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Sergio Altieri
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il
maestro
Luciano de
Gironcoli ci
consiglia
"1962 - 2006. Un percorso d'immagini"
personale di
Luciano de Gironcoli
Tracce
per una lettura
1962 - 2006 questi i termini cronologici che definiscono “un
percorso d’immagini”, un itinerario pittorico che Luciano de
Gironcoli traccia nella mostra che ha allestito dal 30 giugno al 30
luglio 2006 nello spazio espositivo della Libreria “Rebus” di
Cormons.
Certo oltre quarant’anni di pittura vorrebbero sale e sale di
un’ampia galleria ma de Gironcoli riesce in uno spazio relativamente
piccolo e con un numero di lavori non infinito - quasi tutti lavori
inediti, mai esposti né pubblicati - a ben rappresentare l’intero
suo lavoro di artista serio, impegnato, splendidamente coerente e al
contempo capace sempre di farsi affascinare da nuove suggestioni,
visive e non.
Nato a Gorizia nel 1947, Luciano de Gironcoli si è avvicinato alla
pittura proprio nel 1962: fu Ostilio Gianandrea, personalità
importante del vitale ambiente artistico goriziano degli Anni
Sessanta che necessita ancora del giusto riconoscimento, se non ad
iniziarlo alla pittura certo ad indirizzarlo a frequentare
l’Istituto d’Arte del capoluogo isontino. Vedendo “La casa nera”
Gianandrea lo invita ad iscriversi alla scuola dove de Gironcoli
incontrerà un altro grande artista goriziano, recentemente
scomparso: Cesare Mocchiutti con il quale de Gironcoli ha mantenuto
fino ai suoi utili giorni un rapporto di grande stima, di sincero
affetto, di profondo rispetto come artista e come uomo.
Tra il ’63 e il ’64 Gironcoli lavora ad una serie di opere in cui
mantiene equilibri cromatici basati su poche tinte: lavori che
Mocchiutti, maestro severo, benedice. Ma intorno all’I.S.A. di
Gorizia gravitavano anche altri importanti artisti friulani
riconosciuti a livello internazionale quali i fratelli Dino (che
all’Arte insegnava) e Mirko Basaldella che si interessano ai lavori
del promettente studente. Di quegli anni in mostra un bel “Paesaggio
friulano” che con definita personalità artistica ben si inserisce in
una sorta di filone pittorico dei maestri friulani di quegli anni. E
da allora de Gironcoli parteciperà a numerosissime mostre collettive
nazionali ed internazionali, a concorsi e rassegne, allestendo ben
16 personali.
E’ nel 1971 che prende il via la fase geometrica di de Gironcoli che
si esprime nelle intense grafiche dai netti bianconeri così come
nelle opere in cui esplode tutto l’interesse per il colore: acceso,
brillante, deciso. E quegli Anni Settanta sono caratterizzati da
importanti partecipazioni alla vita artistico-culturale-politica di
quei tempi (poteva forse essere diverso?) quale ad esempio
l’attività nello storico gruppo transfrontaliero “2xGO” che in anni
di vero gelo tra Italia e allora, Yugoslavia, riusciva a dialogare
attraverso l’arte, a realizzare mostre di qua e di là del confine, a
testimoniare attraverso la pittura una vera e reale volontà di
comunicazione in un territorio storicamente unito tagliato in due da
un confine.
Una bella serie di acquerelli in mostra a Cormons segna come la
pittura di de Gironcoli non voglia e non sia mai freddamente
geometrica, astratta, lontana dal reale: forme, composizione, colore
portano in sé lo stretto legame che il pittore mantiene con il (un)
soggetto che viene poi reinterpretato, reinventato, ricostruito
sulla tela. E questo procedimento artistico può tranquillamente
esprimersi tanto in lavori più immediati e “informali” quanto in
misurati collage.
Siamo alla fine degli Anni Ottanta quando Luciano de Gironcoli parte
per un’altra importante avventura quale l’apertura con Roberto
Kusterle, Giorgio Valvassori e chi scrive dello Studio d’Arte
“Exit”, una galleria a Gorizia nell’allora tutt’altro che
residenziale via Favetti prima e presso il Cinema Vittoria poi, dove
oltre 50 furono le mostre realizzate da quel 30 settembre 1988 al
gennaio 1996. In quegli anni de Gironcoli dipinge e lavora senza
scordare le lezioni dei grandi dell’arte contemporanea e un certo
gusto per il gioco che molti maestri da lui amati avevano.
E quasi strabiliante con quale facilità si possa giungere ai lavori
più recenti di de Gironcoli senza cesure, senza grosse discrepanze
ma mantenendo sempre l’eguale vivace freschezza e piacevole
curiosità: ecco allora gli interessanti dipinti omaggio ad un
grande, questa volta del passato, quale fu Francisco Goya e un
sorprendentemente moderno lavoro del maestro spagnolo, quel “Cane
nero” che si trova al Prado che riesce ad essere un dipinto di
grande capacità compositiva e preziosità pittorica.
Per arrivare all’oggi, al giugno del 2006 e a quella che è
l’occasione per questa mostra di 44 anni di pittura di de Gironcoli:
è “La casa gialla” l’occasione, uno splendido quadro che ritrae
(come solo de Gironcoli può fare naturalmente) il nuovo studio che
l’artista ha aperto nel cuore di Cormons, dietro il Duomo dedicato a
San Adalberto. E in questo quadro di grande bellezza, de Gironcoli
si diverte ancora a reinventare possibilità ed effetti visivi
giocando sulle sovrapposizioni dei supporti, sugli strati di
materiali altri posti sulla tela.
“E’ possibile? In più di quarant'anni ho dipinto sempre la stessa
cosa!?” diceva Luciano guardandosi intorno concluso l’allestimento
della mostra. Credo che sia più che possibile: che sia segno di
grande capacità e valore di uno degli artisti più importanti del
nostro territorio ( e non solo).
Emanuela Uccello
dal 30 giugno
al 23 agosto
nuovo
studio "Casa Gialla" dell'Artista a Cormòns in via Duomo, 17
(Centa di Sant'Adalberto)
Enzo Valentinuz,
pittore di Romans d’Isonzo (Gorizia),espone
dall’1 al 17 settembre a Villa de Brandis di San Giovanni al
Natisone in provincia di Udine. La mostra, organizzata dal Comune di
San Giovanni, comprende una nutrita serie di graffiti eseguiti con
la tecnica tradizionale delle malte colorate sovrapposte su pannelli
in alluminio alveolare e vetroresina, supporti sostitutivi del muro.
Negli anni sessanta
Valentinuz frequentò l’Istituto statale d’arte di Gorizia, allora
specializzato nella decorazione pittorica murale (graffiti,
affreschi, encausti e tempere murali nonché tutte le tecniche per
“strappare” le varie decorazioni dalle pareti e riportarle su tela o
su tavola) ed ebbe come maestro Cesare Mocchiutti, grande pittore da
poco scomparso, uomo capace di affascinare e di trasmettere i
caratteri essenziali del “fare arte”: chiarezza, semplicità,
decisione nel gesto grafico, equilibrio cromatico. Ottenuto il
diploma di maestro d’arte in decorazione pittorica, Enzo Valentinuz
si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove, per tre
anni, fu allievo di un altro grande artista, Bruno Saetti,
magistrale interprete di preziose immagini tutte eseguite con la
difficile tecnica dell’affresco. Agli inizi del quarto e ultimo anno
di Accademia, Valentinuz attraversò una crisi cosiddetta
esistenziale che lo portò a mettere in discussione la validità e
l’utilità degli studi intrapresi tanto da fargli prendere la
decisione di lasciare Venezia e ritornare a Romans e dedicarsi alla
pittura. Lavorò con ottimi risultati fino ai primi anni Settanta.
Poi smise anche di dipingere e svolse varie occupazioni.
Nel 2002 Enzo
Valentinuz, come svegliato da un lungo sonno, decide di riprendere a
dipingere; lo fa proprio ricominciando dal punto che aveva lasciato
in sospeso una trentina di anni fa, utilizzando la tecnica a lui più
congeniale, il graffito per l’appunto, che gli permette di esprimere
al meglio sia il suo talento grafico che una particolare sensibilità
cromatica.
Luciano de Gironcoli
24/08/2006
La
mostra a Villa de Brandis di San Giovanni al Natisone sarà
inaugurata venerdì 1 settembre alle 18.30. Il lavoro di Valentinuz
sarà presentato da Luciano de Gironcoli, pittore goriziano, che
condivise con Enzo le esperienze dell’Istituto d’Arte di Gorizia.
La
mostra potrà essere visitata dal lunedì al venerdì dalle 17.00 alle
19.00; i sabati dalle 16.00 alle 19.00 e le domeniche dalle 9.00
alle 12.30. Per organizzare visite guidate o per informazioni
telefonare al numero 3281474727.

Nella
foto : ENZO VALENTINUZ
“La testa dell’artista” 2005
graffito
REFETTORIO CAUCIGH
Piccola permanente d’Arte Moderna e Contemporanea
Caffè Caucigh
Via Gemona 36 -
UDINE
dal 24 giugno a
tutto settembre 2006

Antonio
Cendamo & Maurizio Gerini
“La
pittura no la fa paura”
a
cura di Luciano de Gironcoli
Avrà inizio sabato 12 novembre prossimo la seconda
stagione espositiva al “Refettorio Caucigh”, Piccola Permanente
d’Arte Moderna e Contemporanea, spazio ricavato all’interno
dell’omonimo, storico, caffè udinese, in via Gemona 36. Anche questa
edizione sarà curata dal pittore goriziano
Luciano de Gironcoli.
Aprirà la serie di appuntamenti una mostra personale
di Dora Bassi intitolata
“Finestre”, dipinti su tela e acquerelli su carta, opere quasi mai
esposte dell’anziana artista isontina, già docente all’Accademia di
Belle Arti di Brera, molto seguita e apprezzata a Udine, dove ha
risieduto per anni.
Seguirà il 17 dicembre la personale del
friulano, ormai goriziano d’adozione,
Ernesto Paulin Paolini che, con il titolo “Un Mondo fatto
di cartapesta” affronterà argomenti da sempre presenti nel suo
lavoro: la falsità, l’ipocrisia e il conformismo espresso
dall’attuale società. Il 21 gennaio 2006 sarà la volta della
pittrice e grafica triestina Megi Pepeu
che presenterà quadri e disegni di recente esecuzione. La presenza a
Udine dell’artista giuliana assume una certa importanza poiché segue
di pochi mesi l’importante mostra allestita alla Galleria Comunale
di Piazza Unità a Trieste, presentata da Giulio Montenero (già
Direttore del Civico Museo Revoltella, prestigiosa struttura
culturale del capoluogo regionale) che ha curato anche la
pubblicazione di un elegante monografia sull’artista, uscita per
l’occasione, che sarà disponibile anche per il pubblico del
“Refettorio”.
Il pittore goriziano
Mauro Mauri, prematuramente scomparso nel 2001 a soli
56 anni, sarà ricordato con una selezione di quadri proveniente da
una collezione privata di Udine. La mostra dell’artista sarà
inaugurata il 25 febbraio 2006. “Il gesto inconsulto” è il titolo
della personale del giovane Massimiliano
Busan, goriziano diplomato all’Accademia delle Belle Arti
di Venezia, interessante pittore e grafico impostosi all’attenzione
della critica e degli appassionati d’arte. Seguirà, dal 13 maggio,
un’altra, importante, mostra/omaggio a un artista scomparso. Si
tratta di Mario Di Iorio, nato a
Tarvisio ma quasi subito trasferitosi con la famiglia a Gorizia.
Insegnante all’Accademia di Belle Arti di Brera, Di Iorio fu allievo
di Mocchiutti all’istituto d’Arte di Gorizia e di Emilio Vedova
all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Morto il 9 luglio del 1999,
Di Iorio ha lasciato centinaia di quadri, di disegni, di pitture su
carta, di incisioni che la madre custodisce amorevolmente nella casa
di Mossa. La mostra al “Refettorio” , intitolata “Trame”,
comprenderà una particolare, drammatica e intensa serie di quadri ad
olio tutti realizzati in bianco/nero e varie sfumature di grigio. La
stagione si concluderà il 24 giugno con la mostra/confronto di due
singolari pittori: il friulano Antonio
Cendamo e il goriziano Maurizio
Gerini. Entrambi gli artisti, incuranti delle mode e
degli andamenti del cosiddetto “sistema dell’arte” sono impegnati in
un linguaggio post espressionista ricco di materia, di colore e di
abili impasti, quasi a voler rimarcare la centralità della pittura
anche nella contemporaneità artistica. La mostra, non a caso,
ironicamente, intitolata “La pittura no la fa paura”, sarà
visitabile per tutto il periodo estivo, fino alla fine di settembre
2006.
leggi
comunicato stampa a fondo pagina
ART,COR espressioni sul territorio.
Museo Civico del
Territorio Comune di Cormòns (GO)
Inaugurazione sabato 2 settembre 2006 ore 17.00
dal 2 settembre
al 8 ottobre '06
Nell’accostarsi
ad analizzare una mostra di artisti cormonesi, di artisti
che sono nati, hanno vissuto o vivono a Cormòns, si potrebbe
cadere nella tentazione di voler ricercare in loro, ovvero
nelle loro diverse manifestazioni creative, una qualche
identità di appartenenza ad un medesimo territorio, magari
con la sottaciuta speranza di scoprire una trasposizione
artistica di quel medesimo territorio in forma di paesaggio,
figura, sentimento, astrazione. L’equivoco comprenderebbe
come uniche possibili variabili il linguaggio o la tecnica
di volta in volta prescelti da ogni singolo artista, a
seconda della propria generazione o della rispettiva
formazione.
In verità, il senso ed il valore di questa mostra stanno
nell’esatto contrario: è il territorio che attraverso le sue
diverse espressioni artistiche può, e forse deve, trovare la
sua identità. La scelta di proporre opere comprese in un
arco temporale abbastanza contenuto e recente, mettendo a
confronto nove autori di diverse generazioni, intende
significare anche questo. Alcuni artisti, in passato, hanno
certamente condiviso un medesimo clima culturale, hanno
partecipato con la stessa passione alle discussioni
sull’arte a partire dall’immediato dopoguerra, dalla
Biennale del ’48, aderendo unitamente al neorealismo o
optando viceversa per l’astrazione, ragionando sulla pittura
di Zigaina ed Afro, sulle parole e i versi di Pasolini.
Altri, oggi si pongono allo stesso modo il problema del
centro e della periferia, discutendo intorno al fattore
mercato e al concetto di ricerca, considerando la questione
arte di o senza confine. E’ chiaro che i contatti tra loro
non mancano. In ogni caso, le opere degli artisti che
vengono presentate in questa occasione giungono a
testimoniare un percorso di volta in volta assolutamente
originale e personale, giungendo altresì a rappresentare i
loro autori a tutto tondo. E proprio nella diversità degli
artisti e delle opere proposte è da leggersi la ricchezza di
questa esposizione: una diversità non solo di espressioni,
di temi o di tecniche, ma anche e soprattutto di approccio
nei confronti dell’operare artistico; diversità nel sentire,
nel dare un senso al proprio fare artistico. Percorrendo
questa mostra l’attenzione dovrà dunque essere rivolta non
tanto verso un soggetto rappresentato, quanto verso un certo
modo di vedere una certa realtà, sia effettivamente una
veduta sul territorio, sia un ritratto dedicato ad una casa
rurale, la visione astratta colta da una terrazza; sia un
gruppo di figure su uno sfondo indistinto, o l’impressione
dell’acqua del mare che si fonde con il cielo; la magica
emozione di attimi di luce, il tuffo di ragazzi che volano
nell’aria di un ricordo del passato, il frammento di un
tutto posto sulla linea di un orizzonte diagonale, o un filo
d’erba che si insinua nel percorso di una storia
…clandestinamente.
Franca Marri
Sergio Altieri è nato
nel 1930 a Capriva del Friuli, dove risiede e lavora.
Ha frequentato lo studio di Gigi Castellani a Cormòns.
Ha collaborato alle iniziative del Circolo Iniziative
Artistiche e Culturali e del Centro Friulano di Arti
Plastiche. Assieme a colleghi italiani e jugoslavi, ha
costituito il gruppo internazionale “2 X GO” che è stato
presente con varie mostre a Gorizia, Nova Gorica, Trieste,
Udine, Venezia e Genova.
Ha tenuto mostre personali nelle principali gallerie della
regione, in Italia ed all’estero.
La sua pittura è legata al territorio d’origine, ma i luoghi
e i personaggi narrati sulla sua tela non hanno il carattere
di episodio bensì la valenza di simboli: di una cultura, di
una storia, con i suoi avvenimenti, le sue tradizioni e la
sua poesia.
Nel motivo della casa rurale paiono concentrarsi una varietà
di temi e di richiami alla cultura popolare e al mondo della
civiltà contadina, rappresentati nel tempo, nei suoi valori,
la sua fede, la sua salda tenacia. E’ la pittura densa,
raggrumata in spessi strati di colore scuro a raccontarcelo,
con la consapevolezza della storia e la forza di una
persuasione.
L’atmosfera notturna suggerisce l’idea di raccoglimento, il
mondo degli affetti, la pace, il silenzio, con un invito
all’introspezione, e forse anche ad un’intima, laica
confessione, laddove invece figure di bambine vengono a
raccontare il medesimo mondo ma in forma più ‘leggera’,
delicata, come il loro abbraccio.
Dora Bassi nasce a
Feltre nel 1921, subito dopo la famiglia si trasferisce
nella casa paterna a Brazzano di Cormons.
Consegue la maturità classica a Gorizia, quella artistica a
Firenze e frequenta l’Accademia di Belle Arti. Nel 1954 apre
a Udine un laboratorio di ceramica, impegnata nella ricerca
sulla materia e sul colore inerente alla ceramica, riporta
anche in pittura il nuovo interesse verso la non
figurazione.
Oggi lavora a Gradisca d’Isonzo e numerose sono le mostra
allestite sino ad oggi in Italia ed all’estero.
Una singolare e fortunata coincidenza ha voluto che l’ultimo
ciclo di opere di Dora Bassi, “Estati a Brazzano”, fosse
dedicato proprio alla sua infanzia a Brazzano. I giochi di
bambini, gli esercizi al pianoforte, le notti d’estate
passate a far sfavillare le lucciole dentro un bicchiere o
quelle disturbate dal volo di una zanzara, giungono sulla
tela evocati con l’energia del colore e la nostalgia di un
sentimento che ritorna profondamente e vivamente presente,
in ogni pennellata, in ogni segno, traccia o immagine.
Sono momenti diversi rievocati con la ricchezza e il vigore
di una pittura la cui tessitura crea l’idea di lontananza,
laddove l’intensità, la luminosità e la brillantezza
cromatica ridanno voce, suono e musica, ai ricordi.
Tra chiarore e oscurità si gioca la questione tra verità e
illusione, nella ricerca di una memoria che si fa storia,
propria, intima, personale, eppure, emotivamente
immediatamente condivisibile.
Giampietro Carlesso è
nato a Bolzano nel 1961. Attorno la metà degli anni ‘90 si
trasferisce con la famiglia in Friuli Venezia Giulia; oggi
vive e lavora a Cormons. Dopo gli studi presso l’Istituto
Statale d’Arte di Trento, conclude l’Accademia di Belle Arti
ad Urbino. Dal 1989 al 1990 risiede in Germania grazie alla
borsa di studio del Wilhelm Lehmbruck Museum di Duisburg.
Le sue opere figurano in numerosi musei e in diverse
importanti collezioni private italiane ed estere.
Le sculture di Carlesso mettono in relazione forme razionali
e forme naturali, idea e spontaneità, mondo organico e
inorganico.
Con il ‘piacere della contraddizione’ e la curiosità della
ricerca l’artista sperimenta le diverse potenzialità
espressive dei vari materiali, la rigidità e la fermezza del
ferro, la fantasia e l’imprevedibilità della pietra lavica.
Ne asseconda il movimento, ne valorizza le qualità
intrinseche; oppure costruisce una nuova struttura, crea un
nuovo andamento ma sempre in rapporto alla materia con cui
sta lavorando e a ciò che intende esprimere.
E’ così ad esempio che una forma particolare viene a
suggerirgli una possibile ulteriore estensione creativa,
mediante la traccia di una linea dove verrà ad inserirsi un
frammento di natura, materiale totalmente imprevisto in
scultura, a riferire una storia comune, normale, la storia
con la ‘s’ minuscola; a testimoniare di uomini che meritano
essere ricordati, senza essere eroi.
Luciano de Gironcoli è
nato a Gorizia nel 1947 e dal 1972 vive a Cormons.
Ha frequentato il corso di decorazione murale (affreschi,
graffiti, affreschi lucidi, tempere) all' Istituto Statale
d'Arte del capoluogo isontino.
Espone in pubblico per la prima volta nel 1962, da allora è
presente a centinaia di mostre collettive, concorsi,
rassegne d'arte a carattere locale,nazionale ed
internazionale e allestisce numerose mostre personali in
gallerie pubbliche e private.
De Gironcoli dedica il suo ultimo lavoro ad una riflessione
che prende spunto da un dipinto di Goya. Si tratta del cane
della Quinta del Sordo, opera, oggi conservata al Prado, che
non ha mancato di affascinare diversi artisti contemporanei,
poiché pare venire a testimoniare, in maniera sorprendete,
l’idea di solitudine e il sentimento di inquietudine
dell’uomo moderno.
De Gironcoli da quest’opera trae il pretesto per un
‘esercizio di stile’ che dal livello formale passa a quello
del contenuto. Più precisamente si potrebbe parlare di un
esercizio di sintesi, nel segno di una riduzione del suo
discorso pittorico a pura ed essenziale composizione
grafica. La struttura significata dalla diagonale dà il via
ad una meditazione rigorosamente selettiva sul reale,
concentrata nel fulcro dell’insieme. Da qui la pittura può
poi ripartire, ma lentamente, per passi successivi e
attentamente conseguenti.
Giovanni Di Puglia è
nato, nel 1913, a Maratea, in Lucania dove attualmente
risiede. Nel 1973, forse alla ricerca di nuovi stimoli, si
trasferisce a Cormòns, dove vive e lavora per una ventina
d’anni. La sua produzione è stata copiosa e di buona
fattura, alcune delle sue opere sono presenti in collezioni
private e pubbliche italiane e straniere. Quello di Giovanni
Di Puglia appare un paesaggio letto in chiave puramente
emozionale. Il cielo che si confonde con il mare della natia
Maratea, la distesa verde di un prato costellato di fiori
variopinti, l’azzurro e il grigio chiaro che si mescolano in
un tutt’uno nel paesaggio delle foci dell’Isonzo, vengono
resi dall’autore con brevi pennellate dense di colore e di
luce. Pennellate che costituiscono la trama del dipinto e,
al tempo stesso, la forma e la materia della sua elegia. Un
tocco libero e insieme perfettamente calibrato caratterizza
le sue ultime composizioni all’interno delle quali lo
sguardo può perdersi seguendo la partitura cromatica che
gradualmente sfuma da un tono all’altro nelle diverse scale
di colori, andando a cogliere fino ai minimi particolari,
fino a dove la linea d’orizzonte non si distingue più, per
poi allontanarsi e ritornare ad abbracciare l’insieme di
grande suggestione.
Giancarlo Doliac è nato
a Cormòns nel 1960, dove vive e lavora.
Dal 1989 al 1992 ha gestito la galleria “il Segno” di
Cormons. Ha partecipato a numerose mostre collettive ed ha
allestito varie personali.
Dal mondo delle macchine, da quello della fabbrica Doliac
trae i modelli geometrici e interpretativi della propria
visione della realtà.
Dall’elemento della grata astrae il motivo della croce,
parte di un tutto che tutto torna a significare nelle
composizioni realizzate con la paraffina: materiale da
fabbrica e insieme strumento perfetto per esprimere forme di
massima esaltazione della luce. La sua pittura gioca quindi
su sovrapposizioni geometriche tono su tono, nella
particolare raffinatezza di una gamma cromatica concentrata
su neri, grigi e bianchi. Nella materia pittorica si
inserisce quindi il motivo della catena dipinta con colori
primari, che finisce poi per fuoriuscire dalla tela dando
luogo ad un’installazione dal sapore ludico. E alla
geometria succede l’ironia come nuovo strumento, alternativo
e complementare, per la rappresentazione della realtà.
Ignazio Doliach nato nel
1932 a San Giovanni al Natisone, si trasferisce con la
famiglia a Cormòns dove attualmente vive e lavora.
Frequenta il Liceo Artistico di Venezia dove si diploma nel
1957. La sua vita artistica inizia presto comincia ad
esporre infatti molto giovane, nel 1948, e da allora, nella
sua lunga attività creativa, ha partecipato a numerose
mostre sia personali che collettive.
Per molti anni insegna anche educazione artistica alle
scuole medie. La pittura di Ignazio Doliach si muove in un
bilico intenzionalmente ‘ambiguo’, tra figurazione e
astrazione. Le sue terrazze vengono a rappresentare la sua
‘finestra sul mondo’: visioni in cui l’autore astrae dal
reale quegli elementi che sente più liricamente
significativi a rendere la sua composizione fantastica e
reale insieme, concreta e astratta, geometrica e musicale.
La poesia delle sue opere si rivela silenziosamente
attraverso precise ed esatte geometrie, minimi ma eloquenti
dettagli cromatici; attraverso i colori, sempre attentamente
studiati, e nel sottile equilibrio delle parti. Anche alcuni
titoli scelti dall’autore rivelano un’inclinazione poetica,
una predilezione per un’astrazione lirica incentrata su
alcuni momenti del giorno, della notte, dell’inverno e
dell’autunno che gli permettono di creare dei particolari
ritmi compositivi, nell’attenta orchestrazione delle parti
di un’opera giocata tra pieni e vuoti, bianchi e neri,
bianchi abbaglianti e rossi carichi di energia.
Gianna Marini nasce a
Cormons, dove la famiglia risiede da molte generazioni. La
propensione al disegno si manifesta sin dai primi anni di
scuola, ma frequenta il liceo dedicandosi alla pittura da
autodidatta. Come per molti artisti l’esordio avviene in
chiave figurativa per passare però ben presto al linguaggio
astratto che la affascina. Partecipa alla sua prima mostra
nel 1958 e da quella data numerosissime sono le sue
partecipazioni a collettive e personali. Alla poesia e alla
magia della luce dedica le sue opere Gianna Marini. Il
paesaggio è il tema costante dei suoi dipinti, ma il suo è
un paesaggio magico e poetico, sospeso nel tempo e nello
spazio, fatto di sottili veli luminosi che, nelle loro
successive sovrapposizioni, giungono ad alludere alla
realtà. Un’allusione estremamente raffinata, data dalla
perfetta eleganza delle forme create dal profilo di una
collina, dal disegno di un albero, da un riflesso di luce,
dal libero sguardo dell’autrice che dal mondo esterno coglie
quel tanto che le è sufficiente a ritrarre una sua intima
verità, nel suo più profondo incanto. Come accade nei suoi
paesaggi invernali, dove la neve appare nella preziosità e
nell’unicità dei suoi bianchi esaltati ulteriormente
dall’accostamento dei gialli – ocra, ricchi di trasparente e
lucentezze, e dei blu, intensi e misteriosi. Il suo omaggio
alla terra natia è testimoniata dalla ‘croce sulla collina’
che durante le sere di quaresima illumina e ammalia il
paesaggio circostante.
Silvano Spessot nasce
nel 1956 a Cormons, oggi vive e lavora in località Rodeano
Basso a Rive d’Arcano.
Autodidatta, sin dagli anni '70 cerca una propria ed
autonoma via d'espressione artistica. Mai vincolato da
correnti, gruppi o tendenze, oggi inizia a godere dei frutti
di tantissimi anni di non facile lavoro, in un contesto di
piena serenità e giusta consapevolezza. Luoghi indefiniti e
spazi imprecisabili caratterizzano la pittura di Spessot in
cui spesso ricorre una cifra particolare, del tutto
riconoscibile e assolutamente originale. Sono i suoi omini
incravattati e senza volto, quasi una personale
rivisitazione del borghese di Magritte, privo di bombetta,
in versione di antico graffito rupestre. Il suo omino è
spesso lasciato in balìa dello spazio, uno spazio astratto,
anche se qualificato dalla linea azzurra di un fiume,
giocato su pezzature cromatiche diverse, a creare la
sensazione di movimento attraverso lievi scarti tra piani
diversi. Altrove l’idea della danza, l’idea della notte,
vengono riassunti in composizioni più libere e sciolte, dove
la ristretta gamma cromatica viene prudentemente dosata e il
ritmo dell’insieme risulta scandito dall’andamento delle
forme, in un’atmosfera che ricorda vagamente l’arte di Mirò.
mostra:
X3
artista:
Davide Skerlj - curatore: Luca Signorini
organizzatori: Comitato Trieste Contemporanea con lo Studio
Tommaseo
luogo:
Trieste, Studio Tommaseo (Via del Monte 2/1)
inaugurazione: sabato 13 maggio, ore 18.30
periodo: 13
maggio > 30 giugno 2006
orario:
lunedì > sabato: 17.00 > 20.00

Associazione Culturale
per la
promozione
delle
Arti Contemporanee
ARCIPELAGO - ARCHIPELAGO - ARHIPELAG
1_8 luglio '06
Rassegna d’Arte contemporanea
- Festival of contemporary art -
Festival sodobne umetnosti
via Graziadio Isaia Ascoli 8/1 - 34170
Gorizia tel. 0481 32436 e-mail: info@prologoart. it -
www.prologoart.it
Artisti attualmente presenti:
Sergio
Altieri; Luisa Baccaglini; Marco Bernot; Emanuela Biancuzzi;
Massimiliano Busan; Stefano Comelli; Ivan Crico; Paolo Figar;
Maurizio Frullani; Luciano de Gironcoli; Alfred de Locatelli; Mario
Di Iorio; Nico Di Stasio; Ignazio Doliach; Michele Drascek; Franco
Dugo; Paola Gasparotto; Maurizio Gerini; Laura Grusovin; Silvia
Klainscek; Andrej Kosic; Roberto Kusterle; Claudio Mrakic; Roberto
Nanut; Stefano Ornella; Stefano Padovan;Ignazio Romeo; Franco Spanò.
Artisti in via d’ammissione:
Adriano
Velassi; Stelio Kovic; Alessandra Gherardini; Demetrij Cej; Enzo
Valentinuz.
Galleria "Spazzapan"
Galleria regionale d'arte contemporanea
"Luigi Spazzapan"
via Battisti, 1- Gradisca d'Isonzo (GO) - tel. 0481/960816
orario: da martedì a domenica
10.30 - 12.30 / 16.00 - 20.00
Villa
Manin -
Codroipo
"Infinite painting.
Pittura contemporanea e realismo globale"
fino al
24/09
"Chi? Da dove? Dove" Beppino de Cesco
fino al
21/05
SPAC -Spazio
Per l'Arte Contemporanea del Comune di Buttrio
Paul Horn
“one day we might believe our shoes are our feet”
dal 23 giugno
A cura di Alberto
Peressini, Direttore Artistico SPAC
Info -
0432 673881
via Morpurgo, n° 6
– cap. 33042 – Buttrio (UD)
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COMUNICATI STAMPA
“La
pittura no la fa paura” è la frase che in una notte degli
anni ’30 i pittori Veno Pilon e Luigi Spazzapan scrissero, di nascosto,
su un muro del centro storico di Gorizia. Cosa volevano intendere i due
artisti ? Forse con quelle parole volevano lanciare una sfida al regime
di allora che, invece, della pittura e dell’arte non omologata aveva
tanta paura o forse, semplicemente, era un modo come un altro per
esorcizzare “la paura della morte” che Pilon e Spazzapan, come tanti
altri artisti, identificavano nella loro arte, nella pittura che,
quindi, “fa molta paura” soprattutto a chi la esegue.
“La pittura no
la fa paura” è il titolo dell’ultima mostra della stagione 2005/2006
in programma al “Refettorio Caucigh”, Piccola permanente d’Arte
Moderna e Contemporanea , via Gemona 36 Udine, una selezione di
dipinti su tela di due pittori: Antonio Cendamo
e Maurizio Gerini. La mostra sarà
inaugurata sabato 24 giugno alle 18.00 e potrà essere visitata fino
al 30 settembre tutti i giorni, esclusi i lunedì, nella fascia oraria
degli esercizi pubblici.
Antonio
Cendamo, autodidatta, friulano e Maurizio Gerini, maestro
d’arte in decorazione pittorica, allievo del compianto Cesare Mocchiutti,
goriziano, sono due artisti che continuano a credere profondamente nella
pittura tanto da usarla come strumento unico, essenziale e
congeniale di comunicazione contemporanea. Entrambi partono dal
post espressionismo (corrente vituperata e osteggiata dalla giovane
critica ma sempre viva e attuale sia dentro che fuori il cosiddetto
“sistema dell’arte”) che Cendamo usa e interpreta con estrema libertà,
in chiave decisamente figurativa, senza mai perdere di vista le
esperienze dei grandi maestri dell’arte moderna, in particolare Van Gogh
e Bacon. Gerini, invece, astratizza e semplifica la struttura dei suoi
soggetti (figure e paesaggi) per approdare ad una raffigurazione
simbolica della realtà, utilizzando un linguaggio dove grafica e pittura
convivono magistralmente.
Il penultimo appuntamento espositivo al
“Refettorio Caucigh” (Udine, via Gemona 36) della stagione 2005/2006 è
dedicato al pittore goriziano Mario Di Iorio,
artista di grande talento, purtroppo scomparso nel luglio del 1999. La
mostra intitolata “Trame” - inaugurazione sabato 13 maggio
alle 18.00 - costituita da una ventina di lavori su tela,
documenta l’ultimo periodo creativo del compianto pittore,
caratterizzato dall’uso quasi esclusivo del bianco/nero (e dei
conseguenti, “infiniti”, grigi) e da ossessive composizioni sostenute
da un fitto intreccio di segni, di tracce di gesti decisi, di violenti
graffi che tagliano la materia pittorica.
Dopo aver ben assimilato la lezione dei
suoi due maestri riconosciuti, i pittori Cesare Mocchiutti e
Emilio Vedova, Mario Di Iorio rivisita con interesse le
cosiddette “avanguardie storiche”, e si immedesima nel lavoro e nelle
personalità di artisti come Van Gogh, Picasso, Piet Mondrian, Nicolas
De Still, Willem De Koonig, Jakson Pollok, Franz Kline, Hans Hartung.
Ma non solo. Infatti, oltre a questi “maestri virtuali” il pittore
goriziano entra in contatto, si confronta con il lavoro di molti
“compagni di strada locali” come Mauro Mauri, Mario Palli, Ignazio
Doliach, Luciano de Gironcoli, Giorgio Valvassori e altri con cui
Mario ha condiviso soprattutto i primi anni della sua esperienza
pittorica, quelli dedicati all’espressione geometrica/astratta, una
vera e propria “scuola stilistica” o corrente, presente negli anni
’70/’80 a Gorizia e nell’Isontino, troppo presto dimenticata e
oggi del tutto ignorata dalla storia dell’arte regionale.
Fulvio Monai, pittore e sensibile critico
e giornalista d’arte, sottolineò le doti di Mario di Iorio che, pur
giovanissimo, aveva dimostrato di possedere sin dalla sua prima prova
espositiva (aveva solo 17 anni): un particolare talento
nell’articolazione della composizione e grandi capacità di esecuzione
e di controllo della materia pittorica e del segno grafico. A seguito
delle mostre personali Sergio Pausig, Franco Dugo, Luciano de
Gironcoli e Giorgio Valvassori alla “Spazzapan” di Gradisca d’Isonzo
(1982/1983), Sergio Molesi, professore emerito dell’Università degli
Studi di Trieste, e Giulio Montenero, allora Direttore del Civico
museo “Revoltella” di Trieste, scrissero praticamente che “il carro
dell’arte si era fermato sulle sponde dell’Isonzo”, volendo dire che
la “grande arte” del FVG del momento era quella goriziana. E su quel
“carro” era già allora salito, a pieno titolo pur se giovanissimo,
anche Mario Di Iorio.
Oltre che valente pittore e
grafico, Mario di Iorio fu anche apprezzato insegnante, poiché è
sempre riuscito a trasmettere agli allievi il suo entusiasmo e la sua
grande passione per l’arte. Insegnò alle Accademie di Belle Arti di
Venezia e di Milano (Brera) lasciando un segno e molti rimpianti fra i
giovani.
La mostra potrà essere visitata fino al
17 giugno tutti i giorni, esclusi i lunedì, nella fascia oraria
d’apertura dei locali pubblici di Udine.
Lo
spazio del
“Refettorio Caucigh”
di via Gemona a Udine ospiterà da sabato 25 febbraio una quindicina di
opere del pittore goriziano Mauro Mauri.
Nato a Gorizia nel 1945, l’artista muore di malattia nel 2001 ,a soli
56 anni.
Inizia la sua carriera nei primi anni ’60 come pittore figurativo,
ispirato, soprattutto, dalla grande arte del ‘300, del ‘400 e del
‘500: interpreta in chiave moderna il linguaggio di Cimabue, di Paolo
Uccello, di Masaccio e di Piero della Francesca. Guarda con attenzione
anche l’opera del Beato Angelico e “sentenzia” (negli anni ’80, però,
modificherà questo duro giudizio) che “Giotto è stato un “minore”, una
sorta di pittore/cantastorie e nulla più”. Si entusiasma studiando il
lavoro di Mantengna e ammira molto i veneziani Carpaccio, Bellini,
Tintoretto. Michelangelo lo emoziona intensamente. Fra i “moderni”, si
interessa particolarmente a Picasso, senza peraltro farsi ancora
condizionare da questa grande personalità e mantiene, quindi, intatta
la sua voglia (necessità) di dipingere i soggetti classici della
pittura: figure (ritratti), paesaggi e nature morte.
Mauro Mauri frequenta prima la Scuola d’arte e poi
l’Istituto di Gorizia dove ha per maestri il pittore Cesare Mocchiutti,
gli scultori Mario Sartori e Franch Marinotto e il ceramista e pittore
Agostino Piazza. Apprende i segreti delle tecniche della decorazione
pittorica da Livio Perco e studia la storia dell’arte con Sergio
Molesi e Maria Campitelli. Nell’ambito scolastico conosce ed entra in
sodalizio con altri giovani “aspiranti artisti” e allestisce le prime,
importanti, mostre a Gorizia assieme a Giuseppe Goia, Luciano de
Gironcoli e al fotografo Arduino Altran. Finiti gli studi, dopo una
sofferta esperienza d’insegnamento all’Istituto d’Arte e alle Medie
inferiori, Mauri decide di abbandonare definitivamente l’attività
didattica per dedicarsi solo alla produzione artistica.
Verso la fine degli anni ’60, esaurito il discorso
lirico degli esordi, il pittore goriziano intraprende con
determinazione il linguaggio della “Nuova figurazione”, corrente
espressiva che ha come caposcuola internazionale riconosciuto il
grande pittore inglese Francis Bacon e che interessa e coinvolge anche
numerosi artisti italiani fra cui Giuseppe Zigaina, Leonardo
Cremonini, Gianfranco Ferroni, Giuseppe Guerreschi, Renzo Vespignani.
Qualche anno dopo la pittura di Mauri, sempre molto ricca di soluzioni
sia pittoriche che grafiche, attraversa una fase geometrica, quasi
minimalista (utilizzando colori fino allora mai usati: rossi vivi,
porporina d’oro e d’argento), preludio dell’ormai prossima adozione di
un nuovo modo di rappresentare la realtà. Infatti Mauri rimane
letteralmente infatuato dalla spregiudicata energia emanata dalla Pop
Art americana ed europea, in particolare dai lavori dell’americano
Robert Rauschenberg, dell’inglese Peter Blake e di Edoardo Paolozzi,
scultore e grafico scozzese di origine italiana. Da allora i suoi
dipinti, i disegni e le incisioni sono sempre più caratterizzati da
una fitta trama grafica e da campiture cromatiche decisamente astratte
contrapposte a particolari figurativi: oggetti, scritte, numeri,
figure, parti anatomiche, squarci di paesaggio. Mantiene questo
linguaggio fino alla fine anche se negli anni novanta si “auto
esclude” dalla scena artistica convenzionale per dedicarsi alla
computer art e alla grafica computerizzata in modo totale. In questo
periodo elabora varie immagini grafiche stampate in copia unica;
progetta delle animazioni virtuali e compone dei veri e propri romanzi
a fumetti, realizzando sia i testi che la parte grafica. Negli ultimi
anni della sua troppo breve vita ritorna alla pittura, ricominciando
proprio da dove aveva temporaneamente lasciato in sospeso il suo
lavoro di pittore.
Mauro Mauri allestisce numerose mostre personali e
partecipa a rassegne collettive e concorsi sia in Italia che
all’estero. Quasi tutte le sue opere sono oggi di proprietà di
collezioni private; numerose sono quelle di grande dimensione fra cui
un dipinto di oltre 12 metri di base per 2 di altezza che Mauri
chiamava, quasi con distacco, il “pannello” a cui però teneva molto
visto che l’ha sempre considerato come “un’opera simbolo”, una sorta
di “summa” ” del suo talento e del suo modo di concepire la pittura.
Di Mauro Mauri hanno scritto e parlato Gabriella Brussich, Licio
Damiani, Amedeo Giocomini, Luciano de Gironcoli, Arturo Manzano, Janez
Mesesnel,Sergio Molesi, Fulvio Monai, Rudy Tepper, Toni Toniato,
Marcello Venturoli. Tutti i
lavori esposti al Caucigh appartengono a una collezione privata di
Udine. La mostra potrà essere visitata fino al 25 marzo tutti i
giorni, esclusi i lunedì, nella fascia oraria d’apertura dei locali
pubblici.
MASSIMO BUSAN
appartiene di
diritto e con grande merito a quella che anche uno sprovveduto storico
dell’arte contemporanea definirebbe senza alcun dubbio come la “Scuola
di Gorizia” che, dal dopoguerra ad oggi, si è sviluppata nel capoluogo
isontino e nei piccoli centri limitrofi come Gradisca, Cormons, Medea,
Mariano, Corona, Mossa. Una “Scuola” più etico/formale che stilistica;
assolutamente non un “sodalizio di tendenza” e neppure un “gruppo
organizzato di appartenenza”. Una singolare unità d’intenti, tanto
evidente quanto spontanea, assolutamente non storicizzata, che si è
sviluppata dagli anni ’50 ad oggi, passando attraverso le esperienze
di importanti artisti quali Mocchiutti, Fantoni, Sartori, Bassi, Monai,
Malni, Altieri, Tudor, Doliach, Marini, Cej, Palli, Tonet, Mauri, de
Gironcoli, Carbone, Valvassori, Kusterle, Menardi – Fenzl, Dugo, Di
Stasio, Di Iorio, Darko, Nanut, Pausig, Mrakic, Comelli, Figar,
Paulin-Paolini, Gerini, Spanò, Doliac, Romeo, Drascek, de Locatelli e,
per l’appunto Max Busan. Esperienze diversissime per linguaggio,
contenuti, stimoli e risultati; molto simili, invece, per l’impegno
profuso nella ricerca stilistica, per l’alto livello qualitativo delle
opere prodotte e per la singolare atmosfera di chiarezza, di “nitore”,
di “aria pulita” che questi “modi di fare arte” hanno saputo e sanno
trasmettere agli altri ma, soprattutto, per la grande capacità di far
convivere nello spazio di un lavoro il cromatismo e il grafismo (Mauri,
de Locatelli) o il “gesto” anche deciso (Mocchiutti),in certi casi
violento o dissacratorio (Di Iorio, Di Stasio). Il talento artistico
di Max Busan è sottolineato dalla capacità di organizzare la
superficie del dipinto (spesso di grandi dimensioni) secondo una
suggestiva logica di sovrapposizioni di forme e spazi cromatici e di
fitte trame grafiche, quasi delle tracce prodotte da stimoli
emozionali, da intuizioni formali, da necessità legate alla
rappresentazione contenuta nel quadro. Così da questa ingarbugliata
rete di segni ,che possono sembrare frutto di gesti inconsulti
casuali, emergono invece i contorni di una figura, di un volto, i
frammenti di un paesaggio, insomma gli elementi che Busan ritiene
indispensabili per “scrivere” e per comunicarci i suoi racconti
figurativi, quasi sempre “senza titolo”, pagine di grande intensità e
di forti suggestioni. La mostra, costituita da una importante
selezione di opere recentissime, potrà essere visitata tutti i giorni,
escluso i lunedì, nella fascia oraria d’apertura degli esercizi
pubblici di Udine.
MEGI PEPEU
“Io non pitturo
per abbellire I vostri salotti, ma per urlarvi in faccia la pena, la
paura, il marcio che avete messo nel Mondo. Pitturo perché voglio
cambiare la storia (..e per ricordarvi di quando eravate bambini). E
non sono sola ! Né pazza”. Questa la dichiarazione d’intenti scritta
da Megi Pepeu nel 1969, a 29 anni, esattamente dieci anni dopo essersi
diplomata Maestra d’arte all’Istituto Statale di Trieste dove è stata
allieva di importanti artisti quali Dino Predonzani, Riccardo
Bastianutto, Enzo Cogno, Girolamo Caramori e Ladislao de Gaus. Megi
Pepeu, nata a Trieste nel 1940, è dal 1960 che lavora con l’arte
producendo quadri, incisioni, disegni, ex-libris, depliants,
manifesti, locandine, illustrazioni per l’infanzia, copertine di
libri, pannelli decorativi e oggetti artistici per l’arredamento.
La mostra al “Refettorio Caucigh” di Udine, in via Gemona 36, che sarà
inaugurata sabato 21 gennaio 2006 alle 18.00, proporrà una serie
di quadri su tela appartenenti all’ultima produzione che raffigurano i
soggetti più cari all’artista, soggetti che, eticamente, poco si
discostano dalla forte dichiarazione d’intenti sopra riportata. Quadri
che senz’altro trasmettono un granitico rigore morale ma,
contemporaneamente trasudano poetica al femminile, recupero
intelligente delle banalità del quotidiano viste da una donna
impegnata in politica, in arte, in promozioni culturali ma anche in
casa, fra vestiti lavati da stirare, borse cariche di spesa, lenzuola,
come nuvole, che svolazzano nel cielo del Carso……..E poi c’è spazio
anche per il grande amore per la natura, il paesaggio carsico
(trapunto di rossi) o friulano (ritmato dai pali delle vigne), le
sagome degli alberi spesso piegate dal vento forte, le geometrie delle
saline istriane, le spiagge desolate, il mare fermo, immobile, o
spazzato dai “refoli de Bora”, gli stessi che sconquassano le tegole
dei tetti di Città Vecchia, che agitano le scheletriche ramature dei
gelsi o che modellano i vecchi tronchi degli ulivi e dei castagni…..Ma,
soprattutto, il lavoro di Megi Pepeu ci ripropone in chiave artistica,
spesso utilizzando delle immagini-simbolo, i grandi drammi e le
stucchevoli anomalie della società contemporanea: la guerra, il
pacifismo, la militanza politica, le “morti bianche”, la violenza sui
bambini, sulle donne, sui più deboli, la difficile integrazione dello
straniero, la speranza di una vita riposta in una barca sgangherata o
dentro al ventre inospitale di un camion….. La mostra al
“Caucigh” è “la prima volta” di Megi Pepeu a Udine con una mostra
personale, nonostante una carriera artistica lunga 46 anni, ricca di
esposizioni e di lavori su commissione sia per l’arredamento che
l’editoria. A questo proposito è doveroso ricordare che l’artista
triestina ha lavorato per le case editrici Mursia, Longanesi, Einaudi
e Rizzoli; inoltre ha scritto e illustrato libri per ragazzi nella
collana diretta da Bruno Munari. Lo scorso anno, per i tipi
dell’Editrice Astra di Trieste è uscita un’esauriente monografia sul
lavoro della Pepeu curata dal critico Giulio Montenero, già Direttore
del Civico museo d’arte moderna “Revoltella” ospitato nel palazzo
nobiliare dell’omonima famiglia, magistralmente restaurato dal grande
architetto veneziano Carlo Scarpa.
Secondo appuntamento espositivo della
stagione alla Piccola permanente d’arte moderna e contemporanea
“Refettorio Caucigh” di via Gemona a Udine. Dopo la bella mostra di
Dora Bassi, che ha riscosso un notevole successo di pubblico, è la
volta di Ernesto Paulin Paolini, pittore, grafico, scultore e
performer, molto conosciuto e apprezzato a Udine e in Friuli ma anche
in Carinzia e in Slovenia e, soprattutto, nella sua città adottiva,
Gorizia. Da sabato 17 dicembre l’artista presenterà al Caucigh
una scultura in cartapesta e tre grandi tele, tutte opere mai esposte
al pubblico, nonchè una serie di piccoli lavori su carta tutti
riconducibili all’ormai noto ciclo denominato “Homo”. Paulin ha voluto
intitolare questa sua mostra “Un mondo fatto di cartapesta”, alludendo
alla precarietà delle mode e degli stili e alla fragilità dell’uomo
contemporaneo, prima vittima del consumismo, impotente nei confronti
del mercato globalizzante. L’inaugurazione avrà inizio alle 18.00.
Ernesto Paulin è nato a Belluno nel 1950 e, ormai da
diversi anni, abita e lavora a Gorizia. Ha frequentato la Scuola di
Mosaico di Spilimbergo, diplomandosi nel 1973 e traendo da questa
esperienza grande ispirazione e notevole tecnica. I numerosi viaggi e
contatti in tutta Europa ne aumentano, con il tempo, il bagaglio
culturale ed espressivo. Nel 1989 assieme al gruppo USMIS, con cui
collaborerà sino al 1995, inaugura una mostra al Centro Sociale
Autogestito di via Volturno a Udine. Nel 1993 è artefice di
un’importante azione artistica “contro il falso storico urbano”, nella
sua casa di via S. Giovanni, allora in procinto di demolizione. Lavora
in Friuli Venezia Giulia, Francia, Austria e Slovenia. La sua vena
creativa lo porta a collaborare con i periodici culturali “Quaderni
della Luna”, “Nuclear Sun Punk” e “ Zuf de Zur”. Dal 1988 a oggi
allestisce numerose mostre personali in gallerie private e in spazi
pubblici della regione, del Veneto, della Slovenia, della Bretagna (F)
e della Carinzia; partecipa a varie mostre collettive e alla
realizzazione di numerose istallazioni e performances. Nel 2004
l’artista espone a Udine alla Stamperia Santini di via Gemona dove
realizza anche le incisioni per la cartella “Torno stanco di viver”
dedicate ad alcuni sonetti di Francesco Petrarca; allestisce a
Remanzacco la personale intitolata “Uomo tra natura e cultura” e
partecipa alla Colonia artistica Srebrenik a Tuzla (Bosnia
Erzegovina). Nel 2005, nell’ambito della rassegna annuale “Figure del
presente” organizzata dalla Galleria “Spazzapan” di Gradisca d’Isonzo,
Ernesto Paulin espone un’importante selezione di dipinti su tela,
ferro ruggine e legno, alcuni grandi disegni su carta e una statua in
cartapesta sul tema de “L’arciere”, figura rappresentata proprio nel
momento di massima tensione dell’arco, pochi istanti prima di lasciar
partire la freccia. A Gorizia nello scorso mese di luglio costruisce
un grande ponte con tronchi e rami d’acacia proprio a cavallo della
linea di confine con la Slovenia, a pochi metri dal piazzale della
Transalpina, in occasione della mostra internazionale “Arcipelago”
promossa da un pool di Associazioni culturali slovene e italiane.
“Finestre” è il titolo della mostra personale di Dora Bassi che,
sabato 12 novembre alle ore 18.00, aprirà il secondo ciclo di mostre
curato dal pittore goriziano Luciano de Gironcoli per la Piccola
Permanente d’Arte Moderna e Contemporanea “Refettorio Caucigh”,
ricavata nell’omonimo locale pubblico udinese di via Gemona 36.
Dora Bassi non ha certo bisogno di particolari
presentazioni a Udine dove, infatti, è molto conosciuta e stimata:
basta ricordare che dal 2001 a oggi l’anziana artista ha allestito in
città ben tre mostre di grande importanza fra cui “Altàir”, serie di
quadri e acquerelli ispirati alle poesie di Pier Paolo Pasolini
esposti alla Galleria “Il girasole” e una sorta di antologica tematica
su “La luce” curata dall’Assessorato provinciale alla cultura nella
storica cornice della chiesa di Sant’Antonio Abate. Questa
quarta presenza ,in pochi anni, sulle pareti del Caucigh sarà
l’occasione per vedere dei grandi dipinti a olio su tela mai esposti e
una serie di acquerelli su carta, in tutto dodici opere sul tema delle
“Finestre”. Un soggetto molto caro a Dora Bassi poiché le permette di
affrontare una delle problematiche più importanti che riguardano il
linguaggio pittorico: il rapporto luce/colore/spazio L’ormai celebre
confronto dentro/fuori che, ciclicamente, ricompare nella ricerca
artistica di vari momenti della Storia dell’arte, sino al cubismo e
alla pop art. Nel caso delle opere esposte al “Refettorio Caucigh” la
finestra rappresenta una sorta di filtro per la luce esterna
che, modificata, entra in uno spazio diverso, interno,
domestico (la bella casa di Dora Bassi a Gradisca d’Isonzo) dove
plasma pochi oggetti: una poltrona (quella “preferita” dall’artista);
un abito bianco della festa, cucito per una giovane ragazza,
svolazzante nello spazio o appeso, appena smesso, a un attaccapanni
fluttuante al centro della stanza (forse una traccia dell’intensa,
vita trascorsa fra Gorizia, Venezia, Milano, Udine, forse il ricordo
di un segreto); un paio di occhiali (segno di una visita gradita o di
una pausa silenziosa, alla ricerca di nuovi stimoli per il lavoro).
Insomma, degli oggetti di uso comune, che l’intelligenza, il talento e
l’elegante linguaggio pittorico di Dora Bassi hanno trasformato in
soggetti figurativi, protagonisti di opere dal sapore autobiografico.
Infatti, dall’ormai lontanissimo esordio artistico datato 1950, Dora
Bassi si è sempre messa in gioco in prima persona senza sotterfugi,
con grande sincerità ma altrettanto rigore, proponendosi agli altri
come donna scultrice, ceramista, pittrice, grafica, insegnante d’arte
e, da alcuni anni, anche come scrittrice.
Con “Tempo
d’estate: la più classica delle collettive” si chiude il
primo progetto espositivo ospitato dal “Refettorio Caucigh” Piccola
permanente d’Arte Moderna e Contemporanea, spazio minimale ritagliato
nel vero senso del termine nell’ambito della ormai storica, ricca e
complessa struttura del Caffè Caucigh di Udine, al civico 36 di via
Gemona. Il progetto, articolato in cinque mostre, ha cercato di
evidenziare come, nonostante tutto (leggasi: le grandi mostre d’arte
contemporanea “riservate” solo agli addetti ai lavori; le polemiche,
recentissime ma anche passate, sulle scelte della Biennale di Venezia;
la nascita di nuovi Centri espositivi come Villa Manin di Passariano o
la Galleria comunale di Monfalcone, la politica a senso unico delle
gallerie private, in maggioranza orientate verso opere non
pittoriche…….) nelle nostre terre la pittura è, e rimane, ancora al
centro della produzione artistica ricoprendo il ruolo essenziale di
“strumento di comunicazione”, ancora idoneo ed efficace per
trasmettere emozioni e per interpretare i molteplici aspetti della
realtà contemporanea. Questa prima fase di piccole mostre ha, infatti,
proposto, in ordine cronologico, Ciussi, Colò, Zigaina, Santomaso,
Vedova raggruppati in una collettiva e le personali di Doliach,
Mocchiutti, Cendamo e Altieri, pitture e grafiche che sono state
apprezzate da un consistente numero di visitatori e di estimatori
giunti da ogni parte della regione, incuriositi anche da questo
“ritorno” dell’arte nell’ambito di un esercizio pubblico; situazione
,questa, invece molto diffusa negli anni ’60 e ’70 quando in vari
Caffè e trattorie delle città e anche di piccoli centri della nostra
regione venivano organizzate vere e proprie mostre personali o
collettive ,con tanto di catalogo e manifesto, che proponevano opere
di autori importanti , provenienti anche dalle regioni contermini di
Carinzia, Slovenia (allora Jugoslavia) e dal Veneto. A conclusione del
ciclo, proprio per voler ribadire l’indiscutibile “centralità della
pittura” nell’ambito del sistema dell’arte in Friuli Venezia Giulia,
sarà visitabile da sabato 25 giugno al 21 settembre 2005 “La più
classica delle collettive” con dipinti di Antonio Cendamo di Udine,
Luciano de Gironcoli di Cormons, Paolo Del Giudice di Treviso, Mario
Di Iorio di Gorizia, Ignazio Doliach di Cormons e opere grafiche di
Aldo Colò di Cividale del Friuli, Mauro Mauri di Gorizia, Federico
Righi di Trieste e Giuseppe Zigaina di Cervignano del Friuli. La
mostra è visitabile dal martedì alla domenica nell’orario d’apertura
degli esercizi pubblici.
E’
trascorso più di mezzo secolo dal giorno in cui
Sergio Altieri, oggi
settantacinquenne di Capriva del Friuli provincia di Gorizia, ha
iniziato a frequentare gli ambienti artistici di Udine. Sin dagli
esordi, è subito protagonista dell’esaltante stagione del Neorealismo;
entra a far dell’Unione degli artisti friulani (organizzazione di
emanazione della Camera del lavoro CGIL) e frequenta assiduamente il
Circolo artistico di Vicolo Florio: l’importante spazio espositivo è
anche “cenacolo”, luogo di incontro e di confronto per tutti i
pittori, gli scultori, i poeti e gli intellettuali che in quegli anni
aderiscono con entusiasmo militante al movimento neorealista friulano.
Fra questi ci sono Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Zigaina e Toffolo
Anzil, grandi figure ispiratrici soprattutto per i più giovani, che
spesso arrivano a Udine dai piccoli paesi della provincia friulana, da
realtà emarginate, alla ricerca di un’occasione di riscatto e di
civile confronto dopo adolescenze profondamente segnate dagli anni
difficili della dittatura e della guerra. Inoltre a Vicolo Florio
vengono anche gli artisti che hanno fatto la Resistenza, che sono
stati partigiani in armi, protagonisti della liberazione del Friuli.
Si tratta, quindi, di un legame profondo, importante
che Sergio Altieri mantiene tutt’oggi vivo sia mediante le sue
periodiche ma costanti presenze in città (il pittore, che si muove
sempre in treno o in corriera, rivisita, almeno una volta all’anno la
Pinacoteca dei Musei Civici del Castello e le collezioni della
Galleria d’Arte Moderna e prova sempre nuove e forti emozioni davanti
ai Tiepolo o ai lavori di Pellis, Afro, Ursella, Filipponi e altri li
esposti) che attraverso le decine e decine di mostre allestite nelle
Gallerie d’Arte, nei Circoli e negli spazi espositivi pubblici di
Udine. La vicenda artistica di Altieri è poi profondamente segnata dal
suo coerente impegno politico contraddistinto da oltre 30 anni di
militanza nel Pci dell’Isontino. Negli anni ’50 il pittore caprivese
dipinge la dura vita dei contadini del Friuli; rappresenta il lavoro e
le lotte degli operai dell’Italcantieri di Monfalcone e ricorda alcuni
grandi avvenimenti della guerra partigiana fra cui l’aspra e cruenta
battaglia di Peternel, sul Collio (questo quadro, conservato nella
sede dell’ANPI di Udine è nato dopo che Altieri ha ascoltato il
racconto di un protagonista di quello scontro, il cormonese Vincenzo
Marini “Banfi”, commissario politico della Divisione
Garibaldi-Natisone).
Nonostante l’impegno e la militanza, riconosciuti e
apprezzati anche dagli avversari soprattutto per lo spirito di
coerenza e la grande umanità e disponibilità sempre dimostrate nei
rapporti con gli altri (Altieri è stato per lungo tempo consigliere
comunale del Pci a Capriva del Friuli), la pittura dell’artista
friulano non è mai stata intaccata dalla retorica ideologica e non si
è mai limitata alla mera illustrazione degli avvenimenti
rappresentati; in altre parole Sergio Altieri è stato un neorealista
anomalo, senz’altro più attento alla pittura veneta e ai suoi maestri
che non al realismo socialista e ai suoi epigoni italiani. Del resto
molti artisti friulani aderirono al Neorealismo rivendicando
un’assoluta libertà e indipendenza di linguaggio espressivo; fra
questi da ricordare senz’altro Anzil, Canci Magnano, Carlo Ciussi e i
cormonesi Doliach, Palange e Toffoloni.
Dagli esordi a oggi, Sergio Altieri interpreta in
pittura il suo mondo: ci racconta le feste campestri sulle colline di
Capriva; i primi incontri e i primi amori; il calore delle cucine
contadine; la decadente bellezza dei parchi abbandonati delle ville
venete. Spesso lo fa ricordando i versi di Pier Paolo Pasolini o gli
scritti di Ippolito Nievo. Molti quadri raffigurano Venezia, i suoi
palazzi con le mura aggredite dall’umidità e dalla salsedine;
ritroviamo intonaci aggrediti dal tempo e tracce di antiche pitture
murali nei dipinti dedicati alla “casa sulla collina”: una vecchia
casa colonica veramente esistita (poco fuori l’abitato di Capriva,
verso Russiz) che oggi rivive solo sulle tele dell’anziano maestro.
Infine Altieri dipinge la musica in una raffigurazione divenuta ormai
un’icona: la violinista bambina e crea vere e proprio pagine di poesia
visiva con le grandi tele dedicate ai tramonti: cieli infuocati su cui
spesso si staglia il profilo del Monte di Cormons visto, naturalmente,
da Capriva.
Con la mostra di Sergio Altieri (cinque dipinti su
tela, giusto un piccolo “segno”, una presenza discreta a testimonianza
di un lungo e appassionato confronto fra l’artista caprivese e il suo
Friuli) si chiude il primo ciclo di esposizioni alla Piccola
permanente “Refettorio Caucigh”, ciclo che, forse, è riuscito a
ribadire la centralità della pittura nell’espressione contemporanea
locale.
ANTONIO CENDAMO nasce a Sacile nel 1951. Studia per
perito aeronautico e matura artisticamente attraverso il lavoro e
l’esperienza di pittore raccogliendo, subito, vasti consensi e grande
interesse da parte dei critici e dei collezionisti. E’ pittore
professionista dal 1970 e conta al suo attivo un centinaio di mostre
fra cui personali o collettive in Svizzera, Stati Uniti, Francia,
Germania, Australia, Lussemburgo, Olanda, Canada, Monaco,
Cecoslovacchia e Austria.
Ha allestito mostre personali alla Galleria “La Cave”
di Treviso, alla “La Toleta” di Venezia, alla “Valentini” di Milano e
alla “Romagnoni” di Piacenza.
Antonio Cendamo,
una sorta di “ultimo dei Moicani dell’arte”, nato a Sacile e trapiantato
ormai da diversi anni a Udine, vive d’arte e comunica quasi
esclusivamente con la pittura, infischiandosi di ogni sorta di codice di
comportamento ormai codificato e applicato da coloro che operano nel
complesso “sistema dell’arte” : le cosiddette regole di mercato
che stabiliscono i ruoli degli attori dello “scambio” ma soprattutto i
prezzi delle opere che devono essere tali da accontentare, ogni volta,
più “soggetti” oltre all’artista esecutore. Ma non solo. Questa specie
di codice interno condiziona non poco la partecipazione degli artisti
alle mostre importanti e la loro presenza nelle Gallerie “che contano”.
Cendamo, pur consapevole dell’esistenza di questo meccanismo anche a
Udine e nel Friuli, lo ignora completamente anzi, spesso lo sfida,
propugnando una regola unica, per lui fondamentale: produrre della
buona pittura.
Quindi, da ingenuo don Chisciotte, contrappone, in una
battaglia decisamente impari, le indiscutibili qualità dei suoi
quadri al cinismo del sistema che in un primo tempo lo accetta e
lo stima e poi, pian piano lo emargina sempre più. La sconfitta del
nostro artista è inevitabile sia sul piano dei rapporti interni al
“mondo dell’arte” ( raccoglie solo ulteriori emarginazioni, esclusioni e
intolleranze di ogni tipo) che su quello prettamente commerciale
(completamente ignorato dalle Gallerie e da quella fetta di mercato che
da queste parti giocano ancora un ruolo importante nel sistema).
Ma Antonio Cendamo è consapevole di essere un pittore
vero, di saper disegnare e dipingere, di avere talento e quindi
ritiene di dover lavorare, lavorare, lavorare tanto: così produce in
pochi anni centinaia e centinaia (non è esagerato dire qualche migliaio)
di quadri e li riversa tutti sul “libero mercato” di Udine (non quello
ufficiale gestito dal “sistema dell’arte”) con l’intento di rompere,
almeno in parte, l’isolamento in cui è costretto a vivere, alla ricerca
di un consenso sulla qualità della sua arte; lo fa anche per potersi
mantenere almeno nei limiti della decenza e, soprattutto, per comunicare
agli altri: per aprire un dialogo di relazione umana utilizzando il
linguaggio classico della pittura, che gli permette di riaffermare il
suo ruolo d’artista, capace di eseguire dipinti di figure,
paesaggi e nature morte immersi nella contemporaneità del
quotidiano, intrisi di vero dramma esistenziale e attraversati da forti
passioni.
Ed è su questo piano, solo su questo però, che Antonio
Cendamo vince, anzi stravince, la sfida da lui stesso lanciata. Infatti,
sarà senz’altro ancora considerato dai più come un emarginato costretto
a vivere una situazione ai limiti del disagio sociale, ma chi vede le
sue opere non può fare a meno di riconoscergli lo status di artista, un
po’ originale, “pazzerello” quanto basta ma artista vero,
comunicatore di emozioni, poeta per immagini.
Una lunga e necessaria premessa
per annunciare la mostra personale di Antonio Cendamo che Luciano de
Gironcoli e Roberto Maurizio hanno concepito e realizzato partendo dai
presupposti sopra espressi, mostra che sarà allestita alla Piccola
permanente d’Arte Moderna e Contemporanea “Refettorio Caucigh”,
nell’antico Caffè di via Gemona 36, a Udine. La rassegna, che sarà
inaugurata sabato 2 aprile prossimo alle 18.00, avrà come filo
conduttore un unico tema: i fiori; da qui l’intitolazione della mostra,
“Flowers”, per indicare un importante filone espressivo intrapreso da
Cendamo nell’ambito della sua complessa e tormentata produzione
figurativa. Fiori intesi come personaggi, un tutt’uno con i vasi che li
sostengono, spesso interpretati come veri e propri soggetti vivi, sia
animali che vegetali; non solo sterili quanto preziosi contenitori,
quindi, ma parti vitali in cui scorre sangue o linfa: in certe occasioni
dipinti come fossero dei volti; in altre come eleganti figure maschili e
femminili; in altre ancora come impossibili tuberi o baccelli da cui
nascono fiori e piante inesistenti.
Cesare
Mocchiutti
La mostra di Cesare Mocchiutti al Refettorio Caucigh
comprende undici lavori: cinque tele e sei piccoli disegni. Un quadro,
il più grande, è stato eseguito nel dicembre del 2004 mentre gli altri
quattro lavori sono stati appena dipinti, nei primi giorni del 2005, e
rappresentano un tema caro al vecchio pittore: due cacciatori, colti in
un’immagine statica (una sorta di posa fotografica), di ostentazione
delle prede da poco abbattute. I sei disegni sono una sorta di
carrellata fra i soggetti e i linguaggi adottati da Mocchiutti dal 1947
al 2004. La mostra udinese, anche se di piccole dimensioni, svolgerà
l’importante ruolo di preludio ideale alla grande personale del pittore
friulano che sarà allestita dal prossimo mese di maggio negli spazi di
disimpegno collettivo del palazzo del Consiglio Regionale, in piazza
Oberdan a Trieste. Da sottolineare che la mostra è la prima, dedicata a
un autore vivente, organizzata in quella prestigiosa sede che, almeno
finora, ha ospitato solo rassegne monografiche e collettive con opere di
proprietà delle raccolte dei Musei e delle Gallerie pubbliche della
nostra regione, con evidenti finalità storico-documentative e
didattiche.
Se riteniamo che oggi, nonostante tutto, il ruolo
principale dell’arte figurativa sia quello di comunicare emozioni
attraverso immagini o forme nello spazio, non possiamo
fare a meno di riconoscere e di apprezzare l’inossidabile talento
(diciamo pure il “grande e inesauribile talento artistico”) di Cesare
Mocchiutti che gli consente, a 89 anni (nasce nel 1916 a Villanova
del Judrio), di essere un eccezionale, originale, comunicatore di
suggestioni e di poetiche molto coinvolgenti e intense, trasmesse agli
altri da quasi sessant’anni utilizzando sempre i linguaggi espressivi
che rappresentano la tradizione dell’arte figurativa: la
pittura ad olio o a tempera, l’affresco, il graffito su malte colorate,
il disegno, l’incisione, la scultura.
Cesare
Mocchiutti,
senz’altro fragilissimo “nel corpo”,è, invece, lucido, presente e
partecipe: insomma, “ha la testa nelle cose” , e gestisce il “suo fare
arte” con il solito, estremo e intransigente rigore. Rigore che lo ha
spesso (per gli amici ed estimatori “troppo spesso”) indotto a
“distruggere” quadri appena dipinti, forme da poco modellate o lastre
accuratamente incise perché ritenuti lavori sbagliati o,
comunque, distanti dai risultati formali e cromatici prefissati.
Obiettivi da raggiungere a qualsiasi prezzo, ivi compresa la
cancellazione dell’opera. Gli ultimi lavori prodotti costituiscono
l’indiscutibile prova della grande voglia di fare arte che
pervade in modo totale la vita del vecchio maestro. Ogni mattina, giorno
dopo giorno, sfidando dolori fisici e accidenti di ogni tipo, Mocchiutti
si alza presto e inizia a lavorare nell’ampio e luminoso studio ricavato
nel fienile della casa contadina sapientemente ristrutturata, sulla cima
della collina di Mossa, ai margini del bosco, “fuori dal mondo” anche se
a “pochi passi” dal paese e a un “soffio” da Gorizia. Dipinge fino a ora
di pranzo e poi, necessariamente, riposa. Senza l’impegno della pittura
però, il tempo non passa mai; le ore del pomeriggio e della sera sono
lunghe il doppio tanto che Mocchiutti attende con ansia e impazienza
il nuovo giorno per riprendere il lavoro lasciato in sospeso o per
iniziare un nuovo quadro……La pittura sgorga generosa, fresca, per
riproporci per l’ennesima volta ma sempre con forme, soluzioni grafiche
e impasti cromatici nuovi e originali, i temi e i soggetti tanto cari al
maestro: il mondo contadino; i riti, ”sacri” e “profani” della
tradizione popolare; una particolare, tutta personale, interpretazione
visiva della friulanità, sempre sussurrata, mai gridata e ,tanto meno,
ideologicizzata; la sensibilità e l’impegno civile a sostegno dei più
deboli, di coloro che subiscono ingiustizie, violenze,
discriminazioni……E poi la vasta iconografia “laica” (i grandi quadri
dedicati a..): il bracconiere, il cacciatore, il pescatore di frodo,
l’arrotino, il contadino che raccoglie i prodotti della terra, il
banchetto delle angurie (visione figurativa “dominante”, rispetto alla
figura del venditore), il cantastorie, il viandante, i venditori di
sogni (streghe, cartomanti, suonatori di strada, ecc.)……E ancora gli
animali: la mucca, il cavallo, la capra, il gatto, il cane, la civetta,
il merlo, il corvo, la gazza ladra, spesso soggetti unici del dipinto,
posti al centro della tela……E poi le piante e gli elementi della natura:
il gelso, la betulla, l’albero dei cachi, il ciliegio in fiore, il
fiume, la collina, la grande distesa della pianura……
Ignazio Doliach
Continua con successo la mostra personale
del pittore cormonese Ignazio Doliach che espone al “Refettorio Caucigh”,
Piccola permanente d’arte moderna e contemporanea, di Udine, in via
Gemona 36, una serie di 29 dipinti a olio raffiguranti volti umani.
“Volti” (così s’intitola anche la mostra), non ritratti: visi di persone
che non esistono nella realtà ma che nascono e vivono nella fantasia del
pittore e sono tradotti sulla tela con grande maestria grafica e con
squisita raffinatezza cromatica. Sono quadri di sapore espressionista,
realizzati con un linguaggio figurativo in costante equilibrio fra la
drammaticità trasmessa dalle maschere della ritualità popolare e del
teatro classico e l’intelligente ironia di cui è intrisa la “grande”
caricatura, quella che, giustamente, è entrata a pieno titolo, nei
maggiori musei d’arte. E’ da diversi anni che Ignazio Doliach,
parallelamente alla sua ormai caratteristica produzione imperniata sulla
raffigurazione degli elementi essenziali del paesaggio friulano o
traendo spunti dai suoi numerosi viaggi al Sud Italia e nei Balcani, si
dedica alla realizzazione di volti e figure umane. Infatti, i quadri
esposti al Caucigh sono il frutto di una selezione fra decine e decine
di lavori fatti su piccole carte, su cartoni d’imballo, su pagine di
giornali e riviste che poi l’artista incolla accuratamente su tavolette
di compensato o su pezzetti di tela e li impagina in appropriate
cornici, dando loro la “dignità del quadro”, dell’oggetto d’arte finito,
quindi “importante”. Le opere esposte a Udine coprono un arco di tempo
che parte dal 1950 per arrivare al 2002 (nel luminoso e ordinato studio
di Cormons, è possibile ammirare almeno una cinquantina di “volti”
dipinti da Doliach dal 2002 a oggi) e sono, all’infuori di due, tutte
inedite e cioè mai esposte né pubblicate.La mostra di Ignazio Doliach
può essere visitata ogni giorno, tranne il lunedì, nell’orario di
apertura degli esercizi pubblici fino a sabato 19 febbraio. La settimana
successiva, sabato 26, sarà inaugurata una personale di Cesare
Mocchiutti, ottantanovenne pittore goriziano in piena attività
produttiva, nativo di Villanova del Judrio, che presenterà cinque grandi
dipinti di recentissima esecuzione e sei disegni datatati dal 1947 al
2004.
Dopo la mostra dei maestri incisori della Stamperia d’arte Santini,
l’attività del “Refettorio Caucigh” proseguirà dal 15 gennaio al 19
febbraio con la personale del pittore cormonese Ignazio Doliach
costituita da una serie di piccoli dipinti che rappresentano i “Volti”
(titolo della mostra) di figure umane, personaggi veramente esistiti,
visti e interpretati con grande sensibilità dall’artista friulano oppure
persone “inventate” grazie alla sua ricca fantasia e a una sensibilità
grafica e coloristica non comune. Una “galleria di ritratti” che, alla
fin fine, rappresenta un vero e proprio ciclo espressivo che ha
attraversato tutto il periodo creativo di Doliach, sin dagli esordi
nell’ormai lontano 1948 e che continua a interessarlo.
Nato a San Giovanni al Natisone nel 1932, Ignazio Doliach frequenta il
Liceo artistico di Venezia diplomandosi nel 1957; successivamente
ottiene l’abilitazione all’insegnamento delle discipline artistiche
nella scuola media inferiore a cui si dedicherà per oltre trent’anni.
Vive molto intensamente il periodo post bellico del neorealismo
partecipando con spirito militante, ma in modo molto “libero”,
all’attività dell’Unione Sindacale degli Artisti Friulani che aveva
trovato sede in Vicolo Florio, in pieno centro storico di Udine;
protagonisti di questo sodalizio sono stati Toffolo Anzil, Sergio
Altieri, Armando Pizzinato, Enrico De Cillia, Ugo Canci Magnano, Dora
Bassi, Tito Maniaco, Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Zigaina; quest’ultimo,
in più di un’occasione, ha espresso apprezzamento e interesse per il
lavoro del giovanissimo Doliach tanto che fra i due si instaurò un
rapporto di stima e di amicizia. L’artista cormonese espone per la prima volta nel 1949 a soli 17 anni;
l’anno dopo partecipa alla Mostra degli artisti di Vicolo Florio; è
presente a tutte le mostre dell’Associazione artisti isontini e alle
rassegne allestite alla Piccola permanente del Caffè Teatro di Gorizia.
Assieme a Sergio Altieri, Piero Palange, Warter Toffoloni, Francesco
Macedonio e altri, Ignazio Doliach frequenta negli anni ’50 lo studio
del pittore cormonese Gigi Castellani, generoso e prolifico arista che
seppe coagulare attorno a se tutte le “voci emergenti” della cultura e
delle arti di allora e in particolare quelle presenti nell’area di
tradizione friulana della provincia di Gorizia (Cormòns, Capriva, San
Lorenzo, Mariano del Friuli). Aderisce al Gruppo internazionale d’arte
“2xGO” formato da artisti dell’Isontino e del vecchio territorio
comunale di Nova Gorica, esponendo in tutte le mostre organizzate in
Italia e Slovenia. Il curriculum di Ignazio Doliach è soprattutto caratterizzato da
importanti “presenze” in gallerie e spazi espositivi di Udine: le belle
mostre a Palazzo Kekler assieme a Mocchiutti, Altieri, Tudor e altri; la
partecipazione a un’edizione della rassegna INTART nella sede del Centro
Friulano Arti Plastiche; la recente mostra personale alla storica
Galleria del Girasole in Riva Castello costituita da una attenta
selezione di lavori, dipinti sul lato ruvido di piccoli fogli di
faesite, raffiguranti paesaggi agresti (lavori essenziali, sempre in
bilico fra grafica e pittura), a cui si aggiunge, da sabato 15 gennaio
2005, l’ultima, originale, piccola mostra al “Refettorio Caucigh”, nella
sala da pranzo dell’omonimo bar di via Gemona.
Stamperia Santini
Due
ultra ventennali esperienze a servizio del pubblico s’incontrano: la
Stamperia Santini e il Caffè Caucigh, entrambe di via Gemona, nel cuore
di Udine.
L’occasione è data dall’apertura ufficiale di uno spazio espositivo (una piccola parentesi
culturale, una contaminazione artistica costituita da una parete della
sala da pranzo dello storico locale) denominato Refettorio Caucigh –
Piccola permanente d’arte moderna e contemporanea che, da sabato 11
dicembre a martedì 11 gennaio 2005 ospiterà 5 significative opere
grafiche realizzate nella Stamperia d’arte di Federico Santini da
altrettanti maestri del calibro di Carlo Ciussi, Aldo Colò, Giuseppe
Zigaina, Giuseppe Santomaso, Emilio Vedova. Da gennaio seguiranno altre quattro piccole mostre personali
che, nell’ordine, presenteranno momenti particolari del lavoro degli
artisti Ignazio Doliach, Cesare Mocchiutti, Antonio Cendamo, Sergio
Altieri. Il programma è stato curato dal pittore goriziano Luciano de
Gironcoli con la collaborazione di Roberto Maurizio, Carmelo Contin e
Federico Santini; progetto grafico di Maurizio Nicoletti. Per il “Caucigh” si tratta di un ritorno all’attività
espositiva (tempo fa, numerose mostre sono state ospitate nella saletta
al primo piano) e, quindi, di un allargamento delle proposte culturali
rivolte ai numerosi clienti; infatti il noto locale udinese, ormai da
diversi anni, propone un qualificatissimo calendario di concerti jazz
che richiamano molti appassionati ai quali saranno affiancate le mostre
per ora in programma fino al giugno prossimo. Il nuovo spazio espositivo e la prima mostra denominata
“Maestri friulani e veneti della Stamperia Santini” saranno inaugurati
sabato 11 dicembre alle ore 18.00.
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