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Pubblicato
da CENTONOVE il 21/05/2004
L'opera
di Pirandello chiude la stagione dell' Eliseo. Con
successo.
di
Mara Di Maura
Quando
ai primi anni Settanta a Tullio Kezich fu proposto di
scrivere un adattamento teatrale del romanzo pirandelliano
Il fu Mattia Pascal l’idea acquisì per il noto
critico cinematografico il sapore di una sfida sia perché
spesso gli adattamenti tradiscono l’originale sia
perché non tutti i romanzi recano in sé i germi di una
qualche rappresentabilità. Ebbene se si fosse trattato di
una sfida a ragion veduta la si potrebbe considerare a
trent’anni di distanza una sfida vinta. È questa la
storia che ha portato nel 1974 alla nascita del testo
proposto dal teatro Eliseo di Roma dall’11 al 30 di
maggio a chiusura della stagione teatrale 2003/2004.
Coprodotto dal Teatro Stabile di Catania e dalla Compagnia
del Teatro Moderno lo spettacolo si nutre della prova
attoriale di Giuseppe Pambieri, cui recitano accanto Lia
Tanzi, Micol Pambieri, Massimo De Rossi, Fulvio D’Angelo,
Barbara Tabita, Franco Mirabella, David Coco e della
visione metateatrale conferitagli dalla regia di Piero
Maccarinelli. Opera di straordinaria attualità Il fu
Mattia Pascal viene proposta agli spettatori del
nostro secolo in una chiave interpretativa moderna che si
avvale delle scene di Bruno Mazzali, stilizzate e non
prive di forti valenze simboliche, e di una recitazione
che preferisce i toni naturali del parlato e della
quotidianità a quelli spesso "gridati" della
grande tradizione accademica. "C’è una grande aria
teatrale nel romanzo di Pirandello- sostiene il regista-
Mattia è un personaggio in cerca d’autore, un uomo alla
ricerca di sé stesso. Vive la sua prima vita
inconsapevolmente circondato da persone che lo coinvolgono
ma senza permettergli di conoscere sé stesso. Si lascia
vivere finchè interviene la morte delle sue due figlie, e
allora, solo allora, parte la ricerca di sé stesso. Ma
ecco che un’altra morte si sovrappone alle prime due,
una morte fittizia. E proprio da questa morte Mattia
comincia a vivere dall’esterno quelle esperienze che lo
avevano "vissuto" nella sua vita
precedente." Se è vero, come diceva lo stesso Kezich,
che "il fascino di questa vicenda, sviluppata
attraverso un intreccio che è gran teatro già sulla
pagina, è quello si stuzzicare l’illusione che l’infelicità
personale sia superabile e che a un certo punto si possa
ricominciare la propria vita da zero" è pur vero che
nello spettatore queste illusioni sono stimolate solo per
essere prontamente recise. "Mattia incontra nuove
persone- prosegue Maccarinelli- che altro non sembrano
essere che differenti incarnazioni di persone incontrate
nella sua prima vita. Il protagonista cerca continuamente
di affrancarsi dai fastidiosi vincoli sociali rendendosi
tuttavia presto conto che né Mattia né Adriano riescono
a spezzare quella catena di legami e di oppressioni."
È evidente la volontà di Pirandello di parlare delle
maschere sociali come di una condizione umana
ineluttabile, di un destino immodificabile che condanna
gli esseri umani alla sofferenza. Il fu Mattia Pascal secondo il pensiero di Kezich attinge a una vera
commozione grazie a quella che potremmo chiamre con Gadda "la cognizione del dolore". La regia di
Maccarinelli pone l’accento sull’autobiografismo
insito nel testo pirandelliano sicchè in Mattia vengono
sintetizzate le valenze di personaggio, autore,
drammaturgo e regista della storia rappresentata.
"Ecco quindi che- questa la visione che ha il regista
dello spettacolo- sul palcoscenico all’inizio nudo e
spoglio, sarà Mattia stesso a mostrare i personaggi e i
mondi della sua vita doppia, reale e teatrale. Nella
versione di Kezich è Mattia stesso ad introdurre gli
altri e fargli prendere consistenza di personaggi."
La chiave di lettura di tutto ciò che vediamo vivere sul
palcoscenico è infatti, non a caso, uno specchio assai
simile a quelli dei camerini dei teatri, che vediamo
calare dall’alto, quasi magicamente nei momenti di
maggiore raccoglimento del personaggio con sé stesso o,
per meglio dire, con la propria problematica esistenziale.
Lo specchio simbolo del doppio, lo specchio che rimanda a
Mattia l’immagine di Adriano Meis e viceversa, lo
specchio che restituisce senza pietà al personaggio l’irrisolvibile
dramma dell’io di cui è protagonista. Non si può
eludere dunque un’identificazione fortemente emotiva con
il protagonista, alias Pirandello, morto vivente e uomo
senza qualità, un fu Mattia Pascal, testimone e
protagonista della limitatezza tragica e comica dell’uomo
nell’universo.
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