Pubblicato
da CENTONOVE il 01/08/2003
La
storia di un tragico amore per l'opera prima dello
scrittore di Sant'Alessio. Che sorprende per
sensibilità e scrittura
di
Mara Di Maura
Se è vero, come sostenne l’autore latino Lucano,
che “ lo scrivere è quell’arte che può
dipingere il pensiero per poter parlare agli
occhi” l’opera prima di narrativa del
giornalista Carmelo Duro può essere a pieno
titolo annoverata fra i frutti divini di
quell’arte. A proposito di questo romanzo dal
titolo ossimorico si è parlato a ragion veduta
del Verismo verghiano e del neorealismo
cinematografico ma, a mio avviso, “Lampare
spente” è di più. È una storia moderna, al di
là delle apparenze e dell’ambientazione. Ci
trasporta sì negli anni della miseria
postbellica, ricostruendo pedissequamente attività
lavorative e svaghi infantili di una comunità di
pescatori di Marina di Vigoria, ma lo fa
raccontandoci una vicenda umana, dolorosamente
umana e, soprattutto, una tragedia intima,
familiare, proposta con singolare sensibilità ed
introspezione psicologica. La saggezza popolare,
liricamente sviscerata attraverso le parole messe
in bocca al personaggio dell’anziano zu Giuvanni,
nella suggestiva metafora delle “cincu jitida
d’a manu”, focalizza ed, al contempo, anticipa
il nucleo di senso concentrato nelle successive
vicissitudini dei protagonisti. Ed a ben guardare
è l’intero coro composto dagli abitanti del
paese il vero ed indiscusso protagonista
dell’opera. Un personaggio collettivo che, come
nelle più celebri tragedie classiche, non si
limita a fare da cornice e da supporto alle figure
principali ma è, esso stesso, portavoce di tutte
le verità, anche di quelle meno ovvie e più
latenti. Così, fra descrizioni puntuali, quasi
documentaristiche, dei costumi e degli oggetti
d’uso comune dei nostri corregionali di qualche
decennio fa, scivola via il dramma personale di
una donna e del rapporto dialettico di amore- odio
col microcosmo cui appartiene. Attraverso le
parole del dottore, alter ego dell’autore, si
chiarisce come quella che sembra essere, ad un
approccio superficiale, una semplice crisi
coniugale altro non sia che la storia profonda,
comune, attualissima di un problema d’
interrelazione fra l’io e la comunità. ‘ A
vaneddha, infatti, luogo sociale e mentale più
che spazio vitale dei paesani, è la responsabile
del vizio che lentamente s’impadronisce della
protagonista Ciccina e ne corrode l’esistenza,
già tanto impalpabile, fino al lento spegnersi
del finale, placido almeno quanto il “
Silenzio” che,
musicalmente, lo accompagna e tacito almeno
quanto lo era stata la silenziosa ribellione della
triste eroina. È proprio a questo punto che la
vicenda non solo acquista un più ampio respiro,
un respiro drammatico che varca i ristretti
confini del rapporto di coppia, ma si fa anche un
suggestivo profilo d’indagine sociologica ed
etnologica. Dalla descrizione ambientale alla
focalizzazione dell’individuale, per tornare
nuovamente al sociale ma arricchito da una visione
estremamente problematizzata: è questo, dal mio
punto di vista, il percorso ciclico tracciabile
all’interno della linea narrativa del romanzo.
È questa la forza e l’originalità della
vicenda narrata:
la storia di un amore tenero seppure
brutale, quello fra
Santo e Ciccina, che si proietta, come se
fosse riflesso da uno specchio deformante, sulla
comunità del quartiere, chiusa, piccola,
rassicurante ma anche claustrofobia, invadente,
ciarliera. È una storia che ci appartiene, è la
storia, forse, di tanti tentativi, riusciti e non,
di fuga oltre il mare, verso terre non nostre,
nella speranza di poter evadere da quel mondo
isolano, di potersi sottrarre a quel lembo di
terra martoriata. Cos’è, infatti, l’alcolismo
di Ciccina se non la disperata ma, ahimè, utopica
evasione da un problema duplice, familiare e
sociale? E, in una visione più estesa, non si
potrebbe leggere nel suo alienarsi dalla
condizione infelice nella quale è costretta a
vivere, il desiderio universale, squisitamente
umano, di volare verso lidi sconosciuti, oltre la
siepe leopardiana, bramosi d’infinito? Da questo
punto di vista il finale un po’ sarcastico ed
amarognolo, con quell’applauso idealmente
tributato a Ciccina, ma solo nella fantasia
dell’avvilito consorte, ormai distrutto
dal senso di colpa e dalla tribolazione, suona
come un omaggio ironico e beffardo a tutti coloro
i quali, come la protagonista, si sono allontanati
dalla loro “ vaneddha” ribellandosi alla
routine ed ai crucci della loro vita quotidiana.
Perché dalla “ vaneddha” non si può
scappare, non si può scappare mai. Anche quando
ci illudiamo che sia rimasta lì ad attenderci,
immobile, sinistra, silenziosa e paziente, anche
se non lo sappiamo o fingiamo di non saperlo, essa
ci segue dovunque. Perché non possiamo farne a
meno, vive dentro di noi, nell’anelito continuo
alle cose che ci appartengono, ai nostri colori,
ai nostri sapori, alle nostre persone. In quel
palpito del cuore che ci fa ritrovare a parlare di
lei, a discutere con lei, in una “
corrispondenza di amorosi sensi” che sempre ci
accompagna, conforto di madre amorevole, porto
sicuro nell’oceano della solitudine.