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I fatti di Villabate
Peter Gomez*
Credo che in questi giorni sia stata fatta molta
confusione tra fatti e notizie. I fatti sono fatti, ma non
tutti i fatti sono notizie. Nei miei cassetti conservo documenti, verbali
d'interrogatorio, appunti di colloqui con fonti confidenziali e persino
interviste, che non ho mai pubblicato. E che probabilmente non pubblicherò
mai.
Parte di quell'archivio, accumulato da me come da ogni buon giornalista in
anni di lavoro, di tanto in tanto si rivela però utile. A distanza di tempo
dalla scoperta di un primo elemento di per sé ambiguo, apparentemente
incredibile, o da solo non interessante o non verificabile, capita a volte
che se ne trovi un altro che fa vedere le cose in maniera diversa. E allora
ciò che inizialmente era (a mio sindacabile avviso) non pubblicabile,
all'improvviso lo diventa.
Nasce (anche così) una
notizia.
Dicevamo che i fatti apparentemente incredibili e non riscontrati non sono
notizie. È quindi scorretto deontologicamente citarli sui giornali scrivendo
subito dopo, «ma io non ci credo». E soprattutto non si deve farlo se la
verifica o il tentativo di verifica è semplice: se li si cita, senza alzare
il telefono o perderci qualche ora o giorno di lavoro,
si mette semplicemente in
circolazione un veleno, non una notizia.
Uno dirà: ma allora
perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti
con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato
all'apertura di un'inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice:
perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato
ascoltato come testimone già nel '99,
l'intera vicenda non è affatto
chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare
tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non
è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda
carica della Repubblica.
Lasciate perdere la Sicula Brokers, la società creata nel '79 che tra suoi
soci oltre a Schifani aveva anche altri personaggi poi condannati per mafia,
e concentratevi su
Villabate, il paese del quale
Nino Mandalà
(uno degli ex soci di Schifani) diventa reggente intorno al
1994 dopo una
sanguinosa guerra tra cosche.
Qui, nel 1995,
Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica.
Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se
interessante dal punto di
vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si
considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.
La prima è quella di
Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a
un altro uomo d'onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del
senatore Enrico La Loggia.
La seconda è quella di La
Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero
la consulenza a Schifani l'ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è
avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate
(nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l'intervento di
Gianfranco Micciché,
allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era
quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso
nell'attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.
La terza versione è
quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il
lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi
c'è la quarta versione.
Recentissima: addirittura
del 2006.
Quella del pentito
Francesco Campanella, l'ex segretario dei giovani dell'Udeur
che falsificò la carta d'identità utilizzata da
Bernardo Provenzano
per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione
Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette
un carico da novanta: scopo dell'intervento di Schifani (e di La Loggia)
era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un
piano regolatore di Villabate
che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo
Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito)
sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della
parcella destinata al progettista fosse girata a loro.
A questo punto
dovrebbe essere chiaro per tutti che questa è una storia da raccontare sui
giornali. E anche da approfondire, visto che molti dei
personaggi coinvolti non sono ancora stati intervistati, e non tutti i
documenti amministrativo-urbanistici dell'epoca sono stati esaminati. In uno
degli elementi del titolo (titolo, occhiello e sommario) un quotidiano, per
necessità di sintesi, parlerebbe probabilmente di «rapporti di Schifani con
il boss», o forse di «amicizie e relazioni pericolose», anche perché Mandalà
ha sostenuto in aula che Schifani e La Loggia parteciparono al suo
matrimonio. La
notizia insomma è diventata tale grazie al lavoro, all'esperienza che ti ha
permesso di valutare il contesto, e alla ricerca. Non è nata da una soffiata
anonima (che pure può benissimo essere uno spunto), mandata in stampa senza
alcuna verifica.
Detto questo, quello che sta accadendo oggi a Marco Travaglio credo che sia
per tutti semplice: «Quando
non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore»,
diceva Paul Valery. Ma noi, finché lo si potrà fare, cercheremo di
continuare a ragionare.
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Peter Gomez, giornalista e scrittore
(La repubblica di tersite, 18 maggio 2008) |
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