Pubblicato
da CENTONOVE il 06/02/2004
Appena
completate le liriche di Saffo, l'illustre traduttore di
Limina si racconta. Opere, passioni e nostalgie di un
attento studioso del passato e del presente.
"Racconto
l'amore senza violenza ma non dimentico la terra avara
del mio paese con le sue fughe angosciose"
di
Mara Di Maura
Mi
lascio un po’ intimidire da quella barba canuta che
ispira saggezza e conoscenza e da quegli occhi
penetranti di chi sa scrutare bene i risvolti più
intimi dell’animo umano. Questa nota che scrivo vuole
essere pure una piccola storia di un’intervista
annunciata, ma "equivocata", perché l’uomo
interessato credeva che fossi io a chiederla a lui. Ma l’incomprensione
si è potuta subito chiarire ed ho potuto avere dinanzi
una personalità come quella di Sebastiano Saglimbeni.
Seduto ad un bar della stazione Termini a Roma attende l’ora
del treno per rientrare a Verona, la città dove vive ed
opera da parecchi anni. "Sì, ma è la Sicilia,
soprattutto, la protagonista di tutte le mie scritture:
da quelle poetiche, a quelle narrative e a quelle dell’agile
saggio Il fiore e l’intenso, che è una chiave
interpretativa o, se si vuole, un invito alla lettura de
Il garofano rosso di Elio Vittorini, "un’opera
tra le più grandi del nostro Novecento, perché in essa
c’è descritta la scuola passiva di ieri e la scoperta
che gli studenti fanno del sesso". In questi
termini Saglimbeni, poeta, narratore e giornalista, nato
a Limina, una collina dell’ionio, nel Messinese,
precisa il sodalizio artistico oltre che sanguineo che
lo lega alla sua terra. L’illustre insegnante di
lettere nonché, da dieci anni, ragguardevole traduttore
dal latino di opere classiche, come i primi due libri
dell’Eneide e le Favole di Fedro, si è recato, alcuni
giorni fa nella capitale, proprio per definire l’imminente
ripubblicazione delle sue traduzioni, riguardanti le
Bucoliche e le Georgiche virgiliane in un volume unico
per l’editrice Newton Compton. Se a Saglimbeni si
domanda quale tipo di rapporto lo lega alla nobile
pratica della traduzione dei classici risponde
fornendone la suggestiva denominazione di "educata
trasgressione, con qualche resa poetica". Quasi una
spontanea gemmazione della passione che nutre per la
cultura classica, alcuni titoli delle sue produzioni
poetiche rispecchiano il gusto per l’etimologia, per
la ricerca della parola che sintetizzi in sé la matrice
ispirativi ed il nucleo tematico dell’opera. Così
accade per Catabasi e lezione di umiltà, raccolta
poetica del 1977, prefazionata dalla scrittore Paolo
Volponi, discussa al Premio Viareggio e ripubblicata nel
1979. Il titolo allude, non solo ad una discesa vera e
propria da Nord a Sud del nostro paese ma anche e
soprattutto ad un’immersione nella zona più profonda
della cultura popolare siciliana. Riprova ne è la
sezione di chiusura dell’opera, composta da tredici
canti popolari, attinti dalla tradizione orale contadina
e trascritti con un certo criterio scientifico ed
accompagnati da una traduzione in lingua. Non si
riscontra alcuna freddezza nell’azione creativa di
Saglimbeni ma certo, profondo intimismo che lo stesso
non nasconde. "I temi che ho tentato di fermare
nelle mie scritture poetiche e narrative sono spesso
autobiografici. Ci sono l’io, che campeggia, l’eros
che è poetico, in quanto non ha alcun rapporto con la
violenza. Ma ho esteso la mia attenzione alla società
umile, alla terra avara del mio paese, a quella della
Sicilia in genere e alla conseguente emigrazione o fuga
angosciosa verso altre terre". Proprio quest’ultimo
aspetto appare centrale nell’opera poetica precedente
a Catabasi, Resistenza alla terra gibbosa, edita nel
1969 ma concepita parallelamente alla stesura delle
prose I domineddio il cui titolo si riferisce a certi
signori, dominatori inetti della politica locale
liminese. Le due produzioni contemporanee, nonostante la
differente forma espressiva impiegata, contemplano un po’
la storia del paese natìo, Limina, una storia un pò
simile a quella di altri paesi che subiscono le siccità
lunghe e la conseguente arsura della terra, che
diventava vetrosa e deludente. La ferita del Nord, un
romanzo autobiografico, edito nel 1973 da Guanda, come
altri libri, descrive un processo legale, tra il
fantastico e la cronaca nuda, con uno stile scarno e
poetico che è poi quello che caratterizza la produzione
in prosa dell’autore, ma è pure la narrazione che
riguarda certe forme di razzismo nordico nei confronti
dei meridionali. Non manca la costante dell’eros. Qui
eccessivo. Il poemetto Chronicon enuncia la ciclicità
del dolore e della tragicità inevitabile, eterna.
Seppure anteriore alla silloge poetica La volta del
libro, edita nel 1984 con la prefazione di Roberto
Roversi, pare fornire un antidoto a tale umanissima
desolazione. D’impatto non accademico è il saggio
dedicato a Federico Garcia Lorca, citato da Carlo Bo
nella bibliografia sull’autore spagnolo. "L’epilogo
tragico" mi comunica il nostro intervistato,
"di questa esistenza culturale e poetica ha agito
anche come elemento influenzante e determinante una
primaria preferenza rivolta verso chi cadde o verso chi-
giustamente- passò come eroe. Questa preferenza o
elezione è ancora viva, oltrepasserà parte di questo
nuovo millennio, sino a quando nell’uomo rimarrà
acceso il senso del ricorso alla poesia come
riedificazione di valori tendenti alla caduta
continuamente, in luogo di fini diversi dell’esistenza,
la poesia, intesa come violenza gnomica, pertanto capace
di penetrare nelle oscurità mentali dissipandole".
E qui vale accennare, pure per indicare certa influenza,
quella riguardante certe metafore, che questo Lorca ha
esercitato nel poeta Saglimbeni, al poemetto, dal titolo
metaforico, Mielinica la rosa, scritto a Roma nel 1990.
Ma uno dei meriti più grandi che indubbiamente va
ascritto a Saglimbeni consiste nell’avere riscoperto
la figura di un illustre siciliano, Francesco Lo Sardo,
eletto deputato nel 1924, per la lista del Partito
Comunista d’Italia, contemporaneamente all’elezione
di Gramsci in Veneto e nel Piemonte. I destini delle due
grandi figure della sinistra, entrambe isolane, ed
entrambe arrestate in una stessa sera del novembre 1926,
si congiunsero nel carcere di Turi di Bari dove ebbero
modo di rivedersi, non più parlamentari ma detenuti dal
regime fascista che li fece morire lentamente. In
carcere Lo Sardo, nella clinica Quisisana Gramsci. Sia a
Gramsci che a Lo Sardo era consentito scrivere ai
familiari. Solo che le lettere che Gramsci scrisse ai
suoi parenti vennero pubblicate all’indomani della
Liberazione, quelle di Lo Sardo molto tardivamente, ad
opera di Saglimbeni che riuscì nel 1980 a snidarle dai
parenti. Lo studioso Saglimbeni ha potuto così curare
un grosso volume contenente queste lettere dal titolo
Epistolario dal carcere. Successivamente egli mise mano
agli iscritti inediti dell’umanista e politico
Concetto Marchesi, amico di Lo Sardo. Di grande valore
storico difatti sono i Discorsi che Marchesi pronunciò
alla Camera dei Deputati, curati da Saglimbeni su
incarico dell’allora Presidente della Camera Nilde
Iotti. Questo impegno valse a Saglimbeni la candidatura
al Senato nel 1992, per il collegio di Patti, nella
lista di Rifondazione comunista. Non venne eletto. Per
la stessa lista, in altri collegi, si presentarono Paolo
Volponi, Luciano Canfora ed altri intellettuali. Vennero
eletti pochi senatori, il famoso Paolo Volponi non venne
eletto per il Senato ma per la Camera. Va ricordato che
lo storico Francesco Renda dedica a Saglimbeni, poeta e
narratore, nella Storia della Sicilia dal 1860 al 1970
una considerevole attenzione. Va ricordato ancora che di
recente Saglimbeni ha ultimato la traduzione poetica
delle liriche e dei frammenti di Saffo ed ha completato
un piccolo saggio sul vino, non sulle tipologie di
questo divino nettare, ma sugli effetti che genera,
cantato ad iniziare da Omero sino ai nostri giorni. Si
tratta di un semplice lavoro, con citazioni di versi in
greco, in latino e nella nostra lingua. Il lavoro s’intitola
Larga vina ( Vino in abbondanza), titolo estratto da I
Fasti di Ovidio. "Poeta di stile elegante,
speleologo di rarità e finezze letterarie, creatore di
fulgide occasioni poetiche". Così è stato
definito, fra l’altro, Saglimbeni, sul quotidiano
"Il giorno" del 24 agosto del 1986, dallo
storico e giornalista Guido Gerosa.
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