|
Pubblicato
da CENTONOVE il 12/11/2004
Classe 1912,
il "grande vecchio" del teatro catanese racconta
un mondo che non c'è piu: "All'epoca, non esistevano
neanche gli abbonamenti"
di
Mara Di Maura
Esordisce
decantando una poesia in dialetto. Potrebbe essere un’ode
alla donna amata ma poi mi accorgo che sta parlando
proprio di me. Sta delineando della mia persona un quadro
preciso e straordinariamente vicino alla realtà. Non mi
conosce eppure con un solo sguardo ha già letto il mio
animo. Mi commuove tantissimo. Mi sento davvero lusingata
perché quest’arzillo ragazzo che sta tessendo le mie
lodi è un gentiluomo di veneranda età. Il suo nome è
Ciccino Sineri, un nome che è simbolo stesso di un certo
teatro catanese che non c’è più e di una generazione
di attori e attrici che di teatro viveva nel senso
letterale del termine perché in un’epoca povera di pace
e ricca di stenti doveva riuscire a racimolare il pane
quotidiano calcando le tavole del palcoscenico. "Io
ho fatto teatro in un periodo in cui non esistevano
abbonamenti e le prove duravano tutto il giorno. All’una
andavamo a mangiare e alle cinque del pomeriggio tornavamo
a lavorare. Noi avevamo oltre a Dio un altro giudice
supremo: il pubblico." Così Ciccino, intercalandolo
con la recitazione di varie poesie, espone il suo
personale credo, la vocazione di un uomo che ha consegnato
la propria stessa vita a quella ribalta su cui è
provvidenzialmente venuto alla luce. "Mia madre dava
la voce ai pupi negli spettacoli di teatro ambulante e
così nel 1912 le capitò di partorirmi proprio sul
pagliericcio dei pupi!" Il grande attore racconta la
propria nascita verificatasi in circostanze del tutto
singolari ed il mio stupore cresce. Ora so di avere di
fronte un predestinato oltre che un figlio d’arte ed una
leggenda vivente del teatro della nostra isola. La
carriera artistica di Ciccino potrebbe essere idealmente
suddivisa in tre fasi: tra la prima negli anni Sessanta e
l’ultima negli anni Ottanta, che lo vedono entrambe
collaborare con il Teatro Stabile, se ne colloca una
seconda in cui, avendo costituito una propria compagnia,
Sineri porta i propri spettacoli in giro per i piccoli
centri della Sicilia, paesini in cui, infatti, questo
personaggio gode tuttora di una certa notorietà.
"Poi Mario Giusti lo volle nuovamente allo
Stabile". Una voce sopraggiunge alle mie spalle. È
quella di Tino Pasqualino, presidente del Gruppo d’Arte
Sicilia Teatro nonché amico personale di Ciccino Sineri.
Grazie a lui sto avendo modo d’incontrare l’attore
catanese. Mi guardo attorno e tra i quadri esposti sulle
pareti della camera il mio occhio cade in particolare su
due foto che ritraggono la stessa donna in due occasioni
diverse. Mi viene spiegato che si tratta di Sara, moglie
di Ciccino. "Le foto risalgono agli anni in cui era
un’attrice assai amata dal pubblico e particolarmente
richiesta nell’allestimento degli spettacoli. Qualcuno
sosteneva che fosse addirittura più brava del
marito." Tino soddisfa in questi termini la mia
curiosità. Comunque una cosa è certa: gli spettatori
erano particolarmente affezionati a Sara la quale, insieme
a Iole e a Nina, costituiva il terzetto delle note sorelle
Micalizzi, attrici caratteriste. Sineri l’ha amata
profondamente e ne ha fatto un punto di riferimento
capitale della sua esistenza. "Il repertorio di
Ciccino - prosegue Tino- spaziava dal teatro verghiano a
Martoglio passando per i cosiddetti nanareddi ,
poesie dialettali recitate nel periodo natalizio a mò di
preghiera nei cortili popolari davanti alle icone sacre.
Poi non mancano neppure le sceneggiate napoletane, da lui
interpretate per circa trent’anni senza invidiare nulla
agli artisti partenopei. Per esempio ricordiamo la canzone ‘Ncatenato. Nino Taranto suonava il pianoforte
mentre Ciccino decantava i versi in dialetto. Credo che il
maggior pregio della recitazione di Sineri consista nella
sua naturalezza interpretativa." Due in particolare
le opere care all’attore, Gatta ci cova di Russo
Giusti, in cui Sineri ha interpretato il ruolo di padrone
Isidoro conferendo a questo personaggio una connotazione
assai umana e I Navarra, testo drammatico di Nanni
Pucci, in cui lo stesso ha vestito i panni di Diego
Navarra. "Dobbiamo allestire nuovamente I Navarra e dobbiamo dedicare lo spettacolo alla memoria di Turi
Ferro!" Ciccino propone di commemorare in questo modo
la scomparsa dell’amico attore nei confronti del quale
prova ancora una grande devozione. Una forte emozione
satura l’aria, la stessa che mi pervade l’animo nel
momento in cui Sineri interpreta con trasporto sentito la
poesia Pisatici lu granu ppi me matri,
richiestissima persino a Buenos Aires. Adesso non ho più
dubbi. È una pagina di storia del teatro siciliano quella
che sto avendo il privilegio di sfogliare in questo comune
pomeriggio catanese, quella che leggo negli occhi di quest’uomo.
Mi parlano di sudore, fatica, sacrificio e tanta, tanta
dedizione per lo spettacolo. Sì, oggi la lezione di
teatro trasborda le regole di dizione e qualsiasi forma
didascalica per farsi innanzitutto ammaestramento di vita.
Oggi, per un giorno soltanto, la scuola di teatro la si fa
con un solo strumento, il cuore.
|
|