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Duro e il signor C.
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Pubblicato
da CENTONOVE il 19/05/2006
Avvincente il doppio giallo "Equazione a una incognita"scritto per la casa editrice catanese Prova d'autore. Una storia Kafkiana che fa i conti con l'indifferenza.
di
Mara Di Maura
Sembra un giallo ma non è. Sarà forse per analogia a Cristo che il protagonista dell’ultima opera letteraria del nostro conterraneo Carmelo Duro, Equazione ad una incognita, edita da Prova d’Autore di Catania, è indicativamente e non meglio precisamente citato durante tutto il romanzo col nome alquanto evocativo ed enigmatico di “signor C.”? C’è forse nel giornalista barbaramente assassinato una trasposizione laicizzata della figura sacra di quel “Dio che si è fatto uomo”? Chissà. Quel che è certo è che la vicenda del signor C. si muove davvero in un’atmosfera surreale. Il secondo romanzo di Duro, già reduce dell’opera prima Lampare Spente, edita nel 2003 dalla stessa Prova d’Autore, è stato presentato sabato 29/5 alle ore 18 presso l’hotel Capo dei Greci a Sant’Alessio Siculo dal medesimo autore e dal professore Cosimo Cucinotta, docente ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Messina. All’evento, coordinato dalla professoressa Angela Vecchio e patrocinato dall’assessore Giuseppe Cacciola e dal sindaco del comune di Sant’Alessio Siculo Giovanni Foti, hanno preso parte anche l’editore del romanzo, Nives Levan, e l’attore Daniele Gonciaruk attraverso la lettura di alcuni brani tratti dal testo di Duro.
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In Equazione ad una incognita, arricchito dalle illustrazioni di Franca Faccin, ci troviamo di fronte ad una storia kafkiana, come l’autore stesso riconosce nelle prime pagine del suo romanzo. Un racconto kafkiano, dunque, questo sì, è innegabile, ma con qualcosa in più che rende la narrazione originale e particolare, sicuramente unica nel suo genere. Al lettore viene innanzitutto lanciata, fin dalle prime pagine, una maliziosa sfida, o, per meglio dire, viene proposto qualcosa di simile ad un rompicapo, una sorta di enigma appunto, che tuttavia si rivela ben presto, man mano che si prosegue nella lettura, solo un gioco, una bonaria burla ideata “ad hoc” dall’autore per incuriosire il destinatario della sua opera ed avvinghiarlo tra le avvincenti spire delle sue pagine. Così, del tutto convinti di leggere un thriller, ci si ritrova catapultati in quella travagliata notte dell’ottobre 1985 sullo stesso treno su cui viaggia il signor C., invisibili, muti e impotenti testimoni dei fatti. Pian piano ci si scopre sempre più tesi per il destino del pover’uomo, trepidanti per la sua incolumità. Come nella tradizione del genere giallo s’iniziano a fare tutte le congetture possibili intorno al misterioso ed ambiguo ragazzo che perseguita il protagonista. Lentamente s’inizia a dubitare di tutti, ma proprio di tutti, lentamente il cerchio si stringe attorno al signor C., lentamente la solitudine e l’incomprensione diventano l’habitat naturale del personaggio, la dimensione in cui egli pare destinato a muoversi. Tutto fino all’apparente soluzione del mistero. E si tira finalmente un sospiro di sollievo. Ma si tratta di una scoperta banale, deludente. Il lettore si aspettava di più. Cosa succede a questo punto? In che direzione comincia a muoversi la narrazione? Solo adesso si entra nel vivo del racconto. La musica cambia e si comprende che ciò che si è letto fino a questo momento altro non era che un “Mc Guffin”, per dirla alla Hitchcock, una meccanismo congeniato appositamente per stimolare l’attenzione e la capacità critica del lettore. Si potrebbe azzardare sostenendo che fino a questo punto si è preparato il lettore al vero e proprio romanzo, seminando qua e là dei segnali che gli serviranno da ora in avanti come veri e propri strumenti d’interpretazione di quanto verrà narrato. L’essenza stessa del libro si ritrova concentrata in questa seconda parte. Cesura tra questa, per così dire, “premessa” e il cuore della narrazione è l’equazione ad una incognita, l’enigma nell’enigma che conduce fatalmente il signor C. alla sua sorte beffarda. L’enigma ad un’incognita è, in tal senso, un macabro complice del Destino, una sua ancella se vogliamo. Insieme ad esso l’Amore, un Amore che opera come forza mortifera, come amore che uccide, riproponendo il più classico ed antico binomio Eros- Tanatos. In questa visione la figura di Anna non può che presentarsi come una femme fatale, ammaliatrice anche se a tratti ingenua e proprio per questo motivo ancor più temibile. E il protagonista non fa certamente mistero del sentimento che prova nei confronti di questa creatura che entra prorompente ed inaspettatamente nella sua vita per cambiarla per sempre. L’autore, impiegando un punto di vista esterno alla narrazione, ci mette a parte degli intimi pensieri e dei sentimenti del personaggio. Sono sicuramente i sintomi dell’innamoramento. Ma c’è di più. Sono le premesse della perdita di sé, quella perdita che tanto preoccupa il protagonista e di cui quest’ultimo si sente minacciato ma che il signor C. non avrà tuttavia modo di effettuare. La morte sopraggiungerà prima, una morte fatale sì, ma con un significato ben più profondo. Sarebbe di certo riduttivo asserire che sia il Destino, una concatenazione casuale di fatti e d’incontri a sancire la fine della vita di questo personaggio. Il signor C. viene ucciso dalla società che non ne comprende le idee, la visione della società, che non da voce alle sue speranze di miglioramento dello Stato. Ad ucciderlo è la solitudine, l’isolamento di cui soffre nell’indignarsi per l’indifferenza generale che lo circonda ai problemi sociali, economici e politici. Ad essere uccisi sono sostanzialmente i suoi sogni. Ma il signor C. corre incontro al suo destino non rinunciando mai, neppure per un secondo, a far sentire, drammatica ma altisonante, la sua voce. Perché la pensa esattamente come Kafka: “Se sono condannato a morire, sono non solo condannato a morire, ma anche condannato a difendermi fino alla morte.” |
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