Nicola Nuti
-estratto dal catalogo
della mostra
al Salone ex Ateneo di Bergamo
Alta 1998-
Noi chiediamo che tutti gli eventi,
le persone, in poche parole tutto
il gioco della vita, siano veramente
concepiti e rappresentati come gioco.
Friedrich Schlegel
Ci sono artisti che utilizzano le forme per dialogare con lo
spazio o per cercare ritmi di racconto; a Giampiero Poggiali interessa
la forma come universo in sé e quindi come elemento di pura rappresentazione,
autoreferenziale direbbero gli strutturalisti. Proprio attraverso la sua
storia artistica si può osservare con quanta naturale coerenza Poggiali
abbia attraversato la bidimensionalità di una gremita pagina dipinta
per portarsi dietro solo pochi elementi, essenziali, nei quali ha innescato
un processo proliferativo, una magica dilatazione tridimensionale. Così
gli oggetti, le creazioni zoomorfe e fitomorfe, nuvole e buchi neri sembrano
essere fuggiti al controllo del quadro per conquistare lo spazio
esterno. Basta visitare una mostra di Poggiali, o una sua installazione,
per assistere a una pacifica e colorata invasione di forme giocose nell’atto
di provocare la reazione della nostra fantasia assopita. Ma l’opera di
Poggiali non è una pura celebrazione dell’aspetto ludico del rituale
artistico; rappresenta anche il tentativo di ricollocare il proprio Io
all’interno di un sistema che intraprenda un percorso gnoseologico elementare,
che riconduca la realtà, talvolta così ostile, a una misura
esistenziale accettabile dove il colore afferma l’identità delle
cose e definisce l’ “orizzonte degli eventi”. Dunque le sue numerose e
diverse serie di opere, da “Translation”, “Virtuale”, “Complexity”, a “Bona
dea”, “Simposio” e “Senza titolo” rappresentano un graduale avvicinamento
alle implicazioni del concetto di memoria mascherata, una memoria che non
ricorda, ma mette in relazione i travestimenti del ricordo, i paludamenti
delle emozioni contro l’efficientismo icnografico del nostro tempo. C’è
insomma una sorta di tendenza ritornare sui passi tribali, come alla fonte
della civiltà, quando spersonalizzazione e simulazione erano in
qualche modo i mezzi per elevarsi a un principio di deismo, per mettersi
in contatto, attraverso maschere e travestimenti, con la divinità
o almeno con le forze che si riconoscevano legate alle cose naturali. Tutto
ciò non è che il concretizzarsi della passione creativa che
Poggiali ha dispiegato come spettacolo costruendo e colorando i suoi oggetti-giocattoli;
forme fantasiose che sicuramente avrebbero divertito Max Ernst e Mirò.
Anche queste costruzioni in forma d’animali o comunque di suggestione “organica”,
popolazioni frivole e giocose, dalla fisiognomica complessa, vestite di
smalti fragorosi, probabilmente provengono dagli scavi che Poggiali ha
condotto in quei tali territori ignoti, sono eccitate dagli stessi ritmi
che hanno destato i suoi totem, messe in opera come atto del conoscere
nel ri-conoscere: la realtà che torna nel suo alveo reinventata
su un piano innaturale, decifrata nei suoi liberi elementi e disposta
a essere disordinata, a essere fecondata dai deliri, come accadeva all’origine
dei tempi.
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