Pubblicato
da CENTONOVE il 10/02/2006
A tu per tu con Aldo Mangiù, attore catanese e figlio del celebre autore di "Un killer chiamato Damigiana". Ecco i progetti che fanno crescere Teatro Don Bosco.
di
Mara Di Maura
“Ci sono solo due modi di fare teatro, farlo bene e farlo male.” Queste le parole del grande attore e autore catanese Carlo Mangiù, questo il suo prezioso insegnamento. Proprio una siffatta visione del palcoscenico, tramandata, per così dire geneticamente, dal padre al figlio, continua ad essere oggi il punto di partenza dell’attività, tanto professionale quanto amatoriale, dell’attore Aldo Mangiù. “Infatti cerco di muovermi contemporaneamente su due fronti”- spiega il figlio d’arte dell’autore di Un killer chiamato Damigiana- “da un lato il versante costituito dal lavoro della compagnia “Premio Scena”, la cui stagione al Teatro Don Bosco di Catania si fa forte di anno in anno della scelta di testi inediti o poco noti al pubblico, e dall’altro quello rappresentato dalla mia compagnia di attori professionisti della quale, in onore a mio padre, ho preferito mantenere, il nome originario, “Carlo Mangiù”. Con i membri di questo gruppo prediligo soprattutto spettacoli da rappresentare nelle scuole.” Inizia così, con una generosa anticipazione dei suoi progetti professionali per la stagione da poco iniziata, la piacevole conversazione con Aldo Mangiù. “Lo spettacolo dal titolo La Sicilia non è un quadrilatero sarà rappresentato nelle scuole superiori. L’argomento trattato è, infatti, di grande interesse socio-culturale per i ragazzi: si tratta di un recital di brani legati insieme dal tema comune della mafia. Tra i vari pezzi scelti ci sono una poesia del cantastorie siciliano Ignazio Buttitta, un brano dell’opera Mafia, scritta alla fine dell’Ottocento, più o meno nello stesso periodo in cui il fenomeno mafioso cominciava a diffondersi nella nostra isola, due noti passi de Il giorno della civetta e un monologo da La violenza di Fava.” Aldo Mangiù accenna anche al suo saltuario impegno come animatore nei villaggi turistici durante la stagione estiva. “Nei villaggi mi occupo prevalentemente del miniclub”- l’attore svela così un’ inguaribile passione per i più piccoli- “A proposito, un altro lavoro che stiamo allestendo è Iside del campo di stelle, una favola d’animazione, così come io amo definirla, destinata ai bambini delle scuole elementari. Si tratta di uno spettacolo che si adatta perfettamente al tipo di pubblico cui è rivolto. E questo appare tanto più evidente se pensiamo sia alla storia- una vicenda che ha per protagonisti due gattini e un mago- sia all’approccio con cui essa viene proposta ai piccoli spettatori. Per esempio c’è un momento in cui i bambini, coinvolti dagli attori in un gioco, possono prendere parte attivamente alla scena diventando essi stessi protagonisti del palcoscenico. La mia visione del teatro è, infatti, assai vicina a quella di un grande gioco. Per questo trovo particolarmente efficace la traduzione che tanto i francesi quanto gli inglesi danno del termine “recitare”. In entrambi i casi essi dicono “giocare”. E poi devo ammettere che lavorare con i bambini ti arricchisce in modo incredibile.” A questo punto la mente di Aldo Mangiù ritorna, con un nostalgico balzo nel tempo, all’esperienza del “Teatro de’Cenci” condivisa con l’amico regista Franco Calogero, un teatro fatto con mezzi poverissimi e con tanta, tanta fantasia. “E’ vero che in quel caso era la necessità data dalla mancanza di risorse materiali a stimolare la nostra creatività”- ricorda l’attore- “ma credo che il teatro vero debba riavvicinarsi a quel genere lì di spettacolo.” Gli occhi dell’attore sono pieni di commozione e d’emozione, un po’ come quando rievoca la figura del padre o ricorda il periodo di grande fermento culturale e teatrale rappresentato dagli anni Sessanta e Settanta. “Mio padre costituiva per noi giovani attori una sorta di metronomo: possedeva naturalmente i tempi giusti ed era pronto in qualsiasi momento a suggerirci le battute e questo aumentava enormemente il nostro senso di sicurezza e di fiducia reciproca sul palcoscenico. Ricordo il 1972 come un anno speciale, l’anno in cui la cooperativa “Rosina Anselmi”, nata dall’unione delle compagnie che rappresentavano i loro spettacoli nel teatro omonimo diretto a Catania da mio padre, fu la prima in Italia per numero di repliche a spettacolo.” Lo sguardo dell’attore si spegne del tutto quando l’argomento cade invece sulla situazione odierna del teatro catanese. “Non posso non commentare negativamente la condizione di abbandono in cui si trova questa città da parte dell’amministrazione regionale”- commenta amareggiato Mangiù- “Una recente normativa prescrive, infatti, che i contributi regionali debbano andare solo ai centri con più di 500.000 abitanti. È un chiaro eufemismo per dire che solo il capoluogo di provincia può ricevere tali finanziamenti pubblici. In questo contesto il Teatro Stabile di Catania, una realtà di tutto rispetto per il livello di qualità artistica cui si mantiene, viene inevitabilmente penalizzata. Figuriamoci realtà minori come le piccole compagnie. La mia è una di queste. La compagnia “Premio Scena” è in vita praticamente solo grazie alla fedeltà dei suoi abbonati.” L’attore è visibilmente dispiaciuto ma nel suo cuore persiste una certezza, o, per meglio dire, un augurio, lo stesso che da il titolo all’opera del giornalista palermitano Felice Cavallaro di cui Mangiù riproporrà nel suo lavoro sulla mafia due monologhi di donne: Questa terra diventerà bellissima.
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