Culturaglobale - Vilegnovella dal judri

 

     

 
 
 

Sergio Altieri

pittura

il maestro Luciano de Gironcoli ci consiglia

 

"1962 - 2006. Un percorso d'immagini"

personale di Luciano de Gironcoli 

 

Tracce per una lettura

1962 - 2006 questi i termini cronologici che definiscono “un percorso d’immagini”, un itinerario pittorico che Luciano de Gironcoli traccia nella mostra che ha allestito dal 30 giugno al 30 luglio 2006 nello spazio espositivo della Libreria “Rebus” di Cormons.
Certo oltre quarant’anni di pittura vorrebbero sale e sale di un’ampia galleria ma de Gironcoli riesce in uno spazio relativamente piccolo e con un numero di lavori non infinito - quasi tutti lavori inediti, mai esposti né pubblicati - a ben rappresentare l’intero suo lavoro di artista serio, impegnato, splendidamente coerente e al contempo capace sempre di farsi affascinare da nuove suggestioni, visive e non.
Nato a Gorizia nel 1947, Luciano de Gironcoli si è avvicinato alla pittura proprio nel 1962: fu Ostilio Gianandrea, personalità importante del vitale ambiente artistico goriziano degli Anni Sessanta che necessita ancora del giusto riconoscimento, se non ad iniziarlo alla pittura certo ad indirizzarlo a frequentare l’Istituto d’Arte del capoluogo isontino. Vedendo “La casa nera” Gianandrea lo invita ad iscriversi alla scuola dove de Gironcoli incontrerà un altro grande artista goriziano, recentemente scomparso: Cesare Mocchiutti con il quale de Gironcoli ha mantenuto fino ai suoi utili giorni un rapporto di grande stima, di sincero affetto, di profondo rispetto come artista e come uomo.
Tra il ’63 e il ’64 Gironcoli lavora ad una serie di opere in cui mantiene equilibri cromatici basati su poche tinte: lavori che Mocchiutti, maestro severo, benedice. Ma intorno all’I.S.A. di Gorizia gravitavano anche altri importanti artisti friulani riconosciuti a livello internazionale quali i fratelli Dino (che all’Arte insegnava) e Mirko Basaldella che si interessano ai lavori del promettente studente. Di quegli anni in mostra un bel “Paesaggio friulano” che con definita personalità artistica ben si inserisce in una sorta di filone pittorico dei maestri friulani di quegli anni. E da allora de Gironcoli parteciperà a numerosissime mostre collettive nazionali ed internazionali, a concorsi e rassegne, allestendo ben 16 personali.
E’ nel 1971 che prende il via la fase geometrica di de Gironcoli che si esprime nelle intense grafiche dai netti bianconeri così come nelle opere in cui esplode tutto l’interesse per il colore: acceso, brillante, deciso. E quegli Anni Settanta sono caratterizzati da importanti partecipazioni alla vita artistico-culturale-politica di quei tempi (poteva forse essere diverso?) quale ad esempio l’attività nello storico gruppo transfrontaliero “2xGO” che in anni di vero gelo tra Italia e allora, Yugoslavia, riusciva a dialogare attraverso l’arte, a realizzare mostre di qua e di là del confine, a testimoniare attraverso la pittura una vera e reale volontà di comunicazione in un territorio storicamente unito tagliato in due da un confine.
Una bella serie di acquerelli in mostra a Cormons segna come la pittura di de Gironcoli non voglia e non sia mai freddamente geometrica, astratta, lontana dal reale: forme, composizione, colore portano in sé lo stretto legame che il pittore mantiene con il (un) soggetto che viene poi reinterpretato, reinventato, ricostruito sulla tela. E questo procedimento artistico può tranquillamente esprimersi tanto in lavori più immediati e “informali” quanto in misurati collage.
Siamo alla fine degli Anni Ottanta quando Luciano de Gironcoli parte per un’altra importante avventura quale l’apertura con Roberto Kusterle, Giorgio Valvassori e chi scrive dello Studio d’Arte “Exit”, una galleria a Gorizia nell’allora tutt’altro che residenziale via Favetti prima e presso il Cinema Vittoria poi, dove oltre 50 furono le mostre realizzate da quel 30 settembre 1988 al gennaio 1996. In quegli anni de Gironcoli dipinge e lavora senza scordare le lezioni dei grandi dell’arte contemporanea e un certo gusto per il gioco che molti maestri da lui amati avevano.
E quasi strabiliante con quale facilità si possa giungere ai lavori più recenti di de Gironcoli senza cesure, senza grosse discrepanze ma mantenendo sempre l’eguale vivace freschezza e piacevole curiosità: ecco allora gli interessanti dipinti omaggio ad un grande, questa volta del passato, quale fu Francisco Goya e un sorprendentemente moderno lavoro del maestro spagnolo, quel “Cane nero” che si trova al Prado che riesce ad essere un dipinto di grande capacità compositiva e preziosità pittorica.
Per arrivare all’oggi, al giugno del 2006 e a quella che è l’occasione per questa mostra di 44 anni di pittura di de Gironcoli: è “La casa gialla” l’occasione, uno splendido quadro che ritrae (come solo de Gironcoli può fare naturalmente) il nuovo studio che l’artista ha aperto nel cuore di Cormons, dietro il Duomo dedicato a San Adalberto. E in questo quadro di grande bellezza, de Gironcoli si diverte ancora a reinventare possibilità ed effetti visivi giocando sulle sovrapposizioni dei supporti, sugli strati di materiali altri posti sulla tela.
“E’ possibile? In più di quarant'anni ho dipinto sempre la stessa cosa!?” diceva Luciano guardandosi intorno concluso l’allestimento della mostra. Credo che sia più che possibile: che sia segno di grande capacità e valore di uno degli artisti più importanti del nostro territorio ( e non solo).

Emanuela Uccello

 

dal 30 giugno al 23 agosto

nuovo studio "Casa Gialla" dell'Artista a Cormòns in via Duomo, 17 (Centa di Sant'Adalberto)


Enzo Valentinuz, pittore di Romans d’Isonzo (Gorizia),espone dall’1 al 17 settembre a Villa de Brandis di San Giovanni al Natisone in provincia di Udine. La mostra, organizzata dal Comune di San Giovanni, comprende una nutrita serie di graffiti eseguiti con la tecnica tradizionale delle malte colorate sovrapposte su pannelli in alluminio alveolare e vetroresina, supporti sostitutivi del muro.

Negli anni sessanta Valentinuz frequentò l’Istituto statale d’arte di Gorizia, allora specializzato nella decorazione pittorica murale (graffiti, affreschi, encausti e tempere murali nonché tutte le tecniche per “strappare” le varie decorazioni dalle pareti e riportarle su tela o su tavola) ed ebbe come maestro Cesare Mocchiutti, grande pittore da poco scomparso, uomo capace di affascinare e di trasmettere i caratteri essenziali del “fare arte”: chiarezza, semplicità, decisione nel gesto grafico, equilibrio cromatico. Ottenuto il diploma di maestro d’arte in decorazione pittorica, Enzo Valentinuz si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove, per tre anni, fu allievo di un altro grande artista, Bruno Saetti, magistrale interprete di preziose immagini tutte eseguite con la difficile tecnica dell’affresco. Agli inizi del quarto e ultimo anno di Accademia, Valentinuz attraversò una crisi cosiddetta esistenziale che lo portò a mettere in discussione la validità e l’utilità degli studi intrapresi tanto da fargli prendere la decisione di lasciare Venezia e ritornare a Romans e dedicarsi alla pittura. Lavorò con ottimi risultati fino ai primi anni Settanta. Poi smise anche di dipingere e svolse varie occupazioni.

Nel 2002 Enzo Valentinuz, come svegliato da un lungo sonno, decide di riprendere a dipingere; lo fa proprio ricominciando dal punto che aveva lasciato in sospeso una trentina di anni fa, utilizzando la tecnica a lui più congeniale, il graffito per l’appunto, che gli permette di esprimere al meglio sia il suo talento grafico che una particolare sensibilità cromatica.

Luciano de Gironcoli  24/08/2006

La mostra a Villa de Brandis di San Giovanni al Natisone sarà inaugurata venerdì 1 settembre alle 18.30. Il lavoro di Valentinuz sarà presentato da Luciano de Gironcoli, pittore goriziano, che condivise con Enzo le esperienze dell’Istituto d’Arte di Gorizia.

La mostra potrà essere visitata dal lunedì al venerdì dalle 17.00 alle 19.00; i sabati dalle 16.00 alle 19.00 e le domeniche dalle 9.00 alle 12.30. Per organizzare visite guidate o per informazioni telefonare al numero 3281474727.

 

 

Nella foto : ENZO VALENTINUZ

                     “La testa dell’artista” 2005

                      graffito

 

 


REFETTORIO CAUCIGH

Piccola permanente d’Arte Moderna e Contemporanea

 Caffè Caucigh Via Gemona 36 - UDINE

dal 24 giugno a tutto settembre 2006

   

Antonio Cendamo & Maurizio Gerini

“La pittura no la fa paura”

 a cura di Luciano de Gironcoli

 

Avrà inizio sabato 12 novembre prossimo la seconda stagione espositiva al “Refettorio Caucigh”, Piccola Permanente d’Arte Moderna e Contemporanea, spazio ricavato all’interno dell’omonimo, storico, caffè udinese, in via Gemona 36. Anche questa edizione sarà curata dal pittore goriziano Luciano de Gironcoli.

Aprirà la serie di appuntamenti una mostra personale di Dora Bassi intitolata “Finestre”, dipinti su tela e acquerelli su carta, opere quasi mai esposte dell’anziana artista isontina, già docente all’Accademia di Belle Arti di Brera, molto seguita e apprezzata a Udine, dove ha risieduto per anni.

         Seguirà il 17 dicembre la personale del friulano, ormai goriziano d’adozione, Ernesto Paulin Paolini che, con il titolo “Un Mondo fatto di cartapesta” affronterà argomenti da sempre presenti nel suo lavoro: la falsità, l’ipocrisia e il conformismo espresso dall’attuale società. Il 21 gennaio 2006 sarà la volta della pittrice e grafica triestina Megi Pepeu che presenterà quadri e disegni di recente esecuzione. La presenza a Udine dell’artista giuliana assume una certa importanza poiché segue di pochi mesi l’importante mostra allestita alla Galleria Comunale di Piazza Unità a Trieste, presentata da Giulio Montenero (già Direttore del Civico Museo Revoltella, prestigiosa struttura culturale del capoluogo regionale) che ha curato anche la pubblicazione di un elegante monografia sull’artista, uscita per l’occasione, che sarà disponibile anche per il pubblico del “Refettorio”.

         Il pittore goriziano Mauro Mauri, prematuramente scomparso nel 2001 a soli 56 anni, sarà ricordato con una selezione di quadri proveniente da una collezione privata di Udine. La mostra dell’artista sarà inaugurata il 25 febbraio 2006. “Il gesto inconsulto” è il titolo della personale del giovane Massimiliano Busan, goriziano diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, interessante pittore e grafico impostosi all’attenzione della critica e degli appassionati d’arte. Seguirà, dal 13 maggio, un’altra, importante, mostra/omaggio a un artista scomparso. Si tratta di Mario Di Iorio, nato a Tarvisio ma quasi subito trasferitosi con la famiglia a Gorizia. Insegnante all’Accademia di Belle Arti di Brera, Di Iorio fu allievo di Mocchiutti all’istituto d’Arte di Gorizia e di Emilio Vedova all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Morto il 9 luglio del 1999, Di Iorio ha lasciato centinaia di quadri, di disegni, di pitture su carta, di incisioni che la madre custodisce amorevolmente nella casa di Mossa. La mostra al “Refettorio” , intitolata “Trame”, comprenderà una particolare, drammatica e intensa serie di quadri ad olio tutti realizzati in bianco/nero e varie sfumature di grigio. La stagione si concluderà il 24 giugno con la mostra/confronto di due singolari pittori: il friulano Antonio Cendamo e il goriziano Maurizio Gerini. Entrambi gli artisti, incuranti delle mode e degli andamenti del cosiddetto “sistema dell’arte” sono impegnati in un linguaggio post espressionista ricco di materia, di colore e di abili impasti, quasi a voler rimarcare la centralità della pittura anche nella contemporaneità artistica. La mostra, non a caso, ironicamente, intitolata “La pittura no la fa paura”, sarà visitabile per tutto il periodo estivo, fino alla fine di settembre 2006.

leggi comunicato stampa a fondo pagina


ART,COR espressioni sul territorio.

Museo Civico del Territorio Comune di Cormòns (GO)
Inaugurazione sabato 2 settembre 2006 ore 17.00

dal 2 settembre al 8 ottobre '06
 

Nell’accostarsi ad analizzare una mostra di artisti cormonesi, di artisti che sono nati, hanno vissuto o vivono a Cormòns, si potrebbe cadere nella tentazione di voler ricercare in loro, ovvero nelle loro diverse manifestazioni creative, una qualche identità di appartenenza ad un medesimo territorio, magari con la sottaciuta speranza di scoprire una trasposizione artistica di quel medesimo territorio in forma di paesaggio, figura, sentimento, astrazione. L’equivoco comprenderebbe come uniche possibili variabili il linguaggio o la tecnica di volta in volta prescelti da ogni singolo artista, a seconda della propria generazione o della rispettiva formazione.
In verità, il senso ed il valore di questa mostra stanno nell’esatto contrario: è il territorio che attraverso le sue diverse espressioni artistiche può, e forse deve, trovare la sua identità. La scelta di proporre opere comprese in un arco temporale abbastanza contenuto e recente, mettendo a confronto nove autori di diverse generazioni, intende significare anche questo. Alcuni artisti, in passato, hanno certamente condiviso un medesimo clima culturale, hanno partecipato con la stessa passione alle discussioni sull’arte a partire dall’immediato dopoguerra, dalla Biennale del ’48, aderendo unitamente al neorealismo o optando viceversa per l’astrazione, ragionando sulla pittura di Zigaina ed Afro, sulle parole e i versi di Pasolini. Altri, oggi si pongono allo stesso modo il problema del centro e della periferia, discutendo intorno al fattore mercato e al concetto di ricerca, considerando la questione arte di o senza confine. E’ chiaro che i contatti tra loro non mancano. In ogni caso, le opere degli artisti che vengono presentate in questa occasione giungono a testimoniare un percorso di volta in volta assolutamente originale e personale, giungendo altresì a rappresentare i loro autori a tutto tondo. E proprio nella diversità degli artisti e delle opere proposte è da leggersi la ricchezza di questa esposizione: una diversità non solo di espressioni, di temi o di tecniche, ma anche e soprattutto di approccio nei confronti dell’operare artistico; diversità nel sentire, nel dare un senso al proprio fare artistico. Percorrendo questa mostra l’attenzione dovrà dunque essere rivolta non tanto verso un soggetto rappresentato, quanto verso un certo modo di vedere una certa realtà, sia effettivamente una veduta sul territorio, sia un ritratto dedicato ad una casa rurale, la visione astratta colta da una terrazza; sia un gruppo di figure su uno sfondo indistinto, o l’impressione dell’acqua del mare che si fonde con il cielo; la magica emozione di attimi di luce, il tuffo di ragazzi che volano nell’aria di un ricordo del passato, il frammento di un tutto posto sulla linea di un orizzonte diagonale, o un filo d’erba che si insinua nel percorso di una storia …clandestinamente.
Franca Marri

Sergio Altieri è nato nel 1930 a Capriva del Friuli, dove risiede e lavora.
Ha frequentato lo studio di Gigi Castellani a Cormòns.
Ha collaborato alle iniziative del Circolo Iniziative Artistiche e Culturali e del Centro Friulano di Arti Plastiche. Assieme a colleghi italiani e jugoslavi, ha costituito il gruppo internazionale “2 X GO” che è stato presente con varie mostre a Gorizia, Nova Gorica, Trieste, Udine, Venezia e Genova.
Ha tenuto mostre personali nelle principali gallerie della regione, in Italia ed all’estero.
La sua pittura è legata al territorio d’origine, ma i luoghi e i personaggi narrati sulla sua tela non hanno il carattere di episodio bensì la valenza di simboli: di una cultura, di una storia, con i suoi avvenimenti, le sue tradizioni e la sua poesia.
Nel motivo della casa rurale paiono concentrarsi una varietà di temi e di richiami alla cultura popolare e al mondo della civiltà contadina, rappresentati nel tempo, nei suoi valori, la sua fede, la sua salda tenacia. E’ la pittura densa, raggrumata in spessi strati di colore scuro a raccontarcelo, con la consapevolezza della storia e la forza di una persuasione.
L’atmosfera notturna suggerisce l’idea di raccoglimento, il mondo degli affetti, la pace, il silenzio, con un invito all’introspezione, e forse anche ad un’intima, laica confessione, laddove invece figure di bambine vengono a raccontare il medesimo mondo ma in forma più ‘leggera’, delicata, come il loro abbraccio.

Dora Bassi nasce a Feltre nel 1921, subito dopo la famiglia si trasferisce nella casa paterna a Brazzano di Cormons.
Consegue la maturità classica a Gorizia, quella artistica a Firenze e frequenta l’Accademia di Belle Arti. Nel 1954 apre a Udine un laboratorio di ceramica, impegnata nella ricerca sulla materia e sul colore inerente alla ceramica, riporta anche in pittura il nuovo interesse verso la non figurazione.
Oggi lavora a Gradisca d’Isonzo e numerose sono le mostra allestite sino ad oggi in Italia ed all’estero.
Una singolare e fortunata coincidenza ha voluto che l’ultimo ciclo di opere di Dora Bassi, “Estati a Brazzano”, fosse dedicato proprio alla sua infanzia a Brazzano. I giochi di bambini, gli esercizi al pianoforte, le notti d’estate passate a far sfavillare le lucciole dentro un bicchiere o quelle disturbate dal volo di una zanzara, giungono sulla tela evocati con l’energia del colore e la nostalgia di un sentimento che ritorna profondamente e vivamente presente, in ogni pennellata, in ogni segno, traccia o immagine.
Sono momenti diversi rievocati con la ricchezza e il vigore di una pittura la cui tessitura crea l’idea di lontananza, laddove l’intensità, la luminosità e la brillantezza cromatica ridanno voce, suono e musica, ai ricordi.
Tra chiarore e oscurità si gioca la questione tra verità e illusione, nella ricerca di una memoria che si fa storia, propria, intima, personale, eppure, emotivamente immediatamente condivisibile.

Giampietro Carlesso è nato a Bolzano nel 1961. Attorno la metà degli anni ‘90 si trasferisce con la famiglia in Friuli Venezia Giulia; oggi vive e lavora a Cormons. Dopo gli studi presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, conclude l’Accademia di Belle Arti ad Urbino. Dal 1989 al 1990 risiede in Germania grazie alla borsa di studio del Wilhelm Lehmbruck Museum di Duisburg.
Le sue opere figurano in numerosi musei e in diverse importanti collezioni private italiane ed estere.
Le sculture di Carlesso mettono in relazione forme razionali e forme naturali, idea e spontaneità, mondo organico e inorganico.
Con il ‘piacere della contraddizione’ e la curiosità della ricerca l’artista sperimenta le diverse potenzialità espressive dei vari materiali, la rigidità e la fermezza del ferro, la fantasia e l’imprevedibilità della pietra lavica. Ne asseconda il movimento, ne valorizza le qualità intrinseche; oppure costruisce una nuova struttura, crea un nuovo andamento ma sempre in rapporto alla materia con cui sta lavorando e a ciò che intende esprimere.
E’ così ad esempio che una forma particolare viene a suggerirgli una possibile ulteriore estensione creativa, mediante la traccia di una linea dove verrà ad inserirsi un frammento di natura, materiale totalmente imprevisto in scultura, a riferire una storia comune, normale, la storia con la ‘s’ minuscola; a testimoniare di uomini che meritano essere ricordati, senza essere eroi.

Luciano de Gironcoli è nato a Gorizia nel 1947 e dal 1972 vive a Cormons.
Ha frequentato il corso di decorazione murale (affreschi, graffiti, affreschi lucidi, tempere) all' Istituto Statale d'Arte del capoluogo isontino.
Espone in pubblico per la prima volta nel 1962, da allora è presente a centinaia di mostre collettive, concorsi, rassegne d'arte a carattere locale,nazionale ed internazionale e allestisce numerose mostre personali in gallerie pubbliche e private.
De Gironcoli dedica il suo ultimo lavoro ad una riflessione che prende spunto da un dipinto di Goya. Si tratta del cane della Quinta del Sordo, opera, oggi conservata al Prado, che non ha mancato di affascinare diversi artisti contemporanei, poiché pare venire a testimoniare, in maniera sorprendete, l’idea di solitudine e il sentimento di inquietudine dell’uomo moderno.
De Gironcoli da quest’opera trae il pretesto per un ‘esercizio di stile’ che dal livello formale passa a quello del contenuto. Più precisamente si potrebbe parlare di un esercizio di sintesi, nel segno di una riduzione del suo discorso pittorico a pura ed essenziale composizione grafica. La struttura significata dalla diagonale dà il via ad una meditazione rigorosamente selettiva sul reale, concentrata nel fulcro dell’insieme. Da qui la pittura può poi ripartire, ma lentamente, per passi successivi e attentamente conseguenti.

Giovanni Di Puglia è nato, nel 1913, a Maratea, in Lucania dove attualmente risiede. Nel 1973, forse alla ricerca di nuovi stimoli, si trasferisce a Cormòns, dove vive e lavora per una ventina d’anni. La sua produzione è stata copiosa e di buona fattura, alcune delle sue opere sono presenti in collezioni private e pubbliche italiane e straniere. Quello di Giovanni Di Puglia appare un paesaggio letto in chiave puramente emozionale. Il cielo che si confonde con il mare della natia Maratea, la distesa verde di un prato costellato di fiori variopinti, l’azzurro e il grigio chiaro che si mescolano in un tutt’uno nel paesaggio delle foci dell’Isonzo, vengono resi dall’autore con brevi pennellate dense di colore e di luce. Pennellate che costituiscono la trama del dipinto e, al tempo stesso, la forma e la materia della sua elegia. Un tocco libero e insieme perfettamente calibrato caratterizza le sue ultime composizioni all’interno delle quali lo sguardo può perdersi seguendo la partitura cromatica che gradualmente sfuma da un tono all’altro nelle diverse scale di colori, andando a cogliere fino ai minimi particolari, fino a dove la linea d’orizzonte non si distingue più, per poi allontanarsi e ritornare ad abbracciare l’insieme di grande suggestione.

Giancarlo Doliac è nato a Cormòns nel 1960, dove vive e lavora.
Dal 1989 al 1992 ha gestito la galleria “il Segno” di Cormons. Ha partecipato a numerose mostre collettive ed ha allestito varie personali.
Dal mondo delle macchine, da quello della fabbrica Doliac trae i modelli geometrici e interpretativi della propria visione della realtà.
Dall’elemento della grata astrae il motivo della croce, parte di un tutto che tutto torna a significare nelle composizioni realizzate con la paraffina: materiale da fabbrica e insieme strumento perfetto per esprimere forme di massima esaltazione della luce. La sua pittura gioca quindi su sovrapposizioni geometriche tono su tono, nella particolare raffinatezza di una gamma cromatica concentrata su neri, grigi e bianchi. Nella materia pittorica si inserisce quindi il motivo della catena dipinta con colori primari, che finisce poi per fuoriuscire dalla tela dando luogo ad un’installazione dal sapore ludico. E alla geometria succede l’ironia come nuovo strumento, alternativo e complementare, per la rappresentazione della realtà.

Ignazio Doliach nato nel 1932 a San Giovanni al Natisone, si trasferisce con la famiglia a Cormòns dove attualmente vive e lavora.
Frequenta il Liceo Artistico di Venezia dove si diploma nel 1957. La sua vita artistica inizia presto comincia ad esporre infatti molto giovane, nel 1948, e da allora, nella sua lunga attività creativa, ha partecipato a numerose mostre sia personali che collettive.
Per molti anni insegna anche educazione artistica alle scuole medie. La pittura di Ignazio Doliach si muove in un bilico intenzionalmente ‘ambiguo’, tra figurazione e astrazione. Le sue terrazze vengono a rappresentare la sua ‘finestra sul mondo’: visioni in cui l’autore astrae dal reale quegli elementi che sente più liricamente significativi a rendere la sua composizione fantastica e reale insieme, concreta e astratta, geometrica e musicale. La poesia delle sue opere si rivela silenziosamente attraverso precise ed esatte geometrie, minimi ma eloquenti dettagli cromatici; attraverso i colori, sempre attentamente studiati, e nel sottile equilibrio delle parti. Anche alcuni titoli scelti dall’autore rivelano un’inclinazione poetica, una predilezione per un’astrazione lirica incentrata su alcuni momenti del giorno, della notte, dell’inverno e dell’autunno che gli permettono di creare dei particolari ritmi compositivi, nell’attenta orchestrazione delle parti di un’opera giocata tra pieni e vuoti, bianchi e neri, bianchi abbaglianti e rossi carichi di energia.

Gianna Marini nasce a Cormons, dove la famiglia risiede da molte generazioni. La propensione al disegno si manifesta sin dai primi anni di scuola, ma frequenta il liceo dedicandosi alla pittura da autodidatta. Come per molti artisti l’esordio avviene in chiave figurativa per passare però ben presto al linguaggio astratto che la affascina. Partecipa alla sua prima mostra nel 1958 e da quella data numerosissime sono le sue partecipazioni a collettive e personali. Alla poesia e alla magia della luce dedica le sue opere Gianna Marini. Il paesaggio è il tema costante dei suoi dipinti, ma il suo è un paesaggio magico e poetico, sospeso nel tempo e nello spazio, fatto di sottili veli luminosi che, nelle loro successive sovrapposizioni, giungono ad alludere alla realtà. Un’allusione estremamente raffinata, data dalla perfetta eleganza delle forme create dal profilo di una collina, dal disegno di un albero, da un riflesso di luce, dal libero sguardo dell’autrice che dal mondo esterno coglie quel tanto che le è sufficiente a ritrarre una sua intima verità, nel suo più profondo incanto. Come accade nei suoi paesaggi invernali, dove la neve appare nella preziosità e nell’unicità dei suoi bianchi esaltati ulteriormente dall’accostamento dei gialli – ocra, ricchi di trasparente e lucentezze, e dei blu, intensi e misteriosi. Il suo omaggio alla terra natia è testimoniata dalla ‘croce sulla collina’ che durante le sere di quaresima illumina e ammalia il paesaggio circostante.

Silvano Spessot nasce nel 1956 a Cormons, oggi vive e lavora in località Rodeano Basso a Rive d’Arcano.
Autodidatta, sin dagli anni '70 cerca una propria ed autonoma via d'espressione artistica. Mai vincolato da correnti, gruppi o tendenze, oggi inizia a godere dei frutti di tantissimi anni di non facile lavoro, in un contesto di piena serenità e giusta consapevolezza. Luoghi indefiniti e spazi imprecisabili caratterizzano la pittura di Spessot in cui spesso ricorre una cifra particolare, del tutto riconoscibile e assolutamente originale. Sono i suoi omini incravattati e senza volto, quasi una personale rivisitazione del borghese di Magritte, privo di bombetta, in versione di antico graffito rupestre. Il suo omino è spesso lasciato in balìa dello spazio, uno spazio astratto, anche se qualificato dalla linea azzurra di un fiume, giocato su pezzature cromatiche diverse, a creare la sensazione di movimento attraverso lievi scarti tra piani diversi. Altrove l’idea della danza, l’idea della notte, vengono riassunti in composizioni più libere e sciolte, dove la ristretta gamma cromatica viene prudentemente dosata e il ritmo dell’insieme risulta scandito dall’andamento delle forme, in un’atmosfera che ricorda vagamente l’arte di Mirò.


 

mostra: X3

artista: Davide Skerlj - curatore: Luca Signorini

organizzatori: Comitato Trieste Contemporanea con lo Studio Tommaseo

luogo: Trieste, Studio Tommaseo (Via del Monte 2/1)

inaugurazione: sabato 13 maggio, ore 18.30

periodo: 13 maggio > 30 giugno 2006

orario: lunedì > sabato: 17.00 > 20.00


Associazione Culturale

per la promozione

delle Arti Contemporanee

 

ARCIPELAGO - ARCHIPELAGO - ARHIPELAG

 1_8 luglio '06

Rassegna d’Arte contemporanea - Festival of contemporary art -

Festival sodobne umetnosti

 

via Graziadio Isaia Ascoli 8/1 - 34170 Gorizia tel. 0481 32436 e-mail: info@prologoart. it - www.prologoart.it

 

     Artisti attualmente presenti:

 Sergio Altieri; Luisa Baccaglini; Marco Bernot; Emanuela Biancuzzi; Massimiliano Busan; Stefano Comelli; Ivan Crico; Paolo  Figar; Maurizio Frullani; Luciano de Gironcoli; Alfred de Locatelli; Mario Di Iorio; Nico Di Stasio; Ignazio Doliach; Michele Drascek; Franco Dugo; Paola Gasparotto; Maurizio Gerini; Laura Grusovin; Silvia Klainscek; Andrej Kosic; Roberto Kusterle; Claudio Mrakic; Roberto Nanut; Stefano Ornella; Stefano Padovan;Ignazio Romeo; Franco Spanò.

Artisti in via d’ammissione:

Adriano Velassi; Stelio Kovic; Alessandra Gherardini; Demetrij Cej; Enzo Valentinuz.


Galleria "Spazzapan"

Galleria regionale d'arte contemporanea "Luigi Spazzapan"
via Battisti, 1- Gradisca d'Isonzo (GO) - tel. 0481/960816

orario: da martedì a domenica 10.30 - 12.30 / 16.00 - 20.00

 


 Villa Manin - Codroipo

"Infinite painting. Pittura contemporanea e realismo globale"

fino al 24/09

"Chi? Da dove? Dove" Beppino de Cesco

fino al 21/05


SPAC -Spazio Per l'Arte Contemporanea del Comune di Buttrio

Paul Horn “one day we might believe our shoes are our feet”

dal 23 giugno

 A cura di Alberto Peressini, Direttore Artistico SPAC

Info - 0432 673881

spac.comunedibuttrio@libero.it - www.comune.buttrio.ud.it

via Morpurgo, n° 6 – cap. 33042 – Buttrio (UD)


 

PARKING 2:
UNOROSSODUE - via Boltraffio, 12, 20159 Milan (Italy)
Info: tel/fax: 02.365.117.94, webfax: 02.999.806.81, e-mail :
info@unorossodue.it, web: www.unorossodue.it

 

 

COMUNICATI STAMPA

 

“La pittura no la fa paura” è la frase che in una notte degli anni ’30 i pittori Veno Pilon e Luigi Spazzapan scrissero, di nascosto, su un muro del centro storico di Gorizia. Cosa volevano intendere i due artisti ? Forse con quelle parole volevano lanciare una sfida al regime di allora che, invece, della pittura e dell’arte non omologata aveva tanta paura o forse, semplicemente, era un modo come un altro per esorcizzare “la paura della morte” che Pilon e Spazzapan, come tanti altri artisti, identificavano nella loro arte, nella pittura che, quindi, “fa molta paura” soprattutto a chi la esegue.

            “La pittura no la fa paura” è il titolo dell’ultima mostra della stagione 2005/2006 in programma al “Refettorio Caucigh”, Piccola permanente d’Arte Moderna e Contemporanea , via Gemona 36 Udine, una selezione di dipinti su tela di due pittori: Antonio Cendamo e Maurizio Gerini. La mostra sarà inaugurata sabato 24 giugno alle 18.00 e potrà essere visitata fino al 30 settembre tutti i giorni, esclusi i lunedì, nella fascia oraria degli esercizi pubblici.

 

            Antonio Cendamo, autodidatta, friulano e Maurizio Gerini, maestro d’arte in decorazione pittorica, allievo del compianto Cesare Mocchiutti, goriziano, sono due artisti che continuano a credere profondamente nella pittura tanto da usarla come strumento unico, essenziale e congeniale di comunicazione contemporanea. Entrambi partono dal post espressionismo (corrente vituperata e osteggiata dalla giovane critica ma sempre viva e attuale sia dentro che fuori il cosiddetto “sistema dell’arte”) che Cendamo usa e interpreta con estrema libertà, in chiave decisamente figurativa, senza mai perdere di vista le esperienze dei grandi maestri dell’arte moderna, in particolare Van Gogh e Bacon. Gerini, invece, astratizza e semplifica la struttura dei suoi soggetti (figure e paesaggi) per approdare ad una raffigurazione simbolica della realtà, utilizzando un linguaggio dove grafica e pittura convivono magistralmente.

 

 

Il penultimo appuntamento espositivo al “Refettorio Caucigh” (Udine, via Gemona 36) della stagione 2005/2006 è dedicato al pittore goriziano Mario Di Iorio, artista di grande talento, purtroppo scomparso nel luglio del 1999. La mostra intitolata “Trame” - inaugurazione sabato 13 maggio alle 18.00 - costituita da una ventina di lavori su tela, documenta l’ultimo periodo creativo del compianto pittore, caratterizzato dall’uso quasi esclusivo del bianco/nero (e dei conseguenti, “infiniti”, grigi) e da ossessive composizioni sostenute da un fitto intreccio di segni, di tracce di gesti decisi, di violenti graffi che tagliano la materia pittorica.

Dopo aver ben assimilato la lezione dei suoi due maestri riconosciuti, i pittori Cesare Mocchiutti e Emilio Vedova, Mario Di Iorio rivisita con interesse le cosiddette “avanguardie storiche”, e si immedesima nel lavoro e nelle personalità di artisti come Van Gogh, Picasso, Piet Mondrian, Nicolas De Still, Willem De Koonig, Jakson Pollok, Franz Kline, Hans Hartung. Ma non solo. Infatti, oltre a questi “maestri virtuali” il pittore goriziano entra in contatto, si confronta con il lavoro di molti “compagni di strada locali” come Mauro Mauri, Mario Palli, Ignazio Doliach, Luciano de Gironcoli, Giorgio Valvassori e altri con cui Mario ha condiviso soprattutto i primi anni della sua esperienza pittorica, quelli dedicati all’espressione geometrica/astratta, una vera e propria “scuola stilistica” o corrente, presente negli anni ’70/’80 a Gorizia e nell’Isontino, troppo presto dimenticata e oggi del tutto ignorata dalla storia dell’arte regionale.

Fulvio Monai, pittore e sensibile critico e giornalista d’arte, sottolineò le doti di Mario di Iorio che, pur giovanissimo, aveva dimostrato di possedere sin dalla sua prima prova espositiva (aveva solo 17 anni): un particolare talento nell’articolazione della composizione e grandi capacità di esecuzione e di controllo della materia pittorica e del segno grafico. A seguito delle mostre personali Sergio Pausig, Franco Dugo, Luciano de Gironcoli e Giorgio Valvassori alla “Spazzapan” di Gradisca d’Isonzo (1982/1983), Sergio Molesi, professore emerito dell’Università degli Studi di Trieste, e Giulio Montenero, allora Direttore del Civico museo “Revoltella” di Trieste, scrissero praticamente che “il carro dell’arte si era fermato sulle sponde dell’Isonzo”, volendo dire che la “grande arte” del FVG del momento era quella goriziana. E su quel “carro” era già allora salito, a pieno titolo pur se giovanissimo, anche Mario Di Iorio.

            Oltre che valente pittore e grafico, Mario di Iorio fu anche apprezzato insegnante, poiché è sempre riuscito a trasmettere agli allievi il suo entusiasmo e la sua grande passione per l’arte. Insegnò alle Accademie di Belle Arti di Venezia e di Milano (Brera) lasciando un segno e molti rimpianti fra i giovani.

La mostra potrà essere visitata fino al 17 giugno tutti i giorni, esclusi i lunedì, nella fascia oraria d’apertura dei locali pubblici di Udine.

 

Lo spazio del “Refettorio Caucigh” di via Gemona a Udine ospiterà da sabato 25 febbraio una quindicina di opere del pittore goriziano Mauro Mauri. Nato a Gorizia nel 1945, l’artista muore di malattia nel 2001 ,a soli 56 anni. Inizia la sua carriera nei primi anni ’60 come pittore figurativo, ispirato, soprattutto, dalla grande arte del ‘300, del ‘400 e del ‘500: interpreta in chiave moderna il linguaggio di Cimabue, di Paolo Uccello, di Masaccio e di Piero della Francesca. Guarda con attenzione anche l’opera del Beato Angelico e “sentenzia” (negli anni ’80, però, modificherà questo duro giudizio) che “Giotto è stato un “minore”, una sorta di pittore/cantastorie e nulla più”. Si entusiasma studiando il lavoro di Mantengna e ammira molto i veneziani Carpaccio, Bellini, Tintoretto. Michelangelo lo emoziona intensamente. Fra i “moderni”, si interessa particolarmente a Picasso, senza peraltro farsi ancora condizionare da questa  grande personalità e mantiene, quindi, intatta la sua voglia (necessità) di dipingere i soggetti classici della pittura: figure (ritratti), paesaggi e nature morte.

                Mauro Mauri frequenta prima la Scuola d’arte e poi l’Istituto di Gorizia dove ha per maestri il pittore Cesare Mocchiutti, gli scultori Mario Sartori e Franch Marinotto e il ceramista e pittore Agostino Piazza. Apprende i segreti delle tecniche della decorazione pittorica da Livio Perco e studia la storia dell’arte con Sergio Molesi e Maria Campitelli. Nell’ambito scolastico conosce ed entra in sodalizio con altri giovani “aspiranti artisti” e allestisce le prime, importanti, mostre a Gorizia assieme a Giuseppe Goia, Luciano de Gironcoli e al fotografo Arduino Altran. Finiti gli studi, dopo una sofferta esperienza d’insegnamento all’Istituto d’Arte e alle Medie inferiori, Mauri decide di abbandonare definitivamente l’attività didattica per dedicarsi solo alla produzione artistica.

                Verso la fine degli anni ’60, esaurito il discorso lirico degli esordi, il pittore goriziano intraprende con determinazione il linguaggio della “Nuova figurazione”, corrente espressiva che ha come caposcuola internazionale riconosciuto il grande pittore inglese Francis Bacon e che interessa e coinvolge anche  numerosi artisti italiani fra cui Giuseppe Zigaina, Leonardo Cremonini, Gianfranco Ferroni, Giuseppe Guerreschi, Renzo Vespignani. Qualche anno dopo la pittura di Mauri, sempre molto ricca di soluzioni sia pittoriche che grafiche, attraversa  una fase geometrica, quasi minimalista (utilizzando colori fino allora mai usati: rossi vivi, porporina d’oro e d’argento), preludio dell’ormai prossima adozione di un nuovo modo di rappresentare la realtà. Infatti Mauri rimane letteralmente infatuato dalla spregiudicata energia emanata dalla Pop Art americana ed europea, in particolare dai lavori dell’americano Robert Rauschenberg, dell’inglese Peter Blake e di Edoardo Paolozzi, scultore e grafico scozzese di origine italiana. Da allora i suoi dipinti, i disegni e le incisioni sono sempre più caratterizzati da una fitta trama grafica e da campiture cromatiche decisamente astratte contrapposte a particolari figurativi: oggetti, scritte, numeri, figure, parti anatomiche, squarci di paesaggio. Mantiene questo linguaggio fino alla fine anche se negli anni novanta si “auto esclude” dalla scena artistica convenzionale per dedicarsi alla computer art e alla grafica computerizzata in modo totale. In questo periodo elabora varie immagini grafiche stampate in copia unica; progetta delle animazioni virtuali e compone dei veri e propri romanzi a fumetti, realizzando sia i testi che la parte grafica. Negli ultimi anni della sua troppo breve vita ritorna alla pittura, ricominciando proprio da dove aveva temporaneamente lasciato in sospeso il suo lavoro di pittore.

                Mauro Mauri allestisce numerose mostre personali e partecipa a rassegne collettive e concorsi sia in Italia che all’estero. Quasi tutte le sue opere sono oggi di proprietà di collezioni private; numerose sono quelle di grande dimensione fra cui un dipinto di oltre 12 metri di base per 2 di altezza che Mauri chiamava, quasi con distacco, il “pannello” a cui però teneva molto visto che l’ha sempre considerato come “un’opera simbolo”, una sorta di “summa” ” del suo talento e del suo modo di concepire la pittura. Di Mauro Mauri hanno scritto e parlato Gabriella Brussich, Licio Damiani, Amedeo Giocomini, Luciano de Gironcoli, Arturo Manzano, Janez Mesesnel,Sergio Molesi, Fulvio Monai, Rudy Tepper, Toni Toniato, Marcello Venturoli. Tutti i lavori esposti al Caucigh appartengono a una collezione privata di Udine. La mostra potrà essere visitata fino al 25 marzo tutti i giorni, esclusi i lunedì, nella fascia oraria d’apertura dei locali pubblici.

 

                MASSIMO BUSAN

appartiene di diritto e con grande merito a quella che anche uno sprovveduto storico dell’arte contemporanea definirebbe senza alcun dubbio come la “Scuola di Gorizia” che, dal dopoguerra ad oggi, si è sviluppata nel capoluogo isontino e nei piccoli centri limitrofi come Gradisca, Cormons, Medea, Mariano, Corona, Mossa. Una “Scuola” più etico/formale che stilistica; assolutamente non un “sodalizio di tendenza” e neppure un “gruppo organizzato di appartenenza”. Una singolare unità d’intenti, tanto evidente quanto spontanea, assolutamente non storicizzata, che si è sviluppata dagli anni ’50 ad oggi, passando attraverso le esperienze di importanti artisti quali Mocchiutti, Fantoni, Sartori, Bassi, Monai, Malni, Altieri, Tudor, Doliach, Marini, Cej, Palli, Tonet, Mauri, de Gironcoli, Carbone, Valvassori, Kusterle, Menardi – Fenzl, Dugo, Di Stasio, Di Iorio, Darko, Nanut, Pausig, Mrakic, Comelli, Figar, Paulin-Paolini, Gerini, Spanò, Doliac, Romeo, Drascek, de Locatelli e, per l’appunto Max Busan. Esperienze diversissime per linguaggio, contenuti, stimoli e risultati; molto simili, invece, per l’impegno profuso nella ricerca stilistica, per l’alto livello qualitativo delle opere prodotte e per la singolare atmosfera di chiarezza, di “nitore”, di “aria pulita” che questi “modi di fare arte” hanno saputo e sanno trasmettere agli altri ma, soprattutto, per la grande capacità di far convivere nello spazio di un lavoro il cromatismo e il grafismo (Mauri, de Locatelli) o il “gesto” anche deciso (Mocchiutti),in certi casi violento o dissacratorio (Di Iorio, Di Stasio). Il talento artistico di Max Busan è sottolineato dalla capacità di organizzare la superficie del dipinto (spesso di grandi dimensioni) secondo una suggestiva logica di sovrapposizioni di forme e spazi cromatici e di fitte trame grafiche, quasi delle tracce prodotte da stimoli emozionali, da intuizioni formali, da necessità legate alla rappresentazione contenuta nel quadro. Così da questa ingarbugliata rete di segni ,che possono sembrare frutto di gesti inconsulti casuali, emergono invece i contorni di una figura, di un volto, i frammenti di un paesaggio, insomma gli elementi che Busan ritiene indispensabili per “scrivere” e per comunicarci i suoi racconti figurativi, quasi sempre “senza titolo”, pagine di grande intensità e di forti suggestioni. La mostra, costituita da una importante selezione di opere recentissime, potrà essere visitata tutti i giorni, escluso i lunedì, nella fascia oraria d’apertura degli esercizi pubblici di Udine.

             

                  MEGI PEPEU

            “Io non pitturo per abbellire I vostri salotti, ma per urlarvi in faccia la pena, la paura, il marcio che avete messo nel Mondo. Pitturo perché voglio cambiare la storia (..e per ricordarvi di quando eravate bambini). E non sono sola ! Né pazza”. Questa la dichiarazione d’intenti scritta da Megi Pepeu nel 1969, a 29 anni, esattamente dieci anni dopo essersi diplomata Maestra d’arte all’Istituto Statale di Trieste dove è stata allieva di importanti artisti quali Dino Predonzani, Riccardo Bastianutto, Enzo Cogno, Girolamo Caramori e Ladislao de Gaus. Megi Pepeu, nata a Trieste nel 1940, è dal 1960 che lavora con l’arte producendo quadri, incisioni, disegni, ex-libris, depliants, manifesti, locandine, illustrazioni per l’infanzia, copertine di libri, pannelli decorativi e oggetti artistici per l’arredamento. La mostra al “Refettorio Caucigh” di Udine, in via Gemona 36, che sarà inaugurata sabato 21 gennaio 2006 alle 18.00, proporrà una serie di quadri su tela appartenenti all’ultima produzione che raffigurano i soggetti più cari all’artista, soggetti che, eticamente, poco si discostano dalla forte dichiarazione d’intenti sopra riportata. Quadri che senz’altro trasmettono un granitico rigore morale ma, contemporaneamente trasudano poetica al femminile, recupero intelligente delle banalità del quotidiano viste da una donna impegnata in politica, in arte, in promozioni culturali ma anche in casa, fra vestiti lavati da stirare, borse cariche di spesa, lenzuola, come nuvole, che svolazzano nel cielo del Carso……..E poi c’è spazio anche per il grande amore per la natura, il paesaggio carsico (trapunto di rossi) o friulano (ritmato dai pali delle vigne), le sagome degli alberi spesso piegate dal vento forte, le geometrie delle saline istriane, le spiagge desolate, il mare fermo, immobile, o spazzato dai “refoli de Bora”, gli stessi che sconquassano le tegole dei tetti di Città Vecchia, che agitano le scheletriche ramature dei gelsi o che modellano i vecchi tronchi degli ulivi e dei castagni…..Ma, soprattutto, il lavoro di Megi Pepeu ci ripropone in chiave artistica, spesso utilizzando delle immagini-simbolo, i grandi drammi e le stucchevoli anomalie della società contemporanea: la guerra, il pacifismo, la militanza politica, le “morti bianche”, la violenza sui bambini, sulle donne, sui più deboli, la difficile integrazione dello straniero, la speranza di una vita riposta in una barca sgangherata o dentro al ventre inospitale di un camion…..  La mostra al “Caucigh” è “la prima volta” di Megi Pepeu a Udine con una mostra personale, nonostante una carriera artistica lunga 46 anni, ricca di esposizioni e di lavori su commissione sia per l’arredamento che l’editoria. A questo proposito è doveroso ricordare che l’artista triestina ha lavorato per le case editrici Mursia, Longanesi, Einaudi e Rizzoli; inoltre ha scritto e illustrato libri per ragazzi nella collana diretta da Bruno Munari. Lo scorso anno, per i tipi dell’Editrice Astra di Trieste è uscita un’esauriente monografia sul lavoro della Pepeu curata dal critico Giulio Montenero, già Direttore del Civico museo d’arte moderna “Revoltella” ospitato nel palazzo nobiliare dell’omonima famiglia, magistralmente restaurato dal grande architetto veneziano Carlo Scarpa.        

 

 Secondo appuntamento espositivo della stagione alla Piccola permanente d’arte moderna e contemporanea “Refettorio Caucigh” di via Gemona a Udine. Dopo la bella mostra di Dora Bassi, che ha riscosso un notevole successo di pubblico, è la volta di Ernesto Paulin Paolini, pittore, grafico, scultore e performer, molto conosciuto e apprezzato a Udine e in Friuli ma anche in Carinzia e in Slovenia e, soprattutto, nella sua città adottiva, Gorizia. Da sabato 17 dicembre l’artista presenterà al Caucigh  una scultura in cartapesta e tre grandi tele, tutte opere mai esposte al pubblico, nonchè una serie di piccoli lavori su carta tutti riconducibili all’ormai noto ciclo denominato “Homo”. Paulin ha voluto intitolare questa sua mostra “Un mondo fatto di cartapesta”, alludendo alla precarietà delle mode e degli stili e alla fragilità dell’uomo contemporaneo, prima vittima del consumismo, impotente nei confronti del mercato globalizzante. L’inaugurazione avrà inizio alle 18.00. Ernesto Paulin è nato a Belluno nel 1950 e, ormai da diversi anni, abita e lavora a Gorizia. Ha frequentato la Scuola di Mosaico di Spilimbergo, diplomandosi nel 1973 e traendo da questa esperienza grande ispirazione e notevole tecnica. I numerosi viaggi e contatti in tutta Europa ne aumentano, con il tempo, il bagaglio culturale ed espressivo. Nel 1989 assieme al gruppo USMIS, con cui collaborerà sino al 1995, inaugura una mostra al Centro Sociale Autogestito di via Volturno a Udine. Nel 1993 è artefice di un’importante azione artistica “contro il falso storico urbano”, nella sua casa di via S. Giovanni, allora in procinto di demolizione. Lavora in Friuli Venezia Giulia, Francia, Austria e Slovenia. La sua vena creativa lo porta a collaborare con i periodici culturali “Quaderni della Luna”, “Nuclear Sun Punk” e “ Zuf de Zur”. Dal 1988 a oggi allestisce numerose mostre personali in gallerie private e in spazi pubblici della regione, del Veneto, della Slovenia, della Bretagna (F) e della Carinzia; partecipa a varie mostre collettive e alla realizzazione di numerose istallazioni e performances. Nel 2004 l’artista espone a Udine alla Stamperia Santini di via Gemona dove realizza anche le incisioni per la cartella “Torno stanco di viver” dedicate ad alcuni sonetti di Francesco Petrarca; allestisce a Remanzacco la personale intitolata “Uomo tra natura e cultura” e partecipa alla Colonia artistica Srebrenik a Tuzla (Bosnia Erzegovina). Nel 2005, nell’ambito della rassegna annuale “Figure del presente” organizzata dalla Galleria “Spazzapan” di Gradisca d’Isonzo, Ernesto Paulin espone un’importante selezione di dipinti su tela, ferro ruggine e legno, alcuni grandi disegni su carta e una statua in cartapesta sul tema de “L’arciere”, figura rappresentata proprio nel momento di massima tensione dell’arco, pochi istanti prima di lasciar partire la freccia. A Gorizia nello scorso mese di luglio costruisce un grande ponte con tronchi e rami d’acacia proprio a cavallo della linea di confine con la Slovenia, a pochi metri dal piazzale della Transalpina, in occasione della mostra internazionale “Arcipelago” promossa da un pool di Associazioni culturali slovene e italiane.

 

     “Finestre” è il titolo della mostra personale di Dora Bassi che, sabato 12 novembre alle ore 18.00, aprirà il secondo ciclo di mostre curato dal pittore goriziano Luciano de Gironcoli per la Piccola Permanente d’Arte Moderna e Contemporanea “Refettorio Caucigh”, ricavata nell’omonimo locale pubblico udinese di via Gemona 36. Dora Bassi non ha certo bisogno di particolari presentazioni a Udine dove, infatti, è molto conosciuta e stimata: basta ricordare che dal 2001 a oggi l’anziana artista ha allestito in città ben tre mostre di grande importanza fra cui “Altàir”, serie di quadri e acquerelli ispirati alle poesie di Pier Paolo Pasolini esposti alla Galleria “Il girasole” e una sorta di antologica tematica su “La luce” curata dall’Assessorato provinciale alla cultura nella storica cornice della chiesa di Sant’Antonio Abate. Questa quarta presenza ,in pochi anni, sulle pareti del Caucigh sarà l’occasione per vedere dei grandi dipinti a olio su tela mai esposti e una serie di acquerelli su carta, in tutto dodici opere sul tema delle “Finestre”. Un soggetto molto caro a Dora Bassi poiché le permette di affrontare una delle problematiche più importanti che riguardano il linguaggio pittorico: il rapporto luce/colore/spazio L’ormai celebre confronto dentro/fuori che, ciclicamente, ricompare nella ricerca artistica di vari momenti della Storia dell’arte, sino al cubismo e alla pop art. Nel caso delle opere esposte al “Refettorio Caucigh” la finestra rappresenta una sorta di filtro per la luce esterna che, modificata, entra in uno spazio diverso, interno, domestico (la bella casa di Dora Bassi a Gradisca d’Isonzo) dove plasma pochi oggetti: una poltrona (quella “preferita” dall’artista); un abito bianco della festa, cucito per una giovane ragazza, svolazzante nello spazio o appeso, appena smesso, a un attaccapanni fluttuante al centro della stanza (forse una traccia dell’intensa, vita trascorsa fra Gorizia, Venezia, Milano, Udine, forse il ricordo di un segreto); un paio di occhiali (segno di una visita gradita o di una pausa silenziosa, alla ricerca di nuovi stimoli per il lavoro). Insomma, degli oggetti di uso comune, che l’intelligenza, il talento e l’elegante linguaggio pittorico di Dora Bassi hanno trasformato in soggetti figurativi, protagonisti di opere dal sapore autobiografico. Infatti, dall’ormai lontanissimo esordio artistico datato 1950, Dora Bassi si è sempre messa in gioco in prima persona senza sotterfugi, con grande sincerità ma altrettanto rigore, proponendosi agli altri come donna scultrice, ceramista, pittrice, grafica, insegnante d’arte e, da alcuni anni, anche come scrittrice.

             Con “Tempo d’estate: la più classica delle collettive” si chiude il primo progetto espositivo ospitato dal “Refettorio Caucigh” Piccola permanente d’Arte Moderna e Contemporanea, spazio minimale ritagliato nel vero senso del termine nell’ambito della ormai storica, ricca e complessa struttura del Caffè Caucigh di Udine, al civico 36 di via Gemona. Il progetto, articolato in cinque mostre, ha cercato di evidenziare come, nonostante tutto (leggasi: le grandi mostre d’arte contemporanea “riservate” solo agli addetti ai lavori; le polemiche, recentissime ma anche passate, sulle scelte della Biennale di Venezia; la nascita di nuovi Centri espositivi come Villa Manin di Passariano o la Galleria comunale di Monfalcone, la politica a senso unico delle gallerie private, in maggioranza orientate verso opere non pittoriche…….) nelle nostre terre la pittura è, e rimane, ancora al centro della produzione artistica ricoprendo il ruolo essenziale di “strumento di comunicazione”, ancora idoneo ed efficace per trasmettere emozioni e per interpretare i molteplici aspetti della realtà contemporanea. Questa prima fase di piccole mostre ha, infatti, proposto, in ordine cronologico, Ciussi, Colò, Zigaina, Santomaso, Vedova raggruppati in una collettiva e le personali di Doliach, Mocchiutti, Cendamo e Altieri, pitture e grafiche che sono state apprezzate da un consistente numero di visitatori e di estimatori giunti da ogni parte della regione, incuriositi anche da questo “ritorno” dell’arte nell’ambito di un esercizio pubblico; situazione ,questa, invece molto diffusa negli anni ’60 e ’70 quando in vari Caffè e trattorie delle città e anche di piccoli centri della nostra regione venivano organizzate vere e proprie mostre personali o collettive ,con tanto di catalogo e manifesto, che proponevano opere di autori importanti , provenienti anche dalle regioni contermini di Carinzia, Slovenia (allora Jugoslavia) e dal Veneto. A conclusione del ciclo, proprio per voler ribadire l’indiscutibile “centralità della pittura” nell’ambito del sistema dell’arte in Friuli Venezia Giulia, sarà visitabile da sabato 25 giugno al 21 settembre 2005 “La più classica delle collettive” con dipinti di Antonio Cendamo di Udine, Luciano de Gironcoli di Cormons, Paolo Del Giudice di Treviso, Mario Di Iorio di Gorizia, Ignazio Doliach di Cormons e opere grafiche di Aldo Colò di Cividale del Friuli, Mauro Mauri di Gorizia, Federico Righi di Trieste e Giuseppe Zigaina di Cervignano del Friuli. La mostra è visitabile dal martedì alla domenica nell’orario d’apertura degli esercizi pubblici.

 E’ trascorso più di mezzo secolo dal giorno in cui Sergio Altieri, oggi settantacinquenne di Capriva del Friuli provincia di Gorizia, ha iniziato a frequentare gli ambienti artistici di Udine. Sin dagli esordi, è subito protagonista dell’esaltante stagione del Neorealismo; entra a far dell’Unione degli artisti friulani (organizzazione di emanazione della Camera del lavoro CGIL) e frequenta assiduamente il Circolo artistico di Vicolo Florio: l’importante spazio espositivo è anche “cenacolo”, luogo di incontro e di confronto per tutti i pittori, gli scultori, i poeti e gli intellettuali che in quegli anni aderiscono con entusiasmo militante al movimento neorealista friulano. Fra questi ci sono Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Zigaina e Toffolo Anzil, grandi figure ispiratrici soprattutto per i più giovani, che spesso arrivano a Udine dai piccoli paesi della provincia friulana, da realtà emarginate, alla ricerca di un’occasione di riscatto e di civile confronto dopo adolescenze profondamente segnate dagli anni difficili della dittatura e della guerra. Inoltre a Vicolo Florio vengono anche gli artisti che hanno fatto la Resistenza, che sono stati partigiani in armi, protagonisti della liberazione del Friuli.

                Si tratta, quindi, di un legame profondo, importante che Sergio Altieri mantiene tutt’oggi vivo sia mediante le sue periodiche ma costanti presenze in città (il pittore, che si muove sempre in treno o in corriera, rivisita, almeno una volta all’anno la Pinacoteca dei Musei Civici del Castello e le collezioni della Galleria d’Arte Moderna e prova sempre nuove e forti emozioni davanti ai Tiepolo o ai lavori di Pellis, Afro, Ursella, Filipponi e altri li esposti) che attraverso le decine e decine di mostre allestite nelle Gallerie d’Arte, nei Circoli e negli spazi espositivi pubblici di Udine. La vicenda artistica di Altieri è poi profondamente segnata dal suo coerente impegno politico contraddistinto da oltre 30 anni di militanza nel Pci dell’Isontino. Negli anni ’50 il pittore caprivese dipinge la dura vita dei contadini del Friuli; rappresenta il lavoro e le lotte degli operai dell’Italcantieri di Monfalcone e ricorda alcuni grandi avvenimenti della guerra partigiana fra cui l’aspra e cruenta battaglia di Peternel, sul Collio (questo quadro, conservato nella sede dell’ANPI di Udine è nato dopo che Altieri ha ascoltato il racconto di un protagonista di quello scontro, il cormonese Vincenzo Marini “Banfi”, commissario politico della Divisione Garibaldi-Natisone).

                Nonostante l’impegno e la militanza, riconosciuti e apprezzati anche dagli avversari soprattutto per lo spirito di coerenza e la grande umanità e disponibilità sempre dimostrate nei rapporti con gli altri (Altieri è stato per lungo tempo consigliere comunale del Pci a Capriva del Friuli), la pittura dell’artista friulano non è mai stata intaccata dalla retorica ideologica e non si è mai limitata alla mera illustrazione degli avvenimenti rappresentati; in altre parole Sergio Altieri è stato un neorealista anomalo, senz’altro più attento alla pittura veneta e ai suoi maestri che non al realismo socialista e ai suoi epigoni italiani. Del resto molti artisti friulani aderirono al Neorealismo rivendicando un’assoluta libertà e indipendenza di linguaggio espressivo; fra questi da ricordare senz’altro Anzil, Canci Magnano, Carlo Ciussi e i cormonesi Doliach, Palange e Toffoloni.

                Dagli esordi a oggi, Sergio Altieri interpreta in pittura il suo mondo: ci racconta le feste campestri sulle colline di Capriva; i primi incontri e i primi amori; il calore delle cucine contadine; la decadente bellezza dei parchi abbandonati delle ville venete. Spesso lo fa ricordando i versi di Pier Paolo Pasolini o gli scritti di Ippolito Nievo. Molti quadri raffigurano Venezia, i suoi palazzi con le mura aggredite dall’umidità e dalla salsedine; ritroviamo intonaci aggrediti dal tempo e tracce di antiche pitture murali nei dipinti dedicati alla “casa sulla collina”: una vecchia casa colonica veramente esistita (poco fuori l’abitato di Capriva, verso Russiz) che oggi rivive solo sulle tele dell’anziano maestro. Infine Altieri dipinge la musica in una raffigurazione divenuta ormai un’icona: la violinista bambina e crea vere e proprio pagine di poesia visiva con le grandi tele dedicate ai tramonti: cieli infuocati su cui spesso si staglia il profilo del Monte di Cormons visto, naturalmente, da Capriva.

                Con la mostra di Sergio Altieri (cinque dipinti su tela, giusto un piccolo “segno”, una presenza discreta a testimonianza di un lungo e appassionato confronto fra l’artista caprivese e il suo Friuli) si chiude il primo ciclo di esposizioni alla Piccola permanente “Refettorio Caucigh”, ciclo che, forse, è riuscito a ribadire la centralità della pittura nell’espressione contemporanea locale.

ANTONIO CENDAMO nasce a Sacile nel 1951. Studia per perito aeronautico e matura artisticamente attraverso il lavoro e l’esperienza di pittore raccogliendo, subito, vasti consensi e grande interesse da parte dei critici e dei collezionisti. E’ pittore professionista dal 1970 e conta al suo attivo un centinaio di mostre fra cui personali o collettive in Svizzera, Stati Uniti, Francia, Germania, Australia, Lussemburgo, Olanda, Canada, Monaco, Cecoslovacchia e Austria.

Ha allestito mostre personali alla Galleria “La Cave” di Treviso, alla “La Toleta” di Venezia, alla “Valentini” di Milano e alla “Romagnoni” di Piacenza.

 

 

           Antonio Cendamo, una sorta di “ultimo dei Moicani dell’arte”, nato a Sacile e trapiantato ormai da diversi anni a Udine, vive d’arte e comunica quasi esclusivamente con la pittura, infischiandosi di ogni sorta di codice di comportamento ormai codificato e applicato da coloro che operano nel complesso “sistema dell’arte” : le cosiddette regole di mercato che stabiliscono i ruoli degli attori dello “scambio” ma soprattutto i prezzi delle opere che devono essere tali da accontentare, ogni volta, più “soggetti” oltre all’artista esecutore. Ma non solo. Questa specie di codice interno condiziona non poco la partecipazione degli artisti alle mostre importanti e la loro presenza nelle Gallerie “che contano”. Cendamo, pur consapevole dell’esistenza di questo meccanismo anche a Udine e nel Friuli, lo ignora completamente anzi, spesso lo sfida, propugnando una regola unica, per lui fondamentale: produrre della buona pittura.

Quindi, da ingenuo don Chisciotte, contrappone, in una battaglia decisamente impari, le indiscutibili qualità dei suoi quadri al cinismo del sistema che in un primo tempo lo accetta e lo stima e poi, pian piano lo emargina sempre più. La sconfitta del nostro artista è inevitabile sia sul piano dei rapporti interni al “mondo dell’arte” ( raccoglie solo ulteriori emarginazioni, esclusioni e intolleranze di ogni tipo) che su quello prettamente commerciale (completamente ignorato dalle Gallerie e da quella fetta di mercato che da queste parti giocano ancora un ruolo importante nel sistema).

Ma Antonio Cendamo è consapevole di essere un pittore vero, di saper disegnare e dipingere, di avere talento e quindi ritiene di dover lavorare, lavorare, lavorare tanto: così produce in pochi anni centinaia e centinaia (non è esagerato dire qualche migliaio) di quadri e li riversa tutti sul “libero mercato” di Udine (non quello ufficiale gestito dal “sistema dell’arte”) con l’intento di rompere, almeno in parte, l’isolamento in cui è costretto a vivere, alla ricerca di un consenso sulla qualità della sua arte; lo fa anche per potersi mantenere almeno nei limiti della decenza e, soprattutto, per comunicare agli altri: per aprire un dialogo di relazione umana utilizzando il linguaggio classico della pittura, che gli permette di riaffermare il suo ruolo d’artista, capace di eseguire dipinti di figure, paesaggi e nature morte immersi nella contemporaneità del quotidiano, intrisi di vero dramma esistenziale e attraversati da forti passioni.

Ed è su questo piano, solo su questo però, che Antonio Cendamo vince, anzi stravince, la sfida da lui stesso lanciata. Infatti, sarà senz’altro ancora considerato dai più come un emarginato costretto a vivere una situazione ai limiti del disagio sociale, ma chi vede le sue opere non può fare a meno di riconoscergli lo status di artista, un po’ originale, “pazzerello” quanto basta ma artista vero, comunicatore di emozioni, poeta per immagini.

 Una lunga e necessaria premessa per annunciare la mostra personale di Antonio Cendamo che Luciano de Gironcoli e Roberto Maurizio hanno concepito e realizzato partendo dai presupposti sopra espressi, mostra che sarà allestita alla Piccola permanente d’Arte Moderna e Contemporanea “Refettorio Caucigh”, nell’antico Caffè di via Gemona 36, a Udine. La rassegna, che sarà inaugurata sabato 2 aprile prossimo alle 18.00, avrà come filo conduttore un unico tema: i fiori; da qui l’intitolazione della mostra, “Flowers”, per indicare un importante filone espressivo intrapreso da Cendamo nell’ambito della sua complessa e tormentata produzione figurativa. Fiori intesi come personaggi, un tutt’uno con i vasi che li sostengono, spesso interpretati come veri e propri soggetti vivi, sia animali che vegetali; non solo sterili quanto preziosi contenitori, quindi, ma parti vitali in cui scorre sangue o linfa: in certe occasioni dipinti come fossero dei volti; in altre come eleganti figure maschili e femminili; in altre ancora come impossibili tuberi o baccelli da cui nascono fiori e piante inesistenti.

 

             Cesare Mocchiutti

                La mostra di Cesare Mocchiutti al Refettorio Caucigh comprende undici lavori: cinque tele e sei piccoli disegni. Un quadro, il più grande, è stato eseguito nel dicembre del 2004 mentre gli altri quattro lavori sono stati appena dipinti, nei primi giorni del 2005, e rappresentano un tema caro al vecchio pittore: due cacciatori, colti in un’immagine statica (una sorta di posa fotografica), di ostentazione delle prede da poco abbattute. I sei disegni sono una sorta di carrellata fra i soggetti e i linguaggi adottati da Mocchiutti dal 1947 al 2004. La mostra udinese, anche se di piccole dimensioni, svolgerà l’importante ruolo di preludio ideale alla grande personale del pittore friulano che sarà allestita dal prossimo mese di maggio negli spazi di disimpegno collettivo del palazzo del Consiglio Regionale, in piazza Oberdan a Trieste. Da sottolineare che la mostra è la prima, dedicata a un autore vivente, organizzata in quella prestigiosa sede che, almeno finora, ha ospitato solo rassegne monografiche e collettive con opere di proprietà delle raccolte dei Musei e delle Gallerie pubbliche della nostra regione, con evidenti finalità storico-documentative e didattiche.

              Se riteniamo che oggi, nonostante tutto, il ruolo principale dell’arte figurativa sia quello di comunicare emozioni attraverso immagini o forme nello spazio, non possiamo fare a meno di riconoscere e di apprezzare l’inossidabile talento (diciamo pure il “grande e inesauribile talento artistico”) di Cesare Mocchiutti che gli consente, a 89 anni (nasce nel 1916 a Villanova del Judrio), di essere un eccezionale, originale, comunicatore di suggestioni e di poetiche molto coinvolgenti e intense, trasmesse agli altri da quasi sessant’anni utilizzando sempre i linguaggi espressivi che rappresentano la tradizione dell’arte figurativa: la pittura ad olio o a tempera, l’affresco, il graffito su malte colorate, il disegno, l’incisione, la scultura.

Cesare Mocchiutti, senz’altro fragilissimo “nel corpo”,è, invece, lucido, presente e partecipe: insomma, “ha la testa nelle cose” , e gestisce il “suo fare arte” con il solito, estremo e intransigente rigore. Rigore che lo ha spesso (per gli amici ed estimatori “troppo spesso”) indotto a “distruggere” quadri appena dipinti, forme da poco modellate o lastre accuratamente incise perché ritenuti lavori sbagliati o, comunque, distanti dai risultati formali e cromatici prefissati. Obiettivi da raggiungere a qualsiasi prezzo, ivi compresa la cancellazione dell’opera. Gli ultimi lavori prodotti costituiscono l’indiscutibile prova della grande voglia di fare arte che pervade in modo totale la vita del vecchio maestro. Ogni mattina, giorno dopo giorno, sfidando dolori fisici e accidenti di ogni tipo, Mocchiutti si alza presto e inizia a lavorare nell’ampio e luminoso studio ricavato nel fienile della casa contadina sapientemente ristrutturata, sulla cima della collina di Mossa, ai margini del bosco, “fuori dal mondo” anche se a “pochi passi” dal paese e a un “soffio” da Gorizia. Dipinge fino a ora di pranzo e poi, necessariamente, riposa. Senza l’impegno della pittura però, il tempo non passa mai; le ore del pomeriggio e della sera sono lunghe il doppio tanto che Mocchiutti attende con ansia e impazienza il nuovo giorno per riprendere il lavoro lasciato in sospeso o per iniziare un nuovo quadro……La pittura sgorga generosa, fresca, per riproporci per l’ennesima volta ma sempre con forme, soluzioni grafiche e impasti cromatici nuovi e originali, i temi e i soggetti tanto cari al maestro: il mondo contadino; i riti, ”sacri” e “profani” della tradizione popolare; una particolare, tutta personale, interpretazione visiva della friulanità, sempre sussurrata, mai gridata e ,tanto meno, ideologicizzata; la sensibilità e l’impegno civile a sostegno dei più deboli, di coloro che subiscono ingiustizie, violenze, discriminazioni……E poi la vasta iconografia “laica” (i grandi quadri dedicati a..): il bracconiere, il cacciatore, il pescatore di frodo, l’arrotino, il contadino che raccoglie i prodotti della terra, il banchetto delle angurie (visione figurativa “dominante”, rispetto alla figura del venditore), il cantastorie, il viandante, i venditori di sogni (streghe, cartomanti, suonatori di strada, ecc.)……E ancora gli animali: la mucca, il cavallo, la capra, il gatto, il cane, la civetta, il merlo, il corvo, la gazza ladra, spesso soggetti unici del dipinto, posti al centro della tela……E poi le piante e gli elementi della natura: il gelso, la betulla, l’albero dei cachi, il ciliegio in fiore, il fiume, la collina, la grande distesa della pianura……

 

Ignazio Doliach

Continua con successo la mostra personale del pittore cormonese Ignazio Doliach che espone al “Refettorio Caucigh”, Piccola permanente d’arte moderna e contemporanea, di Udine, in via Gemona 36, una serie di 29 dipinti a olio raffiguranti volti umani. “Volti” (così s’intitola anche la mostra), non ritratti: visi di persone che non esistono nella realtà ma che nascono e vivono nella fantasia del pittore e sono tradotti sulla tela con grande maestria grafica e con squisita raffinatezza cromatica. Sono quadri di sapore espressionista, realizzati con un linguaggio figurativo in costante equilibrio fra la drammaticità trasmessa dalle maschere della ritualità popolare e del teatro classico e l’intelligente ironia di cui è intrisa la “grande” caricatura, quella che, giustamente, è entrata a pieno titolo, nei maggiori musei d’arte. E’ da diversi anni che Ignazio Doliach, parallelamente alla sua ormai caratteristica produzione imperniata sulla raffigurazione degli elementi essenziali del paesaggio friulano o traendo spunti dai suoi numerosi viaggi al Sud Italia e nei Balcani, si dedica alla realizzazione di volti e figure umane. Infatti, i quadri esposti al Caucigh sono il frutto di una selezione fra decine e decine di lavori fatti su piccole carte, su cartoni d’imballo, su pagine di giornali e riviste che poi l’artista incolla accuratamente su tavolette di compensato o su pezzetti di tela e li impagina in appropriate cornici, dando loro la “dignità del quadro”, dell’oggetto d’arte finito, quindi “importante”. Le opere esposte a Udine coprono un arco di tempo che parte dal 1950 per arrivare al 2002 (nel luminoso e ordinato studio di Cormons, è possibile ammirare almeno una cinquantina di “volti” dipinti da Doliach dal 2002 a oggi) e sono, all’infuori di due, tutte inedite e cioè mai esposte né pubblicate.La mostra di Ignazio Doliach può essere visitata ogni giorno, tranne il lunedì, nell’orario di apertura degli esercizi pubblici fino a sabato 19 febbraio. La settimana successiva, sabato 26, sarà inaugurata una personale di Cesare Mocchiutti, ottantanovenne pittore goriziano in piena attività produttiva, nativo di Villanova del Judrio, che presenterà cinque grandi dipinti di recentissima esecuzione e sei disegni datatati dal 1947 al 2004.

Dopo la mostra dei maestri incisori della Stamperia d’arte Santini, l’attività del “Refettorio Caucigh” proseguirà dal 15 gennaio al 19 febbraio con la personale del pittore cormonese Ignazio Doliach costituita da una serie di piccoli dipinti che rappresentano i “Volti” (titolo della mostra) di figure umane, personaggi veramente esistiti, visti e interpretati con grande sensibilità dall’artista friulano oppure persone “inventate” grazie alla sua ricca fantasia e a una sensibilità grafica e coloristica non comune. Una “galleria di ritratti” che, alla fin fine, rappresenta un vero e proprio ciclo espressivo che ha attraversato tutto il periodo creativo di Doliach, sin dagli esordi nell’ormai lontano 1948 e che continua a interessarlo. Nato a San Giovanni al Natisone nel 1932, Ignazio Doliach frequenta il Liceo artistico di Venezia diplomandosi nel 1957; successivamente ottiene l’abilitazione all’insegnamento delle discipline artistiche nella scuola media inferiore a cui si dedicherà per oltre trent’anni. Vive molto intensamente il periodo post bellico del neorealismo partecipando con spirito militante, ma in modo molto “libero”, all’attività dell’Unione Sindacale degli Artisti Friulani che aveva trovato sede in Vicolo Florio, in pieno centro storico di Udine; protagonisti di questo sodalizio sono stati Toffolo Anzil, Sergio Altieri, Armando Pizzinato, Enrico De Cillia, Ugo Canci Magnano, Dora Bassi, Tito Maniaco, Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Zigaina; quest’ultimo, in più di un’occasione, ha espresso apprezzamento e interesse per il lavoro del giovanissimo Doliach tanto che fra i due si instaurò un rapporto di stima e di amicizia. L’artista cormonese espone per la prima volta nel 1949 a soli 17 anni; l’anno dopo partecipa alla Mostra degli artisti di Vicolo Florio; è presente a tutte le mostre dell’Associazione artisti isontini e alle rassegne allestite alla Piccola permanente del Caffè Teatro di Gorizia. Assieme a Sergio Altieri, Piero Palange, Warter Toffoloni, Francesco Macedonio e altri, Ignazio Doliach frequenta negli anni ’50 lo studio del pittore cormonese Gigi Castellani, generoso e prolifico arista che seppe coagulare attorno a se tutte le “voci emergenti” della cultura e delle arti di allora e in particolare quelle presenti nell’area di tradizione friulana della provincia di Gorizia (Cormòns, Capriva, San Lorenzo, Mariano del Friuli). Aderisce al Gruppo internazionale d’arte “2xGO” formato da artisti dell’Isontino e del vecchio territorio comunale di Nova Gorica, esponendo in tutte le mostre organizzate in Italia e Slovenia. Il curriculum di Ignazio Doliach è soprattutto caratterizzato da importanti “presenze” in gallerie e spazi espositivi di Udine: le belle mostre a Palazzo Kekler assieme a Mocchiutti, Altieri, Tudor e altri; la partecipazione a un’edizione della rassegna INTART nella sede del Centro Friulano Arti Plastiche; la recente mostra personale alla storica Galleria del Girasole in Riva Castello costituita da una attenta selezione di lavori, dipinti sul lato ruvido di piccoli fogli di faesite, raffiguranti paesaggi agresti (lavori essenziali, sempre in bilico fra grafica e pittura), a cui si aggiunge, da sabato 15 gennaio 2005, l’ultima, originale, piccola mostra al “Refettorio Caucigh”, nella sala da pranzo dell’omonimo bar di via Gemona.

            Stamperia Santini

Due ultra ventennali esperienze a servizio del pubblico s’incontrano: la Stamperia Santini e il Caffè Caucigh, entrambe di via Gemona, nel cuore di Udine. L’occasione è data dall’apertura ufficiale di uno spazio espositivo (una piccola parentesi culturale, una contaminazione artistica costituita da una parete della sala da pranzo dello storico locale) denominato Refettorio Caucigh – Piccola permanente d’arte moderna e contemporanea che, da sabato 11 dicembre a martedì 11 gennaio 2005 ospiterà  5 significative opere grafiche realizzate nella Stamperia d’arte di Federico Santini da altrettanti maestri del calibro di Carlo Ciussi, Aldo Colò, Giuseppe Zigaina, Giuseppe Santomaso, Emilio Vedova. Da gennaio seguiranno altre quattro piccole mostre personali che, nell’ordine, presenteranno momenti particolari del lavoro degli artisti Ignazio Doliach, Cesare Mocchiutti, Antonio Cendamo, Sergio Altieri. Il programma è stato curato dal pittore goriziano Luciano de Gironcoli con la collaborazione di Roberto Maurizio, Carmelo Contin e Federico Santini; progetto grafico di Maurizio Nicoletti. Per il “Caucigh” si tratta di un ritorno all’attività espositiva (tempo fa, numerose mostre sono state ospitate nella saletta al primo piano) e, quindi, di un allargamento delle proposte culturali rivolte ai numerosi clienti; infatti il noto locale udinese, ormai da diversi anni, propone un qualificatissimo calendario di concerti jazz che richiamano molti appassionati ai quali saranno affiancate le mostre per ora in programma fino al giugno prossimo.     Il nuovo spazio espositivo e la prima mostra denominata “Maestri friulani e veneti della Stamperia Santini” saranno inaugurati sabato 11 dicembre alle ore 18.00.

 

DARKO BEVILACQUA A MEDEA E CORMONS

 in esposizione a Cormòns (GO) Cantina Produttori e Museo e Medea (GO) Palazzo della Torre

dal 13/05 al 25/06

            Famiglia, maternità, natura. Tre sostantivi che sintetizzano l’opera artistica che Darko (Bevilacqua) ci ha lasciato, opera che, finalmente, è stata valorizzata anche dalla e nella sua “terra d’origine” con una grande mostra (dal 13 maggio al 25 giugno) allestita in quattro sedi a Medea (Palazzo della Torre e Centro Civico “Gallas”) e Cormons (Cantina Produttori e Museo del Territorio), voluta soprattutto dalla famiglia dell’artista, dalle Amministrazioni comunali dei due paesi isontini e dalla Cantina Produttori di Cormons. Un doveroso omaggio in due luoghi significativi per la vita artistica di Darko. Infatti a Medea l’artista ha lasciato un segno importante: un grande mosaico, eseguito alla fine degli anni sessanta per la cappella dell’Istituto Santa Maria della Pace assieme a chi scrive e a un gruppo di “ragazzi difficili”, eccezionali mosaicisti e attenti carpentieri/montatori. Darko visse per quasi due anni a Santa Maria della Pace dove organizzò un laboratorio di ceramica coinvolgendo centinaia di giovani che sfogarono pesanti insicurezze e gravi drammi personali trasformandoli in poesia creativa, seguiti con passione e competenza e con tanta comprensione dal compianto artista. A Cormons, invece, s’instaurò un grande sodalizio di stima, amicizia e lavoro con Luigi Soini, “mastro cantiniere” altoatesino, Direttore della locale Cantina Produttori, “inventore” del Vino della Pace, di Arte in cantina e di tante altre iniziative legate al binomio arte – agricoltura, molte delle quali ebbero Darko e i suoi lavori come grandi protagonisti.Finalmente, dicevo, il dovuto riconoscimento all’ importante testimonianza umana e artistica di Darko Teodoro Bevilacqua, di Mossa (diplomato Maestro d’arte in Decorazione plastica all’Istituto Statale d’Arte di Gorizia, allievo dello zio Silvano Bevilacqua, di Mario Sartori, Tino Piazza, Franch Marinotto) vero artista di frontiera, sensibile interprete sia del mondo slavo che di quello friulano; attento “visitatore” dell’arte primitiva (barbarica) e di quella classica; sensibile creatore di forme contemporanee che richiamano civiltà primitive, tutte basate sul rapporto uomo-natura ovvero materia-spirito. a cura di L. de Gironcoli

 

MARIO TUDOR IN POLONIA

dal 12 maggio al 4 giugno alla Galleria Design di Wroclaw (Breslavia) Polonia

            Mario Tudor, goriziano, classe 1932, dal 1959 residente a Milano, pittore, incisore, fiber artist, espone (dal 12 maggio al 4 giugno) alla Galleria Design di Wroclaw (Breslavia), in Polonia presentato in catalogo da un testo di Renata Pompas. Tudor inizia l’attività espositiva nella sua città, nel 1950. Dopo un breve soggiorno di lavoro a Trieste si trasferisce a Milano dove si occupa di grafica pubblicitaria in una grande società commerciale. Nel 1966 decide di dedicarsi esclusivamente all’espressione figurativa per mezzo del disegno, della pittura e dell’incisione. Nel 1975 l’artista goriziano abbandona la superficie del quadro e le tecniche tradizionali della pittura e dell’incisione e inizia una nuova avventura nel campo della fiber art (arte tessile) che lo porta a utilizzare una vasta serie di “materiali morbidi”: stoffe di varie fibre naturali, cordami, fili, carte fatte a mano, feltri, legni leggeri; dipinge le stoffe “per immersione”, utilizzando colori e tecniche di antiche tradizioni tessili orientali. Costruisce delle grandi installazioni all’aperto facendo sempre uso di questi materiali precari, insoliti per fare una “opera d’arte” e realizza dei lavori in stoffa di dimensioni ambientali.

            Dal 1996 la sua produzione è caratterizzata dalle cosiddette “Porte del vento”, opere leggerissime, fissate sulla parte superiore dello stipite di una porta, costituite da una sorta di architrave traforata e trasparente, con i montanti laterali sollevati dal terreno che si muovono e ondeggiano a ogni spostamento d’aria provocato dal passaggio di chi deve attraversare questa porta. “Un’atmosfera perfetta –scrive Renata Pompas nella sua presentazione per la mostra in Polonia- che, fondendo eleganza e severità, tempera il gusto di Mario Tudor per i colori e le preziosità bizantine di Venezia”, città amatissima dall’artista, incantevole scenario per indimenticabili mostre personali alla Fondazione/Museo Querini Stampalia e all’ex convento di San Sebastiano (Ca’ Foscari). a cura di L. de Gironcoli

 

 

 

 

       

webmaster Renzo Furlano

       

data ultimo aggiornamento 29/08/06 14.35.40