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Storia d'amore e d'anarchia


Pubblicato da CENTONOVE il 05/12/2003

L'amore ai tempi del fascismo

Palma d'oro a Cannes nel '73 torna a teatro. Protagonista una splendida Giuliana De Sio.

di Mara Di Maura

Un’ altalena continua di lacrime e sorrisi sullo sfondo fascista di una Roma “napoletanizzata” in cui l’alternanza di tono comico e tono tragico a tratti si traduce nella forma ora gioiosa ora commovente ma sempre coinvolgente della cantata. Il tutto attorno alla dolorosa ed universale immagine di un’anima tesa tra il fermo ancoramento al dovere etico - sociale e la propensione al perseguimento di un sogno di felicita’ individuale tanto frugale quanto utopico. Perchè la vita, come ribadisce giustamente Salome’, prima ti illude e poi ti tradisce. Questa e’ l’essenza di “Film d’amore e d’anarchia”, opera che nel 1973 tributò alla sua regista Lina Wertmuller insieme alla palma d’oro a Cannes anche la fama internazionale. Adesso ritorna sulla ribalta l’opera teatrale (quasi) omonima che ispirò quel film, “Storia d’amore e d’anarchia”, in scena al Teatro Verga di Catania dal 25 Novembre al 7 dicembre nella forma di commedia musicale, un’edizione rinnovata per l’allestimento del teatro Eliseo di Roma. Ne sono protagonisti, diretti dalla Wertmuller, ancora una volta maestra nel coniugare in perfetta simbiosi reciproca i vari linguaggi artistici incanalandoli in una medesima direzione al fine di enfatizzare il messaggio che intende comunicare, Giuliana De Sio ( Salomè) ed Elio (Tunin), il cantante delle Storie Tese. Al loro fianco Gabriella Pession, Marco Zannoni e Solvejg D’Assunta. Le musiche, le canzoni originali di Italo Greco e Lucio Gregoretti associate ai due brani di Nino Rota inseriti anche nel film, eseguite dal vivo da Cinzia Gangarella, sono sapientemente impiegate e non risultano mai inopportune. Così la fanfara  incrocia il climax tragico della vicenda proprio nel momento cruciale in cui esso necessita di un contrappeso che lo bilanci per non rischiare di stancare il pubblico. I violini, così “sofferenti”, nella sintassi drammaturgica costituiscono il corrispettivo dell’ amore impossibile che Tunin nutre per la prostituta teneramente ribattezzata col nomignolo di “Ricciolina”. Ma nulla servirà a salvare il protagonista da sé stesso, neppure l’amore. Egli sceglierà ugualmente di far prevalere l’onore e la causa partigiana e si slancerà titanicamente e consapevolmente verso un destino segnato, in maniera ineluttabile, dalla morte. Come sembra suggerire anche la scenografia firmata da Enrico Job, “Eros” e “ Tanatos” sono i poli dialettici dell’opera,  metafora della vita con le sue contraddizioni. Lo sfondo iconografico è infatti composto da scale che si ergono a livelli differenti per comunicare la sensazione di squilibrio e precarietà ascrivibile al fato che sovrasta e stringe i personaggi in una morsa soffocante. La confluenza di sentimenti contrastanti si esplica visivamente anche nel senso di confusione innestato in chi osserva dalla fantasia fiorata delle scale con la quale si mimetizzano con facilità le procaci ed altrettanto variopinte vestaglie delle prostitute. Con le tonalità cromatiche stridenti che le contraddistinguono le vestaglie  alludono anche alla collocazione della vicenda in quel contesto privo di ordine etico che è la casa di tolleranza, una sorta di “territorio franco” in cui ogni legge e gerarchia sociale sembra essere stata abolita. Qui i ruoli precodificati si confondono. Qui  le donne “dai facili costumi” sono sensibili e finiscono col piegarsi dinanzi alla forza dell’amore mentre le camicie nere, fautrici dell’inquadramento della società entro canoni comportamentali ineccepibili nonché i rispettabili funzionari del regime e gli esponenti dell’ affettata classe borghese mostrano la loro reale bassezza morale e la loro volgarità. Il linguaggio spontaneo di Salomè e delle altre meretrici  dedite, come emerge fin dalla canzone d’apertura dello spettacolo, alla vendita di pochi minuti di piacere e felicità, è impregnato di flessioni dialettali partenopee in netta opposizione al modo d’esprimersi convenzionale, freddo, “etichettato” dei frequentatori abituali del salone, gli stessi animatori dei circoli fascisti avvezzi a manifestare a colpi di manganello la propria virilità. Anche la caratterizzazione verbale dei vari personaggi risponde pertanto ad una precisa distinzione socio- psicologica tra figure “naturali” e le figure false e prepotenti dei detentori del potere. Intervistata sulle motivazioni che hanno indotto alla rivisitazione ed al riproponimento del lavoro Lina Wertmuller ha affermato che quelle stesse passioni ideologiche giovanili che furono ispirazione prima dell’opera permangono ancora suscitando il medesimo coinvolgimento nonostante i tempi e le condizioni storico-sociali siano profondamente mutate. In fondo è universale ed eterno il contrasto tra il sogno di un mondo in cui gli uomini siano “uguali e liberi come Dio li ha creati” e la realtà in cui gli umili costituiscono solo “carne da macello”. Una “camaleontica” Giuliana De Sio, ora sarcastica ora nervosa, a tratti diviene  amara per farsi portavoce dell’ottica che sottende a tutta l’ opera, una visione cruda e del tutto dissacrante nei confronti dell’ amore e della stessa esistenza umana.


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Il sapore dei tramonti, il primo romanzo di Mara Di Maura e Ernesto Calogero edito da Boopen editore è in vendita on line sul sito www.boopen.it

 
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