di Mara Di Maura
<Ancora una
volta, ripetiamo ancora una volta! Dovete sembrare
"realmente degli spiriti"!>. Non lo si può
negare di certo: Gianni Scuto nella sua professione di
regista, non difetta in fatto di meticolosità e di
risolutezza, eppure al contempo, sa essere pure paziente e
comprensivo, specie se i suoi attori sono chiamati a
sostenere il compito assai oneroso di mettere in scena una
delle colonne portanti della drammaturgia italiana
novecentesca, "Questi fantasmi" di Eduardo De
Filippo. Certe cose le senti "a pelle": così
entrando in una sala prova, può capitarti di essere
investito da una ventata di affidabilità e di intesa
reciproca, allora sai già che, di sicuro, il lavoro
riuscirà, perchè si respira proprio quella coesione
interna che è la condizione indispensabile affinchè si
possa approdare ad un risultato scenico costruttivo. Il
piacere di "giocare" a recitare il gusto
dell'estemporaneità nella definizione di taluni
particolari iconografici. la ricerca della precisione
tanto nel gesto quanto nella intonazione delle battute in
una parola la professionalità: tutto questo è la
compagnia "Sicilia teatro" di Tino Pasqualino. E
quanta assiduità, quanto esercizio si celano dietro la
performance di Franco Colaiemma o di Rosaria Ventura,
quanta fermezza e dedizione dietro i loro volti, talora
tesi per qualche errore commesso, talvolta sorridenti per
qualche battuta fuori copione scappate di bocca al regista
al fine di alleviare la fatica. E che dire di Nuccio
Anastasi, Filippo Russo, Silvana Nassetta, Concetto Venti,
Maria Maugeri e tutti gli altri membri del gruppo, che,
ogni sera spesso già stanchi per la giornata lavorativa
appena trascorsa, si riuniscono per perfezionare la loro
interpretazione? Cosa se non un sincera passione per la
scena e l'amore per il pubblico li inducono ad un impegno
simile? Tanto più che la scelta, caduta su un classico
del teatro dell'assurdo, un' autentica pastique di
elementi pirandelliani,primo fra tutti la dicotomia fra
l'essere e l'apparire, a causa della complessità e
corposità della sua materia espressa con il tocco tutto
personale che solo il drammaturgo napoletano poteva
conferirle, è estremamente coraggiosa. Ma niente paura,
non sussiste affatto il pericoòo che lo spettacolo
risulti indigesto. Merito sia della trama avvincente
incentrata attorno a un mistero inquetante, sia alle
innovazioni registiche originali e intelligenti
riguardanti la sceneggiatura e la scenografia.
"Abbiamo adattato la traduzione in catanese di Enrico
Guarnieri, alternata all'italiano, quest'ultimo in
coincidenza con i personaggi più ambigui, volutamente
connotati da una recitazione surreale, forzata,
marionettistica. Lo scopo è stato duplice: da un lato
rendere possibile una più vasta circolazione dell'opera,
ben oltre l'ambito regionale, e dall'altro evitare
illecite forzature all'espressività del dialetto
napoletano". Così Concetto Venti delucida le
caratteristiche linguistiche del testo, dotato di un'insolità
e moderna promisquità di idiomi: E aggiunge
"L'azione si svolge in un palazzo barocco ma per
accentuarne la connotazione espressionistica, la
scenografia trasfigura oniricamente l'ambiente
reale". A riprova del discorso colloca allora dinanzi
ai miei occhi un bozzetto che potrebbe rischiare di
passare per un quadro di magritte: delle stanze circondate
dall'azzurro e dal bianco delle nuvole, come sospese fra
cielo e terrain una dimensione atemporale e irreale
rarefatta. Al pubblico quindi il piacere di lasciarsi
conquistare da questa metafora del vivere umano, perchè
nella società odierna, non è forse l'apparenza,
paradossalmente la nostra più autentica identità? Non
resta che provare a scoprirlo ponendosi un inevitabile
interrogativo: MA SULLA SCENA SI MUOVONO PERSONAGGI O
FANTASMI.
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