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Cavalleria rusticana - Civitoti in pretura


Pubblicato da CENTONOVE il 6/05/2005

Il Teatro siciliano fa il bis al Don Bosco

di Mara Di Maura

Un dittico di grande incisività, una coppia di atti unici dallo stile antitetico e dal carattere reciprocamente complementare quella proposta al teatro Don Bosco di Catania il 22, 23 e 24 aprile dal Gruppo d’Arte Sicilia Teatro. Perché di certo la scelta del direttore artistico della compagnia Tino Pasqualino di offrire al pubblico nella stessa serata due classici del teatro siciliano come il dramma verghiano Cavalleria Rusticana e la farsa martogliana I civitoti in pretura ha tutto il sapore di un’operazione meditata che, nel suo scontro inevitabile con una tradizione secolare di allestimenti scenici, avrebbe potuto implicare un gran numero di rischi, primo tra tutti la possibilità di scadere nel "già visto". Un rischio oculatamente evitato nel primo spettacolo grazie alla regia accurata, misurata e ritmata di Salvo Porto, come ben messo in luce dalle parole di Mimmo Salvo nel preambolo di presentazione della serata. Una regia originale che ha evidenziato in modo efficace il colore delle scene corali introducendo nel parlato intermezzi musicali cantati e danzati con l’intento di scandire l’alternarsi e il mescolarsi di sentimenti contrastanti tra loro, gioia e festa da un lato, lutto e disperazione dall’altro. La scelta interpretativa è caduta fondamentalmente su un’esasperazione dei toni che, se per certi versi si colloca in una direzione anti-veristica, ben si addice a sottolineare quei sentimenti e quelle passioni elementari e profonde di cui i personaggi principali del dramma si fanno portavoce. Dunque in questa messinscena la gelosia e il rimorso di Santuzza (una passionale ed intensa Elisa Franco), il senso di fatalità che incombe su Turiddu (Amleto Monteforte), il dolore di madre che sconvolge il cuore di ‘gna Nunzia, l’onore ferito di Alfio (Nuccio Anastasi) per il loro ardore rasentano davvero il misticismo, come ebbe modo di notare Benedetto Croce. Perfette nel loro bilanciare il pathos estremo delle prime le figure di Lola (nella performance più contenuta ma ugualmente attenta di Rosaria Ventura), zia Filomena (Rita Trovato) e Pippuzza (Laura Mannino). Regalano una parentesi leggera di humor, seppur amaro, la coppia di coniugi zio Brasi e comare Camilla (rispettivamente Filippo Russo e Silvana Nassetta) e Peppe l’orbu (Nicola La Rosa). Il tutto nella cornice simbolico- espressionista determinata dalla danza a tre coreografata da Rossana Tortora che apre lo spettacolo (un’anticipazione del triangolo amoroso che sta al centro del dramma) e che si chiude con un duplice gioco di sipari. Omaggio all’omonimo dramma musicale di Mascagni sono le due celebri arie interpretate da Antonio Costa rispettivamente in apertura e al centro dell’atto. Suggestive e anch’esse cariche di significati simbolici le scenografie il cui colore predominante è, guarda caso, il rosso della passione e della violenza che "inonda" il dramma. Funge da vero e proprio contrappeso a questa versione dell’opera pietra miliare del teatro verista la seconda proposta della serata, un gustosissimo Civitoti in pretura, appartenente a quella produzione di Martoglio cosiddetta "gioiosa". In questo perfetto ritratto di macchiette saporite collocate in una successione di scene satirico- farsesche in cui si respira un’aria popolare tutta squisitamente catanese, spicca di certo il linguaggio frizzante ed aggressivo della lavandaia Cicca Stonchiti, un’esilarante Maria Maugeri, attorniata da figure di "civitoti" altrettanto paradossali quanto realistici: messer Rapa (un comicissimo Gaetano di Benedetto) Viulanti (Silvana Nassetta) e il coro di abitanti del quartiere disseminato qua e là per il pubblico, con lo scopo di favorire una compenetrazione perfetta di quanto accade sulla scena con il punto di vista degli spettatori nonché di determinare un gioco complice, ilare e provocatorio ma mai eccessivo con gli stessi. La regia di Tino Pasqualino, perfettamente in linea con lo spirito del testo martogliano, contrappone tra loro due blocchi di personaggi socialmente distanti ma parimenti deformati in chiave caricaturale per evidenziarne bonariamente i difetti o, semplicemente, le peculiarità. Da un lato dunque i "civitoti", divisi in testimoni litiganti e accusati come Giovanni Masillara (Nuccio Marchese) e dall’altro i rappresentanti della giustizia, impietosamente trasformati sulle tavole del palcoscenico in marionette caricaturali come il pubblico ministero (Gino Santagati), il cancelliere con qualche problema d’udito (Mimmo Salvo), il balbuziente avvocato Pappalucerna ( Santo Arena) e i due carabinieri (Mariano Lo Faro e Concetto Sanfilippo). Al centro di questo variopinto panorama un frastornato pretore (Filippo Russo), il cui linguaggio "ufficiale" diventa paradossalmente straniero ed incomprensibile dinanzi all’idioma dialettale in cui si esprime il coro dei popolani. Lo spettacolo di chiusura della stagione, Amore mio…batti di Turi Giordano, è previsto per 10, 11 e 12 giugno. Un altro appuntamento da gustare in attesa di una calda stagione estiva di teatro catanese.


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