò (Ecclesia Santi Nicolai de Casali Episcopi), la quale nel 1306 era retta dal presbitero greco Simone e pagava la "decima".
Nei primi anni del 1400, dopo la distruzione del casale avvenuta diversi decenni prima probabilmente ad opera degli Angioini, l’abitato venne riedificato più a monte sul pianoro oggi denominato "Chiesa Vecchia". La rinascita del paese si deve ai baroni Moleti, proprietari dei feudi di Piscopo, Catalimita e S. Andrea, i quali vi edificarono un baglio all’interno del quale si costruì una chiesa, intitolata in un primo momento a S. Nicola e successivamente a S. Carlo Borromeo, e sotto la quale furono costruiti tre sacrari (o cripte), dove ancora oggi riposano gli antichi Bafiesi.
Attorno a questo nucleo abitativo si sviluppò l’odierno centro abitato che nei secoli successivi, abbarbicandosi sui rocciosi costoni di due vallette attigue, ha assunto in planimetria il caratteristico disegno di un doppio ferro di cavallo.
Lo storico Vito Amico nel suo "Lexicon Topographicum Siculum" riferisce dell’esistenza nel "Casale di Baffia" di un castello fabbricato al tempo del Re Martino, di cui ancora attorno al 1760 esistevano le vestigia.
E ora un racconto che parla di te, di noi, ... dei Bafioti
Le vicissitudini di quattro loquaci vecchietti danno vita ad un sofferto racconto storico che scava nel passato di Bafia
Tuteliamo la nostra identità culturale
Nelle
tombe di Chiesa Vecchia riposano le cristiane spoglie di tutti i Bafioti
di
Nino Quattrocchi
BAFIA - Ogni giorno don Saru Muffulettu, don Peppi Bonu e don Cammunu Nucidda si rivedevano a Chiesa Vecchia da don Peppi Lasagna. Lo trovavano sempre intento a riparare qualche vecchio ombrello, a intrecciare cattadegghe e panari, a realizzare firrizzi e cannizzi.

Lì, in un bugigattolo annerito dal fumo, i quattro attempati amici da ottobre a giugnetto, giocando a briscola, trascorrevano vicino allo scoppiettante focolare qualche ora della loro giornata. In estate, con il caldo, invece, spostavano l’attempata buffetta nella viuzza e, tra una mano e l’altra di carte napoletane, rinvangavano le loro guerre: quelle combattute sui campi di battaglia e quelle sostenute, giorno dopo giorno, per campare in quelle asprigne terre.
E quando si facevano quei discorsi immancabilmente crocchi incuriositi di carusi, di ritorno con le loro svagate caprette dai boschi di Papajanni, si stipavano attorno al quel tarlato tavolinetto a tre piedi e ascoltavano silenziosi.
A don Peppi Lasagna e a don Peppi Bonu piaceva rammentare la loro
militanza, dal ’19 al ’22, nella Guardia Regia, poi sciolta da Mussolini e
sostituita dalla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Don Peppi
Bonu ripensava pure - e con afflizione per essersi buscato la malaria - alle
tante aride strade costruite in Eritrea. Don Saru Muffulettu (nella
foto a lato con la moglie),
invece, ritornava lungo le trincee della prima guerra mondiale, da dove aveva
portato nel plebeo alveare della Costa una Medaglia di Bronzo al Valore
Militare, il titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto e una magra pensioncina da
guerra avuta, poi, a tarda età. Ritornava pure alla sua carusanza
trascorsa, prima che si sposasse ca gnà Maria Purranchitina,
tra le chiuse di Ruscunì e i feu di Cavallaro. Non meno
avvincenti erano le vicissitudini di don Cammunu Nucidda, che patì tanto
dopo l’8 settembre del ’43, quando
il figlio Mico fu preso prigioniero in Albania dai nazisti e rinchiuso in
un campo di concentramento in Germania, da dove, per fortuna, ritornò anche se
pelle e ossa.
Quelle di don Saru Muffulettu, di don Peppi Bonu, di don Cammunu Nucidda e di don Peppi Lasagna erano storie di mitateri e di camperi, di zappaturi e di rumundaturi, di culatri in gabella e di patruni di feu. Erano tempeste di parole che si rincorrevano le une con le altre. E a frenarle ci pensavano gli schiamazzi di esuberanti nugoli di ragazzini che in quei primi anni settanta si incontravano a qualche decina di metri da quel capannello di “storici”. I vari Melu, Costinu, Riccaddu, Natu, Ninu, Mauriziu, Santinu, Turi, Peppi, Mimmu e altri si sfidavano in interminabili partite ‘e puttitti (un mini calcetto, le cui porte, realizzate con una scatola di Ciquita tagliata a metà, erano state ideate con un ventennio d’anticipo da Micheli Catalfumu) o al campanuro, entrambi disegnati alla buona sul pavimento di quello che era rimasto dell’antica chiesa di Bafia.
In quei lunghi pomeriggi non erano rare le occasioni in cui don Saru Muffulettu, don Peppi Bonu, don Cammunu Nucidda e don Peppi Lasagna dovevano lasciare sparpagliate le carte su quella buffetta per dare soccorso a qualcuno di quei carusi ch’era rimasto incastrato nella volta cedevole di uno degli ossari di quella chiesa (nella foto sotto: Chiesa Vecchia oggi con i due marmi commemorativi). Erano sempre botti di scantu, ma per fortuna tutto finiva lì. Anche quando Ninu Rubbuni ci infilò dentro una gamba e dal buco rivide in quegli oscuri sotterranei, sotto un raggio estivo di luce, le bianche reliquie dei propri avi. Degli avi di tutti i Bafioti.
Foto sotto - "Piazza Chiesa prima dell'estate del 2007. Ora è un parcheggio"

Poi, come se nulla fosse successo - mentre quei vivaci ragazzini, guidati da Riccaddu
Motta, si armavano di archi,
balestre, fionde e spade di legno per imitare
nei bui boschi vicini le gesta degli eroi de “La freccia nera”, o si recavano a Passo dei Lupi, dove si organizzavano sfibranti partite al pallone
ca
banda cu dda banda - ì quattro loquaci anziani, accantonate le carte,
inevitabilmente si dilungavano sulle tristi traversie di quel luogo lasciato in
completo abbandono, nonostante il grave
fardello di storia paesana e il carico di sacralità.
E dire che negli anni cinquanta di quell’antico tempio - intitolato a S.
Nicola e dal XVII secolo a S. Carlo Borromeo - resistevano ancora varie
vestigia: un poderoso pezzo di muro nella parte anteriore dell’edificio e sul
pavimento, impastati tra calcinacci e ‘ddrighi, la grande acquasantiera
e i numerosi blocchi squadrati di pietra che componevano le colonne e l’arcata
dell’abside.
Resistevano allora - e resistono pure oggi, anche se sotto uno spesso strato
“protettivo” di cemento piastrellato - i sotterranei, nei quali sembra siano
stati interrati quegli antichi manufatti marmorei e lapidei. Ma il fatto più
importante è che in quelle “fosse”
sono ancora custodite le spoglie battezzate delle orgogliose genti del casale di
Baffia. E quelle spoglie simbolicamente rappresentano l’ancestrale
legame con i nostri antenati e con la nostra Terra.
Su
quella chiesa e su quell’antico cimitero si fermavano spesso i pensieri di don
Saru Muffulettu, di don Peppi Bonu, di don Cammunu Nucidda
e di don Peppi Lasagna. I pensieri dei Bafioti nel loro
andirivieni da Chiesa Vecchia.
“Sembra ieri, eppure ricordo – diceva donna Maria Battalorina -
quando, ancora poco più che bambinetta, venni per la prima volta con mia nonna
in questa chiesa a sentir messa.
C’era pure il marchese Moleti che però non sedeva con noi nella navata. Il
feudatario era accomodato dietro un’alta finestra del suo stemmato palazzo che
dava proprio sull’altare. Di quella prima volta ho ancora stampata nella
memoria l’immagine “minacciosa” della statua di S. Michel’Arcangelo che
brandiva verso il cielo la spada”.
Sono trascorsi, ormai, tanti lustri, eppure, quel ricordo della moglie di Ninu
Mucetta du Putichinu trova conferma nella “Giuliana delle chiese di
Castroreale e sue borgate” scritta
dell’arciprete castrense Giovanni Cutrupia e pubblicata qualche anno fa a cura
del professore Nino Bilardo nei “Quaderni del Museo Civico di Castroreale”.
E anche don Saru Muffulettu, ch’era del 1897,
rammentava di aver suonato quelle campane e di aver partecipato da
ragazzino alle funzioni liturgiche che si svolgevano in quella chiesa che teneva
sette altari. “Tre nel frontespizio: nel maggiore vi è la custodia del
SS.mo Sacramento, col quatro di S. Carlo Borromeo, e nell’altri dui altari in
uno vi è la statua di legno di S. Michel’Arcangelo, e nell’altro la
Beatissima Vergine del Rosario. E l’altri quattro altari – scriveva nel
1731 il Cutrupia - sono nella nave: in uno vi è la Beatissima Vergine del
Bosco con l’Anime del Purgatorio, in un altro l’immagine del SS.mo
Crocefisso, in un altro la Beatissima Vergine della Itria, e nell’altro il
quatro di S. Barbara, con due porte, sacristia e casa del cappellano. In detta
chiesa vi sono tenuissimi legati, et altri tenui legati vennero aggregati doppo
che non vi fu abitazione nel casale di S. Micaele, quali legati non pigliano la
somma d’onze cinque, e da quell’abitanti si fa contributione di frumento e
funicello, e si mantiene il cappellano con la messa cotidiana, et il sotto
cappellano per le feste. Il cappellano è D. Giovanni Fugazzotto, il sotto
cappellano è D. Antonino Sofia. Il mobile, stabile, et altro si vede al fol.
del libro dell’Inventario, e la chiesa l’amministra per maggior accerto la
Signora Baronessa di Muleti, mentre il casale e la chiesa stan situate in un suo
feudo”.
I cugini Pippo Motta e Salvatore Trovato con il marmo del 1885 del loro avo (a
destra)

Con la chiusura al culto è iniziato il lento declino della chiesa e del quartiere di Chiesa Vecchia. “Già nel 1920 – ricordava don Cammelu Iadduzzu – il tetto era crollato e i muri perimetrali erano alti quattro metri e mezzo”. Dopo trent’anni la situazione si è aggravata. “Nel 1950 – inserendosi in quei saggi discorsi, diceva don Saru Rubbuni – quei robusti muri non superavano più i tre metri”. “Nella chiesa – aggiungeva don Sabbaturi Famaina da Vignazza - c’erano tre ossari: uno nel corridoio centrale della navata, tra le due file di sedie; l’altro nella strada, di fronte al portone d’ingresso; e il terzo vicino ad una parete interna posta sul lato a monte. Dopo la sepoltura il defunto veniva spinto con una lunga pertica. Fuori, invece, sulla facciata principale, accanto al grande portone in legno, mio zio Luciano Presti fece affiggere, il 2 febbraio del 1885, una lapide marmorea“.
“Qui, a Chiesa Vecchia, – ripetevano in coro donna Catarina
l’Agghina e don Santinu di Sumighianò – riposa nostro zio Lucianu,
il quale morendo a soli diciassette
anni ebbe l’onore di essere vestito con il bel fazzoletto rosso e con gli
stivali portati con onore nella Battaglia di Milazzo da suo padre, il picciotto
garibaldino don Cammunu l’Agghiu”.
La chiesa vecchia di S. Carlo era stata chiusa al culto nel secondo decennio del
1900 ed era stata costruita molto probabilmente attorno al 1400, in seguito alla
scomparsa del casale di Piscopo, di cui non si conoscono le origini, ma si sa
che era ubicato in contrada “Santa Nicoletta del fego di Piscopo”,
dove già nei primi anni del 1300 esisteva una chiesa, intitolata appunto a S.
Nicolò (“Ecclesia Sancti Nicolai de Casali Episcopi”) e retta dal
presbitero greco Simone che “pagava la decima”. Si sa pure che alla
chiesa di contrada Santa Nicola “furono apportate riparazioni negli anni
1769 e 1797” (Bilardo: Op. cit.) e che “tiene l’obligo di
far celebrare una messa per ogni giorno festivo e di precetto in tutto l’anno,
e nel giorno di detto Santo si deve fare sodisfare sei messe lette et una messa
cantata per l’anima del quondam sac. Francesco Calvaruso; per la sodisfazione
del qual legato possiede suddetta chiesa un loco di celsi, terreno scapulo,
pochi olivi et una casa; et in detto loco esiste sudetta Chiesa di Santo
Nicolao, quale non tiene mobile, ma viene governata come sopra” (Cutrupia:
Op. cit.). E si sa, infine, che nel
luglio del 1843, nonostante fosse ormai diruta, quella chiesa di campagna - nel
frattempo intitolata al SS.
Salvatore - poteva ancora ammirarsi in tutta la sua grandezza, essendo
pari a
13,4 canne che allora equivalevano ai nostri 27,87 metri.
La
costruzione di una nuova chiesa nella parte alta del paese era stata avviata nei
primi anni del ‘900 dall’attivo reverendo Gaetano Trusso, che assieme ai
suoi parrocchiani, prima dell’inizio di ogni funzione liturgica, si recava
nella pirrera sopra Pindina Mandra per un carico di pietra.
Terminati i lavori, dall’antica chiesa di S. Carlo vennero trasferiti nella
nuova - aperta al culto nel 1913 e
intitolata all’Immacolata - tutte le suppellettili e pure
“Il Gesù nell’orto” - un pregevole quadro di autore ignoto del 1800 - e
una statua del Patrono.
Fu
in questo modo che l’asse del paese si spostò verso la zona a monte,
caratterizzata allora da case sparse ma prossima alla “portella” che
conduceva verso le zone interne. Poi la costruzione della strada carrozzabile,
che trasferiva l’accesso al paese da via Papajanni a via Canale, e la
realizzazione di Piazza Portella sancirono in modo definitivo l’affermazione
del nuovo baricentro paesano, attorno al quale sorsero nuove putie
e furono collocati i servizi pubblici. Così, Chiesa Vecchia, dopo
secoli di “predominio”, rimase
in periferia. Infatti, aveva perso
d’importanza l’antica trazzera di ciappe che
si innestava alla millenaria Consolaria Valeria (l’antica strada Messina -
Palermo) e che da Ponte Palano
saliva lungo Stretto Feu, superava Passo Bafia, e quindi giungeva a Bafia, da
dove, dopo aver lambito lo stemmato baglio dei marchesi Moleti con la sua antica
chiesa di S. Carlo, proseguiva
verso l’interno dell’Isola. Di conseguenza, una dopo l’altra, erano state
chiuse le diverse putie del
quartiere, tra le quali quelle di don Cammunu Ddesi e di donna Maria
‘a Carrabbunera.
Oggi dell’antica chiesa di S. Carlo purtroppo non rimane più alcun segno.
Resistono, invece, i sotterranei con il loro sofferto carico di generazioni e
generazioni di genti bafiote. In quelle cristiane tombe, infatti, ci sono
tuttora gli avi degli Aliberti, dei Barresi, dei Bellinvia, dei Bello, dei
Biondo, dei Bonvegna, dei Buglisi, dei Calcagno, dei Canzano, dei Catalfamo, dei
Celi, dei Chillari, dei De Pasquale, dei Donato, dei Fazio, dei Gemelli, dei
Genovese, dei Germanò, dei Guerrera, degli Italiano, dei Lo Presti, dei
Mirabile, dei Motta, dei Papale, dei Paratore, dei Piccolo, dei Presti, dei
Prestipino, dei Puglisi, dei Quattrocchi, dei Rao, dei Rappazzo, dei Ravidà,
dei Recupero, dei Rundo, degli Scilipoti, dei Sofia, degli Stroscio, dei Torre,
dei Trifilò, dei Triolo, dei Trovato. E chissà di quante altre famiglie
ancora.
E’, quindi, da queste strutture murarie e dalla sacralità in esse custodita che adesso, con gesti di pace e d’unione, occorre riconsiderare quel lontano passato per guardare il domani con serenità. E’ per tutto questo che occorre salvaguardare la storia di Chiesa Vecchia, che poi (anche se in parte) è quella di Bafia. Occorre difendere un’identità culturale: quella di don Saru Muffulettu, di don Peppi Bonu, di don Cammunu Nucidda, e di don Peppi Lasagna: qui in “rappresentanza” di tutte le operose genti bafiote che per secoli hanno abitato i feudi di Piscopo, di Catalimita, di S. Andrea, di Timogna, di Gerasia, di Floresta di Zaffarana e delle altre vaste terre dell’Università di Castroreale. Occorre, insomma, tutelare l’identità dei Bafioti !
Nino Quattrocchi
(Questo articolo è stato pubblicato sul mensile "Comunità" e sul trimestrale "Artemisia News")
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- Rocca Novara -
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