|
Pubblicato
da CENTONOVE il 30/07/2004
E
l'altalena chiude la stagione dello Stabile di Catania
di
Mara Di Maura
Sipario
decorato con motivi che ricordano certe immagini della
Belle Epoque. A campeggiare sulla tela il titolo dell’opera
e il nome dell’autore. Il tutto avvolto in uno scenario
che ha esso stesso una sua storia e che si apre come uno
squarcio nel bel mezzo della città sotto un cielo di
mezza estate. È toccato a L’Altalena (Voculanzicula) di Nino Martoglio chiudere la stagione teatrale del
Teatro Stabile di Catania nella cornice suggestiva dello
storico cortile Platamone. Uno spettacolo suddiviso in tre
atti che ha la stessa leggerezza del suo titolo, più di
due ore di puro e sano divertimento alla riscoperta delle
origini, degli usi e del dialetto della città di Catania
attraverso lo strampalato mondo creato da uno dei più
grandi maestri del teatro popolare catanese. Girandola di
spassose gag comiche, rivelazioni familiari e malintesi
questo lavoro di Martoglio fu rappresentato per la prima
volta al Teatro Paganini di Genova nel 1909. Realtà e
immaginazione si compenetrano magistralmente dando vita ad
un ambiente fatto di saporite macchiette ed intriso di un
linguaggio schietto arricchito da continue incursioni del
dialetto nella lingua e da divertentissime distorsioni
lessicali in cui è possibile riconoscere l’ambiente
della Civita dell’epoca sfumato da quel tanto di
fantasia che basta per renderlo eterno ed a tratti
attualissimo. Accanto all’esilarante coppia Pippo
Pattavina - Tuccio Musumeci nei panni dei due lavoranti
barbieri Ninu e Pitirru attori ed attrici di tutto
rispetto hanno dato vita al pittoresco manipolo di
popolani le cui vicende ruotano attorno al salone del
barbiere Neli (Angelo Tosto). In una Sicilia forse un po’
scontata ma mai banale fatta di una rete di amori e
rancori nascosti sotto la scorza di secolari convenzioni
sociali si muovono la giovane ed infelice innamorata
Ajtina (Luana Toscano), lo spocchioso ed arrogante Mariddu
(David Coco), l’ambigua figura della protettiva madre di
quest’ultimo Flavia (Anna Malvica) e quella della ‘za
Sara (Guia Ielo) così tenacemente attaccata alle
superstizioni ed alle credenze popolari da risultare il
personaggio radicato più di tutti al sostrato più arcano
e ancestrale della nostra terra. ‘Gnaziu (Marcello
Perracchio), l’avventore (Santo Pennisi), la tanto
deprecata quanto mite moglie di Ninu (Vinci Autieri) e la
caratterista Nunziata (Carmela Buffa Calleo) completano il
panorama dei personaggi che animano la consueta storia d’amore
contrastata ma a lieto fine nutrita dell’innocua
ingegnosità e della bonaria ilarità di figurine
tipizzate nelle quali si può rinvenire tutta la
genuinità dell’ambiente della Civita del tempo.
E proprio questa variopinta atmosfera mista di tragicità
e di comicità, di spontaneità e di scaltra furberia al
tempo stesso, d’ingenuità ed al contempo di segreti
inconfessabili, è il punto di forza di quest’opera tra
le più esemplificative dell’intera produzione di
Martoglio. Impossibile non lasciarsi coinvolgere dalla
musica della banda Città di Misterbianco che, cogliendo
gli spettatori di sorpresa, appare alle spalle del
pubblico accompagnando in processione la candelora in
giro per le strade della città nel giorno della festa
della patrona Sant’Agata. Ecco che in quel preciso
istante è la candelora la vera protagonista dello
spettacolo ed insieme ad essa la forza delle nostre più
antiche tradizioni, quel misto inconfondibile di folklore
e fede religiosa. Eppure, pur nella presentazione di una
realtà sociale messa in scena con doveroso rispetto nei
confronti del vero, pur nella volontà di fotografare i
tratti distintivi di un ben preciso microcosmo fatto di
aristocratici decaduti, popolani chiassosi e spassosi,
poveri ingegnosi e bizzarre creature, la commedia approda
già ad esiti innovativi nella misura in cui gioca a
spingere la realtà fino alle sue più estreme conseguenze
finendo per deformarla nel grottesco e nell’assurdo
delle situazioni. Difficile non lasciarsi intenerire dalla
burlona ed infantile comicità di Ninu e Pitirru, cui
danno vita due grandi protagonisti delle scene catanesi.
Difficile distinguere sul finale il battito delle mani del
pubblico ad accompagnare la musica che sottolinea
gioiosamente le imminenti nozze dei due giovani innamorati
dai sonori (meritati) applausi degli spettatori.
|
|