di Mara Di Maura
In apparenza si direbbe una storia intima e personale di formazione, la narrazione di un percorso di crescita di una ragazza in quella fase delicata di passaggio dall’infanzia all’adolescenza ma, probabilmente, I baci mai dati, l’ultimo film di Roberta Torre interamente girato a Catania nel quartiere di Librino, notoriamente etichettato come una zona “a rischio”, è molto, molto di più. Perché la vicenda di Manuela coincide con quel percorso di crescita che tutti noi dovremmo compiere e che, purtroppo, troppo spesso non comprendiamo di dover intraprendere. E non mi riferisco solo alla mentalità dei siciliani ma al modo di pensare che accompagna la vita della stragrande maggioranza delle persone, oggi più che mai convinte che basti un “miracolo”, vero o finto che sia, per cambiare di colpo la propria esistenza, per risolvere quasi magicamente in un attimo i propri problemi, futili o gravi che siano. Ma a volte proprio i sogni possono aiutarci a vedere più nitidamente la realtà. Dunque essi svolgono una funzione essenziale all’interno della nostra vita giocando un ruolo determinante nel processo di maturazione. Esattamente come accade alla protagonista del film, una sorta di nuova Doroty nel mondo del Mago di Oz. Ed esattamente come Doroty anche Manuela alla fine “si sveglia alla realtà” imparando, proprio grazie al sogno, a crescere.
Un film che fa certamente riflettere ma che sa anche parlare dritto al cuore con immagini semplici ed incisive, con un linguaggio cinematografico che colpisce direttamente l’inconscio e l’emotività come solo le grandi opere d’arte sanno fare. L’inconscio, sì. E del resto come potrebbe essere diversamente? La storia di Manuela è una favola, un sogno e, come tutti i sogni che si rispettino, il sogno trova il suo immancabile epilogo nel risveglio alla realtà. Corollario perfetto dei termini “sogno” e “favola” è un’altra parola, “miracolo”, a ben ragione inserita nel sottotitolo del film, “Miracolo a Librino.” Perché il sogno di Manuela finisce per coincidere con quello del suo quartiere. Ma con una differenza sostanziale, che quello della ragazza è un sogno consapevole, frutto di una bugia consapevole, una realtà parallela creata dall’adolescente per sfuggire alla triste realtà (i “baci mai dati” del titolo alludono proprio al mancato amore della madre, una stupenda Donatella Finocchiaro, volutamente e perfettamente sopra le righe) mentre il sogno del popolo di Librino è frutto inconsapevole della bugia di Manuela, una bugia che per la comunità locale si tramuta in un’illusione con il valore aggiunto di “oppio dei popoli.”
E man mano che il sogno del quartiere si fa sempre più incalzante i colori di cui si tingono le tapparelle, le sfumature dei palazzi si fanno sgargianti, “irreali”. Persino i personaggi sembrano parlare e muoversi in maniera volutamente “eccessiva”, come una parodia di sé stessi, come le macchiette di un film muto. Il tutto ad opera di una sapiente e felicissima scelta registica.
I baci mai dati tra le righe e con sottile ironia e leggerezza lancia dunque un messaggio profondissimo, un appello di speranza, sia a livello personale che sociale: il vero cambiamento, il vero miracolo può avvenire solo se siamo noi stessi, dall’interno, a volerlo tenacemente e a lavorare nella realtà circostante affinché il sogno divenga parte di questa realtà.