Cinema

Parla con lei

Almodovar


di Mara Di Maura

Un film di Pedro Almodovar è capace di toccare le corde più profonde della nostra anima, resta dentro, come un marchi indelebile, perché fa letteralmente esplodere tutte le nostre certezze, fino a lasciarci disarmati e impotenti dinanzi alla nidità della nostra condizione umana. Il regista che con "Tutto su mia madre" aveva realizzato la sua opera massima, guadagnandosi un meritato Oscar, prosegue adesso, a tre anni di distanza, sulla stessa scia, parlando un linguaggio a noi, uomini di oggi, ben comprensibile, portavoce della difficoltà di rapportarsi agli altri nella società contemporanea. Infatti come piò essere definito quello di Benigno, tormentato protagonista della storia, se non un urlo munchiano contro le precostituite regole del vivere civile? Di certo non c’è da stupirsi se, deluso dalla superficialità e dalla falsità del mondo circostante, egli scelga di chiudersi in sé stesso, preferendo al macrocosmo delle parole inutili e vuote, il proprio microcosmo fatto di silenzi e di gesti che parlano continuamente le emozioni del proprio io. Sensibile e femmineo, tanto da essere considerato un omosessuale da una comunità sempre pronta a giudicare dalle apparenze e dai titoli, l’infermiere gode della propria vita normale, fin troppo pura per non diventare bersaglio di facili sospetti ed accuse. Se ama sinceramente una giovane donna, Alicia, al punto tale da dedicare unicamente a lei le proprie giornate, a dispetto sia della condizione che, in seguito ad un malaugurato incidente, l’ha ridotta allo stato vegetativo, sia del fatto di averla conosciuta solo per un breve istante, egli è indiscutibilmente un pazzo. E’ inutile che il suo amico Marco tenti di dissuaderlo e di spiegargli che esistono degli stereotipi comportamentali, infrangendo i quali si è messi alla berlina. Benigno (nome a dir poco sintomatico) non può che ribattergli che ha intenzione di sposare la ragazza, esattamente come se si trattasse della situazione più normale che possa esistere. Ma dove sta la normalità e dove la follia? Chi può arrogarsi il diritto di definire la linea di demarcazione che le separa? Forse è proprio la diversità con il suo modo singolare di concepire la vita, a fornire una possibile chiave di lettura per imparare meglio a conoscere se stessi e, soprattutto, a impostare le relazioni con gli altri in modo più vero. Per questo motivo più che l’amicizia che s’instaura fra due uomini, conosciutisi per caso in ospedale e accumunati da una disgraziata e analoga circostanza ( anche Lydia, la fidanzata di Marco è in coma, ma, a differenza di Alicia, non ne uscirà viva) il tema più interessante è rappresentato dal graduale processo di apprendimento di Marco, perfettamente integrato nel sistema. Dal contatto con Benigno egli capirà che esistono molteplici modi di amare, al di là di quelli formalmente riconosciuti, ma tutti egualmente profondi , non di rado ancor più autentici di quelli canonici. E’ significativo, da questo punto di vista, che Lydia, la toreadora amata da Marco, muoia quando ancora egli non ha imparato la lezione. "Parla con lei" – lo esorta Benigno. "E’ inutile. Non Capirebbe. Solo il suo corpo continua a vivere.La sua mente non c’è." – è la pronta risposta dell’amico. Il netto rifiuto è fatale per la donna, più di quanto non lo sia stato il colpo inferto dalle corna del toro nell’arena. In diametrale antitesi all’amara sorte di Lydia, si colloca quella di Alicia: nonostante il suo figlioletto non abbia la possibilità di respirare la vita se non per brevi istanti, quel pargoletto non voluto coscientemente, frutto di un amore totalmente e generosamente donato da Benigno, non chiesto e, perciò disinteressato possiede una forza prorompente e misteriosa che la risveglia all’esistenza, proprio come un richiamo ad un diritto che nessuno, neppure un destino avverso, può sottrarre… L’ultimo capolavoro di Almodovar potrebbe essere considerato , quindi, come una metaforica celebrazione di un modo di comunicare che interviene laddove le semplici parole non bastano più, l’amore, questo sentimento universale, al quale sono sconosciute barriere di alcun tipo, l’amore che supera lo stesso divario tra la vita e la morte. Come al solito l’artista non manca di chiarire questo messaggio, affidando una funzione esplicativa all’esordio e all’epilogo del film, sotto questo aspetto di natura anulare. Non è un caso che fra tutte le arti siano, rispettivamente, una pantomina danzata e una danza di sapore folkloristico (le cui coreografie sono firmate da Pina Baush) a essere rappresentate sulla ribalta di uno spettacolo cui assistono all’inizio i due protagonisti maschili, destinati, a distanza di mesi, a reincontrarsi e a instaurare un rapporto che cambierà le loro vite, e, alla fine Marco, Alicia e l’insegnante di quest’ultima. Allo stesso modo in cui Benigno, pur senza dichiarare con alcun discorso ragionevolmente costruito il proprio amore per Alicia, le comunica ugualmente i propri sentimenti con la sola fisicità, analogicamente nella danza il linguaggio del corpo, con la sua totale e profonda espressività, si fa trasposizione esteriore e completa dei sentimenti, unica voce insopprimibile della nostra anima.


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Il sapore dei tramonti, il primo romanzo di Mara Di Maura e Ernesto Calogero edito da Boopen editore è in vendita on line sul sito www.boopen.it

 
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