Pubblicato
da CENTONOVE il 26/05/2006
PA tu per tu con l'attore e insegnante della celebre scuola parigina Lecoq. Che a Catania insegna l'antico mondo del clawn.
di
Mara Di Maura
“Il teatro inizia quando il sipario si chiude”. Avete capito bene. Non è uno scherzo e neppure una follia. Eppure di follia Emmanuel Lavallèe ne ha da vendere, una follia positiva, creativa, di quelle follie da cui sgorga, quasi per incanto, il germe magico della creatività. Ma, del resto, proprio nei molteplici controsensi, nelle tante affermazioni solo apparentemente illogiche di cui è intrisa la sua piacevole e a tratti incomprensibile loquela, è possibile ricercare il senso di tutta la sua attività di artista, l’aspetto più intimo e profondo del suo mestiere, antico com’è antico il mondo, l’arte del clawn. Minuto, agile, scattante, con quel volto scarno su cui campeggiano due occhi vigili, Emmanuel è naturalmente dotato di un phisic du role assai singolare che ricorda per certi versi la malinconia di Charlie Chaplin e, più da vicino, l’imprevedibile ed esilarante dinamismo di Tatì. Attore e insegnante della celebre scuola parigina Lecoq, fondatore della Scuola Internazionale di Teatro Circo a Vapore e direttore artistico della Scuola Popolare di Circo di Roma da lui stesso istituita due anni fa nel cuore della capitale, nel popolarissimo quartiere Prenestino, Emmanuel ha recentemente condotto presso il Teatro Club di Catania intitolato al compianto Nando Greco il laboratorio “Il Clawn teatrale”, una full immertion nel lavoro del clawn, vera e propria riscoperta di questo mestiere, ben lungi dalla figura stereotipata con cui siamo soliti identificarlo. Ed è proprio in questa sede che ho avuto modo d’incontrarlo e di scambiare quattro chiacchiere con lui.“La mia scuola forma attori di circo, non di teatro”-spiega Emmanuel- “In questo modo la funzione dell’attore si allarga, non è circoscritta al palcoscenico ma sconfina all’esterno per penetrare nella vita di tutti i giorni. Così l’arte del clawn è messa al servizio degli altri. Per esempio la mia scuola forma molti clawn che lavorano negli ospedali o che prestano servizio nelle associazioni umanitarie.” Emmanuel ha dunque una concezione dell’attore assai lontana dal modo in cui siamo stati abituati a concepirla. “Il clawn”- precisa l’artista- “è diverso dal semplice attore, per esempio dall’attore della Commedia dell’Arte. Mentre quest’ultimo si serve sempre di una maschera, il primo valorizza piuttosto la propria interiorità. Il naso rosso in questo senso diventa un po’ il simbolo di questa interiorità. Da questo punto di vista il lavoro del clawn è antitetico a quello dell’attore perché non fa uso del personaggio come tramite col pubblico ma è un lavoro di scavo e di ricerca interiore. Il clawn scende al fondo di sé stesso, mette a nudo le proprie paure ed inadeguatezze ed utilizza la parte più oscura della propria anima, quella che Jung chiamerebbe “Ombra”, per far luce.” Indubbiamente il discorso di Emmanuel è affascinante ed avvincente. “Il clawn”-prosegue Emmanuel- “deve liberarsi, per dirla pirandellianamente, delle maschere che la vita c’imponee, nel riscoprirsi nudo appunto, deve percepirsi chiaramente ridicolo. Per pervenire a questa liberazione il clawn deve attuare una sorta di azzeramento del pensiero, un concetto quest’ultimo di derivazione orientale.” Emmanuel sta per pubblicare con la casa editrice parigina “Les deux oceans” un suo testo dal titolo “Il clawn celeste”, summa delle considerazioni che stanno alla base del suo lavoro di clawn. A questo punto mi sovvengono alcuni interrogativi. Emmanuel è paziente. “Effettivamente anche Stanislawsky”- ammette l’attore- “parla d’interiorità, ma il suo discorso fa comunque riferimento al rapporto tra attore e personaggio. Ci muoviamo dunque ancora nell’ambito della cosiddetta quarta parete. Niente a che vedere con il lavoro del clawn la cui interiorizzazione delle conoscenze che ha recepito dall’esterno, che ha insomma acquisito dalla vita, deve poi essere estrinsecata nuovamente all’esterno, al di là dell’ambito teatrale, nella vita quotidiana. Proprio questo rapporto d’amore tra l’artista da un lato e il pubblico dall’altro, un rapporto simile all’innamoramento, rappresenta il punto di contatto tra la mia teoria e quella di Lecoq, il cui lavoro punta infatti molto sul rapporto con il pubblico e sul concetto di comunicazione.” Non è un caso che Emmanuel tiri in ballo Lecoq: è proprio a quel periodo, al momento in cui ha conseguito il diploma presso la prestigiosa scuola parigina, che risale quello che egli definisce il suo innamoramento nei confronti del teatro, un innamoramento che, attraverso l’attività artistica, egli si è proposto poi di riportare nel suo modo d’approcciarsi alla vita. Oggi è una splendida giornata di sole. Emmanuel è fortunato. Interrogato sull’impressione che ha avuto della nostra isola risponde senza esitazioni. “A parte la bellezza delle attrazioni naturali e la gradevolezza del clima quello che mi ha colpito della Sicilia e di Catania in particolare è il calore della gente, persone solari che, nonostante il caos della città, prendono tutto il tempo a loro disposizione per assaporare ogni momento della loro vita.” Dal 21 al 25 giugno Emmanuel farà nuovamente capolino in questa città che sembra essergli rimasta nel cuore per tenere sempre al Teatro Club un altro laboratorio dal suggestivo titolo di “L’arte dello stupore” (Per informazione chiamare allo 095 312146) Non mi resta allora che congedarmi da questo amico con l’augurio e, in un certo senso, con l’inspiegabile certezza che porterà con sé nella capitale francese un pizzico del nostro sole insulare.
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