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Giuseppe
Morrocchi
Il Museo di Arte Moderna
Proprio nel centro di Itacaca,
la nuova capitale dell'Europa Unita, fu costruito, una ventina di
anni fa, un altissimo palazzo; mi sembra di duecento piani. In
questo edificio, fluorescente giorno e notte per le speciali
fibre di resine sintetiche, certi architetti recentemente hanno
allestito, dal centesimo al centotredicesimo piano, il Museo di
Arte Moderna. Inaugurato alla presenza delle massime autorità
politiche e culturali, precisamente nella primavera del 2070, è
senz'altro una delle più importanti raccolte dell'Europa e forse
del mondo intero. Nelle duemilacinquecento sale quadrate sono
esposti quasi centomila pezzi di capolavori più o meno noti (fra
dipinti, xilografie, xerigrafie, litografie, videotape,
installazioni, sculture, ecc. ecc.), oltre a quelli che
rimangono ancora accatastati nelle soffitte e nelle cantine,
proprio, fatto apparentemente assurdo dal momento che gli altri
piani del palazzo sono vuoti, ma autentico, per mancanza di
spazio.
Adesso anche le persone addette
alla custodia stanno sollevando da tempo, ma fin'ora senza alcun
risultato, proteste verso le autorità responsabili della
gestione. Principalmente per l'esagerato numero di opere che i
custodi devono controllare attraverso i video
(milleduecentoventicinque), poi per la inadeguatezza degli
stipendi (quindici mensilità più un centinaio di pasti offerti
in ristoranti rinomati) e poi per il cattivo funzionamento
dell'aria condizionata, delle docce, delle saune, delle
caffetterie, delle sale-intrattenimento, delle sale-divertimento,
delle sale-rilassamento, delle sale-gioco, ecc.ecc.
Tuttavia l'attuale direttrice,
benché prossima al pensionamento (ha compiuto da poco i venti
anni) riesce, con un non indifferente sforzo e avvalendosi anche
di aiuti volontari, a tenere aperto il museo ventiquattro ore su
ventiquattro; soltanto poche stanze, quelle dell'arte italiana
della seconda metà del XX sec., restano chiuse durante la notte,
anche perché, in effetti, sono le meno richieste dai visitatori.
Ma per accontentare i governanti della provincia italiana, la
dottoressa Habahakhall (di lontane origini palestinesi),
direttrice appunto, ha istituito ogni primo giorno del mese
una visita guidata proprio a queste opere.
Ecco, ora la guida, nata poco
più di dieci anni fa ma già laureata con conoscenza di tre
lingue, è appena scesa dal discobus volante e, in testa a un
centinaio di giovani, sale sull'apposito podio e comincia a
parlare. Benché non abbia alcun microfono davanti, la sua voce
viene regolarmente captata dalla radio che ogni visitatore porta
nel taschino. Dice la giovane guida, molto svelta:
"Sono veramente contenta
di avere nel gruppo anche degli uomini. Fatto, divenuto di certo
raro da un po' di tempo in quà. Vi faccio notare questa cosa,
perché in verità non era mai successo da quando, nel 2071,
cominciai a lavorare qui. E questo ve lo dico affinché il vostro
interesse superi in lungimiranza quello delle opere, che
rappresentano appena un aspetto di ciò che è la vita; e spero
che le possiate vedere facendole partecipare alla vostra cultura
e alla umanità. Prego, pertanto, le signorine e le signore di
dare il benvenuto agli elementi maschi e di scambiarsi a vicenda
segni di pace e di amore".
Tutti si sorridono e sempre
più si stringono le mani, o schioccano baci sulle guance, sulle
bocche. Tanto che non si può dire se sia una cosa fatta per caso
o invece di pragmatica, come si usa nelle migliori occasioni. E
ancora un vociare sommesso, un insieme fresco di gesti che non
sembra finire. La guida riprende a parlare. Il tono della sua
voce è più suadente:
"Come sono solita fare
quando spiego questa raccolta di opere del secolo scorso,
parlerò in italiano, anche se sappiamo benissimo che è una
lingua ormai conosciuta da pochi, ma l'esperienza mi dice che di
solito i gentili visitatori di questo particolare settore
dell'arte moderna sono, in maggior parte, studenti di filologia e
lingue antiche. Comunque, se qualcuno non capisse, può
sintonizzarsi con la sua radiolina su una di queste lingue:
inglese, cinese, russo, arabo, francese, spagnolo e, in omaggio
alle recenti scoperte, anche in marziano. Vogliamo, gentili
signore e signori, avviarci, allora? Mettetevi, per cortesia, le
cinture di sicurezza".
"Scusi, signorina" si
fa avanti un uomo con i capelli lunghi e bianchi sulle spalle
"vorrei sapere...".
"Mi dispiace,"
risponde velocemente, ma con gentilezza, la guida " le
domande dovete riservarle alla fine. Faccio appello alla vostra
compiacenza".
Proprio questa la scena che si
ripete, grosso modo, ogni primo giorno del mese. Il gruppo si
snoda verso l'ascensore. Dopo poco, però, è già
ricompattato all'ingresso del settore "Arte italiana degli
anni '70". La guida, salita questa volta sull'apposito
podio, dice, muovendo con eleganza la faccia illuminata da una
luce solare:
"Ecco. In questo dipinto a
olio, una tecnica, come tutti sapranno, che ormai non si usa
più, è ritratta una persona in atto di fare un comizio, o di
leggere i risultati elettorali, l'iconografia non è precisa, o
di scrivere lettere di raccomandazione. Proprio per questi
riferimenti è stato intitolato 'Il politico'".
Discretamente si levano dal
gruppo mormorii. Interviene anche una donna sui venti anni, i
capelli tagliati a zero:
"Ma, scusa" dice, un
po' nervosa "Scusa, che cosa vuol dire comizio? Non sarebbe
meglio che tu usassi un linguaggio più semplice?".
"Ecco" fa, pronta,
un'altra donna "e lettera di raccomandazione che
significa?".
"Vi prego, vi prego,
gentili signori" riprende la guida "vi prego: rimandate
a dopo le domande. Allora
riprendiamo... Come potete notare da una prospettiva elementare
basata sulle oblique rughe della fronte e della testa pelata,
intesa solo a mettere in risalto, con la spontanea irregolarità
di una inquadratura istantanea, l'intelligenza del politico è
colta in un vivo senso realistico di chi si sente importante
dietro gli occhiali cerchiati in oro, col sorrisetto sotto i
baffi e la smorfia appena accennata di chi sogna un'epoca ormai
lontana. Da questo si può dedurre la datazione, che alcuni
critici collocano nel 1974, prima del referendum sul divorzio;
altri, fra cui anch'io, nel maggio 1979, o addirittura pochi
giorni prima delle elezioni amministrative di quell'anno. Cosa
che ci fa ritenere il personaggio ritratto, un uomo politico.
Infatti così viene chiamato oggi il dipinto. In particolare si
pensa che il personaggio rappresenti un certo Amontorre Fanfoni,
che sembra lo abbia addirittura commissionato, o forse, come
sostengono altri filologi, lo avrebbe fatto addirittura
lui...".
"Fan... come?".
"Fanfoni. Ecco, in
quest'altra tela a olio datata 1975, intitolata "Famiglia a
tavola", seppure di autore sconosciuto, si può notare la
chiarezza della mimica paternalistica del personaggio a
capotavola e l'acutezza degli sguardi dei due figli, che si
stempera in un'atmosfera stupita e di sconcerto per la posizione
stridente della madre, con freddi toni lapidei e per il senso
delle espressioni contrastanti dei figli apparentemente
distratti, ma in effetti sottomessi a un gioco teso di tensione e
di repressione che mette in risalto un aspetto caratteristico
della famiglia di quei tempi. Oppure, più probabilmente questi
figli sono semplicemente figli adottati, anche se naturalmente
loro non lo sanno: questa purtroppo era la prassi ipocritica di
quei tempi. Bisogna considerare che questo è proprio il
periodo in cui viene approvata in Italia la legge sul divorzio.
Ecco, poi la leggera figura femminile distesa sul divano è solo
in apparenza una componente della famiglia; in realtà è una
ragazza al servizio della famiglia...".
"Hai detto al
servizio?".
"Sicuro. In quell'epoca
era ancora abbastanza consueto quell'uso di origine secolare, di
moda soprattutto nelle cosidette famiglie benestanti, di assumere
donne-cameriere, chiamate ufficialmente colf, o
uomini-maggiordomi, o dame di compagnia che avevano il compito di
sbrigare le faccende materiali di queste case. Ma avremo
occasione di ritornare sull'argomento famiglia, perché troveremo
ancora dipinti su questo tema. Ecco, ora osservate questo.
Anche qui la costruzione del
contenuto è costituita da padre, madre e due bambini, ma questa
volta i personaggi si trovano in vacanza, La vacanza borghese,
infatti, è il titolo di questo dipinto, eseguito su commissione
dal celebre Picabò. La vacanza traspare con evidenza anche
dall'atteggiamento tronfio dell'uomo adulto, particolarmente
austero, ma con lo sguardo paternalisticamente benefico verso la
moglie a fianco e i due figli seduti. Il fatto che tutti i
personaggi siano ripresi prima della partenza per la vacanza e
davanti all'automobile (simbolo borghese per eccellenza nel XX
secolo), ci può dare un'idea di come certi modelli imposti dai
mass-media dell'epoca si siano così autoritariamente inseriti
nel comportamento umano, da costituirsi essi stessi come valore e
come rito di una società essenzialmente consumistica e
superficiale. Gli stessi aspetti ci sono riproposti sempre dallo
stesso autore in quest'altro dipinto dove ancora i suddetti
personaggi sono ritratti questa volta in costume da bagno d'epoca
sulla spiaggia vicino alla barca. Ecco, ora se potete farmi le
vostre domande...".
"Sì, sì."
interviene un'anziana signora "io vorrei sapere che cosa
faceva nella vita questo signor Fanfoni, eppoi qualcosa di più
sulla famiglia borghese...".
"Ecco. Fanfoni pare che
fosse un politico nel vero senso della parola. Oggi il termine
'politico' è ormai in disuso, ma era invece molto di moda nel
secolo scorso. Il politico era una persona che si occupava di
amministrazione e organizzazione dell'allora stato italiano.
Dicono che si sia dato alla politica, per non essere riuscito ad
avere il successo nell'arte. Ecco, per quanto riguarda la
famiglia, posso dirvi che, fino a un certo periodo, che adesso
non so precisare, comunque senz'altro prima del '75, era quasi
sempre l'uomo ad avere tutti i poteri e quindi a disporre e
comandare i componenti. Addirittura si parla di movimenti di
donne che lottarono contro i soprusi e la repressione, anche se
per alcune di loro l'esser sposate e mantenute dagli uomini
rimaneva la cosa più importante di tutto il resto...".
"Oh! Oooooh! Ma non è
possibile... Un uomo con due donne... e le donne?".
"E questi figli?" fa
un bambino magro magro "che facevano?".
"I figli delle famiglie
borghesi di solito studiavano fino a tarda età,
venticinque-trent'anni...".
"Eeeeh! Possibile?".
"Lo sappiamo tutti che è
ridicolo, ma vi assicuro che la situazione stava proprio in
questi termini; del resto anche quelli che volevano lavorare
presto, non trovavano facilmente un posto; solo in età
avanzata...".
"Ah! Ah! Ah! Che bel
mondo!".
"Adesso, se non vi
dispiace, ritorniamo ai dipinti. Ecco, in questo ritratto di miss
Italia 1967 possiamo notare come le linee stereotipate di un
atteggiamento suadente, ammaliante, sessualmente provocante
portino all'esasperazione in maniera intenzionalmente
stimolatrice gli attributi tipici della femminilità, tanto da
mettere in evidenza proprio le caratteristiche superficiali della
donna-oggetto anni settanta. Come, cioè, attraverso la sua
configurazione esteriore, di per sé ricca di valori estetici e
simbolicamente indirizzata verso l'aspetto sessuale, non
trovassero per niente spazio quelle che sono le prerogative
essenziali della donna, cioè l'intelligenza, l'intuito, la
razionalità; come, anzi, essa fosse posta in una zona culturale
totalmente emarginata dalla quale poteva risaltare solo
attraverso le sue doti di piccante sessualità. Una zona, quindi,
propriamente di dipendenza, in cui era relegata come oggetto di
piacere e che fu ben individuata, oltre che contestata, dai primi
movimenti femministi dell'epoca. Proprio di fronte, quasi per
accentuarne il contrasto, è stato messo un dipinto, sempre olio
su tela, di un gruppo di donne femministe del 1973,
apparentemente in uno strano atteggiamento. In realtà queste
stanno formando con le due mani unite il simbolo femminile per
eccellenza, la vagina, cioè, si può dire che questo gruppo sia
senz'altro uno dei movimenti più accesi delle femministe;
infatti alcune innalzano anche dei cartelli pro-aborto. Da
ambedue i dipinti si può notare, comunque, come la donna venisse
spesso strumentalizzata dal potere, nel considerarla fattore
tipico di bellezza e di sessualità, oltre che simbolo di
libertà e di raziocinio...".
"Per forza, i quadri sono
stati fatti da un uomo" interviene, molto animosa, una
ragazzina.
"Può darsi che sia così,
comunque bisogna anche immedesimarsi nell'epoca in cui è
avvenuto il fatto per capire più a fondo l'importanza di tali
fenomeni che potremmo definire 'modelli imposti', soprattutto dai
mass-media e dal consumismo. Un'epoca del resto, quella,
strutturata particolarmente su eccessi razzistici, non solo nei
confronti delle discriminazioni fra i due sessi, ma anche nel
lavoro, nella scuola, nell'età... Un'epoca che ha trovato,
però, la sua via di uscita dal sistema tipicamente capitalistico
in una risoluzione strana e quantomai contrastata. Ce lo spiega
meglio questo dipinto. Qui, come potete vedere, sono
rappresentati due personaggi. Ah! Dimenticavo: è un'opera, anche
questa, del celebre Picabò, eseguita nel 1977, sembra su
commissione del segretario di uno dei personaggi rappresentati.
La caratteristica di questi 'politici', senz'altro si tratta di
politici, è proprio il fatto di essere stati ritratti insieme.
Caso molto strano, perché, fino a poco tempo prima
dell'esecuzione del dipinto, questi due signori erano aspramente
antagonisti nel campo della pubblica amministrazione. Questo con
la sottile gobba e gli occhietti vispi dietro gli occhiali, era
un uomo di governo, cioè aveva l'effettivo potere e comandava (e
pretendeva). Il valore autentico di questo capolavoro che sta
proprio nell'aver colto i due personaggi al momento del passaggio
dall'antagonismo alla concicliazione, in un atteggiamento, cioè,
compromettente, ma nello stesso tempo così autenticamente valido
da dare a tutta l'opera una forza etica e sovrumana raramente
ripetibile negli altri dipinti di questa raccolta. Tanto da
costituire il primo esemplare di quella scuola che darà l'avvio
a un nuovo stile dal nome di 'compromesso', proprio per la
filosofia cui si riferivano i due personaggi e i loro
sostenitori. Per la cronaca, che in questo caso assume la
funzione determinante di tutto l'aspetto iconologico, le due
persone ritratte sono Giulio Andreossi, quello con le leggera
preminenza posteriore e allora presidente del consiglio, l'altro
è Arrigo Berlinguor, allora attivo segretario del partito di
opposizione.".
Nel silenzio della pausa, che
dura pochi istanti, s'inserisce debolmente la voce di un ragazzo:
"Scusa, scusa, ma il
'compromesso' come è finito, poi?".
"Ecco, ora chi ha da fare
qualche domanda la faccia pure" riprende la guida molto
acuta e meno infantile. "Dunque, il 'compromesso' storico,
questa la sottile definizione coniata certamente da qualche
intellettuale dell'epoca, non è durato molti anni, ma solo fino
al 1980, poi si è avuto il neocompromesso alla rovescia, cioè
al potere è andato il partito che era prima all'opposizione, con
l'appoggio naturalmente dell'ex-partito al potere".
In verità questa risposta
appare ai più poco convincente e molte facce si mostrano
senz'altro sconvolte; gli sguardi incerti. La guida ne approfitta
per accarezzarsi i capelli, del resto molto corti; quindi volge
lo sguardo sul gruppo, quasi al di sopra delle teste. Ma la sua
sicurezza non trattiene una donna magra nelle guance e nera di
capelli, a dire, sbattendo le palpebre:
"Perché in questa
raccolta sono rappresentati tutti i personaggi del potere?".
Poi, rivolta al gruppo, continua "Non vi sembra molto
reazionario tutto questo e contro un'aperta visione della
democrazia e della libertà?".
"Ecco" interviene
subito la guida, sorprendendo qualsiasi manifestazione di stupore
nei presenti "Questa raccolta è stata
fatta proprio in funzione del potere che dominava in quel
particolare momento per farne, ora, una verifica critica. E'
stato, cioè, quel potere che ha contaminato, con le sue esigenze
egocentriche, soprattutto la libera espressione degli artisti.
Non tutti, si badi bene, ma di coloro che si sono integrati
certamente. Invitando allettanti offerte del sistema non hanno
fatto altro che mettersi al suo servizio. Ora queste cose viste
in prospettiva, dànno un'idea più concreta della reale funzione
dell'arte e della sua entropia, appunto, che il potere di varie
epoche ha cercato di assimilare o di captare a proprio
fine.".
Questa volta la spiegazione sembra più
chiara, anche se si leva un certo brusio; ma non di rimostranza,
bensì di stupore, che, piano si affievolisce. E' allora che si
fa avanti una ragazza in tuta celeste e dice:
"Prima" (si dimostra
meno incerta di come sembrava e scandisce bene le parole)
"avevo chiesto il significato di comizio".
"E io" si leva subito
un'altra voce non ben identificata "di lettere di
raccomandazione".
Appena ritorna silenzio, la
guida riprende a dire, quasi con un debole sorriso:
"Il comizio era una
prerogativa di questi personaggi politici. Cioè, nell'imminenza
delle elezioni, essi esponevano il loro programma, o meglio,
quello del loro partito, in una serie di discorsi pubblici o
meno, che facevano anche nelle piazze e senza dibattito,
naturalmente...".
Proprio questa ultima
precisazione fa levare un nuovo brusio, molto più rumoroso di
prima; e non sembra neanche che voglia cessare; per questo, alla
fine, la guida si vede costretta ad agitare le mani in segno di
calma: un atteggiamento che la rende improvvisamente più vecchia
e matura. Appena può, riprende:
"Certo. Anche di fronte a
migliaia di persone e con bandiere e fanfare... Una festa vera e
propria... Poi, che cosa? Ah, ecco. La lettera di raccomandazione
si può considerare un'altra prerogativa di questi personaggi
politici, o per lo meno di chi aveva, sempre in quegli anni, un
certo potere che pensava di disporre in maniera prettamente
individualistica. Si potrebbe definire una baronia medievale,
anche se medievale non era... Ma questa sorte di privilegio
veniva da molti mitizzata in una sorta di venerazione quasi
isterica, come collezionare le lettere di questi signori, magari
pagandole anche salatamente. Comunque per mezzo di simili
lettere, a volte firmate neanche per intero, molte persone
potevano trovare lavoro, ottenere favori, ecc. ecc.".
Questa volta non un brusio, ma
quasi un coro che, ben si capisce è di disprezzo, ma la giovane
guida non lascia molto spazio per proteste e continua:
"Scusate
signori, ma devo andare avanti, altrimenti ci manca
il tempo per visitare tutta la raccolta. Ecco, questa tela del
'76, opera del pittore Gurruso, è intitolata 'La vernice'.
Infatti rappresenta una scena, realizzata questa volta in chiave
molto più realistica che nelle altre opere, del 'vernissage',
cioè di quel particolare intrattenimento che si teneva
all'inizio di alcune mostre in gallerie d'arte. Qui la forza
scaturiente dalla scena si risolve tutta nell'impeto
dell'iperbolico slancio del corpo della donna in rosso che si
appresta a prendere un pasticcino dalla tavola imbandita;
concludendosi senza cesura nella testa reclinata sopra la
rotondità solenne della pancia dell'uomo in doppio petto-fumo di
Londra, che inneggia col bicchiere ricolmo. Figura che mette in
risalto l'azione volutamente scultorea da cui trae forza tutta la
monumentale composizione. Il desiderio nobilissimo di veder
rappresentare in maniera viva e realistica un aspetto, quanto mai
sentito in quell'epoca, è pienamente raggiunto dall'autore
soprattutto nella casta commozione di tutto il gruppo attorno al
barman in una unità serafica con le bottiglie dei liquori e i
vassoi dei pasticcini. Ecco, invece in questo gouache...".
1.
Ambiguo senno e
profondità nel denodare
la leggerezza di
questo agosto luce colore
sulle ultime
pesche strisciando e le uve
lascia tralucere
qualcosa che apre la mente
nella coincidenza
del guerreggiare divenendo
impulso per
turgide foglie sul piano di chiari
verdi un
pomeriggio inventato che ci avvolge
scosta il cielo in
azione arco di concento.
2.
Tutto
illumina è cera nellimpulso
brace
nello spazio condizione
oltre il
tuo quieto sorriso
cupola e
gradinata per armenti
colore
senzombra nellinclinare
scagliato
più liscio nel vuoto
è
trasmutazione nelleliseo
verbo
gioioso sbanda e sbriglia
prospezione
di chiarezza
derivanza
dal rebbio infilza
altra
cognizione del possibile.
3.
Intabescenza
su lago dorizzonte
conflitto
eloquenza la mano stesa
e
nèttile profilo fra gruppo gergale
grido
o faro nel grigio delle pietre
affastellamento
dimmagini contamina
ogni
realtà scatta la limitazione
dellinquietudine
quotidiana
fra
mito e memoria il fior fiore
occupa
spazi dellinsensato
accento
affloscio nel profilo
riflessione
scorza del nepente.
4.
Pietre
decatissate nel deciduo
oscillando
ammiccamenti
sul
tramonto la pioggia
scioglie
ogni fatazione
su
questo formicolio o testo
sopra
infiniti lussi denodano
la
giunzione mellita o cielo
cala
sulla ragione diffondendo.
5.
Sorreggi
i termini dellimpossibile
andando
nella sottigliezza
sei
specchio fondente
la
sera con la certezza
stringe
nel tempo attorno
di
giallo ogni vibrazione
a
mala pena il bastone
batte
nella tela del consenso
fa
mutazione di ogni chiarìa
freccia
e arco del dissenso.
6.
Scuote
squilla suona vibra
stende
il rosastro impossibile
affloscia
elimina la forza nel gelo
ancia
dellanacoluto corpo e so
stanza
decozione densata diapente
delebile
lisciando le pietre volta
lintero
percorso in vuoto penetrato
sotto
figurazioni dincanto anzi lo
spessore
è condizione del coincidere
fibra
e memoria spargendo corda
nellondulante
cielo è destino.
7.
Nuvole
diffluenti a fumare in cielo delebile
trasformare
la posizione del tramonto
in
rosa lampeggiante il tormento acquoso
con
decursione e lapparenza deiscente
altri
trascinamenti a intenzione dessere
memoria
e tormento del troppo azzurro
condizione
o slancio in giusto plancton
ombra
ostinata scheggia dellintento
specchio
va con decozione al segmento.
8.
Morbidezza
dacqua chiara scende dal silenzio
arriva
fino allintimo sospinta dal nonsenso
la
negazione dellequilibrio troppo strappato
simile
a sottigliezza di silenzio è plasma
trasmutato
nella chiusura di cielo denso
identico
a specchio sbracciato nellincidenza
o
incoerente di chiarezza sulla veggenza
sembianza
astratta di chi stringe come corpo
lesterno
senso della parola poi tace è mistero.