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(1378)
Bartolomeo II° "il Contrastato"
Non facile era la vita dei prelati neanche a quell’epoca. Per riuscire ad ottenere una nomina o un beneficio, i sacerdoti ed i religiosi dovevano
superare varie difficoltà.
Erano le conseguenze di una continua ed aspra lotta interna ed esterna alla Chiesa; lotta, perciò, che scaturiva non solo da calcoli e gelosie, ma da
certi soprusi da parte della laicale potestà.
Il Papa Urbano VI° aveva - tra gli altri - un “legato” chiamato Gentile di
Sangro, che non perdonava facilmente i seguaci dell’antipapa Clemente
VII°, perseguitandoli ovunque fossero.
Era comune questionare sulla legittimità delle nomine e sugli abusivi dei
benefici.
Tra i contrastati, venne a trovarsi proprio il Vescovo Bartolomeo II°, cui alcuni storici assegnano appena un anno di episcopato
aversano, mentre altri
qualcosa di più.
Fatto è che Bartolomeo II° dovette lottare con un Vescovo illegittimo, chiamato Nicolò di
Lucera, che usurpava il titolo aversano. il Nicolò, forse, con forza dovette ottenere l’episcopato
aversano, ma la storia afferma che dopo poco fu mandato via, mentre di Bartolomeo
II° non si sa che svolta prese.
Si avveravano le alterne vicende di uomini e cose che la cronaca registra ripetersi.
Quindi il Bartolomeo, non avendo tranquillità sicura a suo favore, né il tempo indispensabile per operare, poco o niente operò per la Diocesi. La
storia aggiunge che per essere stato contrastato, forse, non riuscì nemmeno a farsi ubbidire dai suoi fedeli.
Il Bartolomeo, sfiduciato, si dovette decidere solo a preparare i suoi bagagli e partire - sconosciuto - per nuove terre.

(1381-1385)
Card. Marino del Giudice "il Torturato"
Come già accennato, da qualche tempo - soprattutto in questo periodo - i papi avevano costituiti i “riservati”, abolendo cioè il privilegio di elezioni
vescovili concesso ai Capitoli Cattedrali e nominando (riserva) i Vescovi direttamente.
Il Cardinale Marino fu uno di questi “riservati” che, originario di Amalfi e già Arcivescovo di Taranto, eletto Cardinale da Urbano
VI°, nel 1381 ebbe in commenda” la cattedra di Aversa.
In quell’epoca (come sempre) venivano modificate, adattandole alla realtà, le leggi disciplinari della Chiesa.
Qualcuno accusa gli stessi pontefici di aver agito contro le prescrizioni canoniche. Ma, come il Papa poteva modificare una legge, richiedendosi il consenso di un numero sufficiente di Cardinali? L’operato del Papa fu solo
una necessità transitoria.
Aversa venne a trovarsi nell’occasione poiché il Papa Urbano VI°, servendosi delle qualità del Cardinale Marino, lo ripagava con un beneficio
nonostante fosse sede vescovile.
E’ inutile, poi, affermare che il Marino seguì le alterne vicende di Papa Urbano VI° ed ebbe anche il privilegio e l’umana soddisfazione di poterlo
ospitare nell’episcopio aversano.
Difatti, nell’aprile deI 1383, il Papa venne in Aversa ed alloggiò, solo per un giorno, nel palazzo residenziale del Vescovo, passando così nel castello di
Casaluce, in Aversa, attiguo alla chiesa S. Pietro a Maiella (l’attuale parrocchia SS. Filippo e Giacomo).
Nel castello il Papa, invero, stette diversi giorni e più sicuro, dovendo dirimere una contesa sorta. tra Carlo
III° (a lui favorevole) e la regina Giovanna
I°.
Le vicende che seguirono furono svantaggiose per Urbano VI°; il Papa, scappando nel
Nocerino, visse un po’ di tempo in esilio, seguito sempre dal
Marino, che gli teneva compagnia.
Urbano VI°, chiesti aiuti al Doge di Genova, raggiunse questa città, facendo imprigionare alcuni cardinali sospetti, e tra questi il Marino.
Si dice che i Cardinali fossero gettati in pasto ai pesci, in mare. Scoppiò lo scisma dell’Occidente ed il Pontefice dovette assistere impotente a tanta
calamità, constatando che un generale scompiglio aveva invaso tutta la Chiesa.

(1386-1403)
Card. Erecco Brancaccio "il Fidato"
Nonostante che la cattività avignonese fosse terminata (era durata 74 anni, dal 1305 al 1378) ed eletto non più un francese ma un Papa italiano,
nella persona del napoletano Bartolomeo Prignano, col nome di Urbano VI°, nell’anno 1378, continuarono i disordini nella Chiesa.
Anzi, con l’elezione di un Papa italiano iniziarono le reazioni francesi ed il Papa, per difendere i diritti della Chiesa, doveva servirsi unicamente di
persone conosciute e fidate.
Una di queste fu proprio Erecco Brancaccio, che era - oggi diremmo - un incaricato diplomatico che aveva svolto vari uffici, portati a termine con sagacia
ed impegno.
La storia non ci tramanda la sua origine, fatto è che Brancaccio fu eletto Cardinale da Urbano VI° e, qualche mese dopo, nominato Vescovo di
Aversa, ma con qualifica di “amministratore perpetuo”.
Il motivo, perciò, è chiaro della sua nomina in Aversa, essendo già rappresentante papale (allora il titolo era “collettore di spogli”) nel regno di
Napoli.
Sebbene il Brancaccio fosse già impegnato altrove, trovava il tempo per potersi interessare e presenziare avvenimenti che si succedevano nella Diocesi
aversana.
Così, l’Anonimo aversano lo nomina il 22 marzo del 1403, in occasione della sistemazione, al campanile del Duomo
aversano, della grande campana
detta la “scarana”.
Il lettore attento può affermare: come era possibile nominare il Brancaccio nel 1403, se nella cronologia si dice essere stato Vescovo in Aversa sino
al 1392?
Non si dimentichi che il Brancaccio, oltre ad essere diplomatico, aveva ottenuta la sede vescovile
aversana, ma “personalmente” ed in “perpetuo”:
amministratore a vita.
Quindi il Brancaccio rimaneva sempre il Vescovo di Aversa e nessuno poteva essere eletto ad Aversa se non dopo la sua morte.
Difatti, si parla in quest’epoca, della nomina di un certo Adamo, che a breve scadenza fu scacciato, e per un duplice motivo: l’Adamo era illegittimo,
in quanto nominato dall’antipapa Benedetto XIII° e non poteva sostituire il Brancaccio, essendo ancora in vita.
Si vivevano periodi diversi e solo qualche secolo dopo, con le decisioni del Tridentino (1545-1563) fu ordinato il diritto della Chiesa, sradicando
privilegi ed abusi.

(1418-1422)
Card. Rainaldo Brancaccio "l’Ambasciatore"
Il lettore che si trovasse a Napoli, entrando in S. Domenico Maggiore,potrebbe leggere i! nome Brancaccio su varie tombe ivi esistenti.
E’ merito di Rainaldo Brancaccio, Vescovo di Aversa, che senza limiti di spese vi edificò le sepolture.
Non si può dire che il Brancaccio avesse fatto lo stesso in Diocesi; per la verità, né lapidi né documenti storici esistono che ricordano tanta cura per
il suo gregge.
Il Brancaccio fu nominato Vescovo di Aversa nel 1418, da papa Martino V°, avendo già il titolo di Cardinale e la Diocesi gli era stata concessa solamente
come premio: era un segno di gratitudine che il Pontefice dimostrava ad un uomo che si era prodigato quale ambasciatore della S. Sede.
Il Rainaldo, della Diocesi di Aversa, non fu altro che l’amministratore (come d’uso in quei tempi), diritto che esercitò, a suo favore, in perpetuo.
Capitò, quindi, che i fedeli raramente vedevano il proprio Vescovo e, a volte, non lo conoscevano affatto poiché gli affari venivano sbrigati da un
Vicario (costumi del tempo, difficili oggi da capire e giudicare).
Certo è che il periodo del Brancaccio ricorda una gran confusione che regnava ovunque, compreso nella Chiesa.
Sappiamo che all’elezione di un Papa, per ripicca o leggerezza, si nominava un antipapa, e cosi accadeva nei vari gradi gerarchici: al legittimo scelto
si contrapponeva l’illegittimo.
Orbene, il R. Brancaccio, ad onor del vero, fu sempre fedele al legittimo Papa, quantunque ad un certo momento il suo nome quasi scompare dalla
cronaca: si dovette sospettare di lui o dovette cadere in disgrazia.
Continuò egli a lavorare per il bene e la pace: difatti il suo comportamento fu apprezzato dall’Arcivescovo di Milano, che fu eletto Papa anche per
merito del Brancaccio, col nome di Alessandro V°.
Il Cardinale R. Brancaccio mori a Roma nel marzo 1427, ma i suoi resti mortali furono trasferiti a Napoli, a
S.Angelo a Nilo, complesso da lui fatto costruire.

(1427-1430)
Pietro III° Caracciolo "il Favorito"
E’ accertato che Pietro Caracciolo sia stato un parente del famoso
Caracciolo, consigliere della regina Giovanna II°, che esercitò il suo
ufficio con mano potente e decisiva.
E’ lo stesso cognome che fa dedurre la discendenza del Vescovo da una
famiglia facoltosa e politica napoletana.
Per la venuta in Aversa del Caracciolo e del suo possesso, c’è una
discrepanza: difatti, taluni sostengono la data 1422, mentre altri 1427.
Se si accetta l’anno 1422, la data viene raccordata con la rinuncia che
fece il Cardinale Brancaccio di Aversa (fermo restando il privilegio di
questi sul beneficio ricevuto a vita).
Se poi si vuole che la nomina di Pietro III° sia avvenuta nel 1427, la si
deve accettare con una certa arbitrarietà.
Il motivo di tale chiarifica Io si deve alla venuta in Aversa di Luigi III°
d’Angiò, ove si tratteneva, nel castello donato poi ai PP. Celestini,
la regina Giovanna II°.
Che fosse stato per quella occasione o per altri motivi, la regina
Giovanna II°, riporta la cronaca, volle concedere dei benefici al popolo
che festosamente l’aveva accolta.
Nel periodo di Pietro III° si dice ancora che la regina unì l’Ospedale
di S. Eligio, di fronte all’attuale chiesa di Casaluce in Aversa, con
quello dell’Annunziata.
Il merito è soprattutto del Vescovo Pietro III°, perché parente del
consigliere della regina suddetta e così per altre opere che si attuarono
in diocesi.
Di Pietro III° la cronaca non trasmette ove finì i suoi giorni, se in
Aversa o in Napoli, sua città d’origine.

(1430-1471)
Giacomo Carafa della Spina "il Longevo"
Viene presentato, il Vescovo Giacomo, come uomo caritatevole e pastore
premuroso. Originario di Napoli, il Carafa apparteneva a famiglia
gentilizia e fu eletto Vescovo di Aversa nel 1430 da Papa Martino V°.
Il Carafa aveva già un fratello, di nome Filippo, creato Cardinale di
Bologna nel 1378.
Egli è uno dei pochi Vescovi aversani che abbia retto la Diocesi più a
lungo; a ragione merita quindi l’appellativo di “longevo”.
Certo, durante i quasi 40 anni della sua azione pastorale, il Carafa ne
dovette vedere di belle e di brutte, in Diocesi ed altrove.
Si riconoscono al Carafa doti di mente e di cuore, mentre la sua perma
nenza in Aversa fa concludere che dové conoscere cose ed uomini,
dimostrando nel tempo stesso il suo attaccamento alla sede vescovile
affidatagli.
Ebbe l’occazione, il Pastore zelante, di estirpare così abusi,
raddrizzare animi sviati e riordinare diverse istituzioni dell’epoca.
Mai, come in questo tempo, c’era bisogno (non solo in Aversa) di un uomo
che, oltre a pensare ed agire, si consumasse per il bene spirituale e
morale dei suoi fedeli.
li Pastore volle iniziare la sua opera dal Capitolo cattedrale, forse per
ammonire gli altri più lontani; nel Capitolo vigevano sovrastrutture:
inutili cariche e privilegi che spesso provocavano quisquiglie giuridiche
che producevano solo perdita di tempo.
Il Carafa, con la sua tenace pazienza, riuscì ad ottenere ordine e ad
assegnare benefici a chi veramente meritava, sia per virtù che per
meriti, ed il tutto nei tempi stabiliti.
Molti furono i suoi interventi per riaccendere nei fedeli la fiaccola
della speranza.
Il Vescovo dedicò le sue amorevoli cure a chi più ne aveva bisogno,
specie in occasione di pubbliche calamità e disgrazie, e ciò Io attesta
la cronaca dell’epoca, specie nel 1456 e nel 1457, anni in cui tremò la
terra ed arrecarono diverse rovine.
Il Presule si adoperava, in queste occasioni, per sollevare gli animi
aiutando a far risorgere i pubblici edifici e privati.
Un’opera che lo annovera, poi, tra i più meritevoli della storia
ecclesiastica aversana è l’aver lasciato ai posteri il quadro dipinto
dall’Arcucci (napoletano) nel 1468: tuttora si può ammirare il bel S.
Sebastiano che emerge sulla città di Aversa.
Qualche anno dopo il Carafa moriva in Aversa (1471) ma la sua tomba, per
vari motivi, scompariva ed i suoi resti mortali venivano accomunati nel
cimitero, che una volta si riservava ai Capitolari in riconoscenza del
servizio prestato nel Duomo.

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