Pubblicato
da CENTONOVE il 14/10/2003
Pirandello
senza "argini"
La
trilogia dell'autore agrigentino all'Argentina con la
regia di Castri
di
Mara Di Maura
Può
accaderti di distogliere lo sguardo dal palcoscenico e
dopo qualche istante di trovare la ribalta vuota proprio
nel bel mezzo della rappresentazione oppure di
percorrere il ridotto del teatro durante l’intervallo
e di imbatterti negli attori immersi ancora nella
recitazione esattamente come se l’opera d’arte,
noncurante della distanza che la separa dalla vita,
avesse lacerato gli "argini" del palcoscenico
e, con forza prorompente, avesse inondato la realtà
impregnandola di sè. Tutto questo può capitarti se è
in scena Pirandello. Tutto questo è accaduto al teatro
Argentina di Roma il 30 Ottobre alla prima di
"Questa sera si recita a soggetto",
allestimento coprodotto dal Teatro Biondo di Palermo e
dal Teatro di Roma e già rappresentato il 15 ottobre
nel capoluogo siciliano. Se la messinscena più recente
del terzo ed ultimo "capitolo" della
cosiddetta trilogia del "teatro nel teatro"
dell’autore agrigentino, quella allestita da Luca
Ronconi nel 1999 al Teatro Strehler di Milano,
focalizzava l’attenzione sul carattere leggero, non
angoscioso, della metafora racchiusa nella recita a
soggetto da parte degli attori, intesa come vita
sregolata e libera da ogni tentativo di imbrigliarla
entro i parametri di un ordine prevedibile, le scelte
registiche di Castri nascono da una diversa
considerazione del medesimo testo pirandelliano. Per il
regista " Questa sera si recita a soggetto"
prelude già ampiamente all’ultima fase della
produzione teatrale dell’autore siciliano, quella che,
con "I giganti della montagna", celebrerà la
definitiva afasia dell’opera drammatica, l’assoluto
vuoto all’interno della parola, la mancanza totale di
senso razionale nell’opera teatrale ed il sopravvivere
del teatro esclusivamente nella dimensione del mito. E
non è un caso dunque che a costituire il leit motiv dei
vari momenti della rappresentazione sia proprio un
monito, ora più ora meno sotteso, al melodramma, genere
spiccatamente italiano che del puro canto, della pura
passione e dell’ immagine monumentale, grandiosa,
appunto mitica, è la più alta sincope. Da queste
osservazioni scaturisce l’allestimento del regista che
punta l’attenzione sul carattere franto- per impiegare
una sua espressone "cubista"- delle situazioni
previste dal testo, sulla difficoltà o, per meglio
dire, sull’impossibilità dei frammenti di discorso di
farsi struttura narrativa portante e coesa al proprio
interno. Prive di un qualsiasi senso che le leghi, le
vicende proposte agli spettatori sembrano dei ritagli
estrapolati da una sorta di "album dei
ricordi" della produzione pirandelliana
complessivamente considerata. Manca di conseguenza anche
il senso della profondità nella maniera in cui esse
vengono tratteggiate. Anche i personaggi sono solo delle
funzioni, appena abbozzate, e perciò non è possibile
lavorare su di essi impiegando il sottotesto come
strumento per avvicinarvisi perché la loro chiave di
lettura è del tutto lontana dal criterio del realismo e
parimenti da quello della profondità. Come sostiene lo
stesso Castri ci troviamo di fronte ad una sorta di
"macchina celibe": le scene, continuamente
interrotte, si riducono a semplici immagini
esemplificative dei temi ricorrenti dell’opera dell’autore
accostate l’una all’altra senza conferire loro
alcuna consequenzialità logica. Secondo il pensiero del
regista è lo stesso testo a fornire una
"gastronomica esibizione di tutti i mezzi
espressivi messi in mostra dal teatro, un lessico
meraviglioso della teatralità": dalla
presentazione degli attori all’esplodere della
concezione della regia come magniloquente gioco
scenografico e sonoro, dalla scena del salotto che
poggia sul ritmo sapiente dei tempi comici fra i
divertimenti dei soldati ed il mal di denti della madre,
la Signora Ignazia ed attrice caratterista (Valeria
Moriconi) all’emozionante scena della morte del padre
ed attore brillante Sampognetta (Alarico Salaroli),
dalla vestizione di Mommina, la figlia maggiore e prima
attrice (Manuela Maldraccia) al realismo psicologico
della scena fra Mommina ed il marito Verri (Sergio
Romano), al finale, che sconfina con l’essenzializzazione
della scena, col drammatico monologo di Mommina
completamente identificata col personaggio che
interpreta. D’altra parte non poteva essere altrimenti
dal momento che il tema centrale dell’opera è la
dichiarazione di autoreferenzialità pronunciata dal
teatro. Esso disvela palesemente i propri meccanismi di
funzionamento, in primo luogo il rapporto fra le forze
che ne stanno alla base, autore, regista, attori,
personaggi e pubblico. Si tratta di un rapporto percorso
da un duplice livello di contraddizioni e paradossi. In
primo luogo la relazione conflittuale fra l’autore ed
il regista, in un primo momento sbilanciata a favore del
secondo, finisce poi per rovesciarsi in quanto ogni
azione scenica presunta dal direttore di scena come
"a soggetto" è in realtà prevista dall’autore.
In secondo luogo il rapporto ostile fra il regista
Hinkfuss (Vittorio Franceschi) e i suoi attori si sposta
a vantaggio di questi ultimi grazie al meccanismo,
antico quanto la tradizione della Commedia dell’Arte,
della recita "a soggetto". Lo spettacolo, in
cartellone fino al 23 Novembre ed arricchito dei costumi
e della sapiente scenografia di Maurizio Balò, del
suono di Franco Visioli e delle musiche di Arturo
Annecchino, è solo la prima delle due regie di Massimo
Castri previste sullo stesso palco della capitale per la
stagione 2003-2004. La seconda, prevista per il 10 Marzo
quando il sipario dell’Argentina si alzerà su
"Quando si è qualcuno", fornirà ancora una
volta occasione di riflessione sulla crisi del dramma
borghese e costituirà il secondo degli ultimi due
attesi capitoli nella decennale opera di ricerca del
regista sul percorso drammaturgico pirandelliano.
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