di Mara Di
Maura
" Quando sei
spaventato sei pienamente te stesso, il tuo essere
spirituale e’ totalmente presente, condensato
davanti ai tuoi occhi". Con questa incisiva
considerazione Pupi Avati, regista e musicista cui
noi spettatori dobbiamo tanto momenti di terrore
quanto di intensa commozione, ha esposto ,
coerentemente con la profondità d’introspezione
psicologica che emerge da tutte la sue opere, lo
status mentale ed emotivo che accompagna la paura.
Proprio al cinema dell’orrore e’, infatti,
dedicato il ciclo di incontri dal titolo " Al
buio" in seno al quale si e’ tenuta lunedì
11 Marzo la conferenza dell’artista , seguita alla
visione del suo film " L’arcano
incantatore". " E’ un film in cui ho
cercato di ridurre il più possibile ogni elemento
esornativo al punto che il cast , scelto in
pochissimo tempo, si riduce pressoché ai due
protagonisti , il monaco che guida una setta
esoterica sotto lo pseudonimo di Arcano Incantatore(
Carlo Cecchi )e il suo fedele seguace, un giovane
chierico ( Stefano Dionisi) . Anche lo spazio e’
fisso dal momento che l’azione e’
prevalentemente girata in interni, quelli di
un’antica biblioteca torreggiante sull’appennino
tosco- emiliano, in realtà ubicato in Umbria.
L’intento era di canalizzare l’attenzione del
pubblico sui fatti e di puntare sugli
"effetti" determinando una condizione di
stringente soffocamento nell’animo dello
spettatore il quale si sente schiacciato da una
Forza superiore , misteriosa e inevitabile quanto
affascinante." Ancora una volta il maestro si
e’ cimentato in un genere a lui caro , il racconto
nero, d’atmosfera gotica , gettandosi a capo fitto
in una vicenda in cui i leit motiv della propria
filmografia sono proiettati nel contesto storico di
un 700 illuminista percorso da un insolubile
conflitto fra razionalità e sentimento. La
possibilità comunicativa fra la vita e la morte e
l’ambiguità di un cattolicesimo che si autonega
in quanto fonte di certezze e lascia, piuttosto, al
fruitore un finale "aperto" dove il Bene
ed il Male, legati da un sottile filo o
indistintamente mescolati , non sono poi cosi’
lontani: non sono forse queste le "
ossessioni" in cui ci siamo imbattuti
attraverso la " lettura" dei precedenti
" La casa dalle finestre che ridono" ,
" Le torri del silenzio", "Zeider"
? Pupi non manca neppure di mettere a nudo la
propria intimità e soddisfa il desiderio da parte
degli auditori di conoscere le matrici più profonde
delle paure che lo accompagnano dall’infanzia e
che trovano, quasi naturalmente, una loro
collocazione in posizione centrale nei suoi film del
terrore. " La mia e’ stata una formazione
religiosa impregnata di un cattolicesimo bigotto cui
mi lega, tuttora, un rapporto di amore ma anche di
inconscio timore. E’ per questo che nei miei film
l’antagonista e’, spesso, un prete. Per esempio
ho proiettato nel cattivo prete- donna de " La
casa dalle finestre che ridono" un’idea che
da piccolo mi perseguitava….Allo stesso modo il
desiderio di indagare cosa succede dentro una bara,
le favole contadine a riguardo e l’inaspettata
morte di un caro amico sono stati determinanti per
il tema di "Zeider": la possibilità di un
contatto fra il mondo della vita e quello della
morte, che si può ricondurre alla volontà di
accedere ad un oltremondano, situato al di la’
degli angusti limiti del razionale. Questo tema, in
definitiva opposizione con le "mode" assai
in auge ai tempi della mia iniziazione all’arte
cinematografica , ovvero una temperie neorealista
ansiosa di cogliere e riprodurre il reale, si
ritrova, in ultima istanza, anche nei miei film
d’impronta intimistica, proiettati verso la sfera
del ricordo e della nostalgia" . E ancora
continua sintetizzando il valore che assume per lui
il genere horror , opportunamente nobilitato da
suggestioni intellettuali, gotiche, raffinato,
arricchito con accostamenti alla pittura: "E’
come se mi guardassi allo specchio e riuscissi solo
per la prima volta a vedere riflessa l’immagine
del mio volto , un volto che non conoscevo: si
tratta di una sorta di "viaggio" nei
recessi più reconditi della mia anima ed ogni
volta, puntualmente, al mio "ritorno" mi
ritrovo catarticamente e magicamente libero dalle
mie paure". Infine , fra un aneddoto ironico
tratto dalla propria esperienza universitaria e un
altro legato al rapporto con gli attori, fra un
ricordo meno lieto della perdita di un amico, Pupi
affronta più da vicino la propria
"poetica" personale: "Quando scrivo
una sceneggiatura non penso mai di poterne trarre un
romanzo perché già essa e’ stilata volutamente
con l’impostazione del più classico romanzo
d’appendice d’epoca romantica , cioè con
dovizie di particolari sul carattere dei vari
personaggi o sull’ambiente in cui si svolge la
vicenda , con uno stile forbito , con didascalie
illuminanti per l’interpretazione dell’attore ma
soprattutto con l’adozione dei verbi al passato
.La sceneggiatura ,il più delle volte, e’ in
netta opposizione con il tema delle mie opere: per
esempio né "L’arcano incantatore"
sarebbe stato più logico che io avessi adottato uno
stile settecentesco , assai più coerente con
l’atmosfera che aleggia nel film, invece ho
mantenuto uno stile medievale, gotico , romantico
.Direi che si tratti di un processo inconscio :
quando scrivo svariate sono le suggestioni da cui
traggono origine le mie parole, un ricordo lontano o
un episodio , magari banale , capitatomi qualche
giorno prima , le musiche che sto ascoltando
nell’atto di battere a macchina e che, reiterate,
diventano parte integrante della mia ispirazione
tanto che alla fine non posso fare a meno di esse
per poter creare . Il tutto si verifica senza che io
possa rendermene conto, in un processo magico ed
allucinatorio , subito rimosso dalla mia mente. Solo
"a posteriori" se mi cimento nel ricercare
le cause delle mie storie , le ritrovo nella realtà
che ho vissuto e che e’ stata trasfigurata dalla
mia fantasia". A questo punto le domande degli
astanti si susseguono, indotte dalla curiosità nei
riguardi soprattutto di un’altra componente
essenziale del fare cinematografico , la musica. Il
nostro insigne conferenziere soddisfa gli appetiti
dei cinefili e spiega: "Né " L’arcano
incantatore" le musiche sono di Pino Donaggio
ed anch’esse, come già la sceneggiatura
,possiedono uno stile opposto al tema del film : non
una sonata settecentesca ma un romantico poema
sinfonico. Il fatto e’ che io , essendo stato per
molti anni musicista , affido proprio alle musiche
il compito di comunicare i miei
sentimenti…"E’ un po’ stanco Pupi Avati
quando, a pochi minuti dalla conclusione
dell’incontro, viene interrogato riguardo
all’innovazione del DVD e all’uscita imminente
de " La casa dalle finestre che ridono" in
una versione completamente rimasterizzata .
"Sono pienamente favorevole a questa ulteriore
conquista della tecnologia. Ricordo con immenso
piacere la sensazione di gioia che provai
acquistando la mia prima videocassetta VHS. Era
" Citizen Kane". Se il VHS o il DVD
possono regalare la piacevole sensazione di
possedere un film , proprio come si fa con un libro,
di poterne fruire con facilita’ ed in qualsiasi
momento, credo che esso costituisca non un nemico ma
un fedele alleato di quest’arte. Infine se il
digitale rende in grado noi registi di potenziare la
qualità dell’immagine e del suono, ritengo che
esso vada incoraggiato perché la storia del cinema
e’ fatta di fasi tecnologicamente evolutive. A
partire da ognuna di esse si sono spalancati nuovi
orizzonti alla fantasia del pubblico, meravigliato e
stupito. Il cinema progredisce e questa modernità
continua costituisce il suo indispensabile
fondamento. Di certo l’approccio a quest’arte
e’ assai lento, ma comunque progressivo". A
tal riguardo , come formula di congedo, non poteva
mancare un omaggio a uno dei maggiori registi di
tutti i tempi , Ingmar Bergman: " Solo dopo
sette film riuscii a fare ciò che intendevo
realizzare". A buon intenditor poche parole…
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