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Matteo
Bonaccorsi - Lezioni di cinema
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Pubblicato
da CENTONOVE il 13/02/2004
"Lavorerò
sempre per raccontare la mia terra." Le sfide
difficili? "Rappresentare Aci e Galatea"
di
Mara Di Maura
Lezione
di cinema. Non un incontro culturale né un dibattito
accademico, solo una piacevole conversazione privata al
tavolino di un caffè immersi in un’atmosfera foriera
di generosa affabilità. Quell’affabilità che
scaturisce soltanto dall’umanità e dalla cortesia. Mi
trovo seduta di fronte a Matteo Bonaccorsi, appena
reduce della sua ultima esperienza cinematografica,
"Il nobile gioco" di cui è regista ed autore
e la cui prima è prevista per l’inizio di febbraio al
cinema "Margherita" di Acireale. Le parole
fluiscono una dietro l’altra, irrefrenabili. Io sto ad
ascoltarlo con vivo interesse catturata dalla
scorrevolezza della discussione, lasciandomi impregnare
da quegli utili insegnamenti sull’arte e sulla tecnica
cinematografica consapevole che la loro digeribilità
deriva da un’assoluta astensione a qualsiasi tono
retorico o ufficiale. Del resto chi conosce il regista
acese lo sa. Chi ha lavorato con lui sa che è un ottimo
leader, figura indispensabile in qualsiasi attività
produttiva o artistica degna di questo nome, ma sa che
è anche una sorta di padre in grado di stabilire un
rapporto umano con tutti i suoi collaboratori. Parola di
Livio Milazzo, assistente alla regia di gran parte delle
opere di Bonaccorsi. Nato ad Acireale e formatosi
artisticamente in campo teatrale per poi passare all’attività
cinematografica dopo aver acquisito una preparazione
teorica nella capitale nel 1982, Bonaccorsi non tace l’aneddoto
che stette all’origine della propria carriera di
regista. "Fu il parroco del mio paese a mettermi
per la prima volta tra le mani un copione teatrale
chiedendomi di occuparmi della messa in scena di uno
spettacolo. Avevo quindici anni ed il titolo del testo
era "La legge a volte non è uguale per
tutti". Da quel momento non smisi più. Seguirono
regie di opere del catanese Giovanni Formisano junior,
del torinese Franco Roberto nonchè di Pirandello
("Pensaci Giacomino") e di Goldoni ("La
bottega del caffè")." Quasi subito però la
conversazione entra "in media res". Basta solo
che il regista cominci a parlare del periodo in cui
nacque e maturò in lui l’amore per il cinema.
"Erano anni in cui chi voleva realizzare delle
opere proprie doveva ancora impiegare la cinepresa. È
in questa fase che si collocano i miei primi
cortometraggi di carattere sperimentale, "I giorni
perduti", "Il barone Cannedda" ed
"ET al carnevale di Acireale". Il primo
lavoro, tratto da un’opera di Dino Buzzati è impregnato di simbolismo: la storia surreale di un uomo
che scopre, racchiusi in scatole ammassate in un
burrone, tutti i giorni della propria vita consumati
inutilmente. Se i primi quattro lavori - prosegue
Bonaccorsi - consistettero soprattutto in una sorta di
esperimento o esercizio su commissione in un periodo in
cui, all’inizio degli anni Ottanta, la macchina da
presa era ancora uno strumento proibitivo a causa degli
elevatissimi costi, i miei films più recenti rivelano
una maggiore maturità."
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L’ultima creatura di
questo "cultore del backstage", come egli
stesso ama definirsi, è un film di venti minuti dal
titolo "Il nobile gioco". Si tratta di un
romanzo di formazione: la storia di un ragazzino,
Mattia, e della sua crescita attraverso il gioco degli
scacchi. |
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| "In particolare - precisa il regista –
ha una notevole rilevanza la frase messa in bocca al
padre del giovane protagonista: il tuo re nel gioco
degli scacchi è la vita da difendere giornalmente dalle
ingiustizie e dalle ipocrisie. In questo paragone non è
solo racchiuso il significato del film ma viene anche
esplicitamente confermato il carattere metaforico
nascosto dietro l’argomento affrontato: il nobile
gioco, prosegue ancora il padre a Mattia, ti sarà
maestro nel suggerirti come affrontare la vita."
Identificando in Steven Spielberg il proprio modello
cinematografico di riferimento Bonaccorsi spiega come le
fasi di costruzione di ogni sua opera, compresi gli spot
pubblicitari, da lui definiti veri e propri films di 30
secondi per via della struttura narrativa intrinseca,
riproducano in piccolo tutte le tappe di lavorazione
impiegate per le grandi produzioni cinematografiche.
"In particolare per me riveste molta importanza il
momento della realizzazione dello storyboard che
consentirà di orientare tutta la produzione successiva
secondo un ordinato piano di lavorazione evitando
inutili sprechi sia di tempo che di denaro." Nella
filmografia del regista c’è stato un momento decisivo
che ha segnato definitivamente l’evoluzione artistica
del suo lavoro cinematografico. "Il vero salto
tecnico nella resa qualitativa dell’immagine è stato
possibile solo a partire da "La leggenda di Aci"
– precisa - grazie all’impiego del digitale".
"La leggenda di Aci", film di 34 minuti, si
distingue, pur nella breve durata, per il tono epico che
lo caratterizza, dovuto non solo alla scelta del tema ma
anche al numero cospicuo di persone coinvolte nella
lavorazione, in tutto quarantadue membri dell’equipe,
ed alla natura stessa del progetto, nato come una sorta
di sfida. "Nessuno credeva che sarei riuscito a
tradurre sullo schermo cinematografico il mito di Aci e
Galatea che, insieme a note prelibatezze dolciarie
nostrane come le paste di mandorla, costituisce l’unico
simbolo della mia cittadina. Così ho sfidato l’incredulità
dei miei compaesani e la sostanziale assenza di fonti
letterarie sull’argomento, eccezion fatta per i sette
volumi della biblioteca cittadina che narrano la
vicenda. Mi animava solo la speranza che il mio lavoro
avrebbe contribuito a rendere un po’ più nota la
leggenda simbolicamente rappresentata dalla statua di
Aci ubicata al centro della villa Belvedere di Acireale
che, mostrando il pastorello agonizzante tra le braccia
dell’amata Galatea, presenta il momento culminante
della vicenda, la morte di Aci schiacciato dal masso
scagliato da Polifemo. Una delle questioni che avrebbe
potuto generare problemi di realizzazione tecnica era la
necessità di dotare il ciclope Polifemo di un solo
occhio. A tal riguardo gli autentici miracoli consentiti
dalle tecnologie digitali hanno giovato enormemente.
Tradizionalmente, infatti, si sarebbe fatto ricorso al
trucco, dunque si sarebbe risolto il problema a livello
della cosiddetta messinscena grazie all’impiego di
posticci plastici. Il digitale, invece, ha consentito di
evitare qualsiasi mascheramento fisico sostituendo agli
strumenti tradizionali la manipolazione virtuale delle
immagini in fase di post produzione." Interrogato
sul suo rapporto con la nostra isola Bonaccorsi
sottolinea di voler proseguire nella direzione della
simbiosi indissolubile tra il cinema e la Sicilia.
"Intendo raccontare sempre e solo della mia terra,
desidero girare tutti i miei films nella nostra stupenda
terra, così ricca e topograficamente varia, con le sue
estensioni assolate ed aride accanto a campi rigogliosi,
con i suoi scorci di mare a poche centinaia di metri
dalla montagna." Con il suo lavoro Bonaccorsi ha
ridato vivace cromatismo ad un mito che nella memoria
collettiva della nostra regione rischiava di sbiadire
nei colori bianco e nero della dimenticanza, un mito che
appartiene alla cultura nostrana, un mito che in qualche
modo ci parla, seppure con i contorni sfumati tipici del
fantastico, delle nostre origini. |
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